{"id":92915,"date":"2025-11-27T12:14:10","date_gmt":"2025-11-27T11:14:10","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92915"},"modified":"2025-11-27T13:57:25","modified_gmt":"2025-11-27T12:57:25","slug":"la-banca-romana-e-il-lungo-filo-che-porta-fino-a-siena","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=92915","title":{"rendered":"La Banca Romana e il lungo filo che porta fino a Siena"},"content":{"rendered":"<p><strong>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Pigna_-_pal_Maffei-Marescotti_cortile_1240746.jpg\" width=\"363\" height=\"272\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scandalo della Banca Romana appartiene a un\u2019Italia lontana, quella dei salotti umbertini, dei ministri che si muovevano tra Montecitorio e i palazzi romani con passo felpato, dei giornali che sapevano ma tacevano, dei governi che cadevano per un dossier rimasto troppo a lungo chiuso in un cassetto. Ma pi\u00f9 si osserva quella vicenda e pi\u00f9 si ha la sensazione che l\u2019Italia, nei suoi tratti profondi, non sia mai cambiata davvero. Era il 1893, eppure la storia potrebbe essere scivolata senza sforzo fino ai giorni in cui il Monte dei Paschi di Siena, la banca pi\u00f9 antica del mondo, veniva trascinato sulla scena pubblica tra svalutazioni, aumenti di capitale, derivati travestiti da strumenti salvifici e un intreccio di poteri che rendeva impossibile distinguere ci\u00f2 che era politico da ci\u00f2 che era bancario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Banca Romana era, all\u2019epoca, uno dei sei istituti autorizzati a emettere moneta. Un privilegio enorme che avrebbe richiesto rigore, trasparenza, controlli severi. Era invece gestita come un feudo personale, un crocevia tra finanza e potere, dove la carta moneta non era un bene pubblico ma un passepartout per agevolazioni, prestiti a fondo perduto, salvataggi selettivi. Le sue casse si svuotavano mentre Roma, proclamata capitale da poco, diventava un cantiere immenso. Cantieri gonfiati, terreni venduti e rivenduti, palazzi costruiti con soldi presi a prestito e mai restituiti. La crisi immobiliare, maturata con la stessa velocit\u00e0 con cui le strade della citt\u00e0 prendevano forma, travolse la banca come un\u2019onda lunga. E la risposta della dirigenza fu un gesto che appartiene alla lunga tradizione delle scorciatoie italiane: stampare pi\u00f9 denaro di quanto fosse consentito, creare una doppia contabilit\u00e0, mascherare buchi con altri buchi, rimandare la resa dei conti in un eterno \u201cdomani\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 difficile non rivedere in questo quadro la lunga stagione del Monte dei Paschi. Anche l\u00ec un territorio, Siena, trasformato in una cittadella del potere; anche l\u00ec una banca che non era una banca qualsiasi, ma la cassaforte di una classe dirigente, l\u2019epicentro di un progetto politico locale che irradiava influenza fino a Roma. MPS aveva un peso di bilancio enorme nella provincia e nella regione, era la principale finanziatrice di iniziative culturali, sportive, sociali. Era una banca che non concedeva solo credito: concedeva appartenenza. E proprio come la Banca Romana, fu travolta quando scelse di finanziare non lo sviluppo, ma l\u2019apparenza dello sviluppo. L\u2019operazione Antonveneta \u2013 pagata a un prezzo folle, quasi due volte il suo valore di mercato \u2013 fu l\u2019equivalente contemporaneo di quei terreni romani degli anni Ottanta dell\u2019Ottocento: un acquisto avventato mascherato da visione strategica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Banca Romana mostr\u00f2 per prima quanto l\u2019opacit\u00e0 economica possa essere alimentata dalla politica. Le prime ispezioni rivelarono le irregolarit\u00e0 gi\u00e0 nel 1889. Gli ispettori trovarono una montagna di biglietti stampati illegalmente, un bilancio truccato, una gestione che aveva trasformato l\u2019istituto in una fabbrica di denaro senza garanzie. E tuttavia il rapporto rest\u00f2 segreto. Nessun ministro volle affrontare la verit\u00e0: mettere allo scoperto la voragine significava toccare uomini potenti, imprenditori legati ai partiti, giornali che campavano di finanziamenti sotterranei. Cos\u00ec la bomba venne lasciata a gorgogliare, come tante volte accade in Italia quando la politica preferisce convivere con il problema piuttosto che risolverlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 lo stesso silenzio che accompagn\u00f2 MPS per anni. Un silenzio composto, rispettoso, quasi rituale. Il sistema creditizio italiano \u00e8 sempre stato costruito su un equilibrio delicato: fondazioni, amministrazioni locali, banche, partiti. Un mosaico sottile ma potente. Le ispezioni di Bankitalia erano arrivate, gli allarmi interni c\u2019erano stati, eppure tutto veniva letto come una normale oscillazione di mercato, nulla che non si potesse gestire con una buona comunicazione o con un aumento di capitale. Ma l\u2019economia reale \u00e8 pi\u00f9 ostinata della retorica politica: i derivati Alexandria e Santorini, ideati per mascherare perdite, finirono per rivelare un sistema di gestione in cui l\u2019apparenza contava pi\u00f9 della sostanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando il crollo si fece inevitabile, la politica \u2013 proprio come nell\u2019Ottocento \u2013 reag\u00ec tardi, male e soprattutto per salvare se stessa. Giolitti tent\u00f2 di nominare Tanlongo senatore per evitargli il processo; pi\u00f9 di un secolo dopo, i governi si passavano il dossier MPS come un peso radioattivo: nazionalizzazioni temporanee, ingressi dello Stato, commissariamenti, salvataggi che venivano defin\u00ecti \u201ctecnici\u201d per non pronunciare la parola pi\u00f9 temuta: fallimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul piano economico, entrambe le vicende raccontano la fragilit\u00e0 di un capitalismo che non riesce mai del tutto a emanciparsi dalla politica. La Banca Romana stampava moneta per sostenere il mercato immobiliare di Roma, ritenuto indispensabile per consolidare il ruolo della nuova capitale. MPS acquistava Antonveneta per consolidare un\u2019identit\u00e0 bancaria che Siena e il suo sistema politico ritenevano irrinunciabile. In entrambi i casi, la banca divenne lo strumento di una missione che aveva poco a che fare con la razionalit\u00e0 economica e molto con l\u2019immaginazione politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando lo scandalo della Banca Romana esplose definitivamente nel 1892 \u2013 con l\u2019arresto di Tanlongo, la caduta del governo Giolitti, l\u2019inizio di un processo che fece acqua da tutte le parti \u2013 l\u2019Italia scopr\u00ec che la sua modernizzazione era stata costruita su fondamenta di sabbia. La nascita della Banca d\u2019Italia fu un tentativo di porre rimedio: centralizzare il potere di emissione, creare una vigilanza seria, imporre disciplina a un sistema che aveva vissuto troppo a lungo in un limbo tra pubblico e privato. Ma il Paese impar\u00f2 solo met\u00e0 della lezione. Si mise ordine ai bilanci, ma non alla relazione perversa tra finanza e politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 per questo che un secolo dopo, quando il Monte dei Paschi inizi\u00f2 la sua lunga caduta, tutto sembr\u00f2 gi\u00e0 scritto. La banca pi\u00f9 antica del mondo, come la Banca Romana, era stata usata come strumento di consenso. I meccanismi erano diversi, gli strumenti pi\u00f9 sofisticati, ma il cuore del problema era identico: un sistema bancario che, invece di creare ricchezza, la consumava per mantenere in piedi una costruzione politica che non poteva pi\u00f9 reggere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi guardiamo allo scandalo della Banca Romana come a un pezzo di archeologia finanziaria. Ma a ben vedere, \u00e8 solo il primo capitolo di una storia italiana che non accenna a ripetersi per caso: si ripete perch\u00e9 non abbiamo mai trovato il coraggio di troncare il cordone ombelicale che lega la politica al sistema del credito. Ogni volta una banca cade, ogni volta lo Stato interviene, ogni volta l\u2019opinione pubblica scopre che qualcuno sapeva tutto e ha taciuto. E ogni volta ci si illude che la lezione sia stata imparata per sempre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, come gi\u00e0 130 anni fa, la verit\u00e0 \u00e8 semplice e implacabile: quando una banca diventa il braccio finanziario della politica, la caduta non \u00e8 una possibilit\u00e0. \u00c8 una certezza. E non c\u2019\u00e8 riforma monetaria, n\u00e9 nazionalizzazione temporanea, n\u00e9 aumento di capitale che possa davvero impedirlo, se non si decide finalmente di separare ci\u00f2 che l\u2019Italia tiene unito da troppo tempo: il consenso e il credito, il voto e il denaro, la politica e la banca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u2013<\/p>\n<h4 style=\"text-align: justify;\">La lunga ombra del potere e la voce ostinata del giornalismo<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ai tempi della Banca Romana, quando i fascicoli compromettenti dormivano nei cassetti del Tesoro e gli ispettori erano invitati a ignorare le evidenze, a rompere il velo fu una stampa che non possedeva n\u00e9 i mezzi n\u00e9 l\u2019autorit\u00e0 dei grandi giornali di oggi, ma aveva qualcosa di pi\u00f9 prezioso: un\u2019insistenza morale. Maffeo Pantaleoni, alla guida del Giornale degli Economisti, non poteva sapere che la relazione segreta che gli era capitata fra le mani avrebbe incendiato la scena politica. Eppure decise di non chiudere gli occhi. Era il tipo di giornalismo che non viveva della rapidit\u00e0 della notizia ma della lentezza del pensiero: un foglio specialistico, lontano dalle tirature dei quotidiani, che per\u00f2 aveva l\u2019incomparabile libert\u00e0 di non essere prigioniero n\u00e9 dei favori n\u00e9 delle clientele.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno a lui si mosse la Roma agitata di fine secolo, dove La Tribuna di Luigi Roux e Attilio Luzzatto, giornale apertamente ostile al blocco governativo, regalava ai suoi lettori frammenti sempre pi\u00f9 nitidi di una verit\u00e0 che il potere tentava di spegnere. E quando il quadro inizi\u00f2 a rendersi comprensibile, fu la satira, con Il Don Chisciotte di Roma, a fare ci\u00f2 che spesso la politica non osa: trasformare lo scandalo in simbolo, scolpirlo nella coscienza pubblica, mostrare Giolitti e Tanlongo come ladri colti sul fatto, non pi\u00f9 come autorit\u00e0 intoccabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non era un giornalismo perfetto, n\u00e9 immune agli schieramenti. Era un giornalismo schierato, certo, ma dalla parte del diritto a sapere, che \u00e8 l\u2019unico schieramento che conti davvero in una democrazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, pi\u00f9 di un secolo dopo, quando il Monte dei Paschi cominci\u00f2 a barcollare sotto il peso delle sue operazioni azzardate, la scena sembr\u00f2 sorprendentemente familiare. Anche l\u00ec bilanci che non tornavano; anche l\u00ec dirigenti che compravano a peso d\u2019oro ci\u00f2 che il mercato non avrebbe mai valutato cos\u00ec; anche l\u00ec una rete di protezioni politiche, silenzi territoriali, reticenze istituzionali. E ancora una volta, la verit\u00e0 non venne dall\u2019alto. Non arriv\u00f2 dai comunicati della banca, n\u00e9 dalle autorit\u00e0 di vigilanza. Vennero dai giornalisti che fecero semplicemente ci\u00f2 che una societ\u00e0 moderna dovrebbe sempre pretendere da loro: fare domande.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu Il Fatto Quotidiano a svelare per primo che nel ventre di MPS si agitavano quei derivati chiamati Alexandria e Santorini, presentati come paracadute contabili ma in realt\u00e0 nati per mascherare perdite. Carlo Di Foggia segu\u00ec passo passo l\u2019ingranaggio storto della banca senese, come se stesse smontando un orologio svizzero per mostrarne i denti rovinati. E fu la Repubblica, con la ricostruzione di Carlo Bonini, a spiegare al grande pubblico l\u2019assurdit\u00e0 dell\u2019acquisto di Antonveneta: un prezzo due volte superiore al valore reale, come se qualcuno avesse deciso di comprare un appartamento fatiscente come fosse una villa sul mare. Ma fu forse Report, con il lavoro di Paolo Mondani, a compiere l\u2019operazione pi\u00f9 simile a ci\u00f2 che fece la stampa della Roma ottocentesca: raccontare non la banca, ma il sistema. Il groviglio armonioso di poteri che faceva di Siena un feudo politico in cui la banca era insieme cassaforte, datore di lavoro, strumento di influenza, leva elettorale. Una struttura talmente complessa che nessuna inchiesta giudiziaria avrebbe potuto raccontare con la stessa chiarezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In entrambi i casi, ci\u00f2 che la stampa fece non fu solo scoprire irregolarit\u00e0. Fu restituire un senso collettivo a ci\u00f2 che altrimenti sarebbe rimasto confinato nelle stanze dei tecnici. La Banca Romana non fu uno scandalo solo bancario, e MPS non fu solo una cattiva operazione finanziaria. Entrambi furono \u2013 e sono \u2013 racconti morali su come una comunit\u00e0 affronta il proprio rapporto con il potere. E in entrambi i casi, il potere reag\u00ec allo stesso modo: puntando il dito contro chi raccontava, accusando i giornalisti di creare allarme, di esagerare, di politicizzare la vicenda. Lo stesso ritornello da 130 anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma se oggi la storia della Banca Romana ci appare cos\u00ec limpida \u00e8 perch\u00e9 qualcuno, quando la politica preferiva il silenzio, scelse la parola. E se oggi capiamo MPS non come un incidente ma come una fragilit\u00e0 strutturale del nostro sistema, \u00e8 perch\u00e9 qualcuno si \u00e8 fatto carico di rendere pubbliche le domande che gli altri non volevano ascoltare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La verit\u00e0 \u00e8 che non esiste alcuna differenza di sostanza tra il Pantaleoni che consegnava un dossier a Colajanni e un cronista di Report che mette insieme fonti e documenti mentre tutti gli dicono di lasciar perdere. Sono separati da un secolo, ma uniti dalla stessa convinzione: il potere non si controlla da solo. E le banche non crollano mai senza un sistema che prima decide di non vedere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Italia, la stampa libera non \u00e8 mai stata soltanto un organo di informazione. \u00c8 stata, nel bene e nel male, il primo vero strumento di vigilanza quando gli altri si inceppano. Senza quei giornali di opposizione nell\u2019Ottocento, la Banca Romana sarebbe rimasta una nota a pi\u00e8 pagina. Senza i giornalisti che hanno scavato nel caso MPS, quell\u2019ingranaggio storto avrebbe continuato a girare ancora per anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E questo \u00e8 il vero parallelismo tra ieri e oggi: le banche cadono per errori tecnici, certo, ma la verit\u00e0 viene sempre a galla grazie a chi ha scelto di raccontare, nonostante tutto.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/11\/27\/la-banca-romana-e-il-lungo-filo-che-porta-fino-a-siena\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2025\/11\/27\/la-banca-romana-e-il-lungo-filo-che-porta-fino-a-siena\/<\/a><\/strong><\/p>\n<div class=\"addtoany_share_save_container addtoany_content addtoany_content_bottom\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano) Lo scandalo della Banca Romana appartiene a un\u2019Italia lontana, quella dei salotti umbertini, dei ministri che si muovevano tra Montecitorio e i palazzi romani con passo felpato, dei giornali che sapevano ma tacevano, dei governi che cadevano per un dossier rimasto troppo a lungo chiuso in un cassetto. 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