{"id":92702,"date":"2025-11-17T09:30:16","date_gmt":"2025-11-17T08:30:16","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92702"},"modified":"2025-11-15T14:05:23","modified_gmt":"2025-11-15T13:05:23","slug":"ilgrande-gioco-del-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92702","title":{"rendered":"Il&#8221;Grande gioco&#8221; del Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Enrico Tomaselli)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-92703\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/FB_IMG_1763211685318-300x169.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/FB_IMG_1763211685318-300x169.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/FB_IMG_1763211685318-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/FB_IMG_1763211685318-768x432.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/FB_IMG_1763211685318.jpg 1280w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019operazione Al Aqsa Flood del 7 ottobre 2023 \u00e8 indiscutibilmente un evento che ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, ed i suoi effetti sono destinati a protrarsi ancora a lungo. Ovviamente, il primo e pi\u00f9 evidente \u00e8 stato lo stop al processo di stabilizzazione-integrazione, avviato da Trump durante il suo primo mandato, e che va sotto il nome di Accordi di Abramo. Riaccendendo violentemente i riflettori sulla questione palestinese, ha messo in luce come sia semplicemente impossibile immaginare un disegno strategico per la regione senza affrontare questo nodo.<br \/>\nIn ogni caso, sia durante la fase finale della presidenza Biden, che durante il primo anno del secondo mandato di Trump, la strategia statunitense \u00e8 stata sostanzialmente basata sulla delega completa ad Israele, affinch\u00e9 risolvesse militarmente la questione; Netanyahu, oltretutto, assicurava di poterlo fare in modo pressoch\u00e9 definitivo. Ma due anni di guerre su sette fronti diversi hanno dimostrato non solo che la sicumera del leader israeliano era del tutto infondata, ma che al contrario lo sforzo bellico di Tel Aviv \u00e8 valso sostanzialmente a far crescere a dismisura la dipendenza dello stato ebraico da Washington. Esattamente come \u00e8 stato per l\u2019Ucraina di Zelensky, ad un certo punto \u00e8 apparso chiaro che il proconsole statunitense nella regione non era pi\u00f9 in grado di svolgere il ruolo di proxy militare, e che persino sotto il profilo politico stava determinando pi\u00f9 danni di quanto fosse possibile immaginare. E non solo sul piano internazionale, ma anche nel cuore elettorale dell\u2019impero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 ha reso necessario che fosse Washington a riassumere le redini del gioco. Ovviamente per gli Stati Uniti non \u00e8 possibile sganciarsi dal conflitto mediorientale cos\u00ec come stanno facendo con quello ucraino. Intanto, perch\u00e9 la potente lobby sionista negli states non lo permetterebbe. E poi perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 un equivalente dei paesi europei per ricoprire un ruolo di supplenza. Da tempo, sicuramente da quando Netanyahu ha iniziato la sua ormai ventennale carriera politica, il rapporto tra Tel Aviv e Washington \u00e8 progressivamente mutato, sino al punto che oggi Israele \u00e8 diventato un vero e proprio simbionte. Ma a partire dal 7 ottobre, la simbiosi ha via via subito una ulteriore accelerazione, ed al tempo stesso una ulteriore modifica, caratterizzandosi sempre pi\u00f9 come una relazione parassitaria. Israele si aggrappa agli USA come un bagnante in pericolo si aggrappa a chi lo sta aiutando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fondamentalmente, infatti, per la leadership israeliana \u2013 che in questo riflette un sentiment diffuso in larghissima parte della popolazione ebraica del paese \u2013 non c\u2019\u00e8 in gioco semplicemente una questione di difesa degli interessi strategici propri del paese; che peraltro non sempre coincidono con quelli statunitensi. Per Israele entrano in ballo altri due fattori, apparentemente opposti: da un lato, la percezione di essersi spinti fin sull\u2019orlo dell\u2019abisso, e quindi la paura di una effettiva minaccia esistenziale, e dall\u2019altro la pulsione messianica verso l\u2019espansione e la costruzione di Eretz Israel. Ambedue i fattori sono irrazionali, e quindi difficili da governare. Ma al tempo stesso trovano una sorta di sintesi, nella percezione che la conquista di nuovi territori funzioni anche come un allontanamento spaziale della minaccia, un modo per acquisire quella profondit\u00e0 strategica che Israele non ha mai avuto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista degli Stati Uniti, quindi, la necessit\u00e0 di riprendere in mano le redini \u00e8 sia tattica \u2013 per riassumere il controllo del proxy, evitarne mosse dannose e contenerne la continua richiesta di risorse \u2013 sia strategica \u2013 per tornare a cercare di far prevalere i propri interessi, in un\u2019area fondamentale per la grande partita globale. Operazione che per\u00f2 \u00e8 resa estremamente difficile, se non impossibile, dalla natura del rapporto simbiotico \u2013 che non pu\u00f2 essere rescisso \u2013 dalla irrazionalit\u00e0 (e quindi dalla incontrollabilit\u00e0) israeliana, ma anche e soprattutto dal fatto che questi elementi sono un ostacolo insuperabile alla definizione di una strategia praticabile.<br \/>\nIn ogni caso, in questa fase Washington cerca appunto di tenere a freno Tel Aviv, e di articolare una strategia regionale, capace di tenere insieme molti interessi diversi, ma sotto l\u2019unico ombrello della sua supervisione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa linea strategica si articola su pi\u00f9 piani diversi, costantemente sotto tensione per la tendenza israeliana a sottrarvisi ed a forzare la mano. Il primo livello \u00e8 quello dei vecchi Accordi di Abramo. Il fatto che Trump abbia dovuto chiedere al Kazakhistan il cadeau di una sottoscrizione degli stessi, in cambio di alcuni accordi commerciali, testimonia delle difficolt\u00e0 che l\u2019avanzamento di questa parte del piano sta tutt\u2019ora incontrando \u2013 e sempre come ricaduta del 7 ottobre. \u00c8 abbastanza evidente che Netanyahu non \u00e8 particolarmente interessato, e comunque non \u00e8 disposto a nulla per favorirne il progresso. Sul tavolo, non c\u2019\u00e8 soltanto la questione di Gaza, ma anche l\u2019ormai incombente annessione di una ulteriore parte della Cisgiordania (e, di fatto, della liquidazione dell\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese, ritenuta ormai inutile persino come entit\u00e0 collaborazionista), che costituiscono un ostacolo insormontabile per l\u2019Arabia Saudita, il partner chiave per far decollare gli Accordi, che infatti si trova nella condizione di non poterli sottoscrivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un passetto in questa direzione, ma in larga misura meramente simbolico, potrebbe essere l\u2019adesione della Siria, che potrebbe verificarsi dopo la conclusione di un accordo tra Damasco e Tel Aviv rispetto all\u2019occupazione israeliana del sud siriano. Partita non semplicissima da chiudere, peraltro. Ma pure se alla fine anche la Siria si unisse agli Accordi, non sfugge a nessuno che ci\u00f2 accadr\u00e0 sotto la pressione politica statunitense e quella militare israeliana. E comunque il paese \u00e8 di fatto cantonalizzato, con un governo precario tenuto in piedi soltanto da chi muove i fili a Washington ed Ankara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su un altro piano, il disegno statunitense punta allo smantellamento dell\u2019Asse della Resistenza per via politico-diplomatica, nella convinzione che smontandolo pezzo dopo pezzo si otterr\u00e0 il risultato di isolare ed indebolire l\u2019Iran, e quindi \u2013 in prospettiva \u2013 di indurlo a pi\u00f9 miti consigli. Questa parte del disegno strategico USA si sta attualmente dipanando in particolare nei confronti del Libano e dell\u2019Iraq, ed \u00e8 gestito dal rappresentante di Trump, Tom Barrack \u2013 che si muove e si considera come una sorta di governatore in pectore della regione. In entrambe i paesi, l\u2019obiettivo \u00e8 quello di arrivare al disarmo delle milizie che fanno capo all\u2019Asse della Resistenza, Hezbollah (ma anche Amal) in Libano, e le varie formazioni riunite nelle Forze di Mobilitazione Popolare, in Iraq. Sia a Beirut che a Baghdad, questo compito dovrebbe essere affidato ai rispettivi capi di governo, Nawaf Salam e Mohammed Shia\u2019 al-Sudani \u2013 che ha appena rivinto le elezioni, anche se non con una vittoria eclatante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A rendere per\u00f2 assai complicata questa parte del disegno statunitense, ci sono dei fattori reali. In Libano, gli ostacoli maggiori sono rappresentati dal fatto che la compagine governativa comprende comunque ministri di Hezbollah e di Amal, senza le cui forze parlamentari non sarebbe possibile governare, e soprattutto che l\u2019esercito libanese \u2013 cui dovrebbe essere affidata l\u2019operazione di disarmo delle milizie sciite \u2013 non \u00e8 assolutamente in grado di portare a termine l\u2019operazione. E non lo \u00e8 sia perch\u00e9 almeno la met\u00e0 dei suoi effettivi sono a loro volta sciiti (e si pu\u00f2 stare sicuri che Hezbollah ha tra questi molti suoi uomini), sia perch\u00e9 l\u2019esercito \u00e8 troppo debole militarmente, in confronto ad Hezbollah. Paradossalmente, perch\u00e9 i patron occidentali del Libano (USA e Francia in primis) non hanno mai voluto che si rafforzasse, proprio affinch\u00e9 non fosse in grado di opporre resistenza all\u2019IDF.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Situazione simile in Iraq, dove le Forze di Mobilitazione Popolare sono in effetti integrate nell\u2019esercito nazionale iracheno, e dove comunque gli sciiti sono la maggioranza della popolazione. Lo stesso al-Sudani \u00e8 sciita, e quando arriv\u00f2 la prima volta alla guida del paese era considerato filo-iraniano. Rispetto al Libano, Washington ha una leva potente, poich\u00e9 controlla di fatto le vendite del petrolio iracheno, che rappresentano il 90% delle entrate statali. Per\u00f2 la posizione di al-Sudani \u00e8 di costante ricerca dell\u2019equilibrio tra gli USA ed il potente vicino iraniano, cui sono legate appunto le milizie armate. Anche l\u2019altro importante leader sciita, Muqtada al-Sadr, a sua volta alla guida di una milizia, sebbene non sia (pi\u00f9) filo-iraniano \u00e8 per\u00f2 fortemente nazionalista, e quindi a sua volta non vede di buon occhio l\u2019egemonia statunitense su Baghdad. Oltretutto, probabilmente non a torto, f\u00e0 conto che se dovesse passare il disarmo delle Forze di Mobilitazione Popolare, poi toccherebbe a lui.<br \/>\nLa situazione in questi due paesi, quindi, vede sostanzialmente uno stallo del disegno USA. Nel quale, con tutta evidenza, conta di inserirsi Netanyahu, offrendo a Washington l\u2019opportunit\u00e0 di aggiungere alla pressione politica una bella impennata di quella militare. Di fatto, Israele si sta preparando per una nuova guerra contro il Libano, ed \u00e8 probabile che finir\u00e0 col forzare la mano a Trump e ad ottenerne il via libera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su un piano ancora pi\u00f9 sofisticato, gli Stati Uniti pensano ad una sorta di grande alleanza anti-iraniana che veda insieme Israele, Arabia Saudita e Turchia. Questa, in ultima analisi, dovrebbe essere la chiave di volta dell\u2019isolamento di Teheran, mettendo insieme i principali paesi che hanno interesse ad eliminare l\u2019influenza iraniana e sciita nella regione. Ma, per quanto Erdogan sia un politico spregiudicato, quello che vale per l\u2019Arabia Saudita \u2013 in relazione alla questione Palestina \u2013 vale ancor pi\u00f9 per la Turchia. Oltretutto, Erdogan si \u00e8 speso molto di pi\u00f9 dei sauditi nel sostenere la causa palestinese, e per quanto mantenga sotto traccia buoni rapporti commerciali con Tel Aviv, \u00e8 evidente che la sua politica di influenza neo-ottomana entra in conflitto diretto con Israele, in particolare su quelli che Ankara considera territori di sua storica influenza, Siria e Palestina appunto. A sua volta, del resto, gli israeliani non si fidano assolutamente dei turchi, e li vogliono quanto pi\u00f9 possibile lontani ed ai margini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da tutto ci\u00f2, emerge abbastanza chiaramente che i piani statunitensi per il Medio Oriente sono molto ambiziosi, ma anche \u2013 a dir poco \u2013 molto complicati. Da questo punto di vista, \u00e8 facile prevedere che salteranno uno dopo l\u2019altro, e che a riprendere spazio sar\u00e0 l\u2019iniziativa israeliana.<br \/>\nDi ci\u00f2 si ha gi\u00e0 una chiara avvisaglia proprio a Gaza. Che il piano Trump non potesse funzionare era evidente sin dal primo momento, sia per la sua superficialit\u00e0, sia per l\u2019elusione totale delle questioni nodali, sia per l\u2019inconciliabilit\u00e0 delle posizioni che voleva forzare a trovare l\u2019accordo. E quindi \u00e8 stato per tutti una necessit\u00e0 (Trump lo ha preteso da Netanyahu, sia pure modificando i termini del piano per compiacere il leader israeliano) o una opportunit\u00e0 (per la Resistenza ed il popolo palestinese, che hanno potuto rifiatare parzialmente).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mentre ufficialmente si continua a discutere dell\u2019aria fritta \u2013 la forza di interposizione internazionale, il mandato ONU, la composizione della governance\u2026 \u2013 nella realt\u00e0 dei fatti si sta gi\u00e0 andando in tutt\u2019altra direzione. E ovviamente non ci si riferisce qui alle continue violazioni israeliane del cessate il fuoco, ma a qualcosa di molto pi\u00f9 sostanziale. Di fatto, si sta concretizzando l\u2019idea della divisione in due della Striscia di Gaza, pi\u00f9 o meno lungo l\u2019attuale linea gialla, con un parte (circa il 58% del totale) sotto stretto controllo israeliano, abitata esclusivamente da una popolazione filtrata dall\u2019intelligence di Tel Aviv, e dove le varie gang criminali come quella di Abu Shabab verranno impiegate per mantenere l\u2019ordine. Questa parte verr\u00e0 parzialmente ricostruita, secondo un modello urbanistico concentrazionario, con agglomerati abitativi isolati l\u2019uno dall\u2019altro (le cosiddette Comunit\u00e0 Sicure Alternative) e le vie di comunicazione sotto stretto controllo militare. In pratica, una ulteriore trasformazione dal grande carcere a cielo aperto che era la Striscia, ad una serie di panopticon digitali dove segregare la popolazione sottomessa.<br \/>\nMa se salta la seconda fase del piano, e si va in questa direzione prima delle elezioni di mid-tem, si aggiunger\u00e0 un elteriore elemento di debolezza per la compagine trumpiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo quanto riportato dal giornale israeliano Haaretz, Israele e Stati Uniti hanno gi\u00e0 predisposto un piano in tal senso. Il tenente generale statunitense Patrick Frank, a capo del Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) di Kiryat Gat, ha recentemente inviato un\u2019e-mail ai suoi colleghi sottolineando l\u2019urgenza di portare avanti il piano. Una mossa, questa, che riveler\u00e0 ancora una volta ai paesi arabi come gli Stati Uniti siano inemendabilmente falsi ed inaffidabili, ed alla fine sempre pronti ad accodarsi ad Israele.<br \/>\nDal canto suo, Netanyahu dopo aver dovuto subire l\u2019imposizione del cessate il fuoco (che comunque non gli sar\u00e0 dispiaciuta pi\u00f9 di tanto, visto che cos\u00ec si \u00e8 evitato di dover dar seguito all\u2019ennesima promessa di distruggere Hamas), nel giro di un paio di mesi \u00e8 gi\u00e0 riuscito a ribaltare la situazione, e ad indirizzare le cose in una direzione gradita ad Israele.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Stesso gioco che si prepara a fare in Libano, dove chiaramente il piano Barrack di far disarmare Hezbollah dall\u2019esercito non poteva che fallire, e dove quindi si appresta a presentare una nuova guerra libanese come la sola alternativa per liquidare la milizia sciita.<br \/>\nO quantomeno, questa sar\u00e0 la storiella che rifiler\u00e0 ancora una volta a Trump, per ottenerne l\u2019appoggio e i mezzi necessari. Che, a sua volta, pur sapendo che la storia fa acqua da tutte le parti non avr\u00e0 comunque nulla in mano per opporvisi.<br \/>\nAl di l\u00e0 dei problemi personali di Netanyahu, e di quelli politici della sua maggioranza di governo, la questione ha una dimensione pi\u00f9 ampia, ed \u00e8 sostanzialmente riassumibile in un concetto fondamentale: l\u2019unico modo per tenere ancora unit\u00e0 la societ\u00e0 israeliana \u00e8 la guerra, l\u2019unico modo per sostenere uno stato di guerra permanente \u00e8 l\u2019appoggio USA e mantenerla a bassa intensit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Israele deve sfruttare al massimo la sua superiorit\u00e0 aerea, che consente di colpire a basso rischio e danno elevato, senza mettere a repentaglio le forze di terra. L\u2019IDF, infatti, \u00e8 estremamente provato dai due anni di guerra in Palestina e Libano, sconta un elevato deficit di personale (almeno 12.000 militari in meno), conta una forte incidenza di PSTD tra i reduci, ed una gran quantit\u00e0 di inabili per ferite di guerra, nell\u2019ordine delle migliaia. Mettere mano a misure per reintegrarne la capacit\u00e0 (si parla di aumentare la durata, gi\u00e0 considerevole, del servizio obbligatorio) rischia di inasprire le spaccature sociali \u2013 ad oggi, ci sono quasi 50.000 haredimi renitenti alla leva.<br \/>\nCi\u00f2 nonostante, l\u2019uso delle forze di terra diventa ineludibile, nella strategia israeliana. L\u2019occupazione di Gaza terr\u00e0 occupata una quota significativa di militari, per un lungo periodo. L\u2019inasprirsi della tensioni in Cisgiordania, dove si sta preparando il terreno per una ulteriore parziale annessione, ne impegna un\u2019altra quota. Poi c\u2019\u00e8 l\u2019occupazione della Siria meridionale. E la guerra contro Hezbollah dovr\u00e0 giocoforza arrivare, ancora una volta, ad un attacco lungo il confine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quello di cui Israele necessita, quindi, ed anche ci\u00f2 che pu\u00f2 permettersi, \u00e8 in effetti una guerra ad intensit\u00e0 variabile. Che mantenga una pressione militare costante, su uno o pi\u00f9 fronti, e che periodicamente venga incrementata-accelerata, con guerre cinetiche ad alta intensit\u00e0 ma di breve durata.<br \/>\nIl limite di questa strategia \u00e8 che \u00e8 semplicemente vecchia e consunta. Si tratta infatti di una elaborazione della strategia storica israeliana della deterrenza, basata su una ricorrente lezione impartita ai nemici con una azione militare violenta, concentrata e veloce, che per\u00f2 funzionava con paesi arabi scarsamente modernizzati e scarsamente motivati, e con formazioni di guerriglia limitate per organizzazione e capacit\u00e0. Ma \u2013 ancora una volta\u2026 \u2013 il 7 ottobre ha mostrato una realt\u00e0 radicalmente diversa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le formazioni di guerriglia come quelle della Resistenza palestinese hanno raggiunto una capacit\u00e0 operativa e strategica di altissimo livello, ed hanno dimostrato una resilienza superiore a quella dell\u2019IDF. Formazioni come quella di Hezbollah sono ormai praticamente equiparabili ad un vero e proprio esercito, con un radicamento territoriale ed una flessibilit\u00e0 operativa che le forze armate israeliano non hanno. Un piccolo stato come lo Yemen ha dimostrato una sorprendente abilit\u00e0 strategica, ed una considerevole resilienza. Per non parlare ovviamente dell\u2019Iran, che ha saputo calibrare la propria capacit\u00e0 di combattimento esattamente su misura del nemico israeliano, mostrando come l\u2019investimento su droni e missili abbia largamente neutralizzato strategicamente la superiorit\u00e0 aerea di Tel Aviv.<br \/>\nCi\u00f2 significa che la tattica israeliana si fa sempre pi\u00f9 rischiosa, poich\u00e9 logora inutilmente sia le forze armate che la societ\u00e0 civile, senza mai ottenere un risultato che dia quantomeno un certo lasso di tempo di tranquillit\u00e0. Per quanto a bassa intensit\u00e0, una guerra cos\u00ec lunga \u2013 e di cui non si vede la fine \u2013 ha un impatto estremamente incisivo sulla tenuta economica e sociale del paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma tutto questo significa anche che la dipendenza israeliana dagli Stati Uniti aumenta vistosamente. Sia in termini di aiuti economici e politici, sia in termini di forniture militari, sia in termini di supporto diretto nella difesa del paese. E questo, ovviamente, ha un prezzo. Per quanto le lobbies sioniste in USA mantengano un forte potere di condizionamento, le politiche genocidarie di Israele ne hanno fortemente indebolito l\u2019influenza, tanto che oggi si \u00e8 reso necessario un forte investimento di propaganda, per cercare di ripristinare l\u2019immagine compromessa di Israele presso i cittadini statunitensi. L\u2019amministrazione Trump, quindi, per quanto debole sul piano delle proposte strategiche \u2013 e della sua capacit\u00e0 di portarle avanti \u2013 ha comunque in mano una leva in pi\u00f9, se non altro per frenare l\u2019irruenza israeliana.<br \/>\nOvviamente finch\u00e9 resta la simbiosi, la limitazione vale per entrambe. Infatti il rischio \u00e8 che \u2013 per restare alla metafora precedente \u2013 affoghino tutti e due.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In ogni caso, e viene da dire quasi ineluttabilmente, Israele non pu\u00f2 fare altro che cercare di trascinare con s\u00e9 gli Stati Uniti, spingendoli verso un coinvolgimento crescente anche nelle guerre. Anche se ovviamente Washington non rimetter\u00e0 mai pi\u00f9 boots on the ground in Medio Oriente, Tel Aviv vuole che partecipi con la sua aviazione e la sua marina alle operazioni offensive. Soprattutto se \u2013 o quando \u2013 si arriver\u00e0 ad un nuovo attacco contro l\u2019Iran, dove il mero supporto di intelligence e nella difesa dello spazio aereo sarebbe assolutamente insufficiente.<br \/>\nTutto ci\u00f2 costituisce comunque un gioco sul filo di lama, dove ogni pezzo deve incastrarsi alla perfezione, altrimenti l\u2019intero disegno va all\u2019aria.<br \/>\nPer Trump, la partita \u00e8 condizionata dalla perdita di consensi in casa, dall\u2019avvicinarsi delle elezioni per il Congresso, e soprattutto dal fatto che \u2013 per quanto rilevante \u2013 il teatro mediorientale non \u00e8 l\u2019unico di cui deve occuparsi. Diversamente da Israele, per la quale questa non \u00e8 soltanto l\u2019unica partita, ma \u00e8 anche quella per la vita o la morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In tutto questo, non bisogna dimenticare che anche gli altri attori, regionali ed internazionali, sono presenti ed agiscono, non come mere pedine di un gioco altrui.<br \/>\nL\u2019Iran, ad esempio, sta muovendosi sempre pi\u00f9 pragmaticamente, rafforzando le sue capacit\u00e0 di difesa e di attacco, ma soprattutto rinsaldando sempre pi\u00f9 la sua collocazione strategica all\u2019interno di un contesto euroasiatico, collocandosi politicamente oltre che geograficamente come snodo centrale tra la Russia e l\u2019Oriente. Il suo ruolo come potenza regionale, quindi, cerca ed ottiene ancoraggio in questo posizionamento, e non pi\u00f9 solo nell\u2019investimento sull\u2019Asse della Resistenza. Che resta per\u00f2 un elemento cardine per mantenere la sua influenza, e non essere relegato all\u2019Asia Centrale. Probabilmente, come del resto \u00e8 stato nelle precedenti occasioni, non interverrebbe direttamente a sostegno di Hezbollah, in caso di una nuova guerra con Israele. A meno che l\u2019alleato non fosse a rischio serio di subire una sconfitta strategica \u2013 cosa che, allo stato attuale delle cose, Israele non sembra essere assolutamente in grado di ottenere.<br \/>\nIn questa fase, Teheran gioca in attesa, perch\u00e9 il tempo \u00e8 dalla sua parte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche la Turchia gioca la sua partita, che ovviamente ha al suo centro la Siria \u2013 con tutto ci\u00f2 che comporta, questione curda al primo posto. L\u2019attuale partizione di fatto del paese va sicuramente contro gli interessi di Ankara, ma al momento non \u00e8 in grado di contrastarla. Porsi come potenziale gestore di crisi, per conto di Washington, \u00e8 ovviamente un\u2019opzione allettante per Erdogan, ma per assumere pienamente questo ruolo deve superare l\u2019ostilit\u00e0 israeliana, e soprattutto deve attendere di risolvere realmente la questione curda. Probabilmente, anche un maggiore ritiro delle forze statunitensi dall\u2019area (Siria e Iraq) \u00e8 un passaggio necessario. La partita che sta giocando la Turchia \u00e8 comunque di medio-lungo periodo, e sia Erdogan che il suo ministro degli esteri (e probabile successore) Hakan Fidan, ragionano in questi termini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un altro attore che si muove pragmaticamente e con lo sguardo lungo, \u00e8 naturalmente la Russia. Chi aveva pensato che, con la caduta di Assad, sarebbe stata solo una questione di tempo prima che venisse estromessa dalla regione, aveva ovviamente fatto i conti senza l\u2019oste.<br \/>\nInnanzitutto, per Mosca la presenza in Medio Oriente non \u00e8 affatto secondaria, poich\u00e9 \u00e8 un pezzo importante sia per la sua proiezione navale nel Mediterraneo, sia per quella che sta dispiegando nell\u2019Africa sub-sahariana. E, ovviamente, ha una presenza storica nella regione, nella quale svolge comunque un ruolo equilibratore.<br \/>\nNonostante il costante rafforzamento dei legami con l\u2019Iran, ad esempio, che preoccupa ed irrita non poco la leadership israeliana, Tel Aviv considera la presenza russa come un fattore di sicurezza. Cos\u00ec come Ankara, che vede a sua volta di buon occhio la presenza delle basi russe in Siria; Mosca, inoltre, \u00e8 vista come elemento moderatore nei confronti dell\u2019Iran.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Last but not least, anche i paesi arabi guardano alla Russia come un elemento di stabilizzazione, che in qualche modo limita le spinte destabilizzatrici che vengono da Israele, e che gli Stati Uniti non sono capaci di contrastare pi\u00f9 di tanto.<br \/>\nMosca quindi agisce con una strategia di lungo periodo, in cui al primo posto c\u2019\u00e8 il mantenimento della propria presenza in un\u2019area cruciale come il Medio Oriente. Esattamente come gli Stati Uniti (e la Cina) la Russia gioca a tutto campo, i suoi interessi \u2013 e la sua proiezione strategica \u2013 non sono regionali, e nemmeno confinati all\u2019area euroasiatica. La regione, quindi, \u00e8 solo un settore della scacchiera. Ma su cui intende fermamente posizionare le sue pedine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ancora una volta, quindi, la regione mediorientale si conferma la pi\u00f9 turbolenta, la pi\u00f9 instabile, e la pi\u00f9 pericolosa, tra tutte quelle in cui si dipana il confronto-scontro tra il vecchio mondo che tarda a morire ed il nuovo che sta crescendo. E ancora una volta, la chiave di volta di tutto \u00e8 la Palestina.<br \/>\nL\u2019ossessiva negazione israeliana di ogni ipotesi basata su due stati, che ancora persegue puntando all\u2019annientamento politico dell\u2019ANP, non lascia ovviamente altro spazio reale che all\u2019ipotesi di un unico stato, laico e democratico, che cancelli ogni forma di apartheid. Ipotesi che implica la dissoluzione dello stato di Israele, probabilmente per implosione.<br \/>\nDi questo, in qualche modo la leadership israeliana sta diventando consapevole, e non pu\u00f2 che opporvi \u2013 appunto \u2013 la guerra permanente. Con l\u2019idea che serva quantomeno a calciare un po\u2019 pi\u00f9 in l\u00e0 il barattolo, ma che in realt\u00e0 non far\u00e0 altro che accelerare la caduta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Paradossalmente, questa leadership teme di essere chiamata rispondere per il 7 ottobre \u2013 ed i cittadini israeliani si aspettano su questo risposte chiare ed inequivocabili, con le conseguenti assunzioni di responsabilit\u00e0 \u2013 ma n\u00e9 gli uni n\u00e9 gli altri si rendono conto che in realt\u00e0 la vera colpa da attribuire alla prima \u00e8 proprio l\u2019aver avvicinato la fine di Israele. Sotto questo profilo, capire se, in che misura ed a quale livello la leadership israeliana abbia lasciato accadere o meno l\u2019attacco palestinese del 7 ottobre, diventa una questione di rilevanza storica, ma assai meno di rilevanza politica. Perch\u00e9 quale che sia stato effettivamente lo svolgersi degli eventi, \u00e8 stata indiscutibilmente Al Aqsa Flood a stravolgere il quadro dell\u2019intero Medio Oriente, rendendo non soltanto possibile ma estremamente probabile la fine dell\u2019ultimo colonialismo europeo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>#TGP #Geopolitica #Israele #Medioriente<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Fonte: https:\/\/giubberossenews.it\/2025\/11\/13\/il-grande-gioco-del-medio-oriente\/p<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/share\/p\/17iEw4TaBb\/\">https:\/\/www.facebook.com\/share\/p\/17iEw4TaBb\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Enrico Tomaselli) L\u2019operazione Al Aqsa Flood del 7 ottobre 2023 \u00e8 indiscutibilmente un evento che ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, ed i suoi effetti sono destinati a protrarsi ancora a lungo. Ovviamente, il primo e pi\u00f9 evidente \u00e8 stato lo stop al processo di stabilizzazione-integrazione, avviato da Trump durante il suo primo mandato, e che va sotto il nome di Accordi di Abramo. Riaccendendo violentemente i riflettori sulla questione palestinese,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":95,"featured_media":84835,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/termometro-geopolitico.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-o7c","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92702"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/95"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=92702"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92702\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":92704,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/92702\/revisions\/92704"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/84835"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=92702"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=92702"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=92702"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}