{"id":96330,"date":"2026-07-09T10:30:39","date_gmt":"2026-07-09T08:30:39","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=96330"},"modified":"2026-07-09T09:56:58","modified_gmt":"2026-07-09T07:56:58","slug":"nato-3-0-lalleanza-che-cambia-pelle","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=96330","title":{"rendered":"NATO 3.0, l\u2019Alleanza che cambia pelle"},"content":{"rendered":"<p><strong>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-96331\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/6a4e2423c4225-300x169.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/6a4e2423c4225-300x169.jpeg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/6a4e2423c4225-1024x576.jpeg 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/6a4e2423c4225-768x432.jpeg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/6a4e2423c4225.jpeg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<h5>Da patto militare a macchina finanziaria della guerra<\/h5>\n<p>Il vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come l\u2019ennesima riunione rituale dell\u2019Alleanza Atlantica. Non siamo davanti a una semplice conferenza diplomatica, n\u00e9 a un passaggio tecnico sulla ripartizione delle spese militari. Siamo davanti a una mutazione di natura. La NATO che usc\u00ec dal 1949 come architettura militare della guerra fredda e quella che si allarg\u00f2 dopo il crollo dell\u2019Unione Sovietica per inglobare l\u2019Europa centro-orientale sembrano ormai lasciare il posto a un organismo diverso: una struttura politico-finanziaria in cui la sicurezza diventa mercato, la minaccia diventa debito, la difesa diventa rendita.<\/p>\n<p>La formula \u201cNATO 3.0\u201d coglie proprio questo passaggio. Non pi\u00f9 soltanto alleanza militare, ma piattaforma di mobilitazione di capitali, commesse industriali, fondi di investimento, banche, imprese belliche e governi subordinati a un meccanismo che ha il suo centro negli Stati Uniti. Ankara non \u00e8 importante solo per ci\u00f2 che viene detto nei comunicati ufficiali. \u00c8 importante per ci\u00f2 che avviene attorno al vertice: il grande foro dell\u2019industria della difesa, le intese miliardarie, l\u2019appello ai capitali privati, la saldatura sempre pi\u00f9 visibile tra finanza e guerra.<\/p>\n<p>La NATO, insomma, non si limita pi\u00f9 a preparare eserciti. Prepara mercati. Non organizza soltanto piani operativi. Organizza flussi di denaro. Non chiede pi\u00f9 soltanto soldati, basi e disponibilit\u00e0 politica. Chiede bilanci pubblici, risparmio privato, fondi pensione, investimenti bancari, indebitamento permanente.<\/p>\n<h5>La difesa come nuovo welfare rovesciato<\/h5>\n<p>Il messaggio che arriva da Ankara \u00e8 semplice e brutale: la spesa militare non deve pi\u00f9 essere considerata un costo, ma un investimento. Il problema \u00e8 capire per chi. Per i cittadini europei, che gi\u00e0 vedono sanit\u00e0, scuola, infrastrutture e servizi pubblici sottoposti a una cura dimagrante continua, l\u2019aumento delle spese militari significa una scelta precisa di priorit\u00e0. Significa che lo Stato torna forte, ma non per proteggere la societ\u00e0. Torna forte per finanziare la guerra, garantire commesse, assicurare profitti, sostenere imprese che vivono di appalti pubblici e tecnologie controllate.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la grande inversione politica della fase attuale. Per decenni ci \u00e8 stato ripetuto che lo Stato doveva arretrare, che non c\u2019erano risorse, che il debito pubblico era il male assoluto, che la spesa sociale andava compressa in nome dei mercati. Oggi, improvvisamente, quando si tratta di difesa, il denaro ricompare. Non solo: diventa urgente, necessario, morale. Non si discute pi\u00f9 se sia sostenibile spendere centinaia di miliardi in armamenti; si discute solo di come trovare il denaro.<\/p>\n<p>Da qui nasce l\u2019idea di una banca della NATO, proposta come strumento per aiutare i Paesi membri a sostenere impegni finanziari sempre pi\u00f9 gravosi. La formula \u00e8 elegante: coordinare capitali, organizzare investimenti, rafforzare la base industriale. La sostanza \u00e8 meno elegante: trasformare la sicurezza in un circuito di indebitamento, canalizzare risorse pubbliche e private verso l\u2019apparato militare-industriale, rendere la guerra una componente stabile dell\u2019accumulazione finanziaria occidentale.<\/p>\n<p>\u00c8 il welfare rovesciato della nuova epoca: meno protezione sociale, pi\u00f9 protezione armata; meno investimenti nella vita civile, pi\u00f9 investimenti nella produzione bellica; meno diritti garantiti, pi\u00f9 obblighi strategici.<\/p>\n<h5>Il complesso militare-industriale e il capitalismo dei costi gonfiati<\/h5>\n<p>Il cuore del problema non \u00e8 solo la quantit\u00e0 di denaro spesa per la difesa. \u00c8 il rapporto tra denaro speso e capacit\u00e0 militare reale. Gli Stati Uniti spendono cifre enormi, superiori a quelle di qualsiasi altro attore globale. Eppure la guerra in Ucraina e le tensioni nel Golfo Persico hanno mostrato una fragilit\u00e0 sorprendente: difficolt\u00e0 nel produrre munizioni in quantit\u00e0 adeguate, carenza di intercettori, scorte strategiche sotto pressione, sistemi d\u2019arma costosissimi ma non sempre riproducibili su vasta scala.<\/p>\n<p>Qui emerge il nodo strutturale: il sistema occidentale, soprattutto quello statunitense, non \u00e8 organizzato per vincere guerre lunghe di logoramento industriale. \u00c8 organizzato per generare profitti attraverso programmi complessi, costosi, tecnologicamente sofisticati, spesso fragili, sempre dipendenti da continui aggiornamenti. Il caccia F-35 \u00e8 l\u2019emblema di questo modello: un programma immenso, costosissimo, politicamente blindato, industrialmente ramificato, ma anche segnato da ritardi, problemi tecnici e dipendenze incrociate.<\/p>\n<p>La logica non \u00e8 quella dell\u2019efficienza militare pura. \u00c8 quella della massimizzazione del costo. Se la finalit\u00e0 principale diventa il profitto delle imprese fornitrici, il sistema non punta necessariamente a produrre armi semplici, numerose, robuste e facilmente sostituibili. Punta a produrre piattaforme complesse, contratti pluriennali, manutenzioni obbligate, catene di fornitura chiuse, dipendenza tecnologica.<\/p>\n<p>La Russia, pur con un\u2019economia molto pi\u00f9 piccola, ha mostrato una capacit\u00e0 diversa: produzione centralizzata, controllo statale, costi calmierati, priorit\u00e0 alla quantit\u00e0, adattamento continuo al campo di battaglia. Il confronto non \u00e8 tra democrazia e autoritarismo, come vorrebbe la propaganda. \u00c8 tra due economie della guerra. Da una parte un apparato finanziarizzato che trasforma la difesa in rendita; dall\u2019altra un apparato statale che subordina l\u2019industria all\u2019obiettivo militare.<\/p>\n<h5>L\u2019Europa come cliente, non come alleato<\/h5>\n<p>La trasformazione pi\u00f9 importante riguarda l\u2019Europa. Il vecchio discorso sull\u2019autonomia strategica europea appare sempre pi\u00f9 come una formula vuota. Gli europei parlano di sovranit\u00e0, ma comprano sistemi statunitensi. Parlano di industria comune, ma si integrano nelle catene produttive dominate dai grandi appaltatori americani. Parlano di sicurezza europea, ma accettano standard, tecnologie, priorit\u00e0 e vincoli fissati a Washington.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 una NATO composta da pochi soci reali e molti clienti. Gli Stati Uniti vendono sicurezza; gli europei la comprano. Gli Stati Uniti forniscono sistemi d\u2019arma; gli europei si indebitano per acquistarli. Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle tecnologie cruciali; gli europei producono componenti, partecipano a programmi, ottengono qualche ritorno industriale, ma restano in posizione subordinata.<\/p>\n<p>La Germania \u00e8 il caso pi\u00f9 evidente. Il suo riarmo viene presentato come ritorno della potenza tedesca, ma va letto con maggiore cautela. Un aumento massiccio del bilancio militare non si traduce automaticamente in forza militare. Pu\u00f2 tradursi, pi\u00f9 semplicemente, in un trasferimento di risorse pubbliche verso aziende che cercano una via d\u2019uscita dalla crisi del modello industriale civile. L\u2019automobile tedesca \u00e8 sotto pressione: energia russa perduta, materie prime pi\u00f9 costose, concorrenza cinese sempre pi\u00f9 avanzata. La tentazione \u00e8 trasformare una parte del capitalismo industriale tedesco in capitalismo bellico.<\/p>\n<p>Ma una nazione che converte pezzi crescenti della propria economia civile in economia militare non diventa necessariamente pi\u00f9 forte. Pu\u00f2 diventare pi\u00f9 rigida, pi\u00f9 dipendente dallo Stato, pi\u00f9 esposta a decisioni geopolitiche esterne, pi\u00f9 simile a quei sistemi tardi che compensano la perdita di vitalit\u00e0 produttiva con la mobilitazione permanente.<\/p>\n<h5>L\u2019articolo 5 e l\u2019illusione della protezione automatica<\/h5>\n<p>Uno dei miti pi\u00f9 resistenti dell\u2019Alleanza Atlantica \u00e8 quello dell\u2019articolo 5, spesso presentato come garanzia automatica di intervento militare collettivo. Ma l\u2019automatismo non riguarda la guerra. Riguarda la consultazione politica. In caso di attacco a un Paese membro, gli altri alleati si consultano e decidono le misure ritenute necessarie. Non esiste un meccanismo per cui tutti entrano automaticamente in guerra contro l\u2019aggressore.<\/p>\n<p>Questa ambiguit\u00e0 \u00e8 stata utile per decenni. Ha permesso agli europei di credere di essere protetti senza dotarsi di una vera autonomia. Ha permesso agli Stati Uniti di mantenere basi, influenza e controllo politico sull\u2019Europa senza impegnarsi in modo assoluto a rischiare la propria sopravvivenza per difenderla. Durante la guerra fredda, la vera funzione della NATO era triplice: tenere i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro. Oggi quella formula cambia solo in apparenza. I russi restano il nemico utile, i tedeschi vengono riarmati ma dentro un perimetro controllato, gli americani restano dentro ma con un obiettivo diverso: non tanto difendere l\u2019Europa, quanto monetizzarne la dipendenza.<\/p>\n<p>Trump ha reso esplicito ci\u00f2 che altri presidenti avevano mantenuto in forma pi\u00f9 diplomatica. L\u2019ombrello americano si paga. La protezione si paga. L\u2019accesso alle tecnologie si paga. La fedelt\u00e0 geopolitica si paga. E, soprattutto, si paga comprando americano.<\/p>\n<h5>Finanza, fondi pensione e dollarizzazione del risparmio europeo<\/h5>\n<p>Il passaggio pi\u00f9 inquietante della NATO 3.0 riguarda il coinvolgimento della finanza privata. Quando banche, fondi e grandi gestori del risparmio entrano stabilmente nel circuito della difesa, la guerra smette di essere soltanto una decisione politica e diventa una classe di investimento. Il confine tra sicurezza nazionale e rendimento finanziario si assottiglia.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I grandi fondi globali raccolgono capitali ovunque, li amministrano su scala planetaria e li indirizzano dove il rendimento appare pi\u00f9 promettente. Se la difesa diventa il grande settore garantito dagli Stati, allora il risparmio europeo rischia di essere convogliato verso l\u2019industria militare americana. In questo senso, la questione non riguarda solo i bilanci pubblici, ma anche il risparmio privato: fondi pensione, trattamento di fine rapporto, gestioni patrimoniali, assicurazioni, strumenti collettivi di investimento.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che la guerra economica assume la sua forma pi\u00f9 moderna. Non c\u2019\u00e8 bisogno di conquistare un Paese se si controllano le sue infrastrutture finanziarie, il suo debito, i suoi standard industriali, i suoi acquisti militari e persino l\u2019impiego del suo risparmio. L\u2019Europa rischia di finanziare la propria subordinazione. Paga per armarsi, ma si arma secondo standard altrui. Investe nella difesa, ma rafforza aziende altrui. Mobilita risorse nazionali, ma le inserisce in una catena di comando politica, tecnologica e finanziaria che non controlla.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo \u00e8 il cuore geoeconomico del vertice di Ankara: non la difesa dell\u2019Europa, ma l\u2019inquadramento dell\u2019Europa in un nuovo ordine occidentale militarizzato, dove la sovranit\u00e0 viene sostituita dalla compatibilit\u00e0 con le esigenze strategiche americane.<\/p>\n<h5 class=\"wp-block-paragraph\">Globalizzazione ridotta e catene del valore militarizzate<\/h5>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La crisi della globalizzazione non significa ritorno automatico alla sovranit\u00e0 nazionale. Significa nascita di una globalizzazione ristretta, selettiva, blindata. Gli Stati Uniti hanno compreso che l\u2019ordine costruito dopo la guerra fredda ha prodotto un paradosso: ha arricchito il capitale occidentale, ma ha trasferito capacit\u00e0 industriale, competenze e catene produttive verso l\u2019Asia, soprattutto verso la Cina.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il risultato \u00e8 che Washington si trova oggi a competere con il Paese che ha contribuito a far crescere. La Cina non \u00e8 diventata un Giappone addomesticato, n\u00e9 una fabbrica senza ambizione politica. \u00c8 diventata il centro manifatturiero del mondo, un attore tecnologico di primo livello, una potenza capace di controllare segmenti fondamentali delle catene di approvvigionamento globali.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questo gli Stati Uniti cercano ora di riorganizzare la globalizzazione su basi geopolitiche. Non conta pi\u00f9 solo produrre dove costa meno. Conta produrre dove il controllo politico \u00e8 garantito. Le fabbriche devono uscire dai Paesi rivali e spostarsi negli Stati Uniti o in Paesi considerati affidabili. I dazi non sono solo strumenti economici. Sono strumenti di disciplina imperiale. Servono a costringere alleati, partner e subordinati a riallinearsi.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Europa, il Giappone, la Corea del Sud, i Paesi del Golfo vengono trattati non come alleati paritari, ma come riserve di capitale, mercati obbligati, piattaforme produttive e acquirenti di sicurezza. In questo senso, la NATO diventa anche uno strumento di riorganizzazione della globalizzazione occidentale: meno apertura, pi\u00f9 blocchi; meno mercato libero, pi\u00f9 mercato armato; meno efficienza economica, pi\u00f9 fedelt\u00e0 geopolitica.<\/p>\n<h5 class=\"wp-block-paragraph\">La Turchia torna indispensabile<\/h5>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel quadro di Ankara, la Turchia occupa un posto centrale. Erdogan sa di essere necessario. Controlla gli stretti tra Mar Nero e Mediterraneo, parla con Mosca e con Kiev, \u00e8 presente nel Caucaso, in Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale, in Asia centrale. \u00c8 membro della NATO, ma non \u00e8 un semplice esecutore della volont\u00e0 americana. Ha comprato sistemi russi, ha sviluppato una propria industria militare, ha costruito margini di autonomia.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il possibile rientro della Turchia nel programma F-35 non \u00e8 solo una questione tecnica. \u00c8 un segnale politico. Washington ha bisogno di ricucire con Ankara perch\u00e9 la Turchia \u00e8 troppo importante per essere lasciata scivolare verso una posizione apertamente autonoma o troppo vicina al blocco eurasiatico. Ma Erdogan non regala nulla. Accoglie Trump con tutti gli onori, ma tratta da potenza regionale, non da vassallo.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Turchia vuole tecnologia, riconoscimento, libert\u00e0 di manovra. Vuole restare dentro la NATO senza essere ingabbiata. Vuole sfruttare la crisi dell\u2019ordine occidentale per aumentare il proprio peso. Ed \u00e8 proprio qui che Ankara diventa il luogo simbolico della nuova NATO: una NATO che deve tenere dentro alleati inquieti, clienti europei, partner mediorientali, industria americana, capitale finanziario e crisi energetiche.<\/p>\n<h5 class=\"wp-block-paragraph\">Iran, Golfo Persico e limiti della potenza americana<\/h5>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il dossier iraniano completa il quadro. La questione nucleare viene usata da anni come strumento di pressione, ma il nodo reale \u00e8 geopolitico: chi controlla il Golfo Persico, lo stretto di Hormuz, le rotte energetiche e il rapporto tra Asia occidentale e mercati globali. L\u2019Iran, nonostante sanzioni, attacchi, isolamento e pressioni, ha conservato una capacit\u00e0 di deterrenza convenzionale rilevante. Missili, droni, milizie alleate, profondit\u00e0 strategica e controllo potenziale delle vie marittime rendono Teheran un avversario difficilissimo da piegare.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli Stati Uniti possono bombardare, ma non possono facilmente imporre un ordine stabile. Le loro scorte militari non sono infinite, le riserve strategiche di petrolio sono sotto pressione, le basi nel Golfo sono vulnerabili, Israele non pu\u00f2 sostenere indefinitamente una guerra regionale senza rischiare una risposta devastante. La superiorit\u00e0 tecnologica occidentale resta enorme, ma non basta se il conflitto diventa lungo, diffuso, costoso e politicamente incontrollabile.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il dato pi\u00f9 importante \u00e8 che molti attori regionali sembrano averlo compreso. I Paesi del Golfo, la Turchia, il Pakistan, il Qatar, l\u2019Arabia Saudita si muovono con prudenza. Nessuno vuole farsi trascinare in una guerra totale contro l\u2019Iran. Tutti sanno che il prezzo energetico, economico e politico sarebbe altissimo. La posizione iraniana nello stretto di Hormuz non pu\u00f2 essere cancellata con un comunicato della NATO n\u00e9 con una dichiarazione di Trump.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La potenza americana resta formidabile, ma non pi\u00f9 onnipotente. Deve scegliere, calcolare, risparmiare munizioni, contenere i costi, evitare che ogni crisi diventi una voragine strategica. \u00c8 il segno classico delle potenze mature: tanta forza, ma sempre meno libert\u00e0 di usarla.<\/p>\n<h5 class=\"wp-block-paragraph\">Il rischio europeo: pagare la guerra degli altri<\/h5>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per l\u2019Europa, il bilancio \u00e8 severo. Il vertice di Ankara conferma che il continente non sta costruendo una propria sicurezza. Sta comprando una sicurezza decisa da altri. Non sta creando autonomia strategica. Sta approfondendo la propria dipendenza. Non sta usando la crisi per tornare soggetto geopolitico. Sta diventando il principale pagatore della riorganizzazione militare occidentale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019aumento delle spese militari, se non accompagnato da una sovranit\u00e0 politica, industriale e tecnologica, non produce indipendenza. Produce subordinazione pi\u00f9 costosa. Gli europei rischiano di trovarsi con meno welfare, pi\u00f9 debito, pi\u00f9 armi americane, pi\u00f9 vincoli atlantici, pi\u00f9 esposizione alle crisi e nessuna vera capacit\u00e0 decisionale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La NATO 3.0 nasce cos\u00ec: non come alleanza di eguali, ma come dispositivo di governo dell\u2019Occidente in crisi. Una struttura che monetizza la paura, finanziarizza la difesa, trasforma gli alleati in clienti e usa la minaccia russa, iraniana o cinese per imporre una nuova disciplina economica e strategica.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ankara non ha inaugurato soltanto una nuova fase della NATO. Ha mostrato il volto della guerra nell\u2019epoca del capitale finanziario: non pi\u00f9 soltanto carri armati, missili e basi militari, ma banche, fondi, risparmio privato, debito pubblico, filiere industriali e dipendenza tecnologica. La guerra come mercato totale. La sicurezza come prodotto. L\u2019alleanza come contratto.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E l\u2019Europa, ancora una volta, come pagatore di ultima istanza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/07\/09\/nato-3-0-lalleanza-che-cambia-pelle\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/07\/09\/nato-3-0-lalleanza-che-cambia-pelle\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da LA FIONDA (Giuseppe Gagliano) Da patto militare a macchina finanziaria della guerra Il vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come l\u2019ennesima riunione rituale dell\u2019Alleanza Atlantica. 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