{"id":93897,"date":"2026-02-10T11:00:52","date_gmt":"2026-02-10T10:00:52","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=93897"},"modified":"2026-02-10T11:09:40","modified_gmt":"2026-02-10T10:09:40","slug":"contro-la-scuola-neoliberale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=93897","title":{"rendered":"Contro la scuola neoliberale"},"content":{"rendered":"<p><strong>da ROARS (Emanuela Bandini)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-93898\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-300x161.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"161\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-300x161.png 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-1024x549.png 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-768x412.png 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-1536x824.png 1536w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Contro-la-scuola-scaled-1-2048x1098.png 2048w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<h5><strong>Il 30 gennaio \u00e8 uscito per nottetempo <a href=\"https:\/\/www.edizioninottetempo.it\/it\/contro-la-scuola-neoliberale\">Contro la scuola neoliberale<\/a>, a cura di Mimmo Cangiano, con contributi di Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Zinato, Roberto Contu. Pubblichiamo un estratto del sesto capitolo: P<em>iuttosto che niente \u00e8 meglio piuttosto? Riflessioni intorno al PNRR Scuola<\/em>\u00a0di Emanuela Bandini.<\/strong><\/h5>\n<hr \/>\n<h4><strong>Un Piano Nazionale di Ripresa o di Riforma?<\/strong><\/h4>\n<p>Quando sulla scuola italiana si \u00e8 abbattuta la pioggia di miliardi del pnrr, la maggior parte di chi a scuola ci lavora (docenti, dirigenti, personale amministrativo e collaboratori scolastici) ha sperato che tutti quei soldi sarebbero stati utilizzati, finalmente, per mettere mano, in modo diffuso e definitivo, all\u2019edilizia scolastica sistemando aule, ristrutturando servizi igienici, migliorando l\u2019accessibilit\u00e0 per le persone disabili, mettendo finalmente a norma gli oltre ventimila edifici che mancano del certificato di agibilit\u00e0 o di quello di prevenzione incendi \u2013 per non parlare delle otto scuole (e mezza) su dieci non progettate secondo le norme antisismiche [1]. Invece, i finanziamenti europei della Missione 4 del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono diventati l\u2019occasione per un tentativo di riforma generale della scuola, che investe anche, fra gli altri, gli ambiti della formazione iniziale e del reclutamento dei docenti (questi, come al solito, a costo quasi zero), quello dei percorsi d\u2019istruzione (con il potenziamento degli istituti tecnici superiori e la riforma dell\u2019istruzione tecnica e professionale) e quello del monitoraggio del sistema attraverso l\u2019estensione dei test PISA e INVALSI.<br \/>\nNon si affronteranno, qui, le questioni generali legate all\u2019insieme di tutte queste iniziative, che sollevano anche una serie di interrogativi di tipo pi\u00f9 strettamente politico (per esempio, sugli effetti generali dell\u2019adozione del sistema di governance europea anche nella scuola) e di visione complessiva del sistema d\u2019istruzione (il dibattito sul concetto di competenza; il peso enorme ormai assegnato alla digitalizzazione e alle STEM, le discipline scientifico-tecnologiche; il rapporto tra scuola e mondo del lavoro [2], quanto le criticit\u00e0 e le incongruenze della realizzazione concreta del PNRR con cui le scuole e i docenti si sono dovuti confrontare da un paio d\u2019anni a questa parte.<\/p>\n<h4><strong>La struttura generale della Missione 4 del PNRR<\/strong><\/h4>\n<p>Innanzitutto, il cosiddetto PNRR Scuola, che ammonta a 17,59 miliardi di euro, \u00e8 diviso in tre blocchi: il primo relativo alle Riforme generali, che, come si diceva, sono quasi a costo zero (il che significa, come gli insegnanti ben sanno dalla \u201cRiforma\u201d Gelmini [3] in poi, un aggravio della funzione docente o un taglio delle cattedre, e comunque che a pagare le riforme generali saranno, in qualche modo, insegnanti e studenti), a parte una trentina di milioni di euro per la creazione di Scuole di Alta formazione per docenti; il secondo dedicato alle Infrastrutture (12,66 miliardi di euro) e il terzo alle Competenze (4,9 miliardi di euro) [4].<br \/>\nDegli oltre 12 miliardi di euro messi a bilancio sotto la voce Infrastrutture, solo 4 (scarsi) sono stati riservati in modo specifico alla messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole (oltre a 800 milioni per la costruzione di nuovi edifici e 300 milioni per le strutture sportive): se li dividiamo per i pi\u00f9 di quarantamila istituti italiani, significano un po\u2019 meno di 40.000 euro per ciascuno. Spiccioli, come sa chiunque abbia ristrutturato anche solo il bagno di casa. In realt\u00e0, come si vedr\u00e0, la somma non \u00e8 stata ripartita in modo uguale fra le scuole ma, con il sistema dei bandi, alcune hanno ricevuto parecchie decine di migliaia di euro, altre quasi nulla \u2013 nonostante gli interventi edili e infrastrutturali (si tratti di impianti di riscaldamento vecchi, scale antincendio assenti o soffitti ammalorati\u2026) siano una delle necessit\u00e0 pi\u00f9 diffuse e urgenti per quasi tutti gli istituti scolastici della penisola, dal momento che quasi il 90% degli edifici \u00e8 stato costruito prima del 2000. Invece, una parte non indifferente di questo capitolo di spesa relativo alle infrastrutture, di oltre 2 miliardi di euro, \u00e8 stata riservata ad accompagnare la scuola italiana verso la definitiva informatizzazione non solo delle procedure burocratiche, ma soprattutto della didattica: si tratta di denaro destinato alla realizzazione di aule, laboratori e segreterie con dotazioni informatiche d\u2019avanguardia. I restanti 5 miliardi scarsi dei 17 totali rientrano sotto la voce Competenze e, anche di questi, quasi 2 sono dedicati, in modi e percentuali diverse, alla \u201cdigitalizzazione\u201d di docenti, studenti e personale scolastico attraverso appositi corsi di formazione che hanno al centro le STEM e la didattica digitale.<br \/>\nSi comincino a notare due elementi: il primo \u00e8 il fortissimo accento sull\u2019innovazione digitale, a cui \u00e8 riservato, tra interventi strutturali e di formazione, quasi un terzo dell\u2019intero pacchetto di fondi (secondo il recente paradigma per cui \u201cinnovazione\u201d, \u201cdigitalizzazione\u201d e \u201cmiglioramento\u201d sono ormai praticamente sinonimi), senza alcuna attenzione non solo alle voci critiche sull\u2019uso del digitale nella didattica, ma neppure al problema della rapidissima obsolescenza delle tecnologie: chi oggi acquisterebbe un modello di laptop o di smartphone o di stampante 3d vecchio anche solo di cinque anni? Che fine faranno, tra cinque anni, gli \u201cambienti smart\u201d con schermi o pareti touch e i visori per la realt\u00e0 virtuale di cui stiamo riempiendo le scuole? Non sarebbe stato meglio investire quei fondi in realizzazioni a pi\u00f9 lunga scadenza come la messa a norma degli impianti elettrici, l\u2019isolamento termico delle aule (forse, cos\u00ec, si potrebbe davvero discutere di tenere le scuole aperte d\u2019estate), le bonifiche da amianto (sono oltre duemila gli edifici scolastici in cui \u00e8 ancora presente), la creazione e l\u2019ampliamento delle biblioteche scolastiche (che non esistono ancora nel 22% degli istituti, e quando esistono sono piccole, poco fornite e aperte solo qualche ora a settimana)? Il secondo elemento \u00e8 che (a esclusione dei fondi dedicati alla realizzazione di asili nido e scuole dell\u2019infanzia e al potenziamento dei servizi mensa nel i ciclo) sembra mancare una progettazione preliminare e complessiva che stabilisca le priorit\u00e0 di investimento e le aree territoriali su cui operare: vanno bene i laboratori STEM e di lingue, vanno bene i corsi sull\u2019uso didattico dell\u2019AI, ma in quale ordine? Che cosa \u00e8 necessario o accessorio, al di l\u00e0 delle roboanti dichiarazioni d\u2019intenti sul \u201crafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensit\u00e0 di conoscenza, di competitivit\u00e0 e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticit\u00e0 del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca\u201d? Da dove cominciare, insomma, e secondo quali tappe procedere? Invece, come si \u00e8 accennato, i fondi non vengono distribuiti dai Ministeri competenti secondo una progettualit\u00e0 chiara, condivisa e trasparente, magari indirizzata da studi preventivi e corredata di una road map che individui un risultato finale auspicato, ma sono i singoli istituti scolastici a dover partecipare ai bandi per ottenerli (con una modalit\u00e0 operativa molto simile a quella del PON, il Programma operativo nazionale, finanziato anch\u2019esso, tra il 2014 e il 2020, con fondi europei), e ogni bando \u00e8 indipendente dagli altri. Infatti, non solo \u00e8 vincolata la ripartizione generale dei fondi nei tre macro-capitoli di spesa di cui si \u00e8 gi\u00e0 parlato, ma ciascuno di essi \u00e8 ulteriormente suddiviso in comparti, ognuno dei quali \u00e8 reso operativo da decreti ministeriali attuativi che i docenti hanno imparato a riconoscere dalla sigla: DM 64 STEM e multilinguismo, DM 65 Nuove competenze e nuovi linguaggi, DM 66 Didattica digitale integrata e formazione alla transizione digitale per il personale scolastico, DM19 Riduzione dei divari e contrasto alla dispersione ecc\u2026<br \/>\nQuesto sistema non tiene conto delle reali ed effettive necessit\u00e0 delle scuole (che non sono state consultate prima di mettere in piedi la macchina dei finanziamenti, n\u00e9, soprattutto, prima di deciderne la ripartizione), che quindi non possono richiederli e utilizzarli per una concreta e determinata esigenza espressa dal collegio docenti o dalla comunit\u00e0 studentesca \u2013 come rifare i bagni del terzo piano o l\u2019impianto di riscaldamento, oppure organizzare un corso di teatro o di lingua cinese. Inoltre, poich\u00e9 non \u00e8 assolutamente permesso spendere i fondi ricevuti in modo autonomo e flessibile (alla faccia della legge sull\u2019autonomia), adattandoli alle specifiche caratteristiche e necessit\u00e0 dell\u2019istituto, si<br \/>\npossono generare paradossi come quello di scuole che devono usarli per allestire laboratori avveniristici in strutture che restano ai limiti della fatiscenza, o per erogare corsi stem senza avere a disposizione tutta la strumentazione tecnologica necessaria. Sarebbe importante, invece, di fronte a finanziamenti cos\u00ec cospicui come tutti quelli che arrivano e arriveranno in futuro dall\u2019Unione Europea, dare alle scuole la possibilit\u00e0 di spenderli<br \/>\nin modo pi\u00f9 elastico, magari anche consorziandosi in reti su base territoriale, cos\u00ec da poter progettare soluzioni che rispondano sia alle urgenze che a bisogni di lunga durata: per esempio, in aree a forte presenza di studenti con background migratorio, un laboratorio di italiano l2 con meno ore settimanali ma spalmato su un triennio o un quinquennio potrebbe essere pi\u00f9 efficace, e i suoi risultati pi\u00f9 durevoli, di una full immersion di poche settimane seguita dal vuoto spinto. Ma, si sa, le regole della governance aziendalistica applicata alla scuola italiana del xxi secolo lasciano pochi spazi di manovra, anche al buonsenso.<\/p>\n<hr \/>\n<p>[1] Dati del xxii Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva.<br \/>\n[2] Per una panoramica generale sulle questioni legate alla scuola capitalista, cfr. Rossella Latempa, Davide Borrelli, \u201cLeggere \u2018La nuova scuola capitalista\u2019 oggi\u201d, 10\/03\/2025, https:\/\/www.leparoleelecose.it\/ leggere-la-nuova-scuola-capitalista-oggi\/<br \/>\n[3] Tra virgolette poich\u00e9 non si \u00e8 trattato di un progetto di riforma vero<br \/>\ne proprio, con una serie di norme a s\u00e9 stanti, ma di una serie di provvedimenti<br \/>\nconseguenti alla legge finanziaria 133\/2008.<br \/>\n[4] Tutti i dati numerici presenti in questo articolo sono desunti dalla brochure<br \/>\nhttps:\/\/pnrr.istruzione.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/PNRR_<br \/>\nIstruzione_presentazione.pdf, a cui si rimanda anche per i dettagli.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.roars.it\/contro-la-scuola-neoliberale\/\">https:\/\/www.roars.it\/contro-la-scuola-neoliberale\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da ROARS (Emanuela Bandini) Il 30 gennaio \u00e8 uscito per nottetempo Contro la scuola neoliberale, a cura di Mimmo Cangiano, con contributi di Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Zinato, Roberto Contu. 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