{"id":92571,"date":"2025-11-06T10:36:58","date_gmt":"2025-11-06T09:36:58","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92571"},"modified":"2025-11-06T09:49:05","modified_gmt":"2025-11-06T08:49:05","slug":"alle-radici-della-crisi-della-magistratura-un-capitolo-dello-stato-incostituzionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92571","title":{"rendered":"Alle radici della crisi della magistratura: un capitolo dello \u201cStato incostituzionale\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>DA LA FIONDA (Di Geminello Preterossi)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/e4d35abd-c8ab-d523-4db6-38050abb084d.webp\" width=\"468\" height=\"257\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019indipendenza \u00e8 una condizione \u201contologica\u201d di una magistratura realmente democratica e costituzionale:\u00a0<em>\u00e8\u00a0<\/em>e allo stesso tempo\u00a0<em>deve<\/em>\u00a0essere tale. Non \u00e8 che esista in natura, l\u2019indipendenza: \u00e8 inevitabilmente basata su presupposti che sono di carattere storico, sociale e culturale. Ha bisogno di un habitat. Inoltre, \u00e8 necessario chiedersi: indipendenza non solo in che senso, ma per che cosa? La mia tesi \u00e8 che l\u2019indipendenza sia innanzitutto\u00a0in favore dell\u2019attuazione costituzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se questo \u00e8, molto sommariamente, lo sfondo dell\u2019incardinamento del potere giudiziario nel nostro sistema istituzionale, \u00e8 necessario chiedersi: come siamo arrivati fin qui, cio\u00e8 con un problema\u00a0di legittimazione che investe in generale le istituzioni di garanzia, tra le quali la magistratura riveste un ruolo fondamentale, e da dove eravamo partiti? Originariamente, dalla grande spinta della Costituente, frutto dell\u2019apertura, per nulla scontata nella storia italiana, di una finestra di opportunit\u00e0 rinnovatrice grazie al contributo delle forze popolari antifasciste. Ma questa svolta alla fine della tragedia della guerra fu seguita, a causa di Jalta, da un inverno costituzionale che nell\u2019immediato dopoguerra blocc\u00f2 quella spinta propulsiva, anche in virt\u00f9 della cultura giuridica prevalente, ereditata dal fascismo. Poi, verso la fine degli anni Cinquanta, si apr\u00ec una stagione altamente positiva: il disgelo costituzionale, l\u2019apertura a sinistra, la programmazione, l\u2019innovazione politica in vista dell\u2019attuazione concreta del disegno costituzionale dal punto di vista dei diritti sociali. In tale solco si \u00e8 sviluppato un ruolo attivo della giurisdizione negli anni Sessanta e Settanta, che per\u00f2 \u2013 ricordiamolo bene \u2013 si \u00e8 saldato proficuamente a un ruolo, che continuava a essere centrale, della rappresentanza. Cio\u00e8\u00a0la giurisdizione era un avamposto nella societ\u00e0, i giudici erano se si vuole delle \u201csentinelle\u201d della Costituzione nel sociale, e per\u00f2 poi le scelte politiche di fondo maturavano sul terreno del confronto politico (pensiamo allo Statuto dei lavoratori, a tutte le riforme civili e sociali degli anni \u201970, ma gi\u00e0 prima ce n\u2019erano state di importantissime: oltre la nazionalizzazione dell\u2019energia elettrica, il piano casa, la scuola unica). Riforme che maturavano in Parlamento, cio\u00e8 in quel circuito legittimazione-responsabilit\u00e0, partecipazione politica organizzata e delega democratica, che oggi \u00e8 in crisi. In crisi, in particolare, \u00e8 il rapporto, l\u2019equilibrio, fra i due lati, quello garantistico e quello politico-progettuale, dell\u2019assetto costituzionale: se in gioco oggi \u00e8 il loro punto di equilibrio, ci\u00f2 vuol dire che qualcosa \u00e8 successo, che un equilibrio va ritrovato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La magistratura vive oggi una condizione \u201camletica\u201d, perch\u00e9 da un lato soffre una crisi di riconoscimento, dovuta al fatto che non ha pi\u00f9 quel \u201cconsenso\u201d, \u00a0la cui ricerca per certi aspetti poteva anche apparire criticabile in astratto, ma che nella sostanza \u00e8 corrisposto a un ruolo largamente positivo svolto dal potere giudiziario (o meglio da alcuni suoi settori, cio\u00e8 da quegli avamposti che si sono ritrovati, per coerenza civile e fedelt\u00e0 ai doveri costituzionali, in prima fila nel fronteggiare terrorismo, criminalit\u00e0 organizzata, stragismo, poteri occulti e corrotti, malaffare economico). Tali avamposti hanno rappresentato oggettivamente un presidio democratico, oltretutto in fasi particolarmente delicate della storia del Paese. Naturalmente anche allora esisteva una magistratura della palude, della convivenza se non della connivenza con certi poteri illegali e incostituzionali. Ma una parte allora significativa della magistratura, di cui quegli avamposti erano simboli, era impregnata di una cultura rigorosamente costituzionale, che prendeva sul serio l\u2019innovazione rappresentata dalla Carta del 1948 in termini di trasparenza del potere, nesso tra libert\u00e0 in relazione e uguaglianza sostanziale, giustizia sociale e cultura delle regole. Quel riconoscimento sociale diffuso, pertanto, era soprattutto relativo al contributo fornito dalla giurisdizione all\u2019attuazione costituzionale. Adesso tale riconoscimento, se non \u00e8 venuto meno del tutto, \u00e8 certamente scemato, assai ridotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente, dall\u2019altro lato, ci sono stati, e tornano oggi, gli attacchi generici e strumentali al controllo di legalit\u00e0 in quanto tale, il cui vero fine non \u00e8 quello di ricostruire un equilibrio tra giustizia e politica, ma di asservire la prima ai poteri dominanti, in nome di un garantismo peloso, che \u00e8 solo un paravento. Un potere politico debole rispetto a quello economico pensa erroneamente di riconquistare centralit\u00e0 immunizzandosi dal controllo di legalit\u00e0. Quegli attacchi sono non solo \u201cesterni\u201d, da parte di poteri illegali, ma anche \u201cinterni\u201d al sistema politico-istituzionale (e alla stessa giurisdizione): quindi sulla questione giustizia c\u2019\u00e8 s\u00ec l\u2019esigenza del tutto comprensibile\u00a0e necessaria di difendere la funzione giudiziaria in quanto tale, ma soprattutto quella di fare dei distinguo, di guardare dentro le storture che minano la fiducia nella magistratura,\u00a0 perch\u00e9 altrimenti il modo di affrontare i problemi del sistema giustizia, che ci sono, diventa\u00a0simile a quello di tifoserie schierate, sotto slogan e striscioni: cos\u00ec non si va da nessuna parte. La magistratura deve imparare a difendersi anche da quelle tendenze, ad essa interne, all\u2019accomodamento, al quieto vivere, alla burocratizzazione, alla chiusura classista e corporativa. C\u2019\u00e8 un\u2019obiettiva difficolt\u00e0 a recuperare un punto di vista complesso. Ma si tratta di una questione generale: viviamo un tempo totalmente a-dialettico, che \u00e8 frutto di una radicale de-storicizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche il mantra dell\u2019efficienza e della produttivit\u00e0 rischia di essere fuorviante: c\u2019\u00e8 un\u2019evidente, intrinseca analogia sul terreno della fuga tecnocratica dal contenuto tra le sentenze da produrre celermente e in gran quantit\u00e0, magari con l\u2019aiuto della tecnologia, e la valutazione meramente quantitativa, estrinseca dei contributi scientifici nell\u2019Universit\u00e0 e in generale nelle istituzioni della ricerca e dell\u2019alta formazione: ovvero, non conta tanto la qualit\u00e0 dell\u2019argomentazione, non conta che si arrivi a una buona sentenza, convincente, non superficiale, conta che se ne sfornino tante\u00a0e che siano tutte il pi\u00f9 possibile uniformate secondo uno schema precostituito (una versione algoritmica della prevedibilit\u00e0, che rischia di annullare la soggettivit\u00e0 dell\u2019interprete e la sua capacit\u00e0 di scendere in profondit\u00e0, di cogliere la situazione nella sua complessit\u00e0). Quanto di pi\u00f9 distante dall\u2019arte di giudicare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da tempo, assistiamo alla svalutazione del lavoro, che colpisce pesantemente i ceti popolari, e anche all\u2019inferiorizzazione del ceto medio, per non parlare delle nuove povert\u00e0, di crescenti forme di esclusione inimmaginabili nel \u201ctrentennio glorioso\u201d, della contrazione drastica della garanzia effettiva dei diritti sociali. C\u2019\u00e8 un arretramento poderoso dal punto di vista sociale, politico e culturale. Se non si vede questa tendenza generale e risalente, concentrandosi su diversivi per ragioni polemiche, si rischia di prospettare una lettura fuorviante della crisi di sistema nella quale siamo precipitati. Gli effetti di tale trend caratteristico dell\u2019Italia del vincolo esterno tecnocratico e assolutizzato, dalla matrice politica bipartisan, si scaricano anche sulla magistratura e, mi pare, persino sul concorso per l\u2019ingresso in magistratura: da un lato tecnicismo e nozionismo acritico, dall\u2019altro le scuole private per preparare al concorso (tenute da docenti universitari, avvocati, notai e anche ex magistrati, dopo che finalmente, con grave ritardo, nel 2017 una circolare del CSM ha vietato l\u2019insegnamento da parte di magistrati in servizio in tali scuole e una sentenza del TAR Lazio ha sancito la legittimit\u00e0 di tale circolare), non rappresentano un buon viatico per una magistratura di spessore, mentre sono molto funzionali a una magistratura monoclasse, corporativa, conformista, che \u00e8 ben poco coerente con il disegno costituzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La magistratura oggi non \u00e8 pi\u00f9 un organo di attuazione costituzionale, tanto per responsabilit\u00e0 proprie (soprattutto nel senso di un ripiegamento culturale che va contrastato con il coraggio di un discorso di verit\u00e0), quanto per la dissennata aggressione minatoria portata avanti, grazie a precise complicit\u00e0 mediatiche, da poteri vari, pubblici e privati, interni ed esterni alle istituzioni, nei confronti dei giudici sgraditi, in quanto capaci, indipendenti perch\u00e9 veramente liberi (anche dal correntismo e dai corporativismi interni) e soprattutto davvero fedeli allo Stato costituzionale (e non agli accomodamenti da\u00a0<em>arcana imperii<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Italia ha vissuto una doppia crisi, nell\u2019ultimo trentennio: una \u00e8 quella che condivide con il resto dell\u2019Occidente (una crisi globalista, che si sta rovesciando\u00a0in un processo di deglobalizzazione, o di globalizzazione dimezzata, polemica). L\u2019errore \u00e8 stato scambiare globalismo con universalismo (o cosmopolitismo), cos\u00ec che ora per non affrontare le cause\u00a0<em>interne\u00a0<\/em>della crisi, cio\u00e8 le responsabilit\u00e0 occidentali connesse alle derive del finanzcapitalismo, ci viene detto che dobbiamo fare la globalizzazione tra \u201camici\u201d, contro l\u2019altra met\u00e0 del mondo: non proprio una grande idea, foriera di speranze. \u00a0\u00a0\u00a0La seconda crisi \u00e8 tutta nostra: \u00e8 la storia di un Paese che aveva una sua relativa autonomia politica, nonostante fosse uscito sconfitto dalla guerra, che aveva nel complesso una classe dirigente (anche e soprattutto politica) di livello, e che ha realizzato alcune conquiste fondamentali.\u00a0 \u00a0La svolta regressiva avviata alla fine degli anni Settanta, e poi consacrata nella teologia antidemocratica del vincolo esterno assolutizzato nel \u201892\/\u201993, si \u00e8 riflessa anche nella magistratura, che rischia di tornare ad essere \u201cmonoclasse\u201d. Ma una magistratura monoclasse non pu\u00f2 certo porsi come fattore propulsivo della realizzazione del progetto costituzionale: cio\u00e8 di uno Stato sociale democratico delle masse, basato realmente su una formazione popolare di qualit\u00e0, condizione necessaria per un\u2019effettiva partecipazione dei ceti tradizionalmente esclusi, subalterni all\u2019elaborazione dell\u2019indirizzo politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma non ci sono solo questi aspetti, rilevantissimi, relativi alla politica interna sul terreno sociale. Ve ne sono di altrettanto importanti, peraltro connessi (perseguimento attivo della pace e della giustizia sociale stanno insieme), sul terreno della politica estera (ricordiamoci qual era, un tempo, durante la cosiddetta \u201cprima Repubblica\u201d, l\u2019unica vera Repubblica, fondata sul dettato costituzionale,\u00a0 cha abbiamo avuto, pur tra gravi difficolt\u00e0 e resistenze): il ruolo dell\u2019Italia nel Mediterraneo, rispetto alla questione palestinese e in generale al mondo arabo, ma anche rispetto alle necessarie politiche di apertura a Est per promuovere la distensione e il disarmo, pur in un quadro realistico di alleanze. \u00a0Evidentemente il successo dell\u2019Italia nella sua proiezione politico-diplomatica, anche in chiave di politiche energetiche e di cooperazione economica, ha dato fastidio a qualcuno, magari anche a qualche amico e alleato.\u00a0E infatti il nostro Paese ha conosciuto la demolizione del suo sistema politico (le \u201cforze concrete\u201d portatrici della costituzione materiale del 1948), sotto la spinta di un attacco interno, ma anche evidentemente in virt\u00f9 di spinte esterne (senza le quali quell\u2019opera di demolizione non sarebbe stata possibile). Ci siamo cos\u00ec avviati sul piano inclinato di una transizione infinita, che si \u00e8 risolta in una decadenza inarrestabile, che ci ha condotto al \u201cnulla di politica\u201d che ci pervade, tra governi tecnici e governi \u201cpolitici\u201d che, pur con qualche compensazione identitaria parodistica, realizzano l\u2019agenda Draghi e ossequiano i poteri del vincolo esterno, anche a costo di esporci ai rischi di una guerra totale in Europa e di ignorare la carneficina di Gaza. La crisi di legittimazione costituzionale che ne deriva, con i relativi, avventuristi tentativi di \u201criforma istituzionale\u201d in atto da anni (fino a quello attuale, che investe anche la magistratura), \u00e8 la conseguenza di tali processi strutturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 da dire, per\u00f2, che un corpo politico non implode su se stesso senza che il processo di corrosione delle sue strutture portanti non fosse in atto da tempo. La \u201cprima Repubblica\u201d non ha retto l\u2019urto delle conseguenze del 1989 perch\u00e9 era minata dall\u2019interno: non solo dalle degenerazioni nel rapporto politica-economia (ci\u00f2 su cui si \u00e8 molto puntato, anche mediaticamente); ma anche da un\u2019autoreferenzialit\u00e0 e un ripiegamento su se stesso del sistema politico che ha reso impossibile qualsiasi tentativo di autoriforma. Tuttavia, la ragione pi\u00f9 profonda, a mio avviso, sta in un crollo spirituale, etico-politico, come se il Paese avesse perso la sua anima, quell\u2019energia scaturita dalla Costituente, quell\u2019<em>ethos<\/em>\u00a0emancipativo di massa che aveva consentito un balzo in avanti senza precedenti e la fuoriuscita dall\u2019invisibilit\u00e0 degli eterni esclusi della storia. Le origini di quel crollo del \u201892\/\u201993, le cui cause sono complesse, e che forse se le cose avessero preso un\u2019altra piega avrebbe potuto essere evitato, sono situate in una data precisa, spartiacque: il 9 maggio 1978, il giorno in cui si consuma il delitto Moro. Non solo perch\u00e9 con quei 55 giorni e il loro epilogo l\u2019ultimo disegno politico ambizioso, ispirato ai valori costituzionali, della Repubblica \u00e8 stato interdetto. Ma perch\u00e9 c\u2019\u00e8 dell\u2019altro in quella vicenda oscura. Oscura, s\u00ec, cio\u00e8 non chiarita, ma ormai sempre pi\u00f9 evidenze sono davanti ai nostri occhi, basta voler vedere e documentarsi, per superare la verit\u00e0 di comodo, contrattata tra brigatisti e apparati dello Stato, che a lungo \u00e8 stata imposta e che ormai non regge pi\u00f9. Ad esempio, basta leggere gli atti della Commissione Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni (frutto anche dell\u2019impegno di chi non ha rinunciato alla ricerca della verit\u00e0, come Gero Grassi) o quelli della Commissione stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, oltre che, naturalmente, alcuni importanti e seri studi storici come quelli di Miguel Gotor, senza dimenticare alcune inchieste coraggiose, tra cui quelle di Giovanni Fasanella e Paolo Cucchiarelli; o il docufilm\u00a0<em>Non \u00e8 un caso, Moro<\/em>, di Tommaso Minniti, ispirato ai lavori di Cucchiarelli, oscurato dai media mainstream, nel quale sono presenti tre testimonianze fondamentali: uno, riportata, di Tina Anselmi; le altre due dirette: quella di mons. Fabbri, che fu braccio destro di don Curioni, allora cappellano delle carceri, nella trattativa del Vaticano per salvare la vita di Moro; quella di Claudio Signorile, ribadita anche in un suo recente volume, scritto insieme a Simona Colarizzi e pubblicato da Baldini &amp; Castoldi. \u00c8 impressionante l\u2019opera di rimozione, imbarazzato evitamento e distrazione\/depistaggio che sistematicamente viene messa in atto, anche se con sempre maggiore difficolt\u00e0, su una serie di dati, evidenze e testimonianze imbarazzanti per la narrazione ufficiale. A proposito: la magistratura, in particolar modo quella romana, non ha nulla da dire, oggi, alla luce di tante novit\u00e0 e addirittura degli atti di una commissione parlamentare, sulla vicenda? Discorso che vale anche per altri tragici eventi, che rappresentano veri e propri snodi, tra cui quello, di cui ricorre l\u2019anniversario in questi giorni, dell\u2019assassinio di Pier Paolo Pasolini. Due \u201csacrifici umani\u201d che segnato la storia della Repubblica. Forte \u00e8 la sensazione che certi terreni minati, da\u00a0<em>arcana imperii<\/em>, non siano pi\u00f9 cos\u00ec al centro dell\u2019interesse della magistratura (tranne che per alcune eccezioni), e soprattutto che l\u2019input di non avventurarsi su tali terreni venga dall\u2019alto, come dimostrano anche certe sentenze \u201cpolitiche\u201d della Cassazione. Come se la ragion di Stato (ma di quale Stato, di quello \u201cincostituzionale\u201d?) dovesse prevalere ed essere sottratta allo scrutinio del controllo di legalit\u00e0. Un\u2019interpretazione molto discutibile del primato della politica (principio in s\u00e9 ineccepibile), che diventa primato del potere opaco se non occulto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel luglio del 1992 stavo scrivendo la tesi di dottorato: mi interruppi per vari giorni, dopo la strage di via D\u2019Amelio che, a breve distanza da quella di Capaci, fu un altro colpo durissimo per l\u2019Italia: pensai che fosse tutto inutile, persino continuare a studiare. Ho ripreso a scriverla perch\u00e9 ascoltai Nino Caponnetto dire (e speriamo che avesse e abbia ancora ragione) che occorreva reagire: \u00abDobbiamo farlo per Paolo e Giovanni, dobbiamo riprendere a lavorare. Forse non \u00e8 vero che tutto \u00e8 finito\u00bb. Bisogna dire che in seguito abbiamo scoperto che gi\u00e0 allora, e poi ancora successivamente, forze oscure si sono attivate perch\u00e9 \u201ctutto finisse\u201d. Bisogna ribadire, ad esempio, quello che i poteri ufficiali e il sistema mediatico di questo Paese cercano in tutti i modi di scansare: e cio\u00e8 che quanto \u00e8 ormai definitivamente accertato come verit\u00e0 giudiziaria, ovvero il depistaggio posto in essere da uomini dello Stato sulla strage Borsellino, \u00e8 qualcosa di immane, di cui si fa ancora molta fatica a parlare, cercando di guardare, con imbarazzo, da un\u2019altra parte: eppure in un Paese che non abbia perso l\u2019anima le istituzioni non potrebbero distogliere cos\u00ec lo sguardo, insegnando di fatto una sorta di pedagogia della reticenza.\u00a0 Invece di praticare un \u201crevisionismo mafioso\u201d assai discutibile, che nega e rimuove fatti accertati e pretende di impedire indagini su determinati filoni scottanti, come sta facendo la Commissione Colosimo-Mori, bisognerebbe tentare di capire fino in fondo che cosa \u00e8 successo allora, cosa c\u2019\u00e8 sotto quella terribile storia. Perch\u00e9 ci riguarda ancora, profondamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nonostante la grande amarezza che tali vicende suscitano, c\u2019\u00e8 indubbiamente ancora un\u2019eredit\u00e0, un lascito, che ci ha portato a stimare la magistratura (o meglio, una sua parte) e a difenderne il ruolo. Per\u00f2 proprio per questo, oggi, non ci si pu\u00f2 limitare a ripetere discorsi retorici e generici sulla magistratura nella sua interezza. \u00c8 necessario riconoscere che qualche problema c\u2019\u00e8, e c\u2019\u00e8 stato. La magistratura, se vuole essere rispettata, deve essere un presidio rigoroso, equilibrato e professionale di legalit\u00e0 costituzionale. In un passato ormai lontano ha dato, anche nelle sue realt\u00e0 associative, un grande contributo culturale al rinnovamento in senso democratico e costituzionale dello Stato.\u00a0 \u00c8 ancora tale? C\u2019\u00e8 ancora questa spinta civile e culturale? La provocazione che credo debba essere lanciata con coraggio, proprio oggi, \u00e8: non \u00e8 che la magistratura si \u00e8 un po\u2019 imborghesita, normalizzata? Certamente non del tutto, non in certe realt\u00e0, ma \u00e8 innegabile che sono accadute delle cose negli ultimi anni, assai gravi, che non sono state affrontate adeguatamente, e che non riguardavano una persona (il \u201ccaso Palamara\u201d), ma un \u201ccontesto\u201d, rivelativo di un sistema. Di quelle cose bisogna parlare apertamente, scavarvi e trovare delle soluzioni, altrimenti poi non ci si pu\u00f2 lamentare se altri, proditoriamente, le strumentalizzano. Perch\u00e9 non si trattava di una \u201cmela marcia\u201d.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/11\/05\/alle-radici-della-crisi-della-magistratura-un-capitolo-dello-stato-incostituzionale\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/11\/05\/alle-radici-della-crisi-della-magistratura-un-capitolo-dello-stato-incostituzionale\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DA LA FIONDA (Di Geminello Preterossi) L\u2019indipendenza \u00e8 una condizione \u201contologica\u201d di una magistratura realmente democratica e costituzionale:\u00a0\u00e8\u00a0e allo stesso tempo\u00a0deve\u00a0essere tale. Non \u00e8 che esista in natura, l\u2019indipendenza: \u00e8 inevitabilmente basata su presupposti che sono di carattere storico, sociale e culturale. Ha bisogno di un habitat. Inoltre, \u00e8 necessario chiedersi: indipendenza non solo in che senso, ma per che cosa? 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