{"id":92165,"date":"2025-10-14T10:00:14","date_gmt":"2025-10-14T08:00:14","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92165"},"modified":"2025-10-13T11:49:17","modified_gmt":"2025-10-13T09:49:17","slug":"pace-e-frescura-su-gaza-note-su-una-tregua-coloniale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92165","title":{"rendered":"Pace e frescura su Gaza: note su una tregua coloniale"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Pasquale Liguori)<\/strong><\/p>\n<div class=\"entry-header\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"row\">\n<div class=\"col-lg-12 text-left mb-1 mt-1\">\n<div class=\"flame\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"post-media post-featured-image\" style=\"text-align: justify\">   <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-92167\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/720x410c50-300x171.jpg\" alt=\"\" width=\"523\" height=\"298\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/720x410c50-300x171.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/720x410c50.jpg 720w\" sizes=\"(max-width: 523px) 100vw, 523px\" \/><\/div>\n<div class=\"entry-content\" style=\"text-align: justify\">\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>\u201c<\/em><\/strong><em>Mi sono svegliato questa mattina col pianto del cielo, mescolato al nostro. Come se il paese non facesse che ripetere la stessa scena da decenni: guerre che non finiscono mai. Appena se ne chiude una, se ne apre un\u2019altra; e quando un\u2019altra comincia, scopriamo che quella di ieri non \u00e8 davvero finita, ma rimasta in agguato dietro ogni angolo. \u00c8 come se questa terra fosse condannata a un soggiorno eterno nella sala d\u2019attesa della guerra, senza uscita n\u00e9 redenzione. Non ci resta che aggrapparci a una vecchia invocazione: \u00abPace e frescura su Gaza, una, poi due e poi, ancora, tre volte; infine, su ci\u00f2 che di noi resta al di l\u00e0 di lei\u00bb. La ripetiamo come fosse un ultimo incantesimo, pur sapendo che non arresta l\u2019emorragia. Eppure, vi appendiamo ci\u00f2 che resta della speranza: chiss\u00e0, forse sar\u00e0 l\u2019inizio della fine di una ferita che somiglia all\u2019eternit\u00e0, la fine di un dolore che ignora il verbo dell\u2019andare avanti.\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Cos\u00ec scriveva l\u2019amico e compagno Abdaljawad Omar ieri mattina, a seguito dell\u2019annuncio di un primo accordo tra le parti a Gaza.<\/p>\n<p>Ma se una tregua viene pronunciata come \u201cpace\u201d, bisogna chiedersi: che cosa intendiamo oggi per pace e chi ha l\u2019autorit\u00e0 di pronunciarla? Perch\u00e9 Gaza non \u00e8 soltanto una tragedia: restituisce all\u2019Occidente la verit\u00e0 del proprio linguaggio, quella \u201ccivilt\u00e0\u201d che pretende di comprendere tutto, tranne ci\u00f2 che la mette a nudo.<\/p>\n<p>Abbiamo analizzato, empatizzato, decostruito fino all\u2019esaurimento; eppure, l\u2019ordine del mondo rimane sostanzialmente intatto. L\u2019equilibrio morale simulato del pensiero occidentale non \u00e8 innocenza: \u00e8 un metodo di legittimazione del dominio. Mentre l\u2019amministrazione statunitense &#8211; per bocca del suo disgustoso presidente &#8211; proclama una \u201cpace\u201d dopo avere contribuito attivamente al massacro di decine di migliaia di persone, l\u2019impero si accredita come arbitro del proprio crimine.<\/p>\n<p>Questa \u201cpace\u201d non \u00e8 fine della guerra: ne rappresenta la prosecuzione per via amministrativa. \u00c8 ristrutturazione coloniale. Non pi\u00f9 carri armati a vista, lievemente arretrati ma sempre incombenti, dietro catene di comando pi\u00f9 raffinate: infrastrutture digitali, flussi finanziari, operazioni fiscali per capitali globali. Una \u201cricostruzione sostenibile\u201d con Gaza laboratorio del dominio umanitario tecnologizzato: confermandosi spazio a bassa intensit\u00e0 di vita e ad ancor pi\u00f9 elevata intensit\u00e0 di controllo, dunque, di oppressione.<\/p>\n<p>Nel frattempo, le piazze occidentali continuano a riempirsi: slanci, azioni, slogan, immagini condivise. Ma occorre guardare con lucidit\u00e0 teorica: l\u2019eterogeneit\u00e0 e la disarticolazione di queste masse, l\u2019assenza di una direzione politica comune e il rischio, tutt\u2019altro che remoto, di un autoassorbimento comunicativo non sono segni di un risveglio reale. Vedremo gli sviluppi con speranza e un contributo di idea ma, per ora, tali eventi appaiono del tutto riassorbibili nello schema della societ\u00e0 dello spettacolo, che neutralizza la resistenza trasformandola in evento consumabile.<\/p>\n<p>Lo sciame si muove, si fotografa, si espone ma di rado mette in atto strumenti di contropotere. Se la piazza non si traduce in progetto politico, si dissolve nel moralismo e diventa carburante per la legittimazione dell\u2019ordine vigente.<\/p>\n<p>Diffidiamo, dunque, di quegli applausi che accompagnano le immagini \u201cfestanti\u201d di Gaza, provenienti da tanti che fino a ieri condannavano senza esitazione il 7 ottobre \u201csenza se e senza ma\u201d, ignorando due anni di macelleria genocida e ininterrotta: massacri, ossa spezzate, viscere appese, corpi martoriati. Ora si commuovono per qualche sorriso in primo piano, per la folla che danza tra le rovine, come se quella gioia fosse la prova del dono restituito dalla nostra civilt\u00e0 ritrovata. E ci\u00f2 nient\u2019altro \u00e8 che il preludio alla nuova logistica della sottomissione coloniale, il suo fondamento culturale.<\/p>\n<p>Non meno insidioso \u00e8 il pensatore morale che accompagna tali scenari: apparentemente colto, umano. Quello che cita Said a sproposito, con voce grave e gesti compunti, pontificando su coabitazione tra ebrei e palestinesi per meglio occultare la propria collusione con l\u2019ordine sionista. Una sorta di sacerdote del neo-consenso, ben accolto nei salotti teorici di una indefinita moltitudine liberatoria che, per\u00f2, non dimentica mai di strizzare l\u2019occhio al kibbutz.<\/p>\n<p>La resistenza palestinese non ha bisogno di carezze intellettuali; sa per chi e per che cosa lotta. In questo contesto, \u00e8 a noi &#8211; nei luoghi del privilegio &#8211; che spetta la resa dei conti. Siamo noi i produttori di quei linguaggi della pace, di quei valori di civilt\u00e0 e di quelle cattedre della morale che costituiscono il motore ideologico della distruzione che poi chiamiamo \u201cordine internazionale\u201d.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 non spezzeremo questo meccanismo, continueremo a fornire all\u2019impero il suo finto volto umano. La pace, se resta parola imposta dall\u2019Occidente, \u00e8 solo prolungamento del dominio. Una pace da disertare per i suoi meccanismi maligni, nati per consolidare l\u2019oppressione coloniale. Solo allora si potr\u00e0 tornare a dire \u201cpace e frescura su Gaza\u201d non come fragile formula di tregua, ma come inizio di liberazione.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-pace_e_frescura_su_gaza_note_su_una_tregua_coloniale\/52637_62993\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-pace_e_frescura_su_gaza_note_su_una_tregua_coloniale\/52637_62993\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Pasquale Liguori) \u00a0 \u201cMi sono svegliato questa mattina col pianto del cielo, mescolato al nostro. Come se il paese non facesse che ripetere la stessa scena da decenni: guerre che non finiscono mai. 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