{"id":953,"date":"2010-01-02T17:47:52","date_gmt":"2010-01-02T17:47:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=953"},"modified":"2010-01-02T17:47:52","modified_gmt":"2010-01-02T17:47:52","slug":"per-un-ambientalismo-umanistico-dal-rifiuto-alla-prospettiva-e-ritorno-equilibrio-e-ritorno-al-bene-pubblico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=953","title":{"rendered":"Per un ambientalismo umanistico: 3) dal rifiuto alla prospettiva e ritorno &#8211; Equilibrio e ritorno al bene pubblico"},"content":{"rendered":"<p><span mce_style=\"font-size: 11px;\" style=\"font-size: 11px\"><b>di Marco Palla &ndash; Parte III<\/b><\/span><\/p>\n<p><span mce_style=\"font-size: 11px;\" style=\"font-size: 11px\"><b>Equilibrio e ritorno al bene pubblico<\/b><br \/>\n\t<\/span><\/p>\n<p><span mce_style=\"font-size: 11px;\"><br \/>\n\tNel <span mce_style=\"font-size: 10px;\" style=\"font-size: 10px\"><a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=444\" mce_href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=444\">PRECEDENTE ARTICOLO<\/a><\/span> il tema della prospettiva &egrave; servito da pista per seguire l&rsquo;avvitamento della coscienza critica europea e il ripiegamento di un rapporto antico con l&rsquo;ambiente che la pressione demografica interna e un confuso appropriamento di nuovi territori all&rsquo;esterno hanno spinto ai suoi minimi storici. <\/span><\/p>\n<p>La citt&agrave;, trasformata dalla rivoluzione industriale e insufflata di genti e materie prima, non &egrave; ancora completamente spogliata dell&rsquo;eredit&agrave; rinascimentale, ma in lei i segni del passaggio da ambiente a scala umana ad ammasso confuso di istanze moderne e conflittuali &egrave; gi&agrave; evidente<\/p>\n<p>Prima di seguire l&rsquo;evolversi della storia culturale europea nel cuore del nostro discorso &ndash; le citt&agrave; &ndash; &egrave; opportuno ricordare le condizioni in cui l&rsquo;Europa arriva alle soglie del XIX secolo.<\/p>\n<p>All&rsquo;avvento della civilt&agrave; industriale il soggettivismo &egrave; definitivamente tramontato: l&rsquo;Enciclopedie promuove il lume oggettivo della ragione, La ricchezza delle nazioni di Smith svela un ordine naturale nell&rsquo;economia, i lavori di Lavoisier mostrano la struttura del mondo attraverso le scienze fisiche, Laclos e De Sade spogliano i sentimenti umani di ogni partecipazione.<\/p>\n<p>I progressi della matematica, dell&rsquo;ottica e della cartografia permettono di rompere definitivamente l&rsquo;antico rapporto tra rappresentazione geometrica ed esperienza personale, elevando le rispettive scienze all&rsquo;astrazione. Persino le misure di lunghezza tradizionali, bracci, piedi, pollici, vengono soppiantate da un sottomultiplo del meridiano terrestre passante per Parigi, il metro; cos&igrave; anche la misura dello spazio perde il riferimento umano: i prodotti delle varie tecnologie si separano, senza passare pi&ugrave; attraverso un unico vaglio visuale.<\/p>\n<p>Per concludere il precedente ragionamento, la prospettiva &ndash; che la matematica ha confinato nel regno della geometria descrittiva &ndash; sopravviver&agrave; nell&rsquo;arte fino al classicismo delle accademie di pittura, nello scorcio tra XIX e XX secolo, in un periodo impaurito dallo sviluppo dei processi seriali, industriali e scientifici, ammirati ed esaltati ma anche temuti perch&eacute; sentiti in qualche modo falsi. Arriver&agrave; poi a quella parte delle accademie che, alle soglie dei movimenti avanguardistici del primo &lsquo;900, reagir&agrave; rifugiandosi non nell&rsquo;individualismo e nell&rsquo;irrazionalismo sempre pi&ugrave; acceso, ma tentando un&rsquo;ulteriore razionalizzazione. E&rsquo; il periodo che prelude all&rsquo;apertura di una cattedra di Disegno dal vero nelle facolt&agrave; di architettura italiane ed estere, che per&ograve; preservano ostinatamente un pensiero gi&agrave; di retroguardia.<\/p>\n<p>L&rsquo;irrazionalismo penetrer&agrave; dunque l&rsquo;arte, cercando il linguaggio dei sentimenti, ma ritirandosi dall&rsquo;obiettivo civile dell&rsquo;arte, la costruzione della citt&agrave;: gi&agrave; dall&lsquo;800 i prodotti artistici vengono collocati in spazi appositi (musei e salotti) e non arricchiscono pi&ugrave; l&rsquo;ambiente, l&rsquo;ordine pubblico &egrave; ormai l&rsquo;unico segno che rimane della potenza dell&rsquo;amministrazione centrale.<\/p>\n<p>All&rsquo;esterno le colonizzazioni militarizzate europee si limitano di solito a creare insediamenti costieri che scimmiottano le forme tradizionali, laddove incontrano stati ugualmente forti e organizzati, bench&eacute; pi&ugrave; poveri (come in Cina). Ci&ograve; non accade in pratica soltanto in India, dove l&rsquo;iniziativa imperiale britannica forgia dal nulla citt&agrave; e soggiorni estivi (Singapore nel 1819), e trasforma rapidamente i centri costieri occupati nel tardo &lsquo;700 nei principali snodi del vasto subcontinente.<\/p>\n<p>In Europa il compromesso tra intervento pubblico e interesse privato &#8211; ereditato dall&rsquo;iniziativa mitteleuropea seicentesca &#8211; diventa stridente, in uno spazio sempre pi&ugrave; stretto: le masse operaie strappate alle campagne conducono un numero crescente di risorse all&rsquo;interno delle concentrazioni urbane, favorendo la rendita fondiaria.<\/p>\n<p>Il carico dei problemi organizzativi ed economici assume talvolta l&rsquo;aspetto minaccioso e violento del potere, dapprima nella fase rivoluzionaria (Parigi &egrave; al centro delle vicende rivoluzionarie nel 1789, 1794, 1799, 1830 e 1848; Milano, Atene e altre citt&agrave; vivono le medesime vicissitudini ), poi durante i riflussi delle restaurazioni.<\/p>\n<p>Durante i periodi di pace l&rsquo;intervento pubblico si arma contro la minaccia rivoluzionaria, e riorganizza le citt&agrave; scendendo a patti con i poteri costituiti, conservatori e (quasi sempre) vittoriosi, che ne sostengono il rinnovato sviluppo. Dall&rsquo;accordo con quegli interessi privati si rilancia l&rsquo;equilibrio precedente &ndash; tra grande e piccola scala, tra unit&agrave; e molteplicit&agrave;, tra grande progettazione e sfruttamento del piccolo appezzamento &ndash; che gi&agrave; per&ograve; portava in nuce lo smantellamento dello scenario storico urbano.<\/p>\n<p>Il primo e pi&ugrave;&nbsp; importante di questi scenari &egrave; Parigi, modello funzionale per le altre grandi citt&agrave; europee e icona sentimentale esaltata da alcuni (Hugo), rimpianta per le sue vestigia da altri (nelle stampe di Gustav Dor&eacute; gli slum si amalgamano con la Grand Vie e cos&igrave; i rispettivi abitanti, ma l&rsquo;autore ammette che il criterio artistico &egrave; inannzitutto la selezione nel suo occhio) e, infine, molto pi&ugrave; tardi, interiorizzata e portata a fondamento psicologico dello spleen (Baudelaire).<\/p>\n<p>Parigi &egrave;&nbsp; l&rsquo;emblema della fine della citt&agrave; rinascimentale europea perch&eacute; le nuove strade qui costruite intorno al 1850, lunghe e diritte, abbattono i vecchi quartieri, fissano una frontiera rigida fra spazio pubblico e privato, instaurano la legge dell&rsquo;allineamento delle facciate sul fronte fabbricabile che sostituisce la complessa casistica dei rapporti reciproci della tradizione pi&ugrave; antica.<\/p>\n<p>E squilibrano le misure di corrispondenza tra i conti dell&rsquo;amministrazione e della propriet&agrave; fondiaria: la propriet&agrave;, sempre pi&ugrave; fitta e densa, riceve un sovrapprezzo dovuto alla posizione centrale, l&rsquo;amministrazione pubblica rimane indietro e s&rsquo;indebita. Si costruisce pi&ugrave; del necessario, per far crescere i prezzi dei terreni, e i servizi pubblici insufficienti rincorrono le iniziative private. Crescono le differenze di valore che alimentano la rendita fondiaria e le speculazioni, e si aggravano i contrasti ambientali tra un centro della citt&agrave; sempre pi&ugrave; ricco e una periferia raggiunta sempre pi&ugrave; lentamente dai servizi primari.<\/p>\n<p>Le conseguenze, che, nonostante i tentativi novecenteschi di fondare delle new towns assiali e funzionali (Le Corbusier), sono ancora sotto i nostri occhi e si riproducono anche pi&ugrave; drammaticamente lontano dal vecchio continente, sono: insalubrit&agrave; degli ambienti urbani, sovraffollamento, congestione, disordine, speculazione sfrenata, insufficienza di regole pubbliche.<\/p>\n<p>La citt&agrave; diviene cos&igrave; &#8211; nel corso dell&rsquo;Ottocento &#8211; estranea all&rsquo;uomo, ostile. E l&rsquo;uomo perde la cognizione del suo posto nell&rsquo;ambiente, fin dentro la sua casa, ormai irrimediabilmente mutata.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>Qual &egrave; la via d&rsquo;uscita da questa situazione? Le citt&agrave; antiche &#8211; che visitiamo come turisti incuriositi &ndash; hanno ancora qualcosa da dirci, da insegnarci?<\/p>\n<p>Forse s&igrave;.<\/p>\n<p>Le citt&agrave;&nbsp; pi&ugrave; antiche, i cui centri oggi visitiamo e ammiriamo, preservano i valori locali sviluppatisi nell&rsquo;Alto Medioevo ben pi&ugrave; fortemente di quelli nazionali nati al pi&ugrave; cinque secoli fa. Anche le grandi capitali come Londra o Parigi sono prima che capitali di Stato capitali di provincia o di distretto, e ci ricordano un valore ambiguo di identificazione e di antagonismo col potere centrale che ospitano. Ma questa ambiguit&agrave; &egrave; ancora pi&ugrave; evidente nelle altre capitali &ndash; Madrid, Roma, Vienna, Bruxelles &ndash; che sono ben bilanciate dalla presenza di altri grandi centri nello stesso Stato.<\/p>\n<p>Dovunque le citt&agrave;&nbsp; pi&ugrave; antiche si identificano con le amministrazioni locali, costruendo un rapporto politico fra cittadini e autorit&agrave; locali profondamente sentito, che ostacola il funzionamento di enti di scala nazionale. Molto spesso sulle comunit&agrave; locali &egrave; modellata l&rsquo;organizzazione ecclesiastica, che fronteggia il potere centrale strada per strada, una chiesa che s&rsquo;affaccia su ogni piazza.<\/p>\n<p>Le citt&agrave;&nbsp; europee formano una fitta rete in uno spazio ristretto. Il loro rapporto con la campagna circostante &egrave; andato in crisi quando queste negli ultimi due secoli sono cresciute a dismisura, ma oggi la valutazione di questo rapporto &egrave; ricominciata nell&rsquo;equilibrio e nella conservazione dei centri antichi sopravvissuti, secondo un modello pacificato e umano. Le citt&agrave; pi&ugrave; dense oggi &ndash; Venezia, Siena, Praga &#8211; si mostrano agli occhi sia pure miopi del turista come piccoli universi di edifici giardini e corti che aprono spazi meravigliosamente conservati all&rsquo;uomo e alla sua misura.<\/p>\n<p>Molto resta ancora da fare e innanzitutto da sottrarre all&rsquo;industria del turismo, ma se il laboratorio che ha creato queste citt&agrave; non &egrave; cos&igrave; distante nel tempo ed &egrave; tuttora funzionante ci&ograve; vuol dire che l&rsquo;impresa di salvarle e replicarle &egrave; fattibile.<\/p>\n<p>Una tendenza da invertire &egrave; la segregazione dell&rsquo;arte &ndash; dei cosiddetti Beni Culturali &ndash; nelle stanze dell&rsquo;industria del turismo: musei, parchi di intrattenimento, collezioni private hanno allontanato e quasi del tutto separato la bellezza dalla vita, seguendo i percorsi di alienazione e di individualismo dell&rsquo;arte neoplastica novecentesca. Ci&ograve; diventa tanto pi&ugrave; vero quanto pi&ugrave; i mezzi di comunicazione di massa &ndash; per primo quello che stiamo qui usando &ndash; dilatano la sfera dell&rsquo;intrattenimento e della passivit&agrave; dei fruitori.<\/p>\n<p>La citt&agrave;&nbsp; pre-industriale europea rappresentava il simbolo vivente di una diversa amministrazione e distribuzione di tale ricchezza: la permeabilit&agrave; fra spazi pubblici e privati attraverso il filtro delle facciate e delle proporzioni geometriche destinava allora al cittadino, abitante il luogo specifico e parte della comunit&agrave;, la sua piccola parte di bene pubblico. Era cio&egrave; possibile frequentare le immagini d&rsquo;arte mentre si circolava, si lavorava, si viveva, senza accumularle in un luogo specifico e nella memoria. E anche se questo bene pubblico aveva un proprietario, esso era esposto e proposto alla vista di tutti e di ciascuno, e anzi sul suo possesso si basava e articolava la scala sociale. La contemplazione della bellezza era sentita come sollievo nella vita quotidiana, e non relegata come esperienza a s&eacute; stante nel tempo libero.<\/p>\n<p>Oggi la fruizione diretta &egrave; annientata dalla comunicazione di massa (attraverso giornali, supplementi, schermi), e ci&ograve; provoca innanzitutto una limitazione dell&rsquo;autonomia di giudizio.<\/p>\n<p>Ebbene la citt&agrave;&nbsp; pre-moderna, nella misura in cui funziona come citt&agrave;, &egrave;&nbsp; l&rsquo;alternativa a questo meccanismo e la prova della sua insufficienza. E l&rsquo;ambiente che costituisce pu&ograve; essere a sua volta sentito e vissuto come un&rsquo;opera d&rsquo;arte reale, organica, e non solo composta di immagini vaganti. Un apprezzamento responsabile e attivo del patrimonio culturale pu&ograve; avere un ruolo importante nella conduzione di una citt&agrave;, grazie all&rsquo;intelligenza degli amministratori pubblici.<\/p>\n<p>Poich&eacute; le citt&agrave; europee alto-medievali nascono come citt&agrave; chiuse (oppure le citt&agrave; pi&ugrave; antiche si trasformano in comunit&agrave; ristrette durante l&rsquo;Alto Medioevo), l&rsquo;esigenza di autonomia e concorrenza ne plasma le forme a discapito dell&rsquo;uguaglianza interna, dando vita a una scena imperfetta, composita ed eclettica, formata dall&rsquo;azione di spinte antagoniste.<\/p>\n<p>La rendita fondiaria urbana, cio&egrave; il guadagno dovuto a posizioni uniche, &egrave; parte fondante della storia di queste citt&agrave;, dal momento in cui il potere centrale dispotico declina e viene superata la disposizione a recinti chiusi (tipica delle citt&agrave; antiche islamiche e orientali); tale dispositivo di autonomia e concorrenza viene controllato entro margini prestabiliti nelle citt&agrave; mercantili, e stimola la crescente progettazione e amministrazione pubblica man mano che questa si afferma col passare dei secoli.<\/p>\n<p>Con la crescita smisurata nell&rsquo;et&agrave; industriale e la riduzione in condizioni di quasi schiavit&ugrave; delle masse operaie, la rendita fondiaria urbana comincia a condizionare in misura inaccettabile la trasformazione della citt&agrave; &ndash; mediante l&rsquo;ineguale distribuzione dei servizi e la progettazione degli ampliamenti periferici ad uso e guadagno di avidi costruttori che dequalificano le maestranze.<\/p>\n<p>Ora la soluzione a questo problema pu&ograve; essere centralizzata e &ldquo;statalista&rdquo;, ovvero la gestione pubblica permanente di tutto il suolo urbano, ma si &egrave; detto che questa teoria &egrave; estranea alla storia urbana europea, e una volta messa in pratica probabilmente produrrebbe solo storture.<\/p>\n<p>Oppure si pu&ograve;&nbsp; tentare di recuperare l&rsquo;antagonismo fra interessi privati e pubblici, che pure esistono e non vanno negati; si pu&ograve; cercare di stimolare l&rsquo;invenzione e l&rsquo;autonoma ricerca di soluzioni entro una cornice misurata di progettazione generale, secondo un piano di appropriata collocazione che segua il coordinamento e la spontaneit&agrave;, anche dal punto di vista economico (concorsi, sovvenzioni ecc.).<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, il fenomeno statunitense ha qualcosa da insegnarci; i grandi spazi americani hanno evitato alla popolazione ancora numericamente scarsa tutti i conflitti dell&rsquo;ambiente industriale; gli slums delle grandi citt&agrave; sono nati non per inettitudine degli amministratori e dei progettisti n&eacute; per speculazione, ma perch&eacute; occupati da masse molto eterogenee che sono ancora in fase di reciproca integrazione. Il pi&ugrave; straordinario paesaggio urbano dei nostri tempi &ndash; cio&egrave; la foresta di guglie e di metallo che &egrave; Manhattan, deriva dalla competizione di un numero altissimo di manufatti, lasciata libera di riempire la pi&ugrave; semplice delle griglie planimetriche. Essa &egrave; l&rsquo;ultimo esito della citt&agrave; aristotelica, dell&rsquo;ambiente aperto e perfettibile, incompiuto.<\/p>\n<p>Non a caso a Manhattan &egrave; possibile osservare, nell&rsquo;ombra di un parco pubblico o in una piazza schiacciata tra muri di cemento, la rinascita di un fenomeno che viene a noi dall&rsquo;antichit&agrave;: l&rsquo;evergetismo, ovvero l&rsquo;investimento a fondo perduto di denaro e lavoro &ndash; da parte della classe aristocratica e di chi pu&ograve; permetterselo &ndash; che riporta un&rsquo;opera umana d&rsquo;ingegno e talvolta d&rsquo;arte al centro dello scenario pubblico. Se ci si china sulla base di queste opere, sculture giardini patii corridoi e anche semplici panchine, si scopre una targhetta di metallo che sotto al nome dell&rsquo;opera e alla data di edificazione riporta in calce i nomi di chi l&rsquo;ha pagata, come un ex-voto pagato al principio ispiratore del nucleo urbano, da che mondo &egrave; mondo: la vita in comunit&agrave;, la societ&agrave; umana al di sopra delle beghe di ciascuno dei suoi componenti.<\/p>\n<p>Recuperare il pieno equilibrio tra interessi e scelte, cos&igrave; come si progetta l&rsquo;andamento e il funzionamento della forza lavoro o del corpo sociale, deve essere una priorit&agrave; per tutti, a cominciare dallo spazio che si occupa. Per salvare l&rsquo;ambiente (non quello degli orsi polari ma il nostro) &egrave; necessario rinunciare a &ndash; o almeno rivedere in parte &ndash; alcuni motori della modernit&agrave;: il primato della produttivit&agrave;, la verticalit&agrave; dell&rsquo;impresa e del capitalismo, l&rsquo;ordine individuale delle decisioni sull&rsquo;ambiente, anche quello che &egrave; di propriet&agrave; e non solo quello pubblico. Il discorso cos&igrave; generalizzato &egrave; applicabile ad ogni scala e su tutta la superficie del globo, ma deve cominciare dalle nostre strade, dai luoghi dove passiamo la maggior parte del nostro tempo, considerandoli come un&rsquo;estensione dei nostri salotti.<\/p>\n<p>E&rsquo;emblematica la vicenda ancora sospesa di Venezia. L&rsquo;eccezionalit&agrave; dell&rsquo;ambiente in cui sorge &ndash; acqua invece di terreno, niente automobili, canali al posto delle strade &ndash; crea l&rsquo;emarginazione delle funzioni di una citt&agrave;.<\/p>\n<p>Ora, questa emarginazione che espelle centri di commercio, produzione in scala e persino abitanti dalla citt&agrave; potrebbe essere agevolmente compensata dalla tecnologia moderna, ma invece permane e si accentua perch&eacute; gli interessi speculativi esterni, che utilizzano la decadenza di Venezia, sono pi&ugrave; forti degli interessi congiunti della popolazione veneziana e della cultura del pianeta che l&igrave; guarda quando pensa al suo passato.<\/p>\n<p>Non manca il denaro n&eacute; i mezzi, ma forse un luogo cos&igrave; illustre nel cuore dell&rsquo;Europa civilizzata non potr&agrave; salvarsi e diventer&agrave; uno scenario inanimato, una ex-citt&agrave;, assorbito nel circuito del tempo libero, del turismo, della cultura che si vende e non si costruisce se non come merce.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Marco Palla &ndash; Parte III Equilibrio e ritorno al bene pubblico Nel PRECEDENTE ARTICOLO il tema della prospettiva &egrave; servito da pista per seguire l&rsquo;avvitamento della coscienza critica europea e il ripiegamento di un rapporto antico con l&rsquo;ambiente che la pressione demografica interna e un confuso appropriamento di nuovi territori all&rsquo;esterno hanno spinto ai suoi minimi storici. 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