{"id":94192,"date":"2026-03-05T09:30:23","date_gmt":"2026-03-05T08:30:23","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94192"},"modified":"2026-03-03T11:59:03","modified_gmt":"2026-03-03T10:59:03","slug":"dal-levante-al-golfo-la-guerra-che-cambia-il-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94192","title":{"rendered":"Dal Levante al Golfo, la guerra che cambia il Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left\"><strong>di LAFIONDA(GIUSEPPE GAGLIANO)<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/081154955-e8dad5ab-5d35-4cb4-97d2-d520722b8913.jpg\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left\"><span class=\"span-info\"><i class=\"fas fa-calendar-alt\" aria-hidden=\"true\"><\/i>3 Mar , 2026<\/span>|<span class=\"span-info\"><i class=\"fas fa-user\" aria-hidden=\"true\"><\/i><a class=\"author url fn\" title=\"Articoli di Giuseppe Gagliano\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/author\/gagliano\/\" rel=\"author\">Giuseppe Gagliano<\/a><\/span><span class=\"sep-cat sep-cat-margin\">\u00a0|\u00a0<\/span><i class=\"fas fa-angle-double-right\" aria-hidden=\"true\"><\/i><a title=\"2026\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/archivio\/2026\/\">2026<\/a><\/p>\n<div class=\"contenuto-post\" style=\"text-align: left\">\n<p style=\"text-align: left\"><strong>Beirut, Teheran, Doha: tre fronti, un solo conflitto<\/strong><\/p>\n<p>Il punto non \u00e8 pi\u00f9 il singolo bombardamento, il singolo raid, il singolo nome eccellente caduto sotto i colpi. Il punto \u00e8 che il Medio Oriente \u00e8 entrato in una fase in cui ci\u00f2 che fino a ieri appariva diviso in teatri distinti oggi si salda in un\u2019unica crisi strategica. Beirut, Teheran, il Qatar, il Golfo, il Levante: tutto comincia a rispondere alla stessa logica. La guerra non resta pi\u00f9 confinata nel luogo in cui esplode. Si propaga per onde successive, colpisce la catena politico-militare degli avversari, travolge i mercati energetici, costringe gli attori regionali a ridefinire posizione, rischi e priorit\u00e0.<\/p>\n<p>Il bombardamento israeliano su Beirut nella notte tra il primo e il 2 marzo va letto esattamente in questa chiave. In superficie, la sequenza \u00e8 quella di una rappresaglia: Hezbollah colpisce nei pressi di Haifa con razzi e droni, Israele risponde con raid sulla periferia meridionale della capitale libanese, sul Sud del Libano e nella Valle della Bekaa. Ma chi si ferma a questo livello vede solo la cronaca tattica e perde la sostanza politica. La realt\u00e0 \u00e8 che il fronte libanese, rimasto formalmente sotto il logoro ombrello del cessate il fuoco del novembre 2024, \u00e8 rientrato a pieno titolo dentro la guerra regionale apertasi con l\u2019uccisione di Ali Khamenei e con l\u2019operazione israelo-americana contro l\u2019Iran.<\/p>\n<p>Hezbollah non ha presentato il proprio attacco come un semplice gesto militare, ma come una rappresaglia per l\u2019eliminazione della Guida Suprema iraniana e come un atto di difesa del Libano. Israele, da parte sua, ha reagito rilanciando la propria dottrina: colpire in profondit\u00e0, con rapidit\u00e0 e intensit\u00e0, per ristabilire la deterrenza e impedire che il fronte settentrionale torni a essere uno spazio di pressione continua. Ma n\u00e9 Hezbollah n\u00e9 Israele stanno parlando solo al Libano. Il primo deve dimostrare che l\u2019asse sciita non \u00e8 rimasto paralizzato dopo il colpo subito da Teheran. Il secondo deve dimostrare che la libert\u00e0 d\u2019azione dell\u2019asse anti-iraniano resta intatta anche mentre il conflitto si allarga.<\/p>\n<p><strong>Dahiya come messaggio politico<\/strong><\/p>\n<p>La scelta di colpire Dahiya non \u00e8 una semplice scelta di bersaglio. Dahiya non \u00e8 solo una roccaforte di Hezbollah: \u00e8 il simbolo politico, sociale e psicologico della sua presenza nella capitale. Colpirla significa toccare il centro nervoso del movimento sciita, mandare un messaggio alla sua catena di comando, alla sua base e, indirettamente, a tutto il Libano. Non \u00e8 soltanto un attacco a infrastrutture o uomini: \u00e8 un attacco alla rappresentazione stessa del potere di Hezbollah nel cuore di Beirut.<\/p>\n<p>L\u2019estensione dei bombardamenti al Sud del Libano e alla Bekaa conferma che Israele non intende limitarsi alla rappresaglia puntuale. Vuole allargare il raggio della pressione lungo tutta la profondit\u00e0 operativa del movimento, costringerlo a consumare risorse, spingerlo verso una scelta scomoda: reagire rischiando la guerra totale oppure contenersi e apparire indebolito davanti al proprio campo politico-militare. Sul piano strettamente militare, Israele prova cos\u00ec a riprendere la superiorit\u00e0 di iniziativa: ordini di evacuazione, colpi su figure considerate di alto livello, pressione simultanea su pi\u00f9 aree, combinazione di disarticolazione tattica e intimidazione strategica.<\/p>\n<p>Hezbollah, per\u00f2, non ha risposto in modo improvvisato. L\u2019uso congiunto di razzi e droni contro una base vicino Haifa indica che il movimento conserva capacit\u00e0 offensive e, soprattutto, la volont\u00e0 di riaprire il fronte nel momento in cui ritiene superata la soglia politica della sopportazione. La morte di Khamenei, in questo quadro, non \u00e8 solo un fatto iraniano. \u00c8 un evento che obbliga l\u2019intero asse sciita a ridefinire la propria postura e a dimostrare di non aver perso capacit\u00e0 di risposta.<\/p>\n<p><strong>Il Libano tra impotenza statale e guerra importata<\/strong><\/p>\n<p>La reazione del premier Nawaf Salam dice molto pi\u00f9 di quanto sembri. La sua condanna dell\u2019azione di Hezbollah, definita irresponsabile e pericolosa, mostra il dramma di uno Stato che non controlla pienamente il monopolio della forza. Beirut prende le distanze, denuncia il rischio, cerca di rassicurare cittadini e interlocutori internazionali. Ma non possiede gli strumenti per imporre davvero una linea alternativa al principale attore armato del Paese.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 questo il nodo strutturale libanese. Hezbollah non \u00e8 una milizia esterna al sistema: \u00e8 una forza politico-militare radicata, con una sua rete territoriale, sociale e logistica. Il decreto di disarmo emesso lo scorso anno \u00e8 rimasto sostanzialmente lettera morta proprio perch\u00e9 lo Stato non ha la forza necessaria per tradurre una decisione formale in una realt\u00e0 concreta. Il risultato \u00e8 un Libano a sovranit\u00e0 incompleta, in cui il governo incarna la legittimit\u00e0 internazionale, ma non il pieno controllo della sicurezza.<\/p>\n<p>In queste condizioni, ogni scambio di colpi con Israele produce una doppia destabilizzazione: militare sul confine e politica all\u2019interno. Le fughe notturne da Beirut, le strade congestionate, il panico civile ricordano che il primo costo dell\u2019escalation viene pagato, come sempre, dalla popolazione libanese. Ma il vero rischio \u00e8 un altro: non il singolo raid, bens\u00ec la dinamica cumulativa. Ogni rappresaglia aumenta la pressione a rispondere. Ogni colpo contro quadri di vertice e infrastrutture sensibili alza il prezzo della moderazione. Cos\u00ec la deterrenza smette di contenere e si trasforma in spirale di logoramento.<\/p>\n<p>Israele conserva una superiorit\u00e0 aerea e una capacit\u00e0 di colpire in profondit\u00e0 nettamente superiori. Ma Hezbollah mantiene una struttura dispersa, ridondante, adattata alla guerra asimmetrica. Questo significa che la superiorit\u00e0 tecnologica non garantisce affatto una chiusura rapida del fronte. Il vero pericolo \u00e8 il trascinamento: non una guerra totale dichiarata in un solo istante, ma una progressiva estensione degli scambi fino a rendere inevitabile un conflitto pi\u00f9 ampio. In un Medio Oriente gi\u00e0 scosso dalla crisi iraniana, il fronte libanese rischia di diventare il moltiplicatore di instabilit\u00e0 pi\u00f9 immediato.<\/p>\n<p><strong>Ahmadinejad, il simbolo colpito<\/strong><\/p>\n<p>Dentro questa nuova guerra si inserisce anche la morte di Mahmoud Ahmadinejad, uno dei nomi pi\u00f9 riconoscibili della lunga stagione di sfida iraniana a Israele e all\u2019Occidente. La sua uccisione nei raid che dal 28 febbraio martellano Teheran e altre citt\u00e0 iraniane aggiunge un\u2019altra figura di peso all\u2019elenco delle vittime eccellenti. Ma il significato della sua morte non va cercato nel potere reale che ancora esercitava, perch\u00e9 quel potere da tempo si era consumato. Va cercato piuttosto nel valore simbolico della sua parabola.<\/p>\n<p>Ahmadinejad era stato per anni l\u2019incarnazione di un certo Iran: l\u2019uomo delle origini umili, il prodotto ideale della Repubblica islamica, il presidente populista e intransigente, il nemico dichiarato di Israele, il volto pi\u00f9 aggressivo della sfida ideologica di Teheran. La sua ascesa pass\u00f2 dalla guerra Iran-Iraq, dove serv\u00ec vicino ai Basiji, all\u2019amministrazione locale, alla sindacatura di Teheran nel 2003, fino alla presidenza nel 2005, costruita con il favore di Khamenei. La Guida Suprema vedeva in lui un uomo utile, un esecutore, una figura apparentemente innocua da contrapporre tanto ai conservatori pragmatici quanto al riformismo erede degli anni di Khatami.<\/p>\n<p>Condivideva con Khamenei l\u2019origine modesta, che nel suo caso divenne il vessillo di una proposta politica basata sulla retorica dell\u2019uomo del popolo. Non amava definirsi populista, ma la sua immagine era costruita esattamente su quel terreno: abiti sobri, tono diretto, promesse di giustizia sociale, stipendi pi\u00f9 alti per insegnanti e funzionari, esposizione pubblica di uno stile di vita semplice e piccolo-borghese. La sua vittoria politica nacque anche cos\u00ec: dividendo i riformatori, neutralizzandoli e presentandosi come interprete autentico della societ\u00e0 profonda.<\/p>\n<p>La sua presidenza, dal 2005 al 2013, altern\u00f2 consenso iniziale, fondato su sussidi e redistribuzione delle rendite petrolifere, e crescente aggressivit\u00e0 in politica estera. Sfid\u00f2 apertamente gli Stati Uniti e soprattutto Israele, auspicandone la scomparsa, spingendo la retorica fino alla negazione dell\u2019Olocausto. Sul piano interno, la sua parabola divenne autoritaria nel 2009, quando la contestata rielezione e le accuse di brogli accesero il Movimento Verde. La risposta fu durissima e segn\u00f2 una frattura profonda tra parte della societ\u00e0 civile e l\u2019establishment.<\/p>\n<p>Sul piano esterno, invece, la sua linea dura sul programma atomico contribu\u00ec all\u2019inasprimento delle sanzioni contro la Repubblica islamica, salvo aprire in seguito spazi tattici di dialogo, come il messaggio inviato a Barack Obama dopo la sua vittoria elettorale e la disponibilit\u00e0 dichiarata a un confronto nel rispetto reciproco. Fu anche il primo presidente iraniano a visitare l\u2019Iraq dopo la rivoluzione, altro segnale della proiezione regionale che Teheran stava costruendo.<\/p>\n<p>Dopo il secondo mandato, Ahmadinejad tent\u00f2 pi\u00f9 volte di rientrare in scena, cercando inutilmente di ricandidarsi. Ma Khamenei, che lo aveva sostenuto agli inizi e protetto nel momento pi\u00f9 duro dopo il 2009, non gli perdon\u00f2 gli smacchi e le ambizioni degli anni successivi. Ahmadinejad fin\u00ec cos\u00ec per trasformarsi da \u201cfiglio prediletto\u201d a figura scomoda, marginale, sostanzialmente ripudiata ma incapace di arrendersi davvero. Ecco perch\u00e9 la sua morte pesa soprattutto sul piano del simbolo: colpisce un uomo che per un decennio aveva incarnato la fase pi\u00f9 ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, anche se da tempo non ne dirigeva pi\u00f9 i centri decisionali.<\/p>\n<p><strong>La guerra che arriva ai mercati del gas<\/strong><\/p>\n<p>Ma questa guerra non si limita a colpire capitali, reti militari e simboli politici. Colpisce anche il cuore dell\u2019economia energetica globale. La sospensione della produzione di gas naturale liquefatto da parte di QatarEnergy a Ras Laffan, l\u2019hub pi\u00f9 strategico del mercato mondiale del gas che viaggia via nave, \u00e8 forse il segnale pi\u00f9 eloquente di quanto il conflitto stia gi\u00e0 uscendo dal campo militare per entrare in quello geoeconomico. Se si ferma Ras Laffan, e con esso Mesaieed, non si blocca solo un impianto: si incrina una quota enorme dell\u2019equilibrio del mercato globale del gas.<\/p>\n<p>Secondo quanto riportato, i due terminal contribuiscono insieme a circa un quinto dell\u2019offerta mondiale di gas naturale liquefatto. L\u2019impatto si \u00e8 visto immediatamente sui mercati: il prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam, il Ttf, ha accelerato violentemente, passando in breve da un rialzo del 22 per cento a uno del 45 per cento nelle valutazioni infra-giornaliere. Non \u00e8 una semplice oscillazione speculativa. \u00c8 il segnale che gli operatori stanno prezzando uno shock reale e di grande ampiezza.<\/p>\n<p>QatarEnergy non \u00e8 un attore qualsiasi: dal sistema qatariota dipende tra il 12 e il 14 per cento circa delle forniture europee di gas naturale liquefatto, e una quota rilevante, seppure inferiore, del gas complessivo acquistato dall\u2019Italia. Questo significa che la crisi militare aperta dal 28 febbraio, con i droni iraniani che colpiscono il territorio del Qatar nel quadro della risposta all\u2019operazione congiunta israelo-americana, non minaccia solo il Golfo. Minaccia direttamente la tenuta energetica dell\u2019Europa e, con essa, i suoi costi industriali, la sua competitivit\u00e0 e la sua gi\u00e0 fragile sicurezza economica.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Europa e il ritorno della vulnerabilit\u00e0 energetica<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Italia, in particolare, \u00e8 esposta pi\u00f9 di quanto la politica spesso ammetta. L\u2019industria energetica italiana \u00e8 presente in Qatar, e non in modo marginale. Da Ras Laffan, QatarEnergy ed Eni hanno previsto gi\u00e0 nel 2023 di inviare, a partire da quest\u2019anno, un milione di tonnellate di gas naturale liquefatto all\u2019anno estratte dal giacimento North Field East attraverso una cooperazione di lungo periodo, con un accordo da ventisette anni. Non \u00e8 un dettaglio tecnico: \u00e8 la prova che il legame tra il sistema energetico italiano e il Qatar \u00e8 strutturale, non occasionale.<\/p>\n<p>Se questo flusso viene interrotto o rallentato da una chiusura imposta dalla guerra, il problema non riguarda soltanto le quotazioni. Riguarda la strategia energetica europea costruita negli ultimi anni per sostituire la dipendenza dal gas russo con un maggiore ricorso al gas via nave. E qui appare tutta la contraddizione del momento: un continente che ha cercato di sottrarsi a una dipendenza si ritrova ora esposto a un\u2019altra vulnerabilit\u00e0, potenzialmente costretto a comprare quote maggiori dagli Stati Uniti per compensare l\u2019eventuale mancanza del gas qatariota.<\/p>\n<p>Il conflitto tra Usa e Israele da un lato e Iran dall\u2019altro rischia quindi di produrre, oltre allo shock militare, un effetto collaterale di enorme portata: consolidare ancora di pi\u00f9 il ruolo energetico americano sul mercato europeo, mentre l\u2019Europa paga il costo dell\u2019instabilit\u00e0. Ed \u00e8 un costo che cade su economie gi\u00e0 in affanno, su un apparato produttivo sotto pressione e su una base industriale che da tempo soffre energia cara, incertezza e rallentamento.<\/p>\n<p><strong>Una sola guerra, pi\u00f9 livelli di crisi<\/strong><\/p>\n<p>Se si mettono insieme questi tre piani \u2014 il ritorno della guerra in Libano, la morte simbolicamente pesante di Ahmadinejad, lo shock energetico partito dal Qatar \u2014 emerge un quadro molto pi\u00f9 chiaro e molto pi\u00f9 inquietante. Non siamo davanti a episodi separati. Siamo davanti alla saldatura di una crisi unica che si muove contemporaneamente su tre livelli.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 quello militare: Israele allarga il conflitto, Hezbollah rientra nello scontro, l\u2019Iran risponde, il fronte regionale si moltiplica. Il secondo \u00e8 quello politico-simbolico: vengono colpite figure che, anche quando non contano pi\u00f9 nei centri decisionali, rappresentano capitoli interi della storia del potere iraniano. Il terzo \u00e8 quello geoeconomico: la guerra entra nei terminal del gas, nei prezzi, nelle forniture, nella vulnerabilit\u00e0 energetica europea.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio qui il punto decisivo. Il Medio Oriente non sta solo vivendo un\u2019escalation. Sta entrando in una fase in cui la guerra locale non \u00e8 pi\u00f9 locale, il danno politico non \u00e8 pi\u00f9 separabile da quello economico e la crisi di sicurezza si trasforma immediatamente in crisi energetica e industriale. Se Beirut brucia, Teheran perde i suoi simboli e Doha rallenta il suo gas, allora significa che il conflitto ha gi\u00e0 superato il livello della rappresaglia e si \u00e8 trasformato in un meccanismo di destabilizzazione regionale estesa.<\/p>\n<p><strong>Il prezzo della nuova fase<\/strong><\/p>\n<p>La tregua libanese del 2024 appare ormai superata dai fatti. L\u2019Iran perde figure di alto profilo, anche se non tutte strategicamente decisive. Il Qatar, nodo vitale del gas mondiale, viene investito direttamente dalla guerra. Tutto questo dice una sola cosa: il Medio Oriente sta entrando in una stagione in cui la deterrenza sar\u00e0 pi\u00f9 fragile, la politica pi\u00f9 debole e il costo della sicurezza molto pi\u00f9 alto.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 alto per i Paesi che combattono, naturalmente. Ma anche, e forse soprattutto, per quelli che si illudono di restarne ai margini. L\u2019Europa \u00e8 tra questi. Perch\u00e9 ogni volta che il Levante e il Golfo rientrano in una fase di guerra aperta, il Mediterraneo orientale, i traffici marittimi, i mercati energetici e la struttura industriale del continente entrano a loro volta in una nuova zona di rischio.<\/p>\n<p>Il punto finale, allora, \u00e8 semplice: questa non \u00e8 pi\u00f9 una serie di crisi parallele. \u00c8 una sola guerra che parla linguaggi diversi \u2014 missili, simboli, gas \u2014 ma produce un unico risultato. Allargare il disordine, ridurre lo spazio della politica e far salire per tutti il prezzo della sopravvivenza strategica.<\/p>\n<p><strong>Hormuz, il collo stretto dove si misura la fragilit\u00e0 dell\u2019Occidente<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 solo uno stretto, \u00e8 la valvola di pressione dell\u2019ordine energetico mondiale<\/p>\n<p>Lo Stretto di Hormuz torna a essere ci\u00f2 che \u00e8 sempre stato nei momenti di crisi: non un semplice passaggio marittimo, ma il punto in cui una guerra regionale pu\u00f2 trasformarsi in una scossa globale. Dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l\u2019Iran del 28 febbraio, Teheran ha alzato il livello della risposta fino al punto pi\u00f9 sensibile: il traffico energetico. Il 2 marzo l\u2019Iran ha dichiarato la chiusura dello stretto e ha minacciato di colpire qualsiasi nave tenti di attraversarlo, nella presa di posizione pi\u00f9 dura dall\u2019inizio dell\u2019escalation. Reuters riferisce inoltre che circa 150 navi, incluse petroliere e metaniere, risultano ferme o bloccate nell\u2019area, mentre assicuratori marittimi hanno iniziato a ritirare o restringere le coperture di guerra, facendo impennare i costi del trasporto.<\/p>\n<p>Qui sta il punto decisivo: Hormuz non conta per la sua geografia in s\u00e9, ma perch\u00e9 concentra in pochi chilometri una quota vitale dei flussi mondiali. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 vi sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20 per cento del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Lo stesso corridoio \u00e8 anche uno snodo centrale per il gas naturale liquefatto, soprattutto per le esportazioni del Qatar.<\/p>\n<p><strong>La vecchia illusione occidentale: colpire l\u2019Iran senza pagare un prezzo sistemico<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019errore strategico occidentale, ancora una volta, sta nell\u2019aver trattato il teatro iraniano come se fosse separabile dalla struttura materiale dell\u2019economia mondiale. Non lo \u00e8. Chi colpisce l\u2019Iran pu\u00f2 certo degradarne assetti militari, reti di comando o capacit\u00e0 di deterrenza; ma nel momento in cui Teheran decide di usare Hormuz come leva, il conflitto smette di essere solo militare e diventa logistico, energetico e finanziario. Il problema non \u00e8 soltanto quanto petrolio l\u2019Iran possa togliere dal mercato: \u00e8 quanto panico possa introdurre in una rotta che il mercato considera insostituibile nel breve periodo. Reuters segnala infatti che il traffico di petroliere e navi GNL \u00e8 stato fortemente colpito, che i costi di trasporto sono schizzati ai massimi e che il mercato sta gi\u00e0 incorporando un premio di rischio legato non solo alla scarsit\u00e0 fisica, ma alla possibilit\u00e0 di un blocco prolungato.<\/p>\n<p><strong>Il dato militare: l\u2019Iran usa la minaccia asimmetrica, non la simmetria navale<\/strong><\/p>\n<p>Sul piano strategico-militare, l\u2019Iran non ha bisogno di \u201cdominare\u201d il mare per mettere in crisi Hormuz. Gli basta renderlo instabile. \u00c8 questa la logica asimmetrica che da anni definisce la minaccia iraniana: missili costieri, droni, motoscafi veloci, mine navali, intimidazione radio, attacchi intermittenti e un uso calibrato dell\u2019ambiguit\u00e0. La minaccia non consiste necessariamente in una chiusura ermetica e permanente, ma nella trasformazione dello stretto in uno spazio a rischio tale da scoraggiare armatori, assicuratori e compagnie energetiche. Reuters e le mappe di crisi della stessa Reuters richiamano proprio il peso delle mine navali e delle minacce \u201cdeniabili\u201d in acque ristrette come quelle di Hormuz, dove profondit\u00e0 limitata, corridoi stretti e vicinanza della costa iraniana amplificano il potenziale di disturbo.<\/p>\n<p>In altre parole, Teheran non deve necessariamente fermare ogni nave. Deve convincere il mercato che attraversare quel tratto di mare non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019operazione normale. E quando ci riesce, l\u2019effetto strategico precede persino il danno materiale.<\/p>\n<p><strong>La Cina e la linea rossa dei flussi<\/strong><\/p>\n<p>Un altro elemento rivela quanto la crisi stia toccando il livello sistemico: la pressione cinese su Teheran. Bloomberg riferisce che Pechino ha spinto l\u2019Iran a mantenere aperto Hormuz e a non colpire gli hub di esportazione, in particolare quelli del Qatar, che da solo rappresenta una quota enorme del GNL importato dalla Cina. Non si tratta di un atto di equidistanza morale. \u00c8 la prova che, quando la guerra minaccia i corridoi energetici, perfino i partner strategici dell\u2019Iran cominciano a imporre limiti. La Cina pu\u00f2 tollerare molte cose; non pu\u00f2 tollerare che un alleato trasformi il Golfo in una trappola per la sua sicurezza energetica.<\/p>\n<p><strong>Scenario uno: shock breve, danno contenuto<\/strong><\/p>\n<p>Se il confronto restasse entro una finestra di due-quattro settimane, con una rapida de-escalation e una riapertura almeno parziale del traffico, l\u2019impatto sarebbe duro ma gestibile. I prezzi hanno gi\u00e0 reagito: Reuters segnala un terzo giorno consecutivo di rialzi il 3 marzo, con il Brent attorno agli 80 dollari al barile dopo i balzi iniziali e con analisti che considerano plausibile un premio di rischio persistente anche senza blocco totale. In questo scenario, il mercato assorbirebbe uno shock soprattutto psicologico e logistico, pi\u00f9 che una lunga perdita strutturale di offerta. L\u2019Europa pagherebbe attraverso rincari del gas, noli pi\u00f9 alti, costi industriali in aumento e nuova pressione inflazionistica, ma senza ancora entrare in una crisi sistemica.<\/p>\n<p><strong>Scenario due: conflitto prolungato, guerra di attrito energetica<\/strong><\/p>\n<p>Se invece l\u2019Iran adottasse una strategia di interdizione intermittente ma continua \u2014 non chiusura piena, bens\u00ec una guerra di attrito fatta di minacce, attacchi mirati, mine, droni e paralisi assicurativa \u2014 il problema cambierebbe natura. Il mercato non ragionerebbe pi\u00f9 solo in termini di prezzo del greggio, ma di affidabilit\u00e0 della rotta. Reuters segnala che il ritiro delle coperture di rischio guerra e l\u2019aumento dei premi assicurativi hanno gi\u00e0 fatto impennare il costo del trasporto; in uno scenario di mesi, ci\u00f2 significherebbe noli strutturalmente pi\u00f9 elevati, ritardi, razionamento di fatto dei flussi e forte competizione tra Europa e Asia per approvvigionamenti alternativi. In questo caso il Brent potrebbe muoversi verso la fascia a tre cifre non per un singolo evento, ma per l\u2019accumulo di disfunzioni operative.<\/p>\n<p><strong>Scenario tre: guerra regionale, shock globale pieno<\/strong><\/p>\n<p>Il quadro peggiore \u00e8 quello in cui Hormuz si salda a una vera espansione regionale del conflitto: attacchi a terminali, coinvolgimento di altri attori armati, interruzione pi\u00f9 lunga delle esportazioni qatariote di GNL, danni a infrastrutture del Golfo. Bloomberg riferisce che i mercati europei del gas hanno gi\u00e0 reagito con rialzi superiori al 20 per cento per l\u2019incertezza sul blocco delle esportazioni qatariote. Reuters aggiunge che alcune analisi di mercato non escludono, in caso di conflitto esteso, un Brent in area 120-150 dollari. A quel punto non saremmo pi\u00f9 davanti a una crisi regionale con effetti globali, ma a una vera crisi globale con epicentro regionale: trasporti, manifattura, inflazione, politica monetaria e stabilit\u00e0 sociale verrebbero trascinati tutti dentro la stessa onda d\u2019urto.<\/p>\n<p><strong>I limiti delle alternative: le rotte aggirano solo in parte il problema<\/strong><\/p>\n<p>Spesso si cita la possibilit\u00e0 di aggirare Hormuz tramite oleodotti alternativi, come quelli verso Fujairah o attraverso l\u2019Arabia Saudita. Ma il punto \u00e8 che queste vie riducono il danno, non lo cancellano. La stessa EIA sottolinea che Hormuz resta il principale collo di bottiglia petrolifero del mondo: proprio perch\u00e9 nessuna infrastruttura alternativa pu\u00f2 sostituirne rapidamente e integralmente i volumi. Questo significa che il vero effetto di una crisi a Hormuz non \u00e8 solo la scarsit\u00e0 fisica immediata, ma la distruzione della fiducia nella continuit\u00e0 del flusso. Ed \u00e8 la fiducia, nei mercati energetici, a determinare il prezzo prima ancora della nave che arriva in porto.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Europa davanti allo specchio<\/strong><\/p>\n<p>Per l\u2019Europa, la lezione \u00e8 brutale. Dopo aver trasformato la sicurezza energetica in un tema di emergenze successive \u2014 prima la Russia, ora il Golfo \u2014 il continente scopre ancora una volta di dipendere da equilibri militari che non controlla. Se Hormuz resta aperto, Bruxelles respira. Se entra in una fase di instabilit\u00e0 prolungata, l\u2019Europa torna a pagare una dipendenza costruita su sostituzioni parziali, improvvisazioni logistiche e una strategia che troppo spesso scambia l\u2019allineamento geopolitico per sicurezza reale.<\/p>\n<p><strong>La verit\u00e0 finale<\/strong><\/p>\n<p>La chiusura o anche solo la semi-paralisi di Hormuz non \u00e8 un dettaglio tattico della guerra con l\u2019Iran. \u00c8 il punto in cui il conflitto tocca il sistema nervoso dell\u2019economia mondiale. Qui si misura la differenza tra una rappresaglia regionale e una crisi di ordine globale. E qui si vede anche il limite dell\u2019Occidente: credere di poter colpire il centro della deterrenza iraniana senza mettere a rischio la principale arteria energetica del pianeta. Il mercato, le flotte e perfino la Cina hanno gi\u00e0 capito che il problema non \u00e8 solo chi bombarda chi. Il problema \u00e8 chi controlla il passaggio da cui dipende il mondo.<\/p>\n<div class=\"addtoany_share_save_container addtoany_content addtoany_content_bottom\"><\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: left\">Di:\u00a0<span class=\"nome-autore\"><a class=\"author url fn\" title=\"Articoli di Giuseppe Gagliano\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/author\/gagliano\/\" rel=\"author\">Giuseppe Gagliano<\/a><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: left\"><strong>FONTE<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/03\/03\/dal-levante-al-golfo-la-guerra-che-cambia-il-medio-oriente\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/03\/03\/dal-levante-al-golfo-la-guerra-che-cambia-il-medio-oriente\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LAFIONDA(GIUSEPPE GAGLIANO) 3 Mar , 2026|Giuseppe Gagliano\u00a0|\u00a02026 Beirut, Teheran, Doha: tre fronti, un solo conflitto Il punto non \u00e8 pi\u00f9 il singolo bombardamento, il singolo raid, il singolo nome eccellente caduto sotto i colpi. Il punto \u00e8 che il Medio Oriente \u00e8 entrato in una fase in cui ci\u00f2 che fino a ieri appariva diviso in teatri distinti oggi si salda in un\u2019unica crisi strategica. 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