{"id":94489,"date":"2026-03-23T10:15:03","date_gmt":"2026-03-23T09:15:03","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94489"},"modified":"2026-03-23T10:00:18","modified_gmt":"2026-03-23T09:00:18","slug":"il-vicolo-cieco-del-golfo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94489","title":{"rendered":"Il vicolo cieco del Golfo"},"content":{"rendered":"<p><strong>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-94490\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119-300x169.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119-300x169.jpeg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119-1024x576.jpeg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119-768x432.jpeg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119-1536x864.jpeg 1536w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/IMG_4119.jpeg 2048w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<h4>Dalla guerra breve immaginata da Washington alla guerra energetica totale<\/h4>\n<p>La guerra contro l\u2019Iran doveva essere rapida, chirurgica, politicamente risolutiva. Doveva colpire il vertice del potere, spezzare la capacit\u00e0 di risposta di Teheran, aprire fratture interne e costringere il regime a una resa di fatto. \u00c8 accaduto il contrario. Il sistema iraniano non \u00e8 crollato, la sua resilienza si \u00e8 rivelata molto pi\u00f9 robusta del previsto e la capacit\u00e0 di rappresaglia ha continuato a manifestarsi contro basi, infrastrutture e interessi regionali. Da qui nasce il salto di qualit\u00e0 che oggi rende il conflitto infinitamente pi\u00f9 pericoloso: fallita la guerra breve, si \u00e8 passati alla distruzione delle condizioni materiali della sopravvivenza economica.<\/p>\n<h4>South Pars, il bersaglio che cambia la natura del conflitto<\/h4>\n<p>Colpire il grande giacimento di South Pars non significa attaccare un obiettivo energetico tra i tanti. Significa toccare uno dei pilastri della tenuta iraniana: elettricit\u00e0, industria, chimica, fertilizzanti, continuit\u00e0 produttiva, equilibrio sociale. Quando una guerra prende di mira un\u2019infrastruttura di questo tipo, non colpisce pi\u00f9 soltanto le forze armate o i centri di comando del nemico. Colpisce il sistema-Paese. E poich\u00e9 quel bacino energetico \u00e8 connesso all\u2019altra grande met\u00e0 qatarina, il messaggio diventa ancora pi\u00f9 grave: il Golfo non \u00e8 pi\u00f9 un semplice teatro di operazioni, ma il cuore vulnerabile della sicurezza energetica mondiale.<\/p>\n<p>Qui il conflitto cambia natura. Non siamo pi\u00f9 dentro una classica campagna di controforza, orientata a neutralizzare missili, radar, basi o siti nucleari. Siamo dentro una logica di degradazione sistemica, in cui il bersaglio \u00e8 la possibilit\u00e0 stessa di uno Stato di continuare a funzionare. \u00c8 il punto in cui la guerra smette di essere solo militare e diventa apertamente economica, industriale e geoeconomica.<\/p>\n<h4>La rappresaglia iraniana e la reciprocit\u00e0 della vulnerabilit\u00e0<\/h4>\n<p>Era inevitabile che Teheran rispondesse sullo stesso piano. Se vengono colpite le infrastrutture da cui dipende la sua sopravvivenza economica, la risposta pi\u00f9 coerente consiste nel mostrare che nessun vicino del Golfo \u00e8 davvero al sicuro. Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e persino i nodi energetici israeliani entrano cos\u00ec nell\u2019orizzonte della rappresaglia. La guerra si trasforma in una competizione di vulnerabilit\u00e0 reciproca: ogni terminale, ogni raffineria, ogni impianto di liquefazione, ogni oleodotto, ogni porto energetico diventa un bersaglio potenziale.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il passaggio pi\u00f9 drammatico. L\u2019Iran non ha bisogno di vincere militarmente in senso classico. Gli basta rendere insicura la regione, alzare il costo delle assicurazioni marittime, rallentare i traffici, gettare i mercati nel panico, obbligare gli avversari a consumare risorse sempre maggiori per proteggere rotte e infrastrutture. In tal modo, la debolezza relativa sul piano tecnologico viene compensata da una straordinaria capacit\u00e0 di produrre disordine sistemico.<\/p>\n<h4>Hormuz e la doppia strozzatura<\/h4>\n<p>Finch\u00e9 il problema appariva limitato allo Stretto di Hormuz, si poteva ancora sperare in una crisi grave ma temporanea, concentrata soprattutto sul passaggio della molecola. Oggi non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Il conflitto ha finito per colpire contemporaneamente la rotta e la fonte. Da un lato Hormuz come punto di strangolamento marittimo, dall\u2019altro South Pars e gli altri nodi del Golfo come origine fisica della catena energetica. Questa doppia strozzatura cambia tutto.<\/p>\n<p>Una rotta, almeno in teoria, pu\u00f2 essere riaperta. Un\u2019infrastruttura produttiva danneggiata richiede invece sicurezza, pezzi di ricambio, tecnici, tempo politico e tempo operativo. Il problema non \u00e8 pi\u00f9 soltanto quando torneranno a passare le navi. Il problema \u00e8 se esister\u00e0 ancora una capacit\u00e0 sufficiente di alimentare quei flussi in tempi rapidi. Per questo i mercati non stanno pi\u00f9 reagendo soltanto alla scarsit\u00e0 immediata, ma alla possibilit\u00e0 di un danno duraturo.<\/p>\n<h4>Il disastro energetico che paga il resto del mondo<\/h4>\n<p>Qui emerge la contraddizione pi\u00f9 brutale. Gli Stati Uniti possono permettersi di dichiarare di non dipendere da Hormuz per il proprio fabbisogno interno. Israele dispone di una relativa autonomia energetica grazie ai giacimenti del Mediterraneo orientale. A pagare il prezzo pi\u00f9 alto sono invece Europa e Asia. Sono loro che dipendono in misura decisiva dalla continuit\u00e0 dei flussi del Golfo, e sono loro che rischiano di subire rincari, frenata industriale, crisi logistiche e nuova inflazione.<\/p>\n<p>La guerra, dunque, non sta solo colpendo l\u2019Iran. Sta scaricando il suo costo sugli alleati e sui partner di chi l\u2019ha voluta. \u00c8 un punto geopolitico decisivo, perch\u00e9 mostra una divergenza sempre pi\u00f9 evidente tra gli interessi di Washington e Tel Aviv da una parte, e quelli di europei e asiatici dall\u2019altra. Chi ha acceso l\u2019incendio non \u00e8 necessariamente chi ne sopporter\u00e0 il prezzo pi\u00f9 alto. E questo, sul medio periodo, logora alleanze, fiducia e coesione strategica.<\/p>\n<h4>Il fallimento politico e la confusione strategica<\/h4>\n<p>Sul piano politico il quadro \u00e8 altrettanto allarmante. Le voci critiche interne agli Stati Uniti, le crepe emerse nell\u2019apparato di sicurezza, le ammissioni sulla mancata resa iraniana e le divergenze sugli obiettivi reali della guerra mostrano che il conflitto \u00e8 stato avviato senza una chiara definizione del fine politico. Quando manca il fine politico, si allarga inevitabilmente il catalogo dei bersagli. Ed \u00e8 esattamente ci\u00f2 che stiamo osservando: una campagna nata per essere breve che, non riuscendo a produrre il risultato sperato, si trasforma in guerra lunga e in escalation energetica.<\/p>\n<p>Anche l\u2019idea di portare la pressione fino al controllo diretto di nodi strategici dell\u2019export iraniano rivelerebbe non forza, ma disperazione strategica. Significherebbe passare da una guerra di pressione a una logica di occupazione e di scontro aperto ancora pi\u00f9 rischiosa, giuridicamente isolante e militarmente incerta. \u00c8 il segnale tipico di chi non sa pi\u00f9 come chiudere una guerra e pensa di uscirne alzando ancora la posta.<\/p>\n<h4>La soglia ormai superata<\/h4>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che la soglia \u00e8 gi\u00e0 stata oltrepassata. Quando si colpiscono insieme produzione, transito, trasformazione ed esportazione dell\u2019energia, non si \u00e8 pi\u00f9 in presenza di una semplice escalation regionale. Si entra in una guerra energetica totale. E una guerra di questo tipo non distrugge soltanto impianti: altera mercati, supply chain, capacit\u00e0 industriali, equilibri diplomatici e gerarchie strategiche.<\/p>\n<p>Il Golfo \u00e8 diventato cos\u00ec il punto in cui si misura non solo la resistenza iraniana, ma anche la fragilit\u00e0 dell\u2019ordine internazionale. La guerra nata per ridisegnare il Medio Oriente rischia ora di produrre qualcosa di molto pi\u00f9 vasto: una destabilizzazione globale in cui la vera vittima non sar\u00e0 soltanto chi perder\u00e0 sul campo, ma chi dipende dall\u2019energia, dalle rotte e dalla stabilit\u00e0 che quel campo, fino a ieri, garantiva al mondo intero.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/03\/23\/il-vicolo-cieco-del-golfo\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/03\/23\/il-vicolo-cieco-del-golfo\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano) Dalla guerra breve immaginata da Washington alla guerra energetica totale La guerra contro l\u2019Iran doveva essere rapida, chirurgica, politicamente risolutiva. Doveva colpire il vertice del potere, spezzare la capacit\u00e0 di risposta di Teheran, aprire fratture interne e costringere il regime a una resa di fatto. \u00c8 accaduto il contrario. 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