{"id":95246,"date":"2026-05-05T11:15:03","date_gmt":"2026-05-05T09:15:03","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95246"},"modified":"2026-05-05T11:02:18","modified_gmt":"2026-05-05T09:02:18","slug":"un-contratto-sociale-firmato-col-sangue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95246","title":{"rendered":"Un contratto sociale firmato col sangue"},"content":{"rendered":"<p><strong>da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo)<\/strong><\/p>\n<p>Torno sul tema della irrazionalit\u00e0 della guerra, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire. Eraclito affermava giustamente che la guerra, il conflitto, \u00e8 \u201cpadre di tutte le cose e di tutte \u00e8 re, e gli uni rivela come d\u00e8i, gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi\u201d.<br \/>\nL\u2019uso della forza come strumento per affermare la propria ragione \u00e8 tutt\u2019altro che un fenomeno irrazionale, come emerge, ad esempio, dal testo di Carlo Rovelli, o meglio, lo si pu\u00f2 considerare tale solo perch\u00e9 esce dal suo ambito di astrazione, quello in cui le diverse posizioni si confrontano sul piano concettuale, e si esercita mediante l\u2019imposizione di una volont\u00e0 che, a sua volta, si scontra con altre volont\u00e0 simili e contrarie. Non c\u2019\u00e8 dunque possibilit\u00e0 di vera sintesi. Per questo si pu\u00f2 ben dire che anche il ricorso alla forza \u00e8 il risultato di un ragionamento, bench\u00e9 estremo, dunque sempre razionale. Oppure lo si potrebbe definire irrazionale, laddove si consideri la coartazione, l\u2019imperio di un comando sugli altri, che parimenti gli stanno di fronte, come qualcosa che non pu\u00f2 essere razionalizzato e che sfugge al discorso logico.<br \/>\nNel primo caso si pu\u00f2 dire che ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale, oppure, nel secondo, che \u00e8 irrazionale perch\u00e9 non \u00e8 dialettico, ma esito di uno scontro fisico mediato da strumenti tecnici di distruzione, le armi. Diciamo che siamo, in ogni caso, nell\u2019alveo di elucubrazioni mentali, filosofiche, che poco cambiano rispetto a ci\u00f2 che accade, non dico nella realt\u00e0, perch\u00e9 anche qui bisognerebbe intendersi su cosa sia la realt\u00e0, ma nelle situazioni che si ripetono costantemente nella storia.<br \/>\nSe i conflitti ci sono sempre stati nella societ\u00e0 umana, bisognerebbe considerarli come un fattore essenziale e dinamico di essa, anzich\u00e9 respingerli come irrazionali. Cos\u00ec deve essere, se si vuole guardare al mondo per quello che \u00e8 e non per come lo vorremmo.<br \/>\nScriveva il filosofo Renzi all\u2019inizio del secolo scorso:<\/p>\n<p>\u201cQueste considerazioni ci riconfermano quanto sia infantile la convinzione che la guerra, nelle sue varie forme, guerra propriamente detta, rivoluzione, possa essere eliminata. Non solo essa \u00e8, come abbiamo mostrato, uno degli indispensabili fondamenti della compagine umana e di tutte le nostre formazioni politiche e sociali, ma \u00e8 altres\u00ec uno dei fattori della nostra vita spirituale, perch\u00e9 molte delle idee madri, molti degli elementi costitutivi che divengono in questa predominanti e determinanti, lo possono divenire, da ultimo e sia pure in lontananza, solo mediante la guerra, sono in larghissima misura la visuale imposta dalla vittoria, dalla forza, dall\u2019autorit\u00e0 che ne consegue.\u201d<\/p>\n<p>Questo \u00e8 molto pi\u00f9 vicino a ci\u00f2 che penso, ma anche qui bisognerebbe intendersi su cosa sia la forza e su come si esprima. La forza e il suo uso sono sempre sullo sfondo di tutte le cose umane, la forza \u00e8 il convitato di pietra di ogni situazione. Non \u00e8 detto che se ne faccia sempre uso diretto, infatti non siamo in perenne guerra, ma essa \u00e8 sempre l\u00ec a presidiare le nostre relazioni sociali. Questo perch\u00e9 la vita \u00e8 un flusso conflittuale oggettivo.<br \/>\nSu ci\u00f2 Gianfranco La Grassa ha lasciato un\u2019interpretazione teorica all\u2019avanguardia. Si spiega anche perch\u00e9 il suo pensiero non abbia mai trovato lo spazio che meritava, non perch\u00e9 fosse di derivazione marxista, s\u00ec, in parte anche per questo, ma soprattutto perch\u00e9, come ogni chiave realista della realt\u00e0, non cerca inutili consolazioni o giustificazioni al processo storico, per questo tale concezione viene rifiutata dalle anime belle che vivono in un mondo di autoinganno o di imposture volontarie per esercitare il loro dominio senza ricorrere, appunto, apertamente alla forza. Giungere al conflitto diretto fa sempre saltare gli orpelli ideologici, bench\u00e9 anche nella guerra la menzogna debba essere sempre all\u2019opera per confliggere meglio e trascinarci tutti dentro.<br \/>\nCredo infatti che proprio nelle parole finte di un democratico, nei richiami agli incessanti dialoghi, allo scambio sereno di opinioni del liberale, nel rifiuto e nel respingimento di ogni aggressione e utilizzo della violenza a parole, solo a parole, da parte di chi ne detiene gi\u00e0 il monopolio, si nasconda una delle forme pi\u00f9 grandi di conculcamento, che solo per circostanze favorevoli non passa direttamente dal pensiero all\u2019atto, o vi passa raramente, perch\u00e9 il meccanismo di copertura di principi e valori funziona, essendo nelle mani di chi parla la possibilit\u00e0 di usare strumenti di coercizione a suo piacimento. Chi porta la pace ha gi\u00e0 vinto la guerra e ci tiene a preservare lo statu quo.<br \/>\nInfatti, mentre costoro predicano pace e ragione, mandano la loro polizia a contenere o reprimere scioperi o manifestazioni che vadano troppo oltre o contro i loro interessi. Finch\u00e9 la strada della mediazione li tiene in una posizione di vantaggio, qualcosa viene concesso, ma con limiti ben precisi e invalicabili. Dunque, li si sente condannare l\u2019uso della violenza mentre distribuiscono armi nel mondo, le provano anche, e ricorrono alla polizia per tenere sotto controllo manifestanti o gruppi che protestano mettendo a repentaglio il loro ordine costituito.<br \/>\nSulla scia del pensiero di La Grassa, si pu\u00f2 dire che la vita \u00e8 conflitto, il che non significa sempre guerra, e tanto meno guerra fisica, spesso bastano altri mezzi, tra cui la parola o la dissuasione, anche quella morale, per incanalare le varie ragioni verso ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 controllabile, finch\u00e9 lo \u00e8. Quando il ricorso alla forza diventa inevitabile, e accade pi\u00f9 spesso di quanto si sia disposti a credere, \u00e8 come se il mondo si illuminasse, vediamo effettivamente cosa ci tiene insieme, vediamo la firma sotto il contratto sociale, per dirla con un po\u2019 di ironia.<br \/>\nE non se ne pu\u00f2 fare a meno, soprattutto quando ci si ritiene portatori di una ragione di giustizia che da altri sar\u00e0 inevitabilmente percepita in modo opposto e viceversa. Non esiste unanimit\u00e0 sociale, per questo la nostra firma sul contratto \u00e8 inscritta sempre col sangue, nostro o di chi ci ha preceduto nei decenni e nei secoli. Ecco perch\u00e9, alla fine, del documento sociale che ci tiene insieme, l\u2019unica sigla, quella che suggella il patto concreto, \u00e8 quella della forza e delle sue declinazioni, dalla guerra alla minaccia della guerra, fino alle sue varie modulazioni, compresa la repressione.<br \/>\nMa ci\u00f2 non \u00e8 imputabile all\u2019animo umano, non ci sono \u201cbuoni\u201d e \u201ccattivi\u201d che decidono a che punto si debba giungere, \u00e8 lo stesso flusso della realt\u00e0 che agisce in questo senso.<\/p>\n<p>La Grassa ricordava, citando Pascal: \u201cTale \u00e8 la nostra effettiva condizione. Essa ci rende incapaci di conoscere con piena certezza come di ignorare in maniera assoluta. Noi navighiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all\u2019altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci sfugge, e, se lo seguiamo, si sottrae, scorre via e fugge in un\u2019eterna fuga. Nulla si ferma per noi. \u00c8 questo lo stato che ci \u00e8 naturale e che, tuttavia, \u00e8 pi\u00f9 contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un\u2019ultima base sicura su cui edificare una torre che si innalzi all\u2019infinito, ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre fino agli abissi. Non cerchiamo, dunque, n\u00e9 sicurezza n\u00e9 stabilit\u00e0. La nostra ragione \u00e8 sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze, nulla pu\u00f2 fissare il finito tra i due infiniti che lo racchiudono e lo sfuggono. Quando avremo compreso ci\u00f2, credo che ce ne staremo tranquilli, ognuno nella condizione in cui la natura lo ha posto\u201d.<\/p>\n<p>E aggiungeva: \u201cLa concezione qui espressa \u00e8 abbastanza simile a quella da me sostenuta\u201d. Cosa ci spiegava allora La Grassa?: \u201cL\u2019uomo \u2013 rigorosamente al minuscolo \u2013 non \u00e8 n\u00e9 buono n\u00e9 cattivo per natura, \u00e8 astretto dalle necessit\u00e0 intrinseche agli \u2018spazi\u2019 troppo limitati che esistono per lui nella vita associata, in cui si scontra con altri uomini (magari uomini). \u00c8 obbligato ad entrare in conflitto per le esigenze della vita in comune, quella, diciamo, di tutti i giorni. Lo \u00e8 anche quando si dedica alle sue pi\u00f9 \u2018alte\u2019 attivit\u00e0, nel campo della conoscenza scientifica come in quelli, forse anche pi\u00f9 \u2018alti\u2019, della creazione artistica, della filosofia, della religione, insomma nello sviluppo del pensiero in ogni suo ambito. Se gli spazi fossero sufficienti e non implicassero urti di alcun genere, e lo fossero sempre stati, fin dall\u2019inizio della societ\u00e0 umana e per tutti i secoli e millenni succedutisi, non avrebbero motivo di esistenza i sentimenti della cooperazione solidale, dell\u2019amicizia, dell\u2019amore e via dicendo. Non c\u2019\u00e8 in genere \u2018buon sentimento\u2019 se non in opposizione a quelli \u2018cattivi\u2019 nati nello scontro, nella contrapposizione, eccetera, generati dagli \u2018spazi ristretti\u2019 della vita associata, la vita degli uomini, la vita che \u00e8 esistita fin dai primordi, appunto dalle orde dei \u2018primitivi\u2019 via via evolutisi in base al possesso del pensiero, della sedicente ragione. Gli spazi sono ristretti perch\u00e9 siamo troppi? Il conflitto, esistente in ogni ambito del mondo da noi conosciuto, specialmente in quello animale, \u00e8 qualcosa che appartiene alla natura? Certamente ci si deve alimentare, ogni vita animata va alimentata, e l\u2019alimento cercato e conquistato \u00e8 quasi sempre \u2018abitato\u2019 da un\u2019altra vita animata, che viene dunque \u2018spenta\u2019. Nell\u2019uomo l\u2019alimentazione animale \u00e8 accompagnata da quella che chiamiamo spirituale o intellettuale, comunque da qualcosa di molto diverso dal semplice mangiare. Eppure anche, anzi soprattutto, tale alimentazione trova modo di provocare conflitti e competizioni, tendenze alla primazia nel \u2018branco\u2019, degli intellettuali in particolare, e spesso \u2018spegne\u2019 altri alimenti dello stesso tipo. Appena esiste un gruppo di soggetti che devono agire associati per la loro \u2018alimentazione\u2019, nasce l\u2019esigenza di un\u2019organizzazione per raggiungere effetti significativi, non sempre quelli desiderati, voluti, perseguiti, che in genere si rivelano invece alla fine non realizzati, e ogni organizzazione ha diversi livelli o gradini di tipo gerarchico e implica una divisione dei compiti. L\u2019organizzazione, la divisione dei compiti, la gerarchia incrementano di solito un conflitto interno al gruppo, per l\u2019ascesa verso i gradini superiori, in termini di preminenza, di maggior potere e autorit\u00e0, anche \u2018morale\u2019, oltre a conflitti di competenza o legati a modalit\u00e0 diverse pensate per perseguire gli stessi scopi, che contrasta, e a volte annulla, la necessit\u00e0 della cooperazione a finalit\u00e0 comuni. Pi\u00f9 acuto \u00e8 tuttavia il conflitto tra i vari gruppi compattati dall\u2019organizzazione, che perseguono scopi differenziati, a volte decisamente avversi fra loro, perfino nettamente antagonisti.<br \/>\nSorge sempre, ricorrente, l\u2019idea che infine si giunger\u00e0 a un accordo su quale sia realmente lo scopo comune \u2018ultimo\u2019 da conseguire, e ci\u00f2 sarebbe pure favorito dalla conoscenza del mondo, che crescerebbe con la progressione asintotica di cui gi\u00e0 si \u00e8 detto. Quando si fosse arrivati \u2018infinitamente\u2019 vicini alla completezza di questa conoscenza, ogni disaccordo, causa degli urti reciproci, tenderebbe ad esaurirsi. La cooperazione diventerebbe il nostro comportamento abituale e riguarderebbe il complesso degli umani, salvo alcune eccezioni, allora effettive deviazioni dalla norma, che sarebbero ripudiate ed espulse dalla comunit\u00e0. Sono millenni che si ripete questa solfa e sar\u00e0 continuamente raccontata per tutta la durata della societ\u00e0 umana. E si riveler\u00e0 reiteratamente una pia illusione\u201d.<\/p>\n<p>Dunque, \u00e8 il nostro modo di stare al mondo, nella cosiddetta realt\u00e0 che \u00e8 squilibrio incessante che vibra nei nostri corpi individuali e sociali, rendendoci precari in tutto. Noi ricerchiamo in questo una stabilit\u00e0 che per\u00f2 non otteniamo se non in maniera transeunte e, quando questa per motivi oggettivi comincia a scricchiolare, al di l\u00e0 di come percepiamo le questioni in termini soggettivi \u2013 solitamente attribuendo agli altri, brutti, sporchi e cattivi, le motivazioni delle nostre sofferenze, e non pu\u00f2 non essere cos\u00ec \u2013 siamo trascinati in conflitti per la sopravvivenza sociale che sono ineliminabili.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un problema di scelte irrazionali, \u00e8 appunto la realt\u00e0 per come (non) possiamo conoscerla. Ancora La Grassa: \u201cD\u2019altronde, la presa di coscienza di un equilibrio, ormai impossibile da mantenere, avviene appunto a causa di tale spinta squilibrante che investe tutti i gruppi di individui attivi nelle teorie e negli apparati. Lo squilibrio, del tutto oggettivo e indipendente dagli individui, viene vissuto da ognuno di detti gruppi come aggressione di altri gruppi. Ne nasce un conflitto in cui ogni parte, anche quella che inizia le ostilit\u00e0, si sente in realt\u00e0 investita dall\u2019azione \u2018nemica\u2019 di altri gruppi, chi d\u00e0 avvio allo scontro lo fa perch\u00e9 ritiene indispensabile prevenire piuttosto che attendere l\u2019attacco di altri. Quando poi uno vince, allora \u00e8 sicuro che far\u00e0 ricadere la colpa del conflitto sul perdente. In ogni caso, i nuovi campi di stabilit\u00e0 che si andranno formando, sia in campo teorico che negli apparati, lo saranno nel corso dell\u2019urto fra fazioni contrapposte. E chi vince impone la sua visione teorica della \u2018realt\u00e0\u2019 e l\u2019organizzazione considerata pi\u00f9 propria per l\u2019attivit\u00e0 svolta nel campo da lui stabilizzato, proprio per consentirne lo svolgimento\u201d.<\/p>\n<p>Il discorso sarebbe ancora lungo e non possiamo affidarlo a una pagina Facebook o a un articolo per il blog, ma forse un po\u2019 ci siamo capiti. Sarebbe bellissima un\u2019armonia sociale perfetta, o anche solo imperfetta. Ma dobbiamo decidere se vivere una vita immaginaria, in cui certi inganni sono gi\u00e0 uno strumento di guerra, oppure tenerci accanto una diversa consapevolezza che, in alcuni casi, pu\u00f2 salvarci la vita, al prezzo di un certo cinismo, che \u00e8, anche se non ci piace ammetterlo, uno strumento necessario per il tempo che ci \u00e8 dato di esistere.<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.conflittiestrategie.it\/un-contratto-sociale-firmato-col-sangue\">https:\/\/www.conflittiestrategie.it\/un-contratto-sociale-firmato-col-sangue<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo) Torno sul tema della irrazionalit\u00e0 della guerra, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire. Eraclito affermava giustamente che la guerra, il conflitto, \u00e8 \u201cpadre di tutte le cose e di tutte \u00e8 re, e gli uni rivela come d\u00e8i, gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi\u201d. 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