{"id":95719,"date":"2026-06-04T10:30:48","date_gmt":"2026-06-04T08:30:48","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95719"},"modified":"2026-06-03T23:03:07","modified_gmt":"2026-06-03T21:03:07","slug":"ottantanni-i-conti-non-tornano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95719","title":{"rendered":"Ottant&#8217;anni: i conti non tornano"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-95721\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/FB_IMG_1780520379262-240x300.jpg\" alt=\"\" width=\"240\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/FB_IMG_1780520379262-240x300.jpg 240w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/FB_IMG_1780520379262-819x1024.jpg 819w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/FB_IMG_1780520379262-768x960.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/FB_IMG_1780520379262.jpg 1080w\" sizes=\"(max-width: 240px) 100vw, 240px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La nostra Repubblica smette di essere Stato all&#8217;inizio degli anni Novanta. Da Maastricht in poi ne \u00e8 rimasto un suo simulacro, un sosia dal volto emaciato che ha bisogno di continue celebrazioni manieristiche per riaffermare un&#8217;esistenza di fatto scomparsa. Difatti, la retorica repubblicana \u00e8 ormai concentrata o su poetiche rappresentazioni della Costituzione, elevata appositamente a testo letterario perch\u00e9 non sia percepita come norma fondante della realt\u00e0 o sul voto quale momento elegiaco ed esemplificativo dell&#8217;intera vita democratica. Di quest&#8217;ultima strategia comunicativa il voto alle donne ne rappresenta l&#8217;allegoria pi\u00f9 efficace dal punto di vista commerciale e in essa \u00e8 contenuta la dispersione di qualsiasi valore costituzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non perch\u00e9 il voto alle donne non sia stata una grande conquista sociale. Bisogna sempre ricordare che furono i proletari a lottare realmente per il suffragio universale. Alle suffragette borghesi, come la storia di Anna Kuliscioff insegna, non interessava poi pi\u00f9 di tanto il voto delle proprie serve. Ma oggi la visualizzazione simmetrica del natale repubblicano e dell&#8217;emancipazione femminile \u00e8 surrettiziamente utilizzata per cancellare il significato sociale della costruzione repubblicana e il contenuto sostanziale della nostra democrazia. Da tempo, con una propaganda ai limiti dell&#8217;ossessione verbale, suffragata dai filmetti della consorteria pariolina chiamata &#8220;cinema italiano&#8221;, si vorrebbe ridurre l&#8217;impegno politico alle sfilate elettorali cadenzate quinquennalmente, con cittadini, trasformati definitivamente in consumatori, intrappolati nella logica del sondaggio permanente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che si vuole smitizzare \u00e8 la militanza incastonata nella logica della lotta di classe. Da Maastricht in poi, l&#8217;imperativo categorico \u00e8 stato quello di defenestrare la Costituzione repubblicana perch\u00e9 in quella carta la lotta di classe rappresentava la chiave legittimante dell&#8217;azione pubblica e della sovranit\u00e0 popolare. Il voto ne era logica conseguenza non il momento fondante. Ma il regime del &#8220;mercati&#8221;, costituzionalizzato dall&#8217;Unione Europea, ha bisogno di una societ\u00e0 totalmente depoliticizzata, ignifuga all&#8217;espressione sociale e collettiva dei bisogni, composta da monadi che si accontentano di una contesa politica polarizzata dal mondo delle opinioni personali, veicolate dalla cosiddetta societ\u00e0 civile. Sotto quest&#8217;ottica Garlasco val bene un genocidio. In questo modo, il momento dell&#8217;indignazione, sempre veicolato dall&#8217;alto, dura lo spazio dell&#8217;argomento del giorno per poi diventare, in brevi sequenze, gi\u00e0 immagine di repertorio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Maastricht ha spezzato in due la storia repubblicana. Fino al 1992 la repubblica dei partiti, nonostante amministrasse una societ\u00e0 capitalista, assicur\u00f2 la genesi del conflitto verticale, la ricerca della democrazia sostanziale nei luoghi di lavoro, nei centri urbani, nei rapporti di dipendenza. Dopo la tanto celebrata entrata in Europa questo elementare buon senso comune \u00e8 stato spodestato dall&#8217;idea che l&#8217;individuo non ha, realmente, alcun bisogno di strutture collettive per emanciparsi e che la contrapposizione capitale\/lavoro semplicemente non esiste. Non resta, quindi, che esercitare la propria libert\u00e0 attraverso il voto. Ma determinante sar\u00e0 votare sempre lo stesso prodotto, camuffato da marchi commerciali differenti che, possibilmente, coprano l&#8217;intero spettro dell&#8217;offerta politica, congegnata dai grandi professionisti della comunicazione. Da Maastricht la nostra \u00e8 la Repubblica degli storytelling; quindi non c&#8217;\u00e8 proprio nulla da celebrare. Solo la lotta protegge la democrazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/share\/p\/18gMUnm6cG\/\">https:\/\/www.facebook.com\/share\/p\/18gMUnm6cG\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB) La nostra Repubblica smette di essere Stato all&#8217;inizio degli anni Novanta. Da Maastricht in poi ne \u00e8 rimasto un suo simulacro, un sosia dal volto emaciato che ha bisogno di continue celebrazioni manieristiche per riaffermare un&#8217;esistenza di fatto scomparsa. 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