{"id":95911,"date":"2026-06-17T11:00:01","date_gmt":"2026-06-17T09:00:01","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95911"},"modified":"2026-06-17T08:58:17","modified_gmt":"2026-06-17T06:58:17","slug":"quando-una-tregua-diventa-una-resa-dei-conti-strategica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=95911","title":{"rendered":"Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LA FIONDA (Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid foto-articolo ls-is-cached lazyloaded\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/5214_1600_0_23d688e682.jpeg\" alt=\"\" data-src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/5214_1600_0_23d688e682.jpeg\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il memorandum d\u2019intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non pu\u00f2 essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all\u2019intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell\u2019intero Medio Oriente.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La formula scelta da Teheran \u00e8 significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l\u2019accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l\u2019Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull\u2019intero sistema di combustione mediorientale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto \u00e8 politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull\u2019energia, sui mercati e sulla sicurezza dei propri alleati. L\u2019Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l\u2019accordo nasce gi\u00e0 dentro una doppia narrazione: per Washington \u00e8 il ritorno della diplomazia; per Teheran \u00e8 la conferma che l\u2019avversario \u00e8 stato costretto a trattare.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Golfo Persico non \u00e8 mai soltanto una regione. \u00c8 una leva dell\u2019economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilit\u00e0 dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La riapertura di Hormuz e le operazioni di sminamento assumono dunque un significato enorme. Non sono semplicemente misure tecniche. Sono il segnale che la guerra ha raggiunto un punto oltre il quale nessuno dei due protagonisti principali voleva davvero andare. Perch\u00e9 una guerra lunga nel Golfo avrebbe significato prezzi dell\u2019energia fuori controllo, aumento dei costi assicurativi, pressione sulle economie occidentali, irritazione degli importatori asiatici e rischio permanente di incidenti militari.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La pace annunciata, quindi, non nasce necessariamente da fiducia reciproca. Nasce dal calcolo. Gli Stati Uniti sanno che non possono permettersi una destabilizzazione permanente di Hormuz. L\u2019Iran sa che pu\u00f2 usare la geografia come arma politica. Il memorandum \u00e8 il punto d\u2019incontro tra queste due consapevolezze: Washington conserva l\u2019obiettivo di impedire una crisi globale dell\u2019energia; Teheran dimostra che nessuna architettura regionale pu\u00f2 essere costruita ignorando il suo ruolo.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Iran incassa prima di negoziare<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La struttura dei quattordici punti attribuiti all\u2019intesa mostra un dato essenziale: l\u2019Iran non intende entrare nei negoziati finali come parte sconfitta. Al contrario, pretende benefici anticipati. Prima ancora di discutere l\u2019accordo definitivo, chiede la sospensione delle sanzioni petrolifere, la revoca del blocco navale, lo sblocco di una parte dei fondi congelati e il riconoscimento della propria sovranit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 un\u2019impostazione molto precisa. Teheran vuole impedire che la trattativa si trasformi in una replica degli schemi precedenti, nei quali l\u2019Iran accettava limiti immediati in cambio di promesse future. Questa volta la logica sembra rovesciata: prima il sollievo economico e politico, poi il negoziato. Prima il denaro, poi il nucleare. Prima la riapertura dello spazio energetico, poi la discussione sulle materie arricchite e sull\u2019arricchimento.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo sblocco di 24 miliardi di dollari, con met\u00e0 della somma da rendere disponibile prima dell\u2019avvio dei colloqui finali, \u00e8 il simbolo di questa impostazione. Per l\u2019Iran non si tratta solo di liquidit\u00e0. \u00c8 una prova di affidabilit\u00e0 dell\u2019interlocutore americano. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall\u2019accordo nucleare del 2015, Teheran non si accontenta pi\u00f9 di dichiarazioni politiche. Chiede garanzie materiali, verificabili, immediate.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ricostruzione o risarcimento geopolitico<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ancora pi\u00f9 rilevante \u00e8 la richiesta di piani di ricostruzione per almeno 300 miliardi di dollari a carico degli Stati Uniti e dei loro alleati. Qui il memorandum supera il terreno della cessazione delle ostilit\u00e0 e si sposta su quello della compensazione strategica.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Iran sembra voler trasformare la fine della guerra in un riconoscimento politico: non solo basta con le operazioni militari, non solo basta con il blocco navale, non solo basta con le sanzioni sul petrolio, ma anche contributo alla ricostruzione del Paese. Una simile impostazione, se accettata, avrebbe un valore enorme. Significherebbe che l\u2019Iran non viene trattato come potenza piegata, ma come attore capace di imporre un prezzo alla normalizzazione.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qui nasce anche la difficolt\u00e0 americana. Per Washington un piano di ricostruzione potrebbe essere presentato come investimento nella stabilit\u00e0 regionale. Per Teheran sarebbe invece il riconoscimento della propria vittoria. Per Israele e per alcuni partner regionali degli Stati Uniti, potrebbe apparire come un premio concesso a un avversario che mantiene intatta la propria rete di influenza.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La grande esclusione: missili e resistenza fuori dal tavolo<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passaggio politicamente pi\u00f9 sensibile riguarda l\u2019agenda dei negoziati finali. Secondo la formulazione attribuita all\u2019intesa, il futuro accordo dovr\u00e0 riguardare soltanto il destino dei materiali arricchiti, l\u2019arricchimento, la revoca delle sanzioni e il piano di ricostruzione economica. Resterebbero invece fuori il programma missilistico iraniano e il sostegno ai cosiddetti gruppi di resistenza.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per Teheran sarebbe una conquista fondamentale. Da anni l\u2019obiettivo americano, israeliano e in parte europeo \u00e8 stato quello di allargare il negoziato oltre il nucleare, includendo missili balistici, droni, milizie alleate, Hezbollah, gruppi iracheni, influenza in Siria, legami con lo Yemen e capacit\u00e0 di pressione su Israele. L\u2019Iran ha sempre rifiutato questa impostazione perch\u00e9 avrebbe significato discutere non di un singolo programma, ma della propria dottrina di sicurezza nazionale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se l\u2019esclusione venisse confermata, l\u2019Iran manterrebbe la propria profondit\u00e0 strategica. Potrebbe accettare limitazioni sul nucleare senza smantellare il sistema di deterrenza regionale costruito negli ultimi decenni. \u00c8 questo il vero nodo. Il nucleare \u00e8 il dossier pi\u00f9 visibile. Ma la forza iraniana non si misura solo nelle centrifughe. Si misura nella capacit\u00e0 di attivare o disattivare fronti multipli, dal Libano al Mar Rosso, dall\u2019Iraq alla Siria.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Libano come termometro dell\u2019accordo<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La menzione del Libano \u00e8 tutt\u2019altro che casuale. Il fronte libanese rappresenta uno dei punti pi\u00f9 delicati dell\u2019intero equilibrio mediorientale. Se il memorandum produrr\u00e0 una reale riduzione della tensione tra Israele e Hezbollah, allora l\u2019intesa potr\u00e0 essere considerata qualcosa di pi\u00f9 di un cessate il fuoco tattico. Se invece il fronte nord di Israele dovesse riaccendersi, la credibilit\u00e0 dell\u2019intero meccanismo verrebbe subito messa in discussione.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Libano \u00e8 importante perch\u00e9 non \u00e8 soltanto un teatro locale. \u00c8 il luogo in cui si incontrano la sicurezza israeliana, l\u2019influenza iraniana, la fragilit\u00e0 dello Stato libanese, il ruolo di Hezbollah, l\u2019attenzione francese, la presenza diplomatica americana e il timore di una guerra regionale. In questo senso, la pace nel Golfo dovr\u00e0 essere verificata sulle coste del Mediterraneo orientale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo stesso vale, in forme diverse, per Iraq, Siria, Yemen e Mar Rosso. Una tregua vera dovrebbe ridurre la pressione dell\u2019intero asse regionale legato a Teheran. Ma una tregua parziale potrebbe semplicemente spostare la tensione da un fronte all\u2019altro. \u00c8 il rischio classico del Medio Oriente: non la fine del conflitto, ma la sua migrazione geografica.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La valutazione militare: fermare l\u2019escalation senza perdere deterrenza<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal punto di vista militare, l\u2019accordo risponde a una necessit\u00e0 immediata: impedire che il confronto tra Stati Uniti e Iran oltrepassi la soglia del controllo politico. In una regione dove operano flotte, basi americane, sistemi missilistici, milizie, droni, gruppi armati e intelligence concorrenti, il rischio di errore di calcolo \u00e8 permanente.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il blocco navale, le mine, la minaccia su Hormuz, la pressione sui porti, gli attacchi indiretti e la presenza di forze statunitensi nella regione creano un ambiente nel quale un incidente pu\u00f2 diventare rapidamente crisi, e una crisi pu\u00f2 diventare guerra. Il memorandum prova a congelare questo meccanismo. Ma congelare non significa risolvere.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli Stati Uniti dovranno evitare di apparire come la potenza che arretra. L\u2019Iran dovr\u00e0 evitare di apparire come il Paese che accetta condizioni esterne. Israele dovr\u00e0 decidere se considerare l\u2019intesa una pausa utile o una minaccia strategica. Le monarchie del Golfo dovranno capire se la riduzione della tensione le rende pi\u00f9 sicure o se consegna a Teheran un ruolo regionale pi\u00f9 ampio.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vera difficolt\u00e0 sar\u00e0 mantenere la deterrenza dentro la de-escalation. Troppa pressione pu\u00f2 far saltare l\u2019accordo. Troppa concessione pu\u00f2 convincere l\u2019Iran che la strategia della minaccia funziona. Troppa libert\u00e0 d\u2019azione israeliana pu\u00f2 far crollare il tavolo. Troppa rigidit\u00e0 americana pu\u00f2 riportare tutti al punto di partenza.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il petrolio come linguaggio della pace<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano economico, l\u2019effetto pi\u00f9 immediato riguarda il petrolio iraniano. La sospensione delle sanzioni sulla vendita di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati permetterebbe a Teheran di rientrare con maggiore forza nei mercati internazionali. Questo avrebbe conseguenze dirette sul prezzo dell\u2019energia, sulle scelte degli importatori asiatici, sugli equilibri tra produttori e sulle strategie delle grandi compagnie.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Iran dispone di risorse enormi, ma per anni ha operato sotto vincoli finanziari, commerciali, assicurativi e bancari. La normalizzazione, anche parziale, delle esportazioni consentirebbe al governo iraniano di ottenere valuta pregiata, stabilizzare il bilancio, finanziare infrastrutture, sostenere la moneta nazionale e attenuare il malcontento interno.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per l\u2019Europa, la questione \u00e8 pi\u00f9 complessa. Da un lato, pi\u00f9 petrolio sul mercato pu\u00f2 significare prezzi pi\u00f9 bassi e maggiore sicurezza energetica. Dall\u2019altro, il ritorno economico dell\u2019Iran apre un problema politico: fino a che punto le imprese europee potranno rientrare nel mercato iraniano senza temere nuove sanzioni americane future? \u00c8 lo spettro del 2015. Molte aziende europee avevano guardato all\u2019Iran come a un grande mercato potenziale, per poi ritirarsi quando Washington cambi\u00f2 linea.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cina, Russia ed Europa davanti al ritorno iraniano<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La dimensione geoeconomica \u00e8 decisiva. Un Iran parzialmente reintegrato nei mercati non sarebbe soltanto un produttore di petrolio. Sarebbe un grande spazio di competizione tra potenze. La Cina, che negli anni dell\u2019isolamento ha rafforzato la propria presenza economica e strategica in Iran, cercherebbe di mantenere una posizione privilegiata. Pechino ha bisogno di energia, rotte terrestri, influenza eurasiatica e partner capaci di ridurre la pressione americana.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Russia guarderebbe al processo con maggiore ambivalenza. Mosca condivide con Teheran una parte dell\u2019antagonismo verso l\u2019Occidente, ma un Iran meno isolato potrebbe diventare pi\u00f9 autonomo e meno dipendente dall\u2019asse con la Russia. Inoltre, un ritorno pieno del petrolio iraniano sui mercati potrebbe complicare alcuni equilibri energetici.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Europa, invece, avrebbe interesse a riaprire canali economici, soprattutto nei settori infrastrutturali, energetici, industriali e tecnologici. Ma l\u2019Europa \u00e8 debole quando non ha garanzie politiche. Senza una protezione stabile contro le sanzioni secondarie americane, le imprese europee difficilmente rischierebbero investimenti di lungo periodo.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le monarchie del Golfo si troverebbero davanti a un dilemma. La pace riduce il rischio di guerra e protegge le economie regionali. Ma un Iran pi\u00f9 ricco, meno sanzionato e diplomaticamente riconosciuto potrebbe diventare un concorrente ancora pi\u00f9 forte. Per Arabia Saudita ed Emirati, la stabilizzazione del Golfo \u00e8 una necessit\u00e0 economica; il rafforzamento dell\u2019Iran \u00e8 invece una preoccupazione strategica.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le Nazioni Unite come assicurazione contro il passato<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019idea che l\u2019accordo finale venga approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell\u2019ONU risponde a un\u2019esigenza precisa: blindare il futuro compromesso. L\u2019Iran non vuole ripetere l\u2019esperienza dell\u2019accordo nucleare del 2015, smontato da una decisione politica americana. Per questo cerca una cornice internazionale che renda pi\u00f9 difficile una nuova uscita unilaterale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, una risoluzione non basta a creare fiducia. La fiducia tra Stati Uniti e Iran \u00e8 quasi inesistente. Washington sospetta che Teheran voglia mantenere una capacit\u00e0 nucleare di soglia. Teheran sospetta che Washington voglia usare ogni accordo come strumento temporaneo per poi riprendere la pressione. Israele sospetta che ogni concessione economica all\u2019Iran finisca per rafforzare anche Hezbollah e gli altri alleati regionali. Le monarchie arabe sospettano che la distensione americano-iraniana possa avvenire sopra le loro teste.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questo la garanzia internazionale \u00e8 necessaria ma non sufficiente. La vera garanzia sar\u00e0 l\u2019equilibrio degli interessi. Se tutti avranno qualcosa da perdere nel far saltare l\u2019accordo, allora la tregua potr\u00e0 reggere. Se anche uno solo degli attori principali penser\u00e0 di poter guadagnare dal sabotaggio, il memorandum diventer\u00e0 fragile.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una pace che nasce dalla paura della guerra<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto pi\u00f9 importante \u00e8 forse questo: la pace nel Golfo non nasce da un\u2019improvvisa conversione alla fiducia reciproca. Nasce dalla paura della guerra. Gli Stati Uniti temono una crisi energetica globale e una nuova guerra mediorientale. L\u2019Iran teme un logoramento economico e militare troppo lungo, ma vuole capitalizzare la propria capacit\u00e0 di resistenza. Israele teme un Iran rafforzato, ma deve misurarsi con i limiti della forza. Le monarchie del Golfo temono sia la guerra sia l\u2019egemonia iraniana. L\u2019Europa teme i prezzi dell\u2019energia, le migrazioni, l\u2019instabilit\u00e0 e la propria irrilevanza.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa \u00e8 la vera natura del memorandum: non un abbraccio, ma un armistizio tra paure convergenti. E proprio per questo pu\u00f2 funzionare, almeno nel breve periodo. Le paci pi\u00f9 solide nascono spesso da una visione comune del futuro. Quelle pi\u00f9 fragili nascono dalla consapevolezza condivisa del disastro da evitare.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I sessanta giorni che decideranno il nuovo equilibrio<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La finestra negoziale di sessanta giorni sar\u00e0 decisiva. In quel periodo si capir\u00e0 se il memorandum \u00e8 l\u2019inizio di una nuova architettura regionale o soltanto una pausa tattica. I nodi sono tre.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo \u00e8 economico: sanzioni, petrolio, fondi congelati, accesso alle risorse finanziarie, ricostruzione. Se Teheran non vedr\u00e0 benefici concreti, potr\u00e0 accusare Washington di non rispettare gli impegni. Se Washington conceder\u00e0 troppo rapidamente, rischier\u00e0 accuse interne e regionali di cedimento.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il secondo \u00e8 militare: Hormuz, blocco navale, presenza americana, Libano, gruppi alleati dell\u2019Iran. Una sola escalation su uno di questi fronti potrebbe compromettere il percorso.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il terzo \u00e8 nucleare: materiali arricchiti, livelli di arricchimento, verifiche, ispezioni, garanzie. \u00c8 il dossier pi\u00f9 tecnico, ma anche quello pi\u00f9 politico. Perch\u00e9 il problema non \u00e8 soltanto impedire all\u2019Iran di costruire un\u2019arma nucleare. \u00c8 stabilire quanta capacit\u00e0 nucleare l\u2019Iran potr\u00e0 mantenere senza essere percepito come minaccia imminente.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Medio Oriente tra tregua e nuova gerarchia<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se l\u2019accordo regger\u00e0, il Medio Oriente entrer\u00e0 in una fase nuova. Non necessariamente pi\u00f9 pacifica, ma diversa. L\u2019Iran uscirebbe dall\u2019isolamento pi\u00f9 forte di prima. Gli Stati Uniti proverebbero a ridurre il peso della guerra diretta senza abbandonare la regione. La Cina cercherebbe di sfruttare l\u2019apertura economica. La Russia osserverebbe con prudenza. L\u2019Europa proverebbe a rientrare, ma con mezzi limitati. Israele dovrebbe decidere se adattarsi a una nuova realt\u00e0 o cercare di impedirla.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se invece l\u2019accordo fallir\u00e0, il rischio sar\u00e0 ancora pi\u00f9 alto. Perch\u00e9 le aspettative deluse producono spesso crisi pi\u00f9 gravi delle crisi originarie. Un Iran convinto di essere stato ingannato potrebbe riattivare la pressione regionale. Gli Stati Uniti potrebbero tornare alla logica delle sanzioni e della forza. Israele potrebbe agire da solo. Il Golfo potrebbe ripiombare nell\u2019incertezza energetica.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La pace annunciata, dunque, non \u00e8 la fine della partita. \u00c8 l\u2019apertura di una fase in cui diplomazia, energia, guerra indiretta e finanza si intrecciano pi\u00f9 che mai. Nel Golfo, ogni tregua \u00e8 anche una prova di forza. Ogni accordo \u00e8 anche un messaggio agli alleati e ai nemici. Ogni firma \u00e8 anche una scommessa sulla tenuta del sistema.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il memorandum tra Stati Uniti e Iran pu\u00f2 diventare il primo mattone di una stabilizzazione regionale. Oppure pu\u00f2 restare una parentesi, destinata a chiudersi davanti alla prossima crisi. Tutto dipender\u00e0 da una domanda semplice e terribile: le parti vogliono davvero costruire un nuovo equilibrio, o stanno soltanto prendendo fiato prima del prossimo scontro?<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/06\/16\/quando-una-tregua-diventa-una-resa-dei-conti-strategica\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/06\/16\/quando-una-tregua-diventa-una-resa-dei-conti-strategica\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LA FIONDA (Giuseppe Gagliano) Il memorandum d\u2019intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non pu\u00f2 essere letto come un normale documento diplomatico. 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