{"id":93258,"date":"2025-12-19T10:00:12","date_gmt":"2025-12-19T09:00:12","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=93258"},"modified":"2025-12-18T09:18:00","modified_gmt":"2025-12-18T08:18:00","slug":"innovazioni-tecnologiche-infrastrutture-del-fossile-e-conflitto-sociale-nelle-transizioni-ad-un-nuovo-regime-socio-ecologico-di-accumulazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=93258","title":{"rendered":"Innovazioni tecnologiche, infrastrutture del fossile e conflitto sociale nelle transizioni ad un nuovo regime socio-ecologico di accumulazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Matteo Vescovi)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-thumbnail\" style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/fossile.jpg\" alt=\"\" width=\"1449\" height=\"500\" data-attachment-id=\"52780\" data-permalink=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/innovazioni-tecnologiche-infrastrutture-del-fossile-e-conflitto-sociale-nelle-transizioni-ad-un-nuovo-regime-socio-ecologico-di-accumulazione\/fossile\/\" data-orig-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/fossile.jpg\" data-orig-size=\"1449,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"fossile\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/fossile-300x104.jpg\" data-large-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/fossile-1024x353.jpg\" \/><\/div>\n<div class=\"content-wrap\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"entry-content\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<pre>Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di  \r\n\u00a0 \r\nEmanuele Leonardi e Giulia Arrighetti<\/pre>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Come ci ricorda Nancy Fraser nel suo ultimo saggio, \u201cla contraddizione ecologica del capitalismo non pu\u00f2 essere nettamente separata dalle altre irrazionalit\u00e0 e ingiustizie costitutive del sistema\u201d [Fraser N. (2022), p. 100], quali l\u2019espropriazione coloniale, il patriarcato, lo sfruttamento del lavoro e la sottrazione di democrazia. Per questo la teoria critica deve tentare di analizzare queste contraddizioni all\u2019interno di un quadro interpretativo che provi a dar conto delle loro interconnessioni. In questo approfondimento, proviamo a mettere insieme alcune dimensioni di questo quadro interpretativo che riguardano il ruolo dell\u2019energia e delle tecnologie di uso generale (\u201cGeneral Purpose Technologies\u201d \u2013 GPT) nel produrre e consolidare la transizione a diversi regimi socio-ecologici di accumulazione. [ivi, p. 103]<span id=\"more-52778\"><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019applicazione della tecnologia energetica su vasta scala attraverso l\u2019architettura delle sue infrastrutture \u00e8 un passaggio essenziale da un regime di accumulazione all\u2019altro. L\u2019importanza delle infrastrutture, infatti, risiede proprio nella loro capacit\u00e0 di istituzionalizzazione del reale [Borghi e Leonardi, 2024, p. 18]. Per comprendere, quindi, i nodi storici e sociali della transizione energetica attuale \u00e8 necessario mettere in luce il ruolo storico svolto dall\u2019innovazione tecnologica, in particolare in campo energetico, e il ruolo giocato dai processi di infrastrutturazione del fossile nel risolvere le crisi dei precedenti regimi socio-ecologici di accumulazione. Di questi problemi si sono occupati alcuni autori centrali per la riflessione sulle fonti fossili, come Timothy Mitchell e Andreas Malm.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quest\u2019ultimo si \u00e8 occupato in particolare del nesso tra innovazione tecnologica e conflitto sociale. Nel suo saggio <em>Long waves of fossil development: Periodizing energy and capital<\/em> del 2018 si rif\u00e0 al lavoro di Nikolai Kondriatef che aveva individuato delle fasi cicliche di accumulazione capitalistica della durata di circa 60 anni. Questi cicli, definiti onde lunghe di accumulazione, sarebbero caratterizzati da una fase iniziale di boom, cio\u00e8 di rapida crescita di produzione e profitti, che cede il posto ad un periodo di stagnazione. Sulla scia di Kondriatef, Malm individua cinque cicli di accumulazione tra la fine del Settecento e il 2008 [Malm, 2018, p. 18]. Dal ciclo legato alla forza dell\u2019acqua si passa a quello del vapore-carbone, poi dell\u2019elettrificazione, del petrolio e infine, quello dell\u2019informatica. Ogni onda lunga pu\u00f2 essere identificata con l\u2019introduzione massiccia di una nuova fonte energetica primaria e\/o di modi nuovi di distribuirla. Osserva Malm che, anche se l\u2019innovazione tecnologica \u00e8 gi\u00e0 presente, per far s\u00ec che questa novit\u00e0 prenda piede \u00e8 necessario che il regime precedente sia entrato in crisi, cos\u00ec dar dare spazio a quello successivo. [<em>ivi<\/em>, p. 19]<\/p>\n<p>Questa correlazione tra cicli di accumulazione e innovazioni tecnologiche era stata notata gi\u00e0 a suo tempo anche da Schumpeter che l\u2019aveva declinata nella formula della <em>distruzione creatrice<\/em> del capitalismo. Questa narrazione, nella sua accezione tecnocratica, \u00e8 anche alla base dei <em>transition studies<\/em> [Geels, 2002; Mazzucato, M., &amp; Perez, C. (2023)].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Malm, invece, opera uno scarto rispetto alla versione tecnocratica seguendo l\u2019interpretazione di scuola marxista. Innanzitutto, precisa che questi cicli non vanno intesi nel senso di una transizione per sostituzione delle fonti energetiche e delle loro infrastrutture, perch\u00e9 ogni innovazione costruisce sulle successive in un processo di accumulazione ed espansione continua [ivi p. 20]. In secondo luogo, sottolinea che queste fasi non dipendono solo da fattori interni alla produzione, ma corrispondono a epoche storiche, che prevedono avvenimenti esterni al sistema economico, come guerre e rivoluzioni, cambiamenti di mentalit\u00e0 e appunto di regimi politici, all\u2019interno dei quali sono riscontrabili le linee di frattura di diversi conflitti di classe. Il fatto \u00e8 che, se anche gli investitori hanno sviluppato nuove tecnologie, queste non verranno applicate finch\u00e9 per i privati i costi di investimento sembreranno troppo alti rispetto ai possibili guadagni. Le cose cambiano nel momento in cui si presenta la possibilit\u00e0 di abbattere alcune barriere sindacali, oppure quando gli stati decidono di investire. In quel caso si possono creare le condizioni per l\u2019introduzione massiccia delle nuove tecnologie. [<em>ivi<\/em>, p. 22]<\/p>\n<p>Non si tratta, quindi, per l\u2019autore di fattori intrinsechi alla logica economica. Il capitale pu\u00f2 gettare le basi per una nuova epoca di espansione solo se \u00e8 riuscito a prevalere contro tutti i nemici e gli impedimenti sociali, incluso il lavoro organizzato. Questa vittoria si manifesta proprio con una rivoluzione tecnologica. L\u2019introduzione di una nuova fonte energetica \u00e8, spesso, la chiave per avviare la fase di espansione economica del nuovo ciclo di accumulazione. [ivi, p. 25]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La nuova fonte di energia \u00e8 usata, essenzialmente, per rimuovere le barriere a profitti pi\u00f9 elevati, principalmente quelle erette dal lavoro. Essa si diffonde nel momento in cui il ciclo di accumulazione entra nella sua fase di stagnazione e il potenziale di trasformazione rimane latente finch\u00e9 non interviene qualche rottura storica. Il processo accelera dopo aver consolidato una nuova posizione dominante, cos\u00ec l\u2019innovazione pu\u00f2 diffondersi man mano che i profitti aumentano con un meccanismo di feedback positivo che realizza la crescita esponenziale. Infine, realizzata l\u2019infrastruttura necessaria la stessa tecnologia tender\u00e0 ad essere utilizzata il pi\u00f9 a lungo possibile per cavalcare la fase di rialzo dell\u2019onda, stimolando l\u2019accumulo su una scala pi\u00f9 grande. [<em>ibidem<\/em>]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ad esempio, l\u2019introduzione massiccia del carbone-vapore avviene solo dopo il 1825 perch\u00e9 permette di spostare le fabbriche nelle citt\u00e0 dove si trova abbondanza di manodopera a basso costo. La tecnologia \u00e8 sviluppata e nota dalla fine del Settecento, ma \u00e8 solo la crisi del cotone con la rinascita di movimenti operai che convince i proprietari ad investire in questa fonte energetica. [ivi, p. 29] L\u2019introduzione di una energia fossile disponibile in quantit\u00e0 crescente e trasportabile permette ai capitalisti di svincolarsi dai legami prodotti dalla fonte energetica tradizionale, ovvero l\u2019acqua. Questa fonte, infatti, \u00e8 strettamente legata agli andamenti stagionali e al territorio in cui si riproduce e aveva dato forma anche ad una forza lavoro ben radicata e localizzata. D\u2019altra parte, delocalizzare la produzione nelle citt\u00e0 dove \u00e8 possibile trovare abbondanza di manodopera a basso costo, fa crescere anche l\u2019esigenza di costruire le infrastrutture che colleghino i territori dell\u2019estrazione e del consumo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una dinamica simile si pu\u00f2 riscontrare in ogni passaggio da una fase di accumulazione all\u2019altra. In particolare, Malm si sofferma sulla quinta ondata; quella cio\u00e8 che dalla rottura del patto keynesiano ha portato all\u2019attuale regime neoliberista. In questo caso, l\u2019innovazione tecnologica che ha permesso l\u2019aprirsi della nuova fase, ovvero l\u2019informatica, non ha a che fare con la produzione energetica, ma ha prodotto la maggiore accelerazione di emissioni di CO<sub>2<\/sub> della storia del capitalismo. Ci\u00f2 \u00e8 stato possibile perch\u00e9 la capacit\u00e0 di coordinare le produzioni su scala mondiale ha permesso tra la fine degli anni \u201870 e \u201880 del Novecento di far entrare nel sistema capitalistico fossile aree del pianeta che ne erano ancora escluse (in particolare l\u2019Asia). In questo modo, il capitale \u00e8 riuscito a spezzare la forza organizzata dei lavoratori che beneficiavano del patto keynesiano e di rimandare la crisi fiscale dello stato [Arrighi, Silver, 1999, p. 273 e s.]. In questa ottica, dobbiamo aspettarci che lo sviluppo delle energie rinnovabili in ambito capitalistico potrebbe essere funzionale a superare le strettoie della crisi di accumulazione che stiamo attraversando. [Malm, 2018, p. 34]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019introduzione di nuove fonti energetiche prevede, quindi, la costruzione di infrastrutture che, come la rete elettrica o quella informatica, presuppongono la crescita dei consumi energetici. Nello stesso tempo, la relazione tra energia e infrastrutture \u00e8 il processo che istituzionalizza il passaggio al nuovo ciclo di accumulazione, in quanto mette in forma il sociale in un particolare regime socio-ecologico. La stessa origine della parola \u201cinfrastruttura\u201d, che nel XIX secolo indicava i lavori preparatori per la costruzione delle linee ferroviarie, rimanda a quei processi di terraformazione che permettono di collegare luoghi distanti in unico sistema di relazioni [Borghi e Leonardi, 2024, p. 12]. Ricostruendo brevemente la genealogia del termine ritroviamo che i lavori di costruzione delle infrastrutture nel XIX secolo, l\u2019epoca del regime liberal-coloniale, sono gi\u00e0 a carico della spesa statale, mentre la \u201csoprastruttura\u201d, come le stazioni, sono affidate ai privati. [Carse, 2016, p. 31] Si tratta ancora della preistoria del termine, perch\u00e9 esso entrer\u00e0 nell\u2019uso comune in Europa nel secondo dopoguerra con la pianificazione militare della NATO che d\u00e0 avvio nel 1949 al programma \u201cCommon Infrastructure\u201d. [Carse, 2016] In quei documenti fondativi del quadro geopolitico che ancora ci riguarda, si stabilisce chiaramente il nuovo ruolo svolto dal petrolio nel garantire le risorse necessarie alla difesa europea, in particolare, all\u2019epoca, per i consumi dell\u2019aviazione. Anche in questo caso, la costruzione della nuova infrastruttura aveva motivazioni non strettamente economiche. Si trattava innanzitutto di implementare un programma di difesa comune rispetto alla minaccia sovietica. Ma anche di dare avvio alla fase espansiva del ciclo keynesiano che ha il suo boom proprio dal 1945 al 1973. In questo passaggio, oltre alle motivazioni geopolitiche, esistevano delle ragioni politiche e sociali di cui si \u00e8 occupato Timothy Mitchell, in particolare nel suo saggio <em>Carbon Democracy<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La tesi principale del libro \u00e8 esplicitata in apertura. Secondo l\u2019autore, le fonti fossili e in particolare il petrolio hanno creato le condizioni di possibilit\u00e0 e stabilito anche i limiti delle nostre carte costituzionali. [Mitchell, 2011, p. 1] Questi limiti riguardano l\u2019esito dello scontro tra due accezioni diverse di democrazia, quella radicale che si basa sui principi dell\u2019uguaglianza formale e sostanziale e quella che intende la democrazia come un regime politico che governa con il consenso popolare [<em>Ivi<\/em>, p. 9].<\/p>\n<p>Va considerato, quindi, che gli equilibri raggiunti attraverso le lotte sui confini [Fraser, 2022, p. 23] che hanno stabilito i limiti del nostro regime democratico saranno rimessi in discussione nel momento dell\u2019uscita dall\u2019attuale regime socio-ecologico. Per cui, data questa interdipendenza, l\u2019eventuale dismissione delle fonti fossili dovr\u00e0 comprendere anche un ripensamento dei modelli democratici che diamo per scontato. Il che comporta il fatto che siano possibili molteplici esiti del processo, sia quello verso forme di governo autoritario che quello verso forme di maggiore o diversa democrazia. Ripercorriamo in breve gli snodi principali dell\u2019argomentazione di Mitchell.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per ripercorrere la storia dal punto di vista del rapporto tra infrastrutture del fossile e democrazia \u00e8 fondamentale comprendere i conflitti sociali che si sviluppano negli snodi e interconnessioni che rendono possibili i regimi socio-ecologici di accumulazione del fossile. In particolare, il lavoro che si concentra nelle strettoie di questi sistemi infrastrutturali possiede una forza contrattuale enorme perch\u00e9 \u00e8 in grado di bloccare l\u2019intero flusso di accumulazione. [ivi, p. 19] Nel corso del XIX secolo, a mano a mano che vengono implementate le infrastrutture del carbone (miniere, ferrovie, depositi, rete elettrica) aumenta il reclutamento della forza-lavoro che amplia le occasioni di organizzazione di questi lavoratori e, quindi, ne accresce la <em>agency<\/em> sul sistema. Sul finire del secolo saranno proprio gli scioperi organizzati in questi settori e la loro capacit\u00e0 di bloccare il flusso di energia che convincer\u00e0 le \u00e9lite europee a concedere le prime forme di tutela sociale e ad allargare il coinvolgimento di queste masse attraverso il suffragio universale. Per esempio, \u00e8 dopo un prolungato sciopero dei minatori del 1889 che in Germania Bismarck decide di dare avvio alle prime forme di protezione sociale [ivi, p. 22].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 in questo momento che il sabotaggio e lo sciopero generale diventano la forma principale di mobilitazione del sindacalismo rivoluzionario. Si tratta di una modalit\u00e0 di lotta tipicamente anarchica che diventa sempre pi\u00f9 efficace perch\u00e9 le interconnessioni infrastrutturali si fanno pi\u00f9 ampie e dense. Infatti, l\u2019infrastruttura del carbone aveva bisogno di tantissima manodopera per renderne possibile l\u2019estrazione, la distribuzione e l\u2019utilizzo. \u00c8 questa minaccia costante di interruzione da parte dei lavoratori che convince gli industriali ad accettare la presenza di sindacati che siano pi\u00f9 malleabili rispetto a quelli rivoluzionari. Per cui lentamente si passa dal rifiuto totale delle organizzazioni dei lavoratori alla nascita dei sindacati aziendali. [<em>ivi<\/em>, 26]<\/p>\n<p>In questo senso, il passaggio al petrolio ha a che fare con la necessit\u00e0 di industriali e governi di spezzare la forza contrattuale di quei lavoratori dell\u2019infrastruttura del carbone. Per esempio, il primo oleodotto viene costruito in Pennsylvania nel 1860 per aggirare la capacit\u00e0 di sciopero dei camionisti incaricati del trasporto che all\u2019epoca avveniva in botti [ivi, p. 36]. In generale, poi, l\u2019estrazione di petrolio richiedeva minore manodopera rispetto all\u2019energia prodotta e per di pi\u00f9 i lavoratori rimanevano in superficie; quindi, erano pi\u00f9 facilmente controllabili rispetto ai minatori che dovevano necessariamente scendere nelle miniere dove avevano ampi spazi di autonomia nell\u2019organizzare il lavoro e, quindi, preparare gli scioperi. Inoltre, il trasporto su scala internazionale del petrolio era pi\u00f9 semplice del carbone, sia con la costruzione degli oleodotti che con il trasporto via nave. Si poteva, quindi, fare ricorso a rifornimenti alternativi quando si presentavano delle azioni di sabotaggio. [<em>ivi<\/em>, p. 39]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per questo, non \u00e8 un caso che l\u2019introduzione massiccia del petrolio in Inghilterra comincia nella marina militare poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. In questo modo Churchill, che ne fu il promotore, intendeva aggirare il rischio di approvvigionamento dovuto agli scioperi di minatori e ferrovieri inglesi. Sottolinea Mitchell che l\u2019effetto di questa scelta politica fu quello di dare una nuova forma di <em>agency<\/em> in mano alle compagnie multinazionali del petrolio con le quali lo Stato firmava un contratto i cui costi rimanevano segreto di stato. [<em>ivi<\/em>, p. 61]<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, si \u00e8 trattato di un processo lungo, tanto che ancora dopo la fine della Seconda guerra mondiale i sistemi economici dei paesi europei erano sostanzialmente basati sul carbone. Non si spiega altrimenti il primo degli accordi economici che diede vita all\u2019Unione europea, ovvero la Comunit\u00e0 Europea del Carbone e dell\u2019Acciaio (CECA) nel 1951. Questo accordo aveva lo scopo dichiarato di ridurre il potere di contrattazione dei minatori del Nord Europa facendo arrivare dall\u2019Italia una massa di lavoratori immigrati. Una manodopera sfruttata e ricattabile contro cui cresceva l\u2019odio razzista delle popolazioni locali (anche questa \u00e8 una strategia di lungo periodo dei paesi europei). In ogni caso, \u00e8 importante notare che la costruzione su larga scala degli oleodotti ad uso civile che portarono il petrolio dal Medio Oriente in Europa rientrava all\u2019interno del quadro politico di questi accordi. Fu, infatti, nell\u2019ambito del <em>European Recovery Plan<\/em> (ERP), ovvero il piano Marshall, che furono trovate le risorse per l\u2019implementazione delle infrastrutture del petrolio per l\u2019Europa. Gli USA finanziarono la costruzione di raffinerie e progettarono la costruzione degli oleodotti che portavano in Europa il petrolio estratto dalle compagne saudite che avevano una diretta partecipazione economica statunitense. Inoltre, finanziarono la costruzione di strade e fabbriche di automobile in Italia e Francia. [<em>ivi<\/em>, 29]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019introduzione del petrolio, quindi, \u00e8 stato uno degli elementi fondamentali del passaggio al regime socio-ecologico di accumulazione non tanto perch\u00e9 ha sostituito il carbone (di cui in realt\u00e0 ha sostenuto l\u2019aumento dei consumi [Fressoz, 2024]), ma perch\u00e9 ha permesso di aggirare la capacit\u00e0 di <em>agency<\/em> dei lavoratori del carbone fornendo delle fonti di approvvigionamento alternative. Il sistema delle infrastrutture del petrolio \u00e8, per\u00f2, significativamente diverso e produce strettoie differenti affidando ad altri soggetti questa <em>agency<\/em>. Innanzitutto, la dimensione mondiale delle infrastrutture richiede un aumento degli investimenti in infrastrutture. Il sistema si articola in estrazione, trasporto, raffinazione e distribuzione al dettaglio. Le ultime due fasi sono quelle che richiedono maggiore manodopera e, quindi, sono anche quelle maggiormente sottoposte al contropotere operaio. La prima e la seconda, invece, sono quelle che permettono di determinare il prezzo e, quindi, i profitti dei soggetti che ne detengono il controllo. Uno dei motivi di conflitto internazionale diventa, quindi, il controllo dei governi dei paesi estrattori, i quali, a partire dalla nascita dell\u2019istituto del protettorato dopo la Prima guerra mondiale [Mitchell, 2011, p. 78], sono normalmente guidati da \u00e9lite strettamente collegate agli interessi delle potenze egemoni (Inghilterra, Francia, USA). Non \u00e8 un caso se queste \u00e9lite si trovarono d\u2019accordo con i loro protettori nell\u2019evitare che si sviluppasse l\u2019industrializzazione dei propri paesi, in particolare dell\u2019industria legata alla raffinazione del petrolio. Alcuni dei principali conflitti post-coloniali furono proprio legati alla capacit\u00e0 di mobilitazione dei lavoratori in questo settore in crescita, come per esempio nell\u2019Iraq del 1948 [ivi, p. 103].<\/p>\n<p>Di conseguenza, la mancata industrializzazione dei paesi estrattori e la concentrazione della ricchezza estratta dal petrolio nelle mani di \u00e9lite locali, determinarono una crisi di accumulazione di capitali che non trovava investimento, in particolare dopo l\u2019aumento dei prezzi del petrolio negli anni \u201870. Questa massa di capitale mobile depositato nelle banche europee o nei paradisi fiscali sar\u00e0 una delle cause dell\u2019esplosione della speculazione finanziaria che negli anni \u201880 aprir\u00e0 la strada al neoliberismo [Arrighi, 1996, p. 328].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una strategia utilizzata dagli USA per rientrare in possesso di parte di questi capitali e governare la situazione internazionale senza intervenire direttamente negli scenari di guerra fu quella di aumentare la vendita di armi ai governi autoritari affidati alle \u00e9lite filoccidentali. Le armi come il petrolio sono una voce di spesa che pu\u00f2 aumentare continuamente e accumularsi nei depositi in attesa di utilizzi futuri. Gli accordi con dittatori e il sostegno a situazioni di conflitto che non trovano soluzioni diventeranno dopo la crisi del 1973 una strategia costante del governo USA. [Mitchell, 2011, p 230]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto riguarda, invece, il punto di vista delle multinazionali del fossile, per tutto il XX secolo la loro preoccupazione maggiore fu quella di evitare che ci fosse un eccesso di offerta di petrolio che avrebbe potuto far crollare i prezzi e, quindi, anche i loro profitti. Infatti, fin dai primi anni della sua implementazione, il petrolio \u00e8 stata una risorsa sovrabbondante. Il problema principale per le compagnie del fossile e per gli USA \u00e8 sempre stato quello di governare questa risorsa imponendone la scarsit\u00e0 [ivi, p. 205]. Rockfeller risolse la questione gi\u00e0 nel 1860 creando un monopolio di fatto nell\u2019estrazione, trasporto, raffinazione e distribuzione del suo petrolio. Mantenere questo tipo di dominio su scala internazionale, per\u00f2, era assai pi\u00f9 complesso e comportava il pieno controllo di alcuni punti strategici del suo commercio, come il canale di Suez, e imporre contratti per l\u2019estrazione e il trasporto ai paesi produttori. Il rapporto univoco tra imprese multinazionali e stato egemone (gli USA) era, dunque, fondamentale. Per questo le piccole compagnie indipendenti, come l\u2019ENI di Mattei, rappresentavano la maggiore minaccia per questo sistema, in quanto concorrevano a liberare l\u2019offerta [<em>ivi<\/em>, p. 163]. La domanda globale di petrolio, infatti, non dipende tanto dalla sua offerta, ma dalle trasformazioni socio-tecniche gi\u00e0 prodotte nella sua introduzione attraverso il processo di infrastrutturazione. Non \u00e8 possibile, cio\u00e8, alterare questa domanda in considerazione delle variazioni di prezzo, a meno di non causare brusche interruzioni del metabolismo sociale, come avvenuto nel caso della crisi petrolifera del 1973. Ne consegue che una riduzione dei prezzi determiner\u00e0 il crollo dei profitti delle compagnie che ne gestiscono l\u2019importazione e viceversa. [<em>ivi<\/em>, p. 176]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Anche quella crisi del 1973, argomenta Mitchell, non fu mai una vera crisi di approvvigionamento. E a ben vedere non fu scatenata dai meccanismi di mercato della domanda e dell\u2019offerta. Essa fu la reazione a due decisioni vicine nel tempo e correlate, ma che seguivano due logiche molto diverse. Da un lato l\u2019organizzazione dell\u2019OPEC, i paesi produttori di petrolio, stavano contrattando da tempo un aumento della loro quota di guadagni con le compagnie multinazionali del fossile, dato che queste continuavano a incassare almeno quattro volte tanto rispetto ai paesi estrattori grazie alla raffinazione del petrolio [ivi, p. 169]. Avendo mancato l\u2019accordo gli stati dell\u2019OPEC decisero un aumento dei meccanismi di calcolo che avrebbe dovuto recuperare il terreno perso negli ultimi due anni. [<em>ivi<\/em>, p. 184] Il che spinse le compagnie ad aumentare il prezzo di vendita dei prodotti raffinati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dall\u2019altro, i capi di stato dei paesi arabi, riuniti in Kuwait il giorno successivo a questo incontro dell\u2019OPEC, decisero di ridurre la loro produzione di petrolio di un modesto 5% per fare pressione sugli USA affinch\u00e9 costringessero Israele a ritornare nei confini precedenti al 1967 (la cosiddetta guerra del Kippur). Queste due diverse decisioni non sono necessariamente implicate l\u2019una all\u2019altra e non avevano di per s\u00e9 un carattere cos\u00ec dirompente da causare la crisi di approvvigionamento e l\u2019aumento repentino dei prezzi del petrolio che si verific\u00f2, invece, nei paesi consumatori. L\u2019embargo agli USA in particolare era una forma di sabotaggio politico messo in atto dagli stati arabi per ottenere un risultato politico in Palestina. Mentre il mancato accordo tra OPEC e multinazionali del fossile aveva una sua logica nel governo monopolistico della risorsa. Pertanto, in entrambi i casi non si trattava di una dinamica di mercato e la risposta successiva (l\u2019aumento vertiginoso dei prezzi e il razionamento alle pompe di benzina) sono da considerarsi il frutto di una serie di scelte coerenti delle compagnie del fossile e degli USA per piegare la situazione internazionale a loro vantaggio data la crisi di egemonia che gli USA stavano vivendo in quel delicato momento [ivi, p. 185]. All\u2019opinione pubblica fu offerta invece, la spiegazione della crisi di mercato dovute alle leggi ferree dell\u2019offerta e della domanda. L\u2019evento fondatore del senso comune neoliberista fu proprio questa spiegazione fuorviante di quanto era successo [<em>ibidem<\/em>].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto riguarda, invece, le fasi della raffinazione, la capacit\u00e0 di sabotaggio dei lavoratori rimane un aspetto centrale della loro <em>agency<\/em>. Una ricerca del 1958 di Mallet nella raffineria di Bec d\u2019Auber in Francia mostra la nascita di una nuova classe lavoratrice pi\u00f9 simile al manager, perch\u00e9 incaricata di supervisionare i processi industriali della chimica. La capacit\u00e0 di controllo del processo permette, per\u00f2, anche una diversa possibilit\u00e0 di <em>agency<\/em> legata alla disorganizzazione di questi processi produttivi che negli anni successivi i lavoratori utilizzeranno nelle loro lotte sindacali e contro la nocivit\u00e0 [<em>ivi<\/em>, p. 153]. Va notato, per\u00f2, che allora come oggi queste lavorazioni erano per lo pi\u00f9 collocate nei paesi consumatori del centro e i loro lavoratori appartenevano gi\u00e0 al patto keynesiano, con il suo corollario di tutele sindacali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La struttura di fondo dell\u2019infrastruttura del fossile, quindi, secondo Mitchell comporta l\u2019afflusso di una risorsa energetica sovrabbondante e fluida, che pu\u00f2 apparire come immateriale perch\u00e9 pu\u00f2 essere trasportata con scarso apporto di manodopera. Gli stati del centro capitalistico, gli USA e l\u2019Europa, che ne guidano il consumo detengono sul loro territorio il controllo della raffinazione. Il sistema deve rimanere in mano ad un cartello di compagnie che agisce su di una base monopolistica perch\u00e9 ne garantiscono la scarsit\u00e0 relativa controllando di fatto tutte le fasi dall\u2019estrazione al consumo. Questo afflusso continuo di energia a basso costo determina la possibilit\u00e0 di aumentare la produttivit\u00e0 del sistema garantendo l\u2019approvvigionamento militare, la crescita dei profitti e il consenso delle popolazioni (siamo in contesto di guerra fredda). Nei paesi estrattori questo sistema monopolistico \u00e8 tenuto sotto controllo da una \u00e9lite legata ad un governo di tipo neocoloniale. Mentre nel centro le richieste di maggiore democratizzazione sono tenute sotto controllo attraverso alcune concessioni alla protezione sociale. Nello stesso tempo, per\u00f2, i margini di questa democratizzazione sono stati ristretti e tenuti a bada attraverso l\u2019intervento militare e di sicurezza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cQuando l\u2019Europa \u00e8 passata dal carbone al petrolio, i precedenti successi dei suoi minatori e ferrovieri si sono rivelati molto pi\u00f9 difficili da replicare per i lavoratori petroliferi di Dhahran, Abadan e Kirkuk, o ai terminali del gasdotto e alle raffinerie sulle coste della Palestina e del Libano. Come abbiamo visto, il petrolio si muoveva per oleodotti piuttosto che per ferrovia, era abbastanza leggero da trasportare attraverso gli oceani, seguiva reti pi\u00f9 flessibili e creava una grande separazione tra i luoghi in cui veniva prodotta l\u2019energia e quelli in cui veniva utilizzata. Le richieste dei lavoratori petroliferi per i diritti del lavoro e le libert\u00e0 politiche vengono trasformate in programmi di nazionalizzazione, mentre i cartelli della produzione limitano l\u2019offerta in modo che i pozzi di petrolio per la maggior parte del XX secolo vengono trasformati in una \u201crisorsa strategica\u201d vulnerabile che aveva bisogno di eserciti imperiali e stati vassalli per proteggerla. Queste e molte altre caratteristiche socio-tecniche dell\u2019industria petrolifera hanno reso sempre pi\u00f9 difficile costruire meccanismi di politica pi\u00f9 democratica dalla produzione di petrolio.\u201d [ivi, p. 237]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel momento in cui questo equilibrio entra in crisi nel 1973 l\u2019introduzione di due dispositivi discorsivi permette di governare \u201cl\u2019eccesso di democrazia\u201d del sistema. [ivi, p. 194] Da una parte le spiegazioni legate alle leggi di mercato e dall\u2019altra quelle ambientali legate ai \u201climiti dello sviluppo\u201d. Entrambe le spiegazioni trovano appiglio nella crisi petrolifera e fanno ancora parte del discorso sulla transizione energetica.<\/p>\n<p>Il concetto stesso di crisi energetica nasce, infatti, in quel momento. La spiegazione viene fatta risalire alle leggi di mercato. Si suppone che l\u2019aumento dei prezzi dopo la crisi del 1973 sia dovuto da un lato all\u2019eccesso della domanda che cresce al di sopra dei limiti del pianeta e dall\u2019altro all\u2019esaurirsi dell\u2019offerta. Fioriscono in questo momento le teorie sulla previsione del picco del petrolio. Nascono nuove agenzie che devono prevedere il futuro: negli USA nasce l\u2019Energy Information Administration, l\u2019OCSE d\u00e0 vita all\u2019International Energy Agency (IEA), nasce il mercato dei <em>future<\/em> del petrolio [ivi, p. 197].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, l\u2019idea dei limiti della crescita e le crescenti richieste di protezione ambientale permettono di giustificare l\u2019aumento dei prezzi della materia prima con l\u2019illusione di ridurre il consumo rendendolo meno conveniente. In realt\u00e0, il volume della domanda non dipende dalle regole del mercato, ma dal processo di infrastrutturazione sociale, per cui la domanda non pu\u00f2 diminuire spontaneamente. Quindi, a patto di non limitare davvero la produzione e il consumo del petrolio attraverso processi di ristrutturazione collettiva, questi dispositivi discorsivi producono proprio l\u2019effetto voluto dalle compagnie del fossile: mantenere alti allo stesso tempo i prezzi e i consumi di petrolio [<em>ivi<\/em>, p. 189]. Non deve stupire, quindi, se in seguito all\u2019enorme crescita dei profitti di queste aziende esse cominciarono a finanziare i <em>think tank<\/em> negazionisti della crisi climatica [<em>ivi<\/em>, p. 197]. Alcuni di questi, come l\u2019Heritage Foundation sono oggi tra i principali sostenitori del presidente Trump e ne guidano le scelte politiche.<\/p>\n<p>Ripensare, quindi, la transizione energetica nel contesto dei regimi socio-ecologici di accumulazione implica ripensare le questioni del governo democratico dell\u2019energia e quella dei rapporti post-coloniali, nonch\u00e9 la collocazione italiana nello scenario internazionale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ul>\n<li>Arrighi G. (1996), <em>Il lungo XX secolo<\/em>, il Saggiatore S.r.l., Milano 2014<\/li>\n<li>Arrighi G., Silver B.J. (1999), <em>Caos e governo del mondo, come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari<\/em>, Mimesis edizioni, Milano-Udine 2024<\/li>\n<li>Borghi, V., &amp; Leonardi, E. (2024), <em>Il sociale messo in forma: le infrastrutture come cose, processi e logiche della vita collettiva<\/em>, Orthotes, Napoli-Salerno<\/li>\n<li>Carse, A. 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