{"id":94920,"date":"2026-04-15T12:42:58","date_gmt":"2026-04-15T10:42:58","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94920"},"modified":"2026-04-15T12:42:58","modified_gmt":"2026-04-15T10:42:58","slug":"stati-uniti-il-primato-energetico-come-strumento-di-egemonia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=94920","title":{"rendered":"Stati Uniti: il primato energetico come strumento di egemonia"},"content":{"rendered":"<p><strong>da LA FIONDA (Mauro Morbello)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/usa_ng.webp\" width=\"341\" height=\"192\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti hanno rovesciato una dinamica storica che per decenni li aveva visti dipendere dalle importazioni energetiche e, dal 2020, si sono definitivamente affermati come esportatori netti di petrolio greggio, gas e prodotti petroliferi raffinati. Non si \u00e8 trattato soltanto di ridurre la dipendenza esterna, ma di conquistare una leva economica e geopolitica molto pi\u00f9 ampia, capace di rafforzare il peso degli Stati Uniti nei mercati internazionali, nelle alleanze e nei rapporti di forza con altri competitori energetici e geopolitici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il passaggio decisivo si \u00e8 compiuto tra il 2010 e il 2019, grazie soprattutto alla cosiddetta rivoluzione dello scisto (<em>shale revolution<\/em>), che ha permesso lo sviluppo dell\u2019estrazione di greggio e gas da rocce compatte attraverso la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica (<em>fracking<\/em>). Si tratta di un sistema che consente di liberare petrolio leggero e gas intrappolati in formazioni rocciose dense e poco permeabili, prima considerate scarsamente sfruttabili su larga scala. Questo metodo ha reso possibile l\u2019estrazione di grandi quantit\u00e0 di gas e, soprattutto, di petrolio leggero di alta qualit\u00e0, permettendo una crescita straordinaria della produzione di idrocarburi nordamericana che, nel 2025, ha raggiunto il record di 13,6 milioni di barili al giorno; il petrolio leggero estratto con\u00a0<em>fracking<\/em>\u00a0rappresenta circa il 70% del totale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pur avendo mostrato risultati eccezionali, la fratturazione idraulica non \u00e8 tuttavia un sistema di produzione neutro. Ogni pozzo richiede infatti grandi quantit\u00e0 di acqua, che vengono sottratte all\u2019agricoltura e ad altri usi umani, spesso in aree gi\u00e0 aride, come quelle tra Texas e Nuovo Messico, che da sole rappresentano il 48% della produzione nazionale. Il problema non riguarda solo il prelievo idrico, ma anche la gestione delle acque reflue, contaminate da additivi chimici e idrocarburi, che possono inquinare fortemente l\u2019ambiente. A ci\u00f2 si aggiunge la specifica fragilit\u00e0 economica del modello di produzione, i cui costi operativi risultano elevati, attestandosi in media oltre i 40 dollari al barile, circa il doppio rispetto a quelli dell\u2019estrazione convenzionale. La produttivit\u00e0 dei pozzi \u00e8 inoltre caratterizzata da un andamento fortemente sbilanciato, poich\u00e9 a una fase iniziale di resa molto elevata segue un rapido declino, che spesso comporta una riduzione della produzione di circa due terzi gi\u00e0 nel primo anno, costringendo le compagnie a perforare continuamente nuovi pozzi per mantenere stabili i livelli estrattivi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il paradosso della situazione \u00e8 che, nonostante la fratturazione idraulica abbia consentito agli Stati Uniti di essere oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas, divenendo una grande potenza esportatrice, Washington continua a importare ingenti quantit\u00e0 di greggio, in particolare di tipo pesante, soprattutto dal Canada e, in misura minore, da altri produttori come Messico, Arabia Saudita, Iraq, Brasile e, oggi, anche Venezuela. Si tratta per\u00f2 di un paradosso solo apparente, determinato dal fatto che le raffinerie americane \u2014 una gran parte delle quali costruite tra gli anni \u201970 e \u201980 \u2014 sono strutturate, per circa il 70% della capacit\u00e0 totale di raffinazione, per lavorare petrolio pesante, mentre la produzione nazionale attuale proviene per quasi tre quarti dal\u00a0<em>fracking<\/em>, che estrae prevalentemente greggio leggero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per questa ragione, gli Stati Uniti esportano una parte significativa del proprio petrolio, che ha un valore di mercato pi\u00f9 elevato, e importano quello pesante, di minor prezzo, ottenendo importanti margini dalla raffinazione e ottimizzando, nello stesso tempo, l\u2019utilizzo delle proprie infrastrutture. In questo modo riescono sia a valorizzare commercialmente la produzione interna, sia a utilizzare in modo pi\u00f9 efficiente le infrastrutture industriali gi\u00e0 esistenti. La composizione dei flussi commerciali registrati nel 2025 rivela in maniera chiara questa dinamica, con un 78% delle importazioni corrispondente a petrolio, in larga misura di tipo pesante non raffinato, mentre, per quanto riguarda le esportazioni, il 63% era rappresentato da prodotti petroliferi raffinati e solo il 37% da greggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Avendo chiaro questo quadro, se si considerano i tre principali teatri di conflitto recenti \u2014 Ucraina, Venezuela e Iran \u2014 nei quali l\u2019intervento statunitense \u00e8 dimostrato essere stato diretto, o comunque determinante, diventa difficile separare questi eventi dalla pi\u00f9 ampia dinamica degli interessi energetici americani. La guerra in Ucraina ha offerto a Washington l\u2019occasione di sostituire una parte estremamente rilevante delle forniture di idrocarburi provenienti dalla Russia verso l\u2019Europa, trasformando il mercato europeo in uno sbocco centrale per il petrolio, il gas e i prodotti raffinati statunitensi. Tra il 2021, prima dell\u2019inizio del conflitto, e il 2025, le importazioni europee di greggio dagli Stati Uniti sono cresciute da 37,1 a 63,5 milioni di tonnellate. Sul fronte del gas, l\u2019impatto \u00e8 stato ancora pi\u00f9 incisivo, con i volumi americani quasi quadruplicati, passati da 18,9 a 75,6 miliardi di metri cubi, pari al 26,2% delle importazioni complessive dell\u2019UE, mentre nel solo GNL la quota statunitense ha sfiorato il 58% del fabbisogno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel caso iraniano, il vantaggio \u00e8 stato ancora pi\u00f9 immediato, determinato soprattutto dall\u2019impennata dei prezzi del greggio, aumentati di circa il 40% dall\u2019inizio degli attacchi, con margini eccezionali registrati dalle raffinerie e dai terminali di esportazione situati lungo il Golfo del Messico, principale polo energetico e industriale degli Stati Uniti. Con la crisi di Hormuz, questi impianti hanno lavorato oltre il 95% della loro capacit\u00e0, mentre le esportazioni statunitensi di carburanti raffinati sono cresciute del 27% verso l\u2019Europa e di oltre il doppio verso l\u2019Asia. Sullo sfondo vi \u00e8 poi il Venezuela, dove l\u2019intervento militare statunitense, dopo anni di blocco economico e in seguito alla cattura del presidente Maduro, ha favorito un riavvicinamento commerciale che ha riaperto a Washington l\u2019accesso a un greggio pesante particolarmente utile per il proprio sistema di raffinazione, oltre che geograficamente vicino e disponibile in quantit\u00e0 enormi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Letti nel loro insieme, questi tre casi rendono difficilmente sostenibile la tesi che si sia trattato di eventi tra loro scollegati o di interventi spiegabili soltanto attraverso le motivazioni ufficiali rilanciate dal discorso mediatico dominante. In ognuno di essi, infatti, mentre altri ne hanno sopportato il costo umano ed economico, si \u00e8 registrato un rafforzamento tangibile dell\u2019industria statunitense degli idrocarburi e della conseguente posizione commerciale, energetica e strategica. Risulta quindi difficile non riconoscere in questi tre conflitti, pur nelle diverse forme in cui si sono manifestati, l\u2019espressione di una strategia deliberata, destinata, con ogni probabilit\u00e0, a ripresentarsi anche in altri scenari nel prossimo futuro.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/04\/15\/stati-uniti-il-primato-energetico-come-strumento-di-egemonia\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/04\/15\/stati-uniti-il-primato-energetico-come-strumento-di-egemonia\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da LA FIONDA (Mauro Morbello) Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti hanno rovesciato una dinamica storica che per decenni li aveva visti dipendere dalle importazioni energetiche e, dal 2020, si sono definitivamente affermati come esportatori netti di petrolio greggio, gas e prodotti petroliferi raffinati. 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