{"id":94407,"date":"2026-03-18T08:30:56","date_gmt":"2026-03-18T07:30:56","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94407"},"modified":"2026-03-17T08:10:22","modified_gmt":"2026-03-17T07:10:22","slug":"la-guerra-contro-liran-svela-i-limiti-della-potenza-americana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94407","title":{"rendered":"La guerra contro l&#8217;Iran svela i limiti della potenza americana?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di ANALISI DIFESA (Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-94408\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/FB_IMG_1773730868163-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/FB_IMG_1773730868163-300x200.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/FB_IMG_1773730868163-768x512.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/FB_IMG_1773730868163.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La vera fragilit\u00e0 degli Stati Uniti in questa guerra non \u00e8 la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilit\u00e0 materiale e capacit\u00e0 di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte pi\u00f9 dei droni e dei missili impiegati dall\u2019Iran.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington pu\u00f2 anche conservare una superiorit\u00e0 tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre pi\u00f9 difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente pi\u00f9 dell\u2019attacco, la superiorit\u00e0 rischia di trasformarsi in una trappola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il complesso militare-industriale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace \u00e8 troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era gi\u00e0 accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L\u2019avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libert\u00e0 pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l\u2019efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. \u00c8 esattamente ci\u00f2 che oggi appare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La guerra del Vietnam, in questa lettura, segna una svolta: da quel momento una parte crescente dell\u2019apparato della difesa non punta pi\u00f9 in primo luogo a produrre sistemi realmente decisivi, ma a generare profitto, proroghe, finanziamenti e nuove rendite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli esempi evocati sono eloquenti: il caccia F-35 e il cacciatorpediniere stealth Zumwalt, pensato in quindici esemplari e ridotto infine a tre, diventano il simbolo di un\u2019industria che non costruisce per vincere, ma per continuare a finanziare s\u00e9 stessa. Non \u00e8 un dettaglio tecnico: \u00e8 il segno che la logica della rendita ha preso il sopravvento sulla logica dell\u2019efficacia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La rendita industriale divora la strategia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il meccanismo politico che sostiene questa degenerazione \u00e8 altrettanto importante. Dirigenti e funzionari ruotano tra Pentagono, ministeri e grandi imprese della difesa; quando cambia l\u2019amministrazione, rientrano nelle aziende, poi tornano negli apparati pubblici e orientano nuovamente leggi e commesse. In questo circuito, l\u2019efficienza del materiale acquistato diventa secondaria rispetto alla protezione degli interessi del sistema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019episodio ricordato sul Congresso americano \u00e8 rivelatore: un parlamentare ammette di votare comunque i rifinanziamenti del programma F-35, pur sapendo che non funziona come promesso, perch\u00e9 nella sua circoscrizione lavorano centinaia o migliaia di persone legate a quella filiera. In altre parole, la decisione non dipende dalla validit\u00e0 strategica del programma, ma dalla sua utilit\u00e0 elettorale. Cos\u00ec la guerra viene subordinata alla geografia della rendita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo quadro si inserisce anche il richiamo a un atto presidenziale del 2026 volto a colpire la distribuzione di dividendi e le operazioni finanziarie delle imprese del settore: un segnale che una parte del potere politico americano percepisce ormai il sistema come una macchina quasi mafiosa, capace di assorbire fondi pubblici senza garantire n\u00e9 i tempi, n\u00e9 la qualit\u00e0, n\u00e9 le quantit\u00e0 richieste dallo Stato federale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 qui che il nodo industriale si trasforma in nodo strategico: come si pu\u00f2 elaborare una vera strategia di guerra se i mezzi materiali non bastano, non perch\u00e9 siano cattivi, ma perch\u00e9 sono pochi, costano troppo e arrivano tardi? Gli Arrow e i THAAD vengono descritti come buoni sistemi, ma insufficienti in numero e gravati da costi enormi. La guerra, allora, non \u00e8 frenata dall\u2019assenza di qualit\u00e0, ma dalla scarsit\u00e0 quantitativa prodotta da un modello industriale divenuto disfunzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019illusione americana della campagna breve<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da qui nasce l\u2019illusione di poter risolvere il confronto con l\u2019Iran attraverso una campagna di bombardamenti relativamente breve, come se bastasse colpire duro e abbastanza a lungo da piegare la volont\u00e0 politica del nemico. Il modello implicito \u00e8 quello della Serbia nel 1999: bombardare, logorare, costringere alla resa. Ma il paragone \u00e8 profondamente sbagliato. La Serbia usciva da dieci anni di guerre, aveva capacit\u00e0 limitate, e soprattutto non era in grado di colpire in profondit\u00e0 i Paesi aggressori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Iran invece dispone di mezzi per attaccare infrastrutture avversarie, ha una profondit\u00e0 territoriale incomparabile, una popolazione di circa novanta milioni di abitanti ed \u00e8 preparato da tempo allo scontro. Pensare che bastino settanta giorni di raid, o anche cento, per ottenere il collasso di Teheran significa non comprendere n\u00e9 la scala n\u00e9 la natura del conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il punto decisivo \u00e8 proprio questo: nel 1999 Belgrado poteva difendersi, ma non aveva quasi la possibilit\u00e0 di portare il conflitto nel territorio degli aggressori. L\u2019Iran invece questa possibilit\u00e0 ce l\u2019ha, e la esercita. Pu\u00f2 colpire infrastrutture, aumentare i costi per l\u2019avversario, imporre una guerra di logoramento. Per questo la promessa di una guerra rapida appare velleitaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le formule cambiano continuamente: prima quattro giorni, poi una settimana, poi dieci giorni, poi due mesi, ora cento giorni. Ma quando la durata prevista si allunga di continuo, il messaggio reale \u00e8 uno solo: non esiste un piano coerente, esiste un\u2019improvvisazione che si corregge strada facendo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La regionalizzazione del conflitto e il ritorno di Hezbollah<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La crisi, inoltre, non resta confinata all\u2019asse Washington-Teheran. La guerra si \u00e8 gi\u00e0 regionalizzata di fatto. Hezbollah \u00e8 tornato in conflitto con l\u2019esercito israeliano, e questo da solo basta a demolire l\u2019idea di un\u2019operazione limitata e rapida. Non si \u00e8 pi\u00f9 davanti a un semplice duello bilaterale, ma a una crisi che pu\u00f2 coinvolgere simultaneamente Iran, Israele, Libano, Iraq, Siria e l\u2019intero spazio della proiezione regionale sciita e anti-israeliana. In questo scenario ogni calcolo lineare crolla, perch\u00e9 l\u2019attore colpito non risponde soltanto con mezzi propri ma attraverso una profondit\u00e0 strategica costruita nel tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La scorciatoia della guerra civile<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A questa impasse si aggiunge una seconda illusione: quella della decapitazione politica e della destabilizzazione interna. L\u2019idea sarebbe semplice: colpire i vertici, fomentare una guerra civile, utilizzare minoranze e gruppi periferici come leva per spezzare la Repubblica islamica dall\u2019interno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma anche qui la lettura proposta \u00e8 tagliente: la decapitazione non basta, perch\u00e9 in un Paese di novanta milioni di abitanti una leadership pu\u00f2 sempre essere sostituita. Uccidere i vertici non significa distruggere la struttura. Gli israeliani possono anche sostenere che continueranno a colpire senza tregua, ma un sistema statale di quelle dimensioni non si dissolve automaticamente sotto la pressione aerea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ancora pi\u00f9 fragile appare l\u2019ipotesi di usare i curdi come strumento di frattura. Qui il richiamo storico \u00e8 preciso e severo: nel 1991 i curdi iracheni furono incoraggiati a muoversi contro Saddam, salvo poi essere esposti alla repressione. L\u2019avvertimento \u00e8 evidente: riproporre oggi qualcosa di simile sul lato iraniano significherebbe vendere ai curdi una promessa che potrebbe trasformarsi in un massacro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E il contesto \u00e8 persino pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 l\u2019esercito iraniano viene descritto come ancora integro in termini di uomini, anzi forse pi\u00f9 determinato che mai. Se gruppi curdi dovessero alzare il livello dello scontro, si troverebbero davanti non uno Stato crollante, ma un apparato militare compatto e radicalizzato dall\u2019aggressione esterna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo stesso discorso vale per il Belucistan iraniano. Pur in presenza di tensioni e di conflitti aperti con il potere centrale, affiora l\u2019idea che di fronte a un\u2019aggressione straniera anche elementi ostili a Teheran possano scegliere la solidariet\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 un meccanismo classico, e spesso sottovalutato in Occidente: la pressione esterna, anzich\u00e9 disgregare uno Stato complesso, finisce per ricompattare pezzi che in tempo ordinario restavano divisi. La guerra non indebolisce automaticamente il regime; talvolta gli fornisce la legittimazione della sopravvivenza. In questo senso la strategia americana rischia di produrre l\u2019esatto contrario dell\u2019obiettivo dichiarato: invece di aprire faglie interne, le sigilla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Turchia: il convitato di pietra<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ed \u00e8 qui che entra in scena la Turchia, che non \u00e8 un dettaglio marginale ma uno dei cardini nascosti dell\u2019intera crisi. Qualunque tentativo di utilizzare i curdi iraniani come leva destabilizzante si scontrerebbe prima o poi con Recep Tayyip Erdogan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La ragione \u00e8 evidente: Ankara non pu\u00f2 accettare che la questione curda venga trasformata in uno strumento geopolitico capace di incendiare ulteriormente l\u2019area, perch\u00e9 ci\u00f2 avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza turca. In questa chiave il fattore turco non \u00e8 soltanto una variabile diplomatica: \u00e8 un limite strategico imposto a Washington e a Tel Aviv.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il passaggio pi\u00f9 rilevante \u00e8 che, nel momento in cui la situazione iraniana si sarebbe maggiormente cristallizzata, i servizi turchi avrebbero perfino fornito informazioni direttamente ai servizi iraniani per contenere una parte delle dinamiche curde.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 un elemento cruciale perch\u00e9 rivela una convergenza tattica tra Ankara e Teheran su un punto decisivo: impedire che il dossier curdo venga usato come detonatore di una trasformazione regionale incontrollabile. In altre parole, la Turchia pu\u00f2 restare rivale dell\u2019Iran su molti terreni, ma non per questo accetta che altri ridisegnino lo spazio anatolico-mesopotamico attraverso la destabilizzazione curda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Perch\u00e9 Erdogan non resterebbe neutrale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 poi una valutazione ancora pi\u00f9 profonda. Erdogan, in questa ricostruzione, avrebbe compreso un messaggio strategico pi\u00f9 ampio: dopo l\u2019Iran, il prossimo bersaglio potenziale potrebbe essere la Turchia, poi l\u2019Egitto, poi l\u2019Algeria. Che questa gerarchia sia percepita come reale o come minaccia implicita, l\u2019effetto politico \u00e8 lo stesso: Ankara non pu\u00f2 guardare alla distruzione dell\u2019Iran come a un vantaggio automatico, perch\u00e9 potrebbe leggerla come il precedente di un futuro ridisegno coercitivo dell\u2019intera regione. \u00c8 qui che il calcolo turco cambia segno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se il conflitto contro Teheran viene visto come il primo atto di una pi\u00f9 ampia offensiva di riassetto regionale, allora la Turchia \u00e8 spinta a frenare, non ad assecondare, la spirale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In pi\u00f9 Erdogan mantiene un rapporto di lavoro con Vladimir Putin. Questo aggiunge un ulteriore livello geopolitico: irritare Ankara significa rischiare di rafforzare l\u2019intesa tattica tra Turchia e Russia su un dossier che tocca direttamente la stabilit\u00e0 mediorientale e caucasica. Una guerra pensata per isolare Teheran potrebbe cos\u00ec produrre un effetto opposto, cio\u00e8 avvicinare attori che non vogliono essere i prossimi nella lista e che vedono nella sopravvivenza dell\u2019Iran un argine, o quantomeno un precedente da non abbattere troppo facilmente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Se non c\u2019\u00e8 una strategia, c\u2019\u00e8 solo una fuga in avanti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La conclusione \u00e8 netta. Non emerge una grande strategia americana, ma una successione di adattamenti improvvisati. I tempi cambiano, gli obiettivi si allungano, la promessa della guerra breve si allontana, mentre il sistema industriale che dovrebbe sostenerla appare logorato da costi, inerzie e rendite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sul piano militare, l\u2019Iran non \u00e8 un bersaglio paragonabile alla Serbia; sul piano politico, la decapitazione e la destabilizzazione interna non garantiscono nulla; sul piano regionale, Hezbollah e la rete degli alleati trasformano il conflitto in una crisi estesa; sul piano geopolitico, la Turchia pu\u00f2 diventare un fattore di blocco decisivo contro qualsiasi uso destabilizzante della questione curda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Resta allora l\u2019ultimo paradosso. La retorica americana continua a presentare la guerra come una missione di liberazione, come se bombardare, colpire, distruggere e destabilizzare fosse il prezzo inevitabile della salvezza altrui. Ma quando una potenza arriva a giustificare la devastazione come condizione della libert\u00e0, significa che si \u00e8 gi\u00e0 separata dalla realt\u00e0 politica del conflitto. Ed \u00e8 per questo che il problema degli Stati Uniti, oggi, non \u00e8 la carenza di forza. \u00c8 qualcosa di molto pi\u00f9 grave: la disconnessione tra la forza di cui dispongono, la strategia che dicono di avere e il mondo reale in cui pretendono di imporla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.analisidifesa.it\/2026\/03\/la-guerra-contro-liran-svela-i-limiti-della-potenza-americana\/?fbclid=IwdGRjcAQl231jbGNrBCXbUGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHuex2C23A7fUdg12G-pdCwP0B0mwWhZqVYqS5e_yHCBTdEeb6VwXttMTF0h4_aem_B_UWMVCivKZdL3H5OGZ3hQ\">https:\/\/www.analisidifesa.it\/2026\/03\/la-guerra-contro-liran-svela-i-limiti-della-potenza-americana\/?fbclid=IwdGRjcAQl231jbGNrBCXbUGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHuex2C23A7fUdg12G-pdCwP0B0mwWhZqVYqS5e_yHCBTdEeb6VwXttMTF0h4_aem_B_UWMVCivKZdL3H5OGZ3hQ<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ANALISI DIFESA (Giuseppe Gagliano) La vera fragilit\u00e0 degli Stati Uniti in questa guerra non \u00e8 la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilit\u00e0 materiale e capacit\u00e0 di sostenere un conflitto lungo. 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