{"id":95125,"date":"2026-04-28T10:00:21","date_gmt":"2026-04-28T08:00:21","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95125"},"modified":"2026-04-28T08:44:30","modified_gmt":"2026-04-28T06:44:30","slug":"cuba-assediata-cronaca-di-una-guerra-con-poche-telecamere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95125","title":{"rendered":"CUBA ASSEDIATA. Cronaca di una guerra con poche telecamere"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Tom Joad)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-95126\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/720x410c50-1-300x150.webp\" alt=\"\" width=\"430\" height=\"215\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/720x410c50-1-300x150.webp 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/720x410c50-1.webp 700w\" sizes=\"(max-width: 430px) 100vw, 430px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Due articoli pubblicati a distanza di poche settimane &#8211; &#8220;Los espejismos no salvan&#8221; su CTXT il 25 marzo e &#8220;Trump no es el problema&#8221; su Diario Red l&#8217;8 aprile &#8211; offrono forse l&#8217;analisi pi\u00f9 lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. Il loro autore, Iram\u00eds Rigoberto Rosique C\u00e1rdenas, non \u00e8 un commentatore esterno che guarda l&#8217;isola da lontano. Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all&#8217;Universit\u00e0 dell&#8217;Avana, diplomato in Servizio Estero all&#8217;Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Ra\u00fal Roa Garc\u00eda, ricercatore all&#8217;Istituto Cubano di Filosofia e professore all&#8217;Universit\u00e0 dell&#8217;Avana, membro del consiglio editoriale della rivista La Tizza: Rosique scrive da dentro, con la rara combinazione di chi conosce la teoria e vive la realt\u00e0 quotidiana dell&#8217;assedio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I due pezzi si completano. Il primo smonta con precisione il mito che circola anche tra gli amici di Cuba &#8211; che il governo dell&#8217;Avana avrebbe potuto evitare la crisi attuale muovendosi pi\u00f9 in fretta durante il &#8220;disgelo&#8221; Obama, ancorando abbastanza interessi corporativi statunitensi all&#8217;isola da rendere politicamente costoso un ritorno alle ostilit\u00e0. Il secondo allarga l&#8217;inquadratura: il problema non \u00e8 Trump, \u00e8 l&#8217;imperialismo senza forme che Trump rappresenta in questo momento storico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questi articoli arrivano in un momento in cui la crisi cubana rischia di restare schiacciata sotto il peso di altre crisi generate dallo stesso rigurgito violento dell&#8217;impero senza ricevere l&#8217;attenzione che merita. Rosique ci offre gli strumenti per capire. I fatti degli ultimi mesi ci offrono la materia. E quello che segue \u00e8 un tentativo di tenere insieme entrambi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">SPIRAGLI COSTRUITI SULL\u2019ABISSO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per capire la crisi attuale bisogna fare un passo indietro e capire perch\u00e9 il cosiddetto disgelo con Obama era destinato a non durare, indipendentemente da quello che Cuba facesse o non facesse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando nel dicembre 2014 Obama e Ra\u00fal Castro annunciarono la ripresa delle relazioni diplomatiche, il mondo guard\u00f2 con sollievo alla fine apparente dell&#8217;ultimo grande conflitto della Guerra Fredda nel continente americano. Nei due anni successivi arrivarono voli e licenze commerciali, crociere, persino l&#8217;Air Force One sulla pista dell&#8217;Avana. Era il 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il problema, che Rosique analizza, \u00e8 che tutta quella apertura era costruita su un meccanismo istituzionale fragilissimo costituito dai soli decreti esecutivi del presidente. Obama non aveva &#8211; e nemmeno aveva cercato di avere &#8211; l&#8217;approvazione del Congresso per smontare le leggi che reggono l&#8217;embargo. L\u2019embargo statunitense contro Cuba non \u00e8 una misura qualsiasi, codificato com\u2019\u00e8 in leggi che solo il Parlamento pu\u00f2 abolire. La principale si chiama Helms-Burton Act, approvata nel 1996. Quella legge ha tolto al presidente degli Stati Uniti la facolt\u00e0 di revocare l&#8217;embargo di propria iniziativa, trasferendo quella decisione al Congresso. In altri termini, ha blindato il blocco contro qualsiasi futura apertura presidenziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cosa significa in pratica? Significa che tutto quello che Obama costru\u00ec tra il 2015 e il 2017 era una struttura edificata sull\u2019abisso. Il presidente poteva aprire spiragli, ma le mura portanti dell&#8217;embargo restavano intatte. Il suo successore poteva ostruire gli spiragli con una semplice firma. Trump lo fece nel giugno 2017, fiancheggiato da Marco Rubio, rappresentante del lobbismo cubano-americano pi\u00f9 intransigente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si discute ancora, anche tra chi sostiene Cuba, se l&#8217;Avana avrebbe potuto muoversi pi\u00f9 rapidamente per creare quelli che Rosique chiama &#8220;ostaggi economici&#8221;: imprese statunitensi con abbastanza interessi radicati nell&#8217;isola da formare un ostacolo potente contro qualsiasi retromarcia. \u00c8 una domanda legittima. La risposta onesta \u00e8 che la burocrazia cubana fu lenta, che alcune opportunit\u00e0 sfumarono, che la cautela istituzionale ebbe i suoi costi. Ma Rosique ha ragione quando sostiene che questa lettura, da sola, \u00e8 ingenua. La stessa amministrazione Obama, mentre allentava le restrizioni con una mano, continuava con l&#8217;altra a sanzionare le imprese straniere che si avvicinavano a Cuba nel modo sbagliato. E Obama stesso aveva dichiarato senza reticenze che l&#8217;obiettivo strategico del disgelo era potenziare il settore privato cubano per costruire una classe media capace di sovvertire il sistema dall&#8217;interno. Non era un ramo d&#8217;ulivo. Era soft power con un obiettivo di regime change, pi\u00f9 sofisticato nelle forme ma identico nella sostanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Capire questo non significa sostenere che Cuba fosse senza colpe o senza margini di manovra. Significa rifiutare la comodit\u00e0 di un&#8217;analisi che carica sulla burocrazia dell&#8217;Avana la responsabilit\u00e0 di quello che \u00e8, strutturalmente, un problema americano: sessant&#8217;anni di ostilit\u00e0 ininterrotta che nessun presidente ha voluto &#8211; o con la Helms-Burton, potuto &#8211; smontare davvero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">IL PROBLEMA NON \u00c8 TRUMP IN QUANTO TRUMP<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il secondo articolo di Rosique parte da una suggestione della Scuola di Francoforte. Quando la Germania fu sconfitta nel 1945, l&#8217;Occidente elabor\u00f2 il trauma nazista costruendo una narrativa che ne faceva un incidente &#8211; un sequestro collettivo perpetrato da un gruppo di individui disturbati. Il problema erano Hitler, Goebbels, Himmler: personalit\u00e0 aberranti che avevano preso in ostaggio uno Stato. La teoria critica oppose a questa lettura una tesi scomoda: l&#8217;Olocausto non fu una parentesi di irrazionalit\u00e0 sulla traiettoria della civilt\u00e0 moderna, ma uno dei suoi possibili risultati, esito del capitalismo industriale e del suo rapporto puramente strumentale con il mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rosique vede la stessa trappola ripetersi oggi. L\u2019analisi della guerra di Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran viene condotta spesso in termini psicologici nei media mainstream: il problema \u00e8 il &#8220;pazzo&#8221; che abita la Casa Bianca. Come durante l&#8217;offensiva genocida su Gaza il problema era Netanyahu che &#8220;esagerava&#8221;, oscurando la natura strutturalmente genocida, coloniale e disumanizzante dell&#8217;apparato sionista. Psichiatrizzare la politica \u00e8 un modo per assolvere ideologie e interessi concreti che quella politica incarna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C&#8217;\u00e8 una nostalgia che circola, soprattutto dopo che Trump il 7 aprile ha lanciato quello che sembrava un&#8217;implicita minaccia di attacco nucleare all&#8217;Iran. La nostalgia per la &#8220;vecchia politica seria&#8221;, per un Partito Democratico moderato e prevedibile. Vale la pena ricordare che la moderata amministrazione Biden non ha offerto nessuna garanzia in pi\u00f9 contro la guerra mondiale mentre la NATO chiudeva il cerchio attorno alla Russia. N\u00e9 ha esitato nel suo sostegno all&#8217;eliminazione di decine di migliaia di palestinesi a Gaza. \u00c8 una delle ironie pi\u00f9 amare del periodo che sia stato proprio Trump a ottenere qualcosa di lontanamente simile a un cessate il fuoco. L&#8217;imperialismo ha le sue necessit\u00e0 e le sue logiche e una divergenza di stile non \u00e8 una divergenza di obiettivi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quello che emerge in questo momento, scrive Rosique, non \u00e8 il dominio di un narcisista con troppo potere. \u00c8 un imperialismo che ha deciso di poter fare a meno delle forme. Che l&#8217;egemonia unipolare, liberata dalla minaccia sovietica e armata di tecnologie di sorveglianza e controllo senza precedenti, possa esercitare il suo dominio senza la mediazione di nessuna apparenza di legalit\u00e0 multilaterale. Gaza \u00e8 stato il laboratorio di desensibilizzazione trasmessa in streaming. Cuba \u00e8 il capitolo successivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">I FATTI DI GENNAIO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La notte del 3 gennaio scorso, forze speciali statunitensi hanno fatto irruzione nella residenza presidenziale di Caracas. In meno di tre ore, il governo legittimo del Venezuela \u00e8 stato decapitato militarmente. Nicol\u00e1s Maduro, trasferito a New York, si \u00e8 dichiarato prigioniero di guerra davanti a un tribunale federale di Manhattan con l&#8217;accusa di narcoterrorismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per Cuba, le conseguenze sono state immediate. Il Venezuela copriva oltre il 60 percento del fabbisogno energetico dell&#8217;isola. Con la privatizzazione forzata dell&#8217;industria petrolifera venezuelana seguita al rovesciamento, quel flusso si \u00e8 interrotto di colpo. Quando Cuba ha cercato di rimpiazzarlo &#8211; con il Messico, con la Russia &#8211; Washington ha risposto con il blocco navale. Il 29 gennaio Trump ha firmato un decreto esecutivo, dichiarando emergenza nazionale e autorizzando dazi contro qualsiasi paese esporti petrolio a Cuba, colpendo persino la messicana Pemex. Da febbraio, le petroliere dirette all&#8217;Avana vengono intercettate nel Mar dei Caraibi. Il New York Times lo ha definito il primo blocco navale effettivo contro Cuba dal 1962.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019esito \u00e8 ampiamente documentato. Tre collassi totali della rete elettrica nazionale nel solo mese di marzo. Blackout di due o tre giorni consecutivi nelle province orientali. Un&#8217;analisi satellitare della riflettanza luminosa notturna registra una contrazione del 35 per cento in un solo mese. In pratica, Cuba sparisce letteralmente dalle mappe notturne. Il blocco mette a rischio la catena alimentare, i sistemi idrici, i servizi ospedalieri. La mortalit\u00e0 infantile, ridotta al di sotto di cinque per mille nati vivi dalla sanit\u00e0 pubblica rivoluzionaria, ha raggiunto 8,5 nel primo semestre del 2025. Tra marzo 2024 e febbraio 2025, il blocco ha causato 7,5 miliardi di dollari di danni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">QUELLO CHE WASHINGTON VUOLE DAVVERO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;obiettivo della politica statunitense verso Cuba \u00e8 stato formulato con franchezza inusuale: cambio di regime entro la fine del 2026, con la richiesta al governo cubano di &#8220;fare un accordo prima che sia troppo tardi&#8221;. Il metodo scelto non \u00e8 l&#8217;intervento militare diretto &#8211; quello avrebbe costi &#8211; ma la combinazione tra collasso economico ingegnerizzato e cooptazione delle \u00e9lite interne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il 10 aprile, per la prima volta dal 2016, un aereo governativo statunitense atterra all&#8217;Avana. La delegazione del Dipartimento di Stato, supervisionata da Marco Rubio, non si limita a incontrare i diplomatici del Minrex. Cerca &#8211; e ottiene &#8211; incontri con Ra\u00fal Guillermo Rodr\u00edguez Castro, soprannominato &#8220;El Cangrejo&#8221;. Quarantun anni, nipote di Ra\u00fal Castro, nessun incarico formale nel governo civile, ma figlio del defunto capo di Gaesa &#8211; il Grupo de Administraci\u00f3n Empresarial delle Forze Armate Rivoluzionarie &#8211; e dunque profondamente radicato nell&#8217;architettura di potere del conglomerato militare-commerciale. Le inchieste giornalistiche hanno documentato i suoi viaggi in jet privati a Panama, i suoi rapporti con figure d&#8217;affari regionali, uno stile di vita in contraddizione aperta con le condizioni materiali di milioni di cubani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gaesa controlla tra il 30 e il 40 per cento del Pil cubano, il 34 per cento delle esportazioni, quasi il 90 per cento del commercio al dettaglio dell&#8217;isola. Gestisce catene alberghiere, banche, supermercati, con un&#8217;opacit\u00e0 istituzionale che la pone al di fuori dei normali controlli ministeriali e dell&#8217;Assemblea Nazionale. Documenti finanziari trapelati indicano che il conglomerato avrebbe accumulato riserve offshore tra i 9 e i 14,5 miliardi di dollari &#8211; fondi che non vengono messi a disposizione del Banco Central per affrontare l&#8217;emergenza energetica. Nel mezzo della crisi pi\u00f9 grave dalla fine dell&#8217;Unione Sovietica, Gaesa continua a investire in resort di lusso in partnership con multinazionali europee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La strategia di Washington \u00e8 leggibile. Il termine che circola tra i funzionari americani \u00e8 &#8220;la prossima Delcy a Cuba&#8221;: offrire all&#8217;\u00e9lite militare-commerciale la revoca delle sanzioni in cambio di privatizzazioni forzate e apertura al capitale statunitense. Convertire i gestori attuali del monopolio militare-commerciale in intermediari locali del capitale transnazionale, la versione finanziarizzata del modello Batista, con le ex \u00e9lite rivoluzionarie nel ruolo dei rentier neocoloniali. A questa logica si affianca il lawfare: la Corte Suprema statunitense sta esaminando il caso Exxon Mobil Corp. v. Corporaci\u00f3n Cimex, in cui la compagnia petrolifera, richiamandosi alle nazionalizzazioni del 1960, mira a imporre passivit\u00e0 per miliardi sulle imprese statali cubane non necessariamente per riscuoterle, ma per usarle come leva negoziale a porte chiuse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nei recenti colloqui, i funzionari statunitensi hanno anche offerto all&#8217;Avana terminali satellitari Starlink come &#8220;aiuto umanitario&#8221; per garantire connettivit\u00e0 durante i blackout. Il governo cubano li ha respinti invocando la sovranit\u00e0 tecnologica. Un&#8217;infrastruttura internet gestita da un&#8217;entit\u00e0 privata con legami organici al Pentagono, fuori da qualsiasi giurisdizione statale cubana, \u00e8 un vettore di sorveglianza e di guerra cognitiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una critica antimperialista che si prenda sul serio non pu\u00f2 evitare di guardare anche verso l&#8217;interno. L&#8217;accumulazione opaca di Gaesa, il privilegio militare-commerciale costruito all&#8217;ombra della retorica rivoluzionaria mentre il popolo cubano sopportava i blackout, non \u00e8 un dettaglio secondario: \u00e8 il tallone d&#8217;Achille reale che l&#8217;imperialismo del ventunesimo secolo cerca di sfruttare. La quinta colonna non arriver\u00e0 dai dissidenti finanziati da Miami. Verr\u00e0, se verr\u00e0, da chi ha costruito un capitalismo di Stato militarizzato chiedendo alla classe lavoratrice cubana di resistere in nome del socialismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">165 PAESI MA NESSUNO FERMA L\u2019ASSEDIO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nell&#8217;ottobre 2025, 165 paesi su 193 hanno votato all&#8217;Assemblea Generale dell&#8217;Onu per la fine del blocco. Per il trentatreesimo anno consecutivo. I paesi favorevoli rappresentano il 92 per cento della popolazione mondiale. Il blocco non solo continua: si intensifica, si militarizza, diventa strangolamento energetico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa \u00e8 la contraddizione pi\u00f9 nuda dell&#8217;ordine internazionale contemporaneo. Le istituzioni multilaterali producono risoluzioni, dibattiti, dichiarazioni ma non hanno nessuna capacit\u00e0 coercitiva nei confronti della potenza che le finanzia e che pone il veto a qualsiasi risoluzione vincolante nel Consiglio di Sicurezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;arrivo in marzo di una petroliera russa con centomila tonnellate di greggio all\u2019Avana ha mostrato che il blocco ha fessure. Colmare il deficit strutturale di 60.000 barili al giorno richiederebbe qualcosa di molto pi\u00f9 organizzato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">UNO STATO ASSEDIATO, NON UNO STATO FALLITO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il 16 aprile, nel sessantacinquesimo anniversario della proclamazione del carattere socialista della Rivoluzione, il presidente D\u00edaz-Canel ha parlato davanti a migliaia di persone all&#8217;Avana. Ha respinto la categoria di &#8220;Stato fallito&#8221; con cui i media anglosassoni inquadrano la crisi. Cuba, ha detto, \u00e8 uno Stato assediato. La differenza non \u00e8 semantica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Uno Stato fallito \u00e8 uno Stato che non ha saputo gestire i propri problemi interni. Uno Stato assediato \u00e8 uno Stato che affronta una guerra. Chiamare quello che vive Cuba un fallimento di governance \u00e8 come chiamare il blocco navale una sanzione commerciale, cio\u00e8 un linguaggio costruito per oscurare la natura dell&#8217;atto. D\u00edaz-Canel ha ricordato che la stessa rivoluzione che oggi non riesce a garantire l&#8217;elettricit\u00e0 per ore consecutive aveva ridotto la mortalit\u00e0 infantile a livelli comparabili ai paesi pi\u00f9 ricchi del mondo, aveva formato i medici che sono andati a combattere l&#8217;ebola in Africa occidentale, che sono arrivati in Italia durante il Covid. Il socialismo, ha detto, non \u00e8 una frase del passato, \u00e8 lo scudo del presente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vale la pena prendere sul serio questa affermazione al di l\u00e0 della retorica ufficiale. In questo mese, mentre subisce il blocco navale e i blackout e i colloqui con &#8220;El Cangrejo&#8221;, Cuba ha ospitato il V Colloquio Internazionale Patria, con pi\u00f9 di 150 intellettuali, giornalisti e attivisti di 25 paesi impegnati a costruire reti di resistenza narrativa e digitale contro l&#8217;egemonia algoritmica occidentale. L&#8217;isola continua a produrre pensiero critico e solidariet\u00e0 internazionale su scala globale. Questa \u00e8 la ragione per cui l&#8217;imperialismo vuole eliminarla come progetto &#8211; non semplicemente come Stato, ma come dimostrazione che un&#8217;altra organizzazione del mondo \u00e8 possibile e vale la pena difenderla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rosique conclude il suo primo articolo invitando a smettere di flagellarsi sui passati ipotetici e concentrarsi invece sul nocciolo della questione: sull&#8217;ostilit\u00e0 strutturale e ininterrotta degli Stati Uniti verso Cuba. Ha ragione. E nel secondo pezzo aggiunge qualcosa di essenziale, cio\u00e8 che questa ostilit\u00e0 non \u00e8 un&#8217;anomalia trumpiana, ma l&#8217;espressione pi\u00f9 recente di un imperialismo rapace. Gaza, l&#8217;Iran, il Venezuela, Cuba: sono capitoli diversi della stessa storia. Cuba porta pi\u00f9 di sessant&#8217;anni di questa storia. La domanda non \u00e8 soltanto se regger\u00e0 ancora. \u00c8 se il resto del mondo capir\u00e0 in tempo cosa si perde quando un&#8217;isola smette di dimostrare che resistere \u00e8 possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonti principali<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Iram\u00eds Rosique C\u00e1rdenas, &#8220;Los espejismos no salvan&#8221; (CTXT, 25 marzo 2026) e &#8220;Trump no es el problema&#8221; (Diario Red, 8 aprile 2026).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-cuba_assediata_cronaca_di_una_guerra_con_poche_telecamere\/45289_66540\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-cuba_assediata_cronaca_di_una_guerra_con_poche_telecamere\/45289_66540\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Tom Joad) Due articoli pubblicati a distanza di poche settimane &#8211; &#8220;Los espejismos no salvan&#8221; su CTXT il 25 marzo e &#8220;Trump no es el problema&#8221; su Diario Red l&#8217;8 aprile &#8211; offrono forse l&#8217;analisi pi\u00f9 lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. 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