{"id":95800,"date":"2026-06-09T09:38:17","date_gmt":"2026-06-09T07:38:17","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95800"},"modified":"2026-06-09T09:38:17","modified_gmt":"2026-06-09T07:38:17","slug":"non-e-questa-la-coresistenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95800","title":{"rendered":"Non \u00e8 questa la coresistenza"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (<em>Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad)<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-95801\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/720x410c50-300x171.jpg\" alt=\"\" width=\"416\" height=\"237\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/720x410c50-300x171.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/720x410c50.jpg 720w\" sizes=\"(max-width: 416px) 100vw, 416px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C&#8217;\u00e8 una trappola che si ripete.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all&#8217;apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 un&#8217;immagine falsa. E conveniente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non perch\u00e9 le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perch\u00e9 l&#8217;immagine stessa mente sulla realt\u00e0. Inganna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il palestinese e l&#8217;israeliano non sono nella stessa posizione. C&#8217;\u00e8 un&#8217;asimmetria politica e giuridica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Uno \u00e8 cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L&#8217;altro \u00e8 la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L&#8217;altro vive sotto occupazione, assedio, o \u00e8 in esilio. Uno appartiene a una societ\u00e0 che conduce un genocidio. L&#8217;altro ne subisce le conseguenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La collaborazione dunque non pu\u00f2 e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realt\u00e0. E nasconderlo \u00e8 un problema gravissimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Perch\u00e9 quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l&#8217;immagine che si produce \u00e8 quella di uguaglianza e parit\u00e0, un&#8217;intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l&#8217;umanit\u00e0 sopra la politica. \u00c8 un&#8217;immagine potente. Ed \u00e8 esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Finch\u00e9 esiste quell&#8217;immagine, la responsabilit\u00e0 scompare. L&#8217;accountability perde la sua forza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non si pu\u00f2 chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per gli israeliani, il beneficio \u00e8 evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un&#8217;esenzione personale dalla responsabilit\u00e0 collettiva. Non solo, aiuta anche la collettivit\u00e0 a redimersi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u00e8 pi\u00f9 il cittadino di uno Stato occupante che pratica l&#8217;apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidariet\u00e0, che si \u00e8 posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui \u00e8 cittadino, ma solo all&#8217;apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L&#8217;accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per i palestinesi, \u00e8 un tranello. Un inganno come gli altri inganni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese n\u00e9 indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un&#8217;ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non \u00e8 in discussione. Lo \u00e8 l&#8217;effetto. Perch\u00e9 quando \u00e8 un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non \u00e8 solo l&#8217;ingiustizia raccontata, ma l&#8217;impostura, che la societ\u00e0 israeliana \u00e8 salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. \u00c8 che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento pu\u00f2 venire dall&#8217;interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. \u00c8 precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non \u00e8 uno Stato da isolare, ma una societ\u00e0 con cui si pu\u00f2 mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimit\u00e0. L&#8217;israeliano ottiene l&#8217;esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La visibilit\u00e0 non \u00e8 protezione e non \u00e8 nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario pu\u00f2 portare la distruzione di una comunit\u00e0 palestinese sui palcoscenici pi\u00f9 prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunit\u00e0 viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u00e8 una coincidenza. \u00c8 una funzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall&#8217;interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l&#8217;esempio del Sudafrica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Sudafrica non cadde perch\u00e9 i bianchi si fecero un&#8217;autocritica e si convinsero della brutalit\u00e0 e dell&#8217;ingiustizia dell&#8217;apartheid. Cadde perch\u00e9 il sistema divenne insostenibile dall&#8217;esterno. Gli altri lo fecero cadere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il boicottaggio culturale arriv\u00f2 per primo: l&#8217;espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l&#8217;esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l&#8217;embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liber\u00f2 Nelson Mandela perch\u00e9 all&#8217;improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perch\u00e9 il sistema, combattuto dall&#8217;esterno con pressioni intense, non poteva pi\u00f9 reggersi. N\u00e9 sopravvivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo \u00e8 il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l&#8217;isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il boicottaggio sudafricano funzion\u00f2 perch\u00e9 fu categorico. Rifiut\u00f2 l&#8217;immagine di normalit\u00e0. Stabil\u00ec che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l&#8217;immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all&#8217;apartheid con sincerit\u00e0 e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volont\u00e0 individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volont\u00e0. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all&#8217;occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non \u00e8 quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. \u00c8 quello di organizzarsi all&#8217;interno della propria societ\u00e0, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo \u00e8 il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potr\u00e0 pi\u00f9 partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sar\u00e0 escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventer\u00e0 politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l&#8217;apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimit\u00e0 culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell&#8217;immagine, il buon israeliano, l&#8217;israeliano critico, l&#8217;israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema pi\u00f9 di qualsiasi propaganda ufficiale. Perch\u00e9 \u00e8 credibile. Perch\u00e9 \u00e8 avallata dalla presenza palestinese. Perch\u00e9 fa apparire Israele come una societ\u00e0 capace di autocorrezione, anzich\u00e9 come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo \u00e8 possibile, che la societ\u00e0 israeliana contiene in s\u00e9 i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve \u00e8 la responsabilit\u00e0. Ed \u00e8 da l\u00ec che si deve cominciare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando la collaborazione sostituisce la responsabilit\u00e0, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l&#8217;impunit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u00e8 questa la coresistenza.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-non__questa_la_coresistenza\/45289_67382\/\">https:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-non__questa_la_coresistenza\/45289_67382\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO (Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad) C&#8217;\u00e8 una trappola che si ripete. Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all&#8217;apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione. \u00c8 un&#8217;immagine falsa. E conveniente. 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