{"id":9558,"date":"2013-09-24T16:41:52","date_gmt":"2013-09-24T16:41:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=9558"},"modified":"2013-09-24T16:41:52","modified_gmt":"2013-09-24T16:41:52","slug":"appunti-sulla-guerra-valutaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=9558","title":{"rendered":"Appunti sulla guerra valutaria"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\n\tUn&#39;analisi molto interessante, almeno per noi che non abbiamo sufficienti conoscenze di questi temi. L&#39;ultimo paragrafo, che contiene le proposte o meglio ipotesi di proposte, &egrave; l&#39;ennesima manifestazione dell&#39;ideologia della sinistra radicale antistatalista e quindi antinterventista (e antisocialista, a parte le chiacchiere e le parole vuote di signifcato), che non riesce proprio a proporre la soluzione semplice e lineare &#8211; ossia reintrodurre un rigido sistema di controllo della circolazione dei capitali, ricostituire un sistema finanziario nazionale, ridurre lo scambio internazionale di merci e servizi all&#39;essenziale &#8211; e si trastulla con l&#39;ennesimo sogno (concetto vago); l&#39;ultimo arrivato &egrave; la &quot;moneta (del) Comune&quot;. Insomma ennesimo attacco allo Stato, anche se non dall&#39;alto ma dal basso. Globalisti e benecomunisti, due nemici dello Stato nazionale, costituzionale, interventista, che credono di essere nemici tra loro ma in realt&agrave; sono alleati, proprio perch&eacute; nemici dell&#39;unica ancora di salvezza dei ceti a reddito basso e medio e dell&#39;unica speranza di indipendenza dalla soggezione alle potenze dominanti. D&#39;altra parte il globalista Toni Negri sembra essere il punto di riferimento dei sostenitori dell&#39;oscura &quot;moneta (del) Comune&quot; (SD&#39;A).\n<\/p>\n<p>\n\tdi <strong>Stefano Lucarelli<\/strong> Quaderni di San Precario letto su <a href=\"http:\/\/www.sinistrainrete.info\/\">Sinistra in rete<\/a>\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"font-size:larger;\"><strong>1.<\/strong><\/span> All&rsquo;inizio del 2013, durante il vertice di Davos, la presa d&rsquo;atto della nuova politica monetaria giapponese, impegnata a svalutare significativamente lo yen, aveva suscitato uno stato di agitazione che aveva condotto gli osservatori a dare per scontato che l&rsquo;amministrazione Obama avesse tra i suoi obiettivi la perdita di valore relativo del dollaro.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tTanto il Giappone, quanto gli Stati Uniti &ndash; si diceva &ndash; vogliono da un lato recuperare quote nel commercio internazionale, e dall&rsquo;altro ridurre il valore dei debiti che essi devono ai loro creditori (a seguito del probabile incremento dell&rsquo;inflazione legata alla svalutazione delle proprie monete).\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tDal momento che l&rsquo;unica area economica priva di una vera politica valutaria &egrave; l&rsquo;Eurozona, sembrava probabile che il dollaro si svalutasse proprio nei confronti dell&rsquo;euro, aggravando i precari equilibri che caratterizzano i rapporti fra il modello di crescita tedesco &ndash; orientato alle esportazioni dei beni prodotti nei settori a pi&ugrave; alto valore aggiunto &ndash; e i paesi mediterranei caratterizzati da deficit crescenti nella propria bilancia commerciale.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tSe questa prospettiva si dovesse verificare, ci&ograve; accelererebbe la pericolosa tendenza che &egrave; comunque gi&agrave; presente tra i Paesi dell&rsquo;Unione Monetaria Europea: ai Paesi periferici si continuer&agrave; a chiedere di ripagare i debiti a mezzo di deflazione salariale o attraverso la presenza rilevante dei capitali privati dei Paesi del Nord negli assetti proprietari dei settori potenzialmente redditizi: i servizi di pubblica utilit&agrave;, il sistema sanitario, forse il patrimonio museale e culturale e quella parte del settore manifatturiero presente in Italia che, in mancanza di una politica industriale, va svalorizzandosi per risultare appetibile ai Paesi che hanno accumulato dei surplus commerciali. Si configurerebbe un rapporto di potere molto prossimo al colonialismo.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tCome ha sottolineato tra gli altri Marcello De Cecco (<i>La Repubblica &ndash; Affari e Finanza <\/i>21 Gennaio 2013) un rapporto di cambio tra euro\/dollaro che si stabilizzasse attorno a 1,50 rischierebbe di rendere inutili le politiche monetarie espansive della BCE poich&eacute; la debolezza della domanda interna europea non potrebbe compensare la riduzione dell&rsquo;export prevedibile a seguito di un tasso di cambio di questa entit&agrave;.\n<\/p>\n<p>\n\t<!--more-->\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tTra Gennaio 2013 e Agosto 2013, tuttavia, il tasso di cambio euro\/dollaro &egrave; lievemente oscillato attorno a 1,30 (tra Gennaio 2012 e Agosto 2012 invece era passato da 1,32 a 1,22). La tanto attesa guerra fra queste due valute non &egrave; esplosa.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\t<br \/>\n\t<span style=\"font-size:larger;\"><strong>2.<\/strong><\/span> Il primo a parlare di &ldquo;Currency war&rdquo; (guerra valutaria) fu il ministro delle finanze brasiliano Guido Mantega nel 2010, dopo le prime misure di <i>quantitative easing<\/i> negli Stati Uniti.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tSecondo Mantega le politiche monetarie non convenzionali da parte della Fed avrebbero favorito una flusso eccessivo di capitali verso i Paesi emergenti generando spinte inflazionistiche, rivalutazioni monetarie, perdita di competitivit&agrave; e pressioni al rialzo sui prezzi degli <i>asset<\/i>.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tOggi la crescita degli Stati Uniti (e in Giappone) si va consolidando, mentre quella dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) &egrave; in frenata. Certamente si possono avanzare dei dubbi sulla portata della ripresa economica; per esempio degli 848.000 nuovi posti di lavoro creati negli USA nel corso dell&rsquo;ultimo anno (tra Gennaio e Agosto), il 59,4% sono <i>part-time jobs<\/i>. Siamo dunque dinanzi ad un consolidamento della trappola della precariet&agrave;: un esercito industriale di riserva che non &egrave; pi&ugrave; al di fuori del mercato del lavoro, bens&igrave; al suo interno (come scrive Andrea Fumagalli, <i>Lavoro Male Comune<\/i>, p. 88).\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tTuttavia anche gli analisti pi&ugrave; scettici &ndash; fra questi un marxista ortodosso come Michael Roberts (si veda il post del 7 Settembre 2013 su thenextrecession.wordpress.com ) &ndash; devono riconoscere che le aspettative del mondo degli affari stanno migliorando, soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Gli indici pi&ugrave; attendibili per tener conto di ci&ograve; che i manager<i> <\/i>pensano riguardo allo stato del settore manifatturiero e dei mercati sono i PMIs (<i>purchasing managers indexes<\/i>) prodotti separatamente da <i>Markit Group<\/i> (che monitora 30 Paesi) e dall&rsquo;<i>Institute for Supply Management<\/i> (quest&rsquo;ultimo limitatamente agli Stati Uniti). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, i dati su cui i PMIs sono calcolati, sono raccolti attraverso un sondaggio mensile al quale rispondono 400 manager del settore manifatturiero. Sono richiesti i valori attesi sull&rsquo;ammontare della produzione, dei nuovi ordini, della velocit&agrave; di consegne dei fornitori, delle scorte e dell&rsquo;occupazione. Roberts riconosce che in Agosto, il PMI statunitense riferito sia al manifatturiero che al settore terziario &egrave; cresciuto raggiungendo dei valori (superiori al 115%) che indicano una probabile fase di espansione economica.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tSecondo le stime della societ&agrave; d&rsquo;investimento <i>Bridgewater <\/i>(riportate il 17 Agosto da Federico Rampini su <i>Repubblica<\/i>), gli Stati Uniti, il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale del 2013.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tI capitali gestititi dai grandi fondi di investimento, e le stesse imprese multinazionali, si allontanano dai BRICS. Vanno soprattutto verso gli Stati Uniti, sotto la duplice azione della politica monetaria espansiva attuata dalla Fed (capace innanzitutto di sostenere la domanda di titoli finanziari americani, dunque gli indici azionari) e dell&rsquo;incertezza generata dagli eventi pi&ugrave; diversi. Tra questi non si pu&ograve; escludere nel caso del Brasile il ruolo assunto dalle grandi mobilitazioni durante la Coppa delle Confederazioni, che hanno fatto emergere le contraddizioni del modello di sviluppo che &egrave; andato consolidandosi dopo gli anni di Lula.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tDopo aver creato le condizioni anche per un indebitamento a buon mercato volto a sostenere la crescita dei BRICS, Ben Bernanke ha dichiarato, a fine Giugno, di scorgere segni di deciso miglioramento nell&rsquo; economia americana: se il tasso di disoccupazione fosse sceso al di sotto del 7%, ci&ograve; avrebbe potuto determinare un mutamento nella strategia della Fed. Queste parole hanno causato s&igrave; il nervosismo di <i>Wall Street <\/i>e &ndash; come vedremo &ndash; la necessit&agrave; di una quasi smentita, ma hanno anche creato le condizioni per un aumento il valore delle obbligazioni a medio lungo termine. Si &egrave; cos&igrave; incoraggiato il rientro dei capitali dalle economie emergenti verso gli USA. La rupia indiana ha perso il 25% del suo valore, il real brasiliano il 15%, il rublo il 10%.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tAl G20 di San Pietroburgo l&rsquo;immagine di una guerra valutaria tra questi Paesi e gli Stati Uniti ha iniziato ad assumere la forma di uno scontro diplomatico. La tensione geopolitica fra Washington e Mosca per quanto riguarda la Siria ha anche una faccia monetaria.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tAnche il caso indiano &egrave; emblematico: dinanzi all&rsquo;aumento dei rendimenti ottenibili sulle piazze finanziarie statunitensi, alla svalutazione della rupia e alla conseguente fuga di capitali dall&rsquo;India, il governo ha dovuto reintrodurre dei controlli sui movimenti dei capitali.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tLa <i>Goldman Sachs<\/i> ha considerato preoccupante l&rsquo;alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina. Tuttavia la scelta di una stretta creditizia, di fatto promossa dalla Banca Popolare Cinese, rischia di riprodurre in Cina una dinamica molto simile a quella che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\t<br \/>\n\t<span style=\"font-size:larger;\"><strong>3.<\/strong><\/span> I flussi di capitali verso gli Stati Uniti rischiano di alimentare delle spinte speculative che potrebbero condurre ad una nuova crisi finanziaria. &Egrave; molto probabile che le continue iniezioni di liquidit&agrave; da parte della Fed abbiano gi&agrave; creato una bolla finanziaria. Han Jon Chan sul <i>Guardian <\/i>(30 Agosto) ha rilevato che nonostante l&rsquo;aumento dei tassi di crescita del PIL statunitense, gli investimenti pubblici e le spese per il <i>welfare<\/i> non sembrano ancora ad un livello sufficiente per delineare un modello di crescita duraturo. La moneta <i>ex novo<\/i> potrebbe non tradursi in produzione di valore. Molto dipender&agrave; dall&rsquo;effettiva rilevanza del nuovo paradigma tecnologico emergente.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tTuttavia la sola percezione di uno stop al <i>quantitative easing<\/i>, provocata dalle dichiarazioni di Bernanke, ha comportato una vendita in massa dei titoli americani sui mercati mondiali che ha spinto verso l&rsquo;alto i tassi a lunga. I mercati finanziari americani sono dunque stati caratterizzati da una sfiducia crescente oltre che dall&rsquo;incremento dei flussi di capitali che dai BRICS rientravano negli USA. Il numero 1 della Fed ha dovuto cos&igrave; dichiarare in Luglio che la politica dei tassi bassi non &egrave; destinata ad interrompersi, ma che durer&agrave; nel tempo: un altro segnale del fatto che, nel capitalismo contemporaneo, sono i mercati finanziari il luogo in cui la sovranit&agrave; monetaria assume una legittimazione. Ci&ograve; tuttavia significa che anche le politiche monetarie vengono determinate secondo uno stato di eccezione<i> <\/i>che poggia su convenzioni instabili (quelle che emergono dall&rsquo;interazione fra operatori finanziari eterogenei) a scapito delle convenzioni durevoli su cui le istituzioni dovrebbero costruire la propria ragion d&rsquo;essere.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tIn questa situazione un coordinamento fra Fed e BCE diventa fondamentale. Tuttavia non pu&ograve; essere dato per scontato, soprattutto viste le faticose modalit&agrave; di azione che caratterizzano gli interventi del banchiere centrale dell&rsquo;Unione Monetaria Europea.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\t<br \/>\n\t<span style=\"font-size:larger;\"><strong>4.<\/strong><\/span> Stando a quanto ha riportato il <i>Telegraph <\/i>(1 Agosto), il <i>senior economist<\/i> della Fed<i> <\/i>Robert Hetzel, in un <i>paper <\/i>intitolato <i>ECB Monetary Policy in the Recession<\/i>, pubblicato in Luglio, ha attaccato la politica della BCE. Hetzel ha sostenuto che la BCE &ldquo;manca di una strategia coerente per creare la base monetaria richiesta per sostenere la ripresa [&#8230;]. La Bce deve essere chiara che i <strong>paesi in surplus dovranno attendersi un&rsquo;inflazione superiore al 2% per un periodo prolungato<\/strong> e spiegare all&rsquo;opinione pubblica tedesca che si tratta di un risultato favorevole&rdquo;.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tHetzel denuncia a chiare lettere che la BCE &ndash; al di l&agrave; delle apparenze &ndash; sta attuando una politica di contrazione del credito come leva per i cambiamenti strutturali dei Paesi che soffrono maggiormente la crisi. Una strategia su cui &egrave; lecito dubitare, a meno che non si traduca nel <i>quasi-colonialismo <\/i>cui prima accennavamo. La Germania e i suoi satelliti cercano di sfruttare le periferie europee mantenendo un controllo sulla struttura produttiva e sulla realizzazione del valore prodotto:\n<\/p>\n<ol>\n<li>\n<p align=\"justify\">\n\t\t\tle politiche di <i>austerity<\/i> e l&rsquo;impoverimento delle finanze pubbliche che essi generano, contestualmente alla riduzione del consenso nei confronti della gestione pubblica delle risorse, favorisce la diffusione dei processi di privatizzazione delle <i>public utilities<\/i> che vanno a vantaggio delle grandi societ&agrave; di servizi tedesche e francesi;\n\t\t<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p align=\"justify\">\n\t\t\talcuni segmenti produttivi dei Paesi del Sud Europa che, se opportunamente supportati potrebbero crescere, vengono ridotti a subfornitori in una filiera produttiva che viene controllata a monte dai Paesi che hanno veri sistemi nazionali di innovazione resi possibili da una politica industriale reale;\n\t\t<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p align=\"justify\">\n\t\t\tsi incentiva una fuga di cervelli dal Sud Europa verso il Nord Europa (la scuola e l&rsquo;universit&agrave; pubblica italiana, ad esempio, sta formando specialisti che verranno impiegati all&rsquo;estero) alimentando nel Nord un esercito industriale di riserva nel mondo della ricerca che contribuisce a contenere i costi di produzione;\n\t\t<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p align=\"justify\">\n\tCos&igrave; si ridefinisce la divisione tecnologica del lavoro all&rsquo;interno dell&rsquo;Europa, costringendo i Paesi del Sud ad adeguarsi alle esigenze dei Paesi del Nord.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tUn sistema cos&igrave; configurato, in assenza di una politica fiscale comune o di altri meccanismi riequilibratori tipici di un&rsquo;area monetaria ottimale, non pu&ograve; che essere percepito come altamente instabile.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tLa &ldquo;graduale ripresa economica nella parte rimanente dell&rsquo;anno e nel 2014&rdquo; di cui ha parlato Mario Draghi per spiegare la scelta di lasciare invariati i tassi d&rsquo;interesse nonostante la liquidit&agrave; nell&rsquo;Eurozona sia in diminuzione, lascia gli Stati Uniti con la paura che un surriscaldamento di <i>Wall Street <\/i>riporti in vita i fantasmi del passato.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\t<br \/>\n\t<span style=\"font-size:larger;\"><strong>5. <\/strong><\/span>Pi&ugrave; che le <em>elezioni<\/em> federali <em>tedesche<\/em> per il rinnovo del 18&deg; Bundestag, che si terranno il 22 settembre 2013 e pi&ugrave; che la fine del mandato di Ben Bernake (nel gennaio 2014), gli eventi pi&ugrave; significativi per gli assetti del sistema monetario internazionale, dunque soprattutto per la direzione e l&rsquo;intensit&agrave; dei movimenti di capitali, da cui dipendono principalmente le variazioni dei tassi di cambio, potrebbero essere legati a una nuova ondata di innovazioni.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tLo sviluppo di nuove tecniche di estrazione del petrolio e del gas naturale negli Stati Uniti ed in Canada ha permesso di raggiungere e sfruttare dei nuovi giacimenti di energia. Gli Stati Uniti potrebbero divenire entro il 2020 i maggiori produttori mondiali di petrolio e di gas naturale.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tUno shock tecnologico di questa portata avrebbe delle conseguenze rilevanti sul piano commerciale, (laddove gli Stati Uniti fossero in grado, come sembra, di esportare il gas naturale nel resto del mondo), sui flussi di capitali verso gli Stati Uniti e verso i Paesi che vorranno investire nelle nuove tecnologie estrattive, potrebbe favorire l&rsquo;aumento della competitivit&agrave; globale dell&rsquo;intera industria americana, e potrebbe comportare una ridefinizione degli equilibri geopolitici, anche alla luce delle recenti tragiche vicende che affliggono il Medio Oriente.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tForse, ancora una volta, &egrave; da qui che le sorti delle economie europee potranno ripartire, da una nuova edizione di un mondo trainato dalla domanda statunitense, con tutte le contraddizioni che ne deriverebbero. La presunta indipendenza della BCE, posta di fronte di un ipotetico specchio della verit&agrave;, riflette l&rsquo;immagine di uno spazio conteso fra gli Stati Uniti e la Germania.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tLa possibilit&agrave; che le convenzioni finanziarie del domani siano compatibili con una sovranit&agrave; americana capace di risolvere le contraddizioni in cui l&rsquo;Europa si dimena (problema che per inciso ci obbliga ad analizzare anche cosa si muove all&rsquo;interno dei Paesi europei che attendono l&rsquo;adesione all&rsquo;Unione Monetaria Europea, come la Lettonia e la Lituania), non fa certo venir meno il lavoro che a livello europeo i movimenti sociali sono chiamati a svolgere.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tRiaffermare una sovranit&agrave; monetaria dal basso contro l&rsquo;espropriazione perpetuata nel nome dell&rsquo;austerit&agrave; rappresenta una sfida che pu&ograve; creare le condizioni per una mobilitazione europea. Come anche la possibilit&agrave; di dettare le condizioni di un reale sviluppo tecnologico che non si tramuti nell&rsquo;ennesimo disastro ecologico.\n<\/p>\n<p align=\"justify\">\n\tL&rsquo;invenzione di un futuro che non sia imposto dalle logiche dello sfruttamento e dell&rsquo;alienazione passa per la denuncia delle contraddizioni che caratterizzano l&rsquo;Unione Monetaria Europea, ma dovrebbe procedere insieme alla condivisione di strumenti monetari che possano mantenere in vita l&rsquo;insieme variegato dei saperi inappropriabili che combina la produzione sociale. Questa &egrave; la nostra guerra valutaria: dare un senso alla moneta (del) <i>Comune<\/i>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un&#39;analisi molto interessante, almeno per noi che non abbiamo sufficienti conoscenze di questi temi. 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