{"id":96508,"date":"2026-07-20T10:20:55","date_gmt":"2026-07-20T08:20:55","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=96508"},"modified":"2026-07-20T09:58:42","modified_gmt":"2026-07-20T07:58:42","slug":"come-si-disinnesca-un-inno-nazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=96508","title":{"rendered":"Come si disinnesca un inno nazionale"},"content":{"rendered":"<p><strong>da L&#8217;INDIPENDENTE ONLINE (Fulvio Zappatore)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-96509\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mondiali-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mondiali-300x200.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mondiali-768x512.jpg 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/mondiali.jpg 1000w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p>Le cose cambiano. O meglio: si ridefiniscono. Fino a pochi anni fa, in Italia, uno poteva andare tranquillamente a una manifestazione per la pace con un cartello con scritto \u00abL\u2019ITALIA RIPUDIA LA GUERRA\u00bb senza che nessuno avesse niente da ridire. Si tratta effettivamente di una frase che lascia poco spazio a interpretazioni. Soggetto, verbo, complemento oggetto. La guerra ci fa schifo e noi la ripudiamo. Tautologico. Ultimamente per\u00f2 sono comparsi tutta una serie di sedicenti esperti di diritto che, ogni volta che viene citato l\u2019articolo 11 della Costituzione, si affrettano a precisare che s\u00ec, l\u2019Italia ripudia la guerra, ma solo \u00abcome strumento di offesa alla libert\u00e0 degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali\u00bb. La precisazione \u00e8 giuridicamente ineccepibile. Ma anche perfettamente fuori luogo.<\/p>\n<p>Una manifestazione per la pace, cos\u00ec come un dibattito pubblico o una trasmissione televisiva, non \u00e8 un\u2019aula di tribunale, e chi alza quel cartello non sta depositando una memoria difensiva: sta semplicemente dicendo che vorrebbe vivere in un Paese che non vuole andare in guerra. Il termine <strong>\u201cripudiare\u201d <\/strong>non \u00e8 un termine tecnico, ma un <strong>moto di disgusto<\/strong>. E quella parola i costituenti l\u2019hanno messa l\u00ec proprio perch\u00e9 valesse prima di tutto come massima dichiarazione d\u2019intenti. La guerra fa schifo e noi non la vogliamo fare. Tutte le altre precisazioni non richieste servono solo a una cosa: fare intendere a tutti che ok, la ripudiamo, ma fino a un certo punto. Intanto magari procuriamoci una miliardata di missili. Non sia mai che alla fine ci venga un po\u2019 di voglia.<\/p>\n<p>Ed effettivamente in Italia, cos\u00ec come in gran parte dell\u2019Occidente, sembra proprio che stia tornando questa <strong><em>guilty pleasure <\/em>della guerra<\/strong>. E con essa anche la <strong><em>guilty pleasure <\/em>degli inni nazionali<\/strong>, che della guerra sono a tutti gli effetti la sigla: allegre marcette da cantare in coro prima di andare ad ammazzare tutti quelli che cantano delle marcette diverse. Per qualche decennio, dopo che a furia di cantare c\u2019erano scappate due guerre mondiali, ce ne eravamo anche un po\u2019 vergognati. Cos\u00ec gli inni nazionali, lontani dai campi di battaglia o dalle manifestazioni nazionaliste, avevano trovato una nuova dimensione: quella del cerimoniale sportivo.<\/p>\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-198459 td-animation-stack-type0-2\" src=\"https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali.png\" sizes=\"(max-width: 971px) 100vw, 971px\" srcset=\"https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali.png 971w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-300x171.png 300w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-768x437.png 768w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-739x420.png 739w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-150x85.png 150w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-600x341.png 600w, https:\/\/www.lindipendente.online\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/foto-la-finale-dei-mondiali-696x396.png 696w\" alt=\"\" width=\"971\" height=\"552\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>La finale dei Mondiali tra Spagna e Argentina che si disputer\u00e0 al MetLife Stadium nel New Jersey<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Domenica sera si gioca la finale dei mondiali di calcio tra Spagna e Argentina. Gli inni delle due squadre hanno entrambi una storia particolare. Sono stati, nel corso del tempo, ridefiniti.<\/p>\n<p>La <strong>Spagna <\/strong>\u00e8 uno dei pochissimi Paesi al mondo <strong>il cui inno nazionale \u00e8 privo di parole<\/strong>. La musica no, quella \u00e8 antichissima, come la guerra. La Marcia Reale compare gi\u00e0 in un manuale militare del 1761 ed \u00e8 <strong>uno degli inni pi\u00f9 vecchi d\u2019Europa<\/strong>. Ha attraversato monarchie, dittature, una repubblica e una transizione democratica senza che nessuno le cambiasse una nota. Le parole invece cadevano ogni volta, come i governi. L\u2019ultimo testo lo scrisse Jos\u00e9 Mar\u00eda Pem\u00e1n nel 1928, sotto la dittatura di Primo de Rivera, e il regime di Franco lo adott\u00f2 con entusiasmo per quarant\u2019anni. Era <strong>una marcia di guerra in piena regola<\/strong>: alzate le braccia, incudini e ruote, la spada e la fede. Inutile dire che dopo la caduta del regime nessuno in Spagna voleva pi\u00f9 saperne di alzare le braccia. L\u2019inno, cos\u00ec, \u00e8 rimasto muto. Chi vuole cantarlo allo stadio in genere sostituisce le parole facendo popporoppopp\u00f2. Forse non il massimo dello stile. Ma almeno un inno che non dice niente \u00e8 un inno che non pu\u00f2 chiamare nessuno alle armi.<\/p>\n<p><strong>Gli argentini invece in finale canteranno<\/strong>, eccome. L\u2019inno argentino \u00e8 un pezzo d\u2019opera in piena regola, con una lunga introduzione strumentale e un testo che si conclude giurando solennemente di morire con gloria. Quindi tutto ok. In realt\u00e0 per\u00f2, nel corso della storia, anche il loro inno \u00e8 stato ridefinito. E il bello \u00e8 per merito di chi.<\/p>\n<p>La <em>Marcha Patri\u00f3tica <\/em>venne approvata l\u2019<strong>11 maggio 1813<\/strong>, in piena guerra d\u2019indipendenza. Testo di Vicente L\u00f3pez y Planes, musica del catalano Blas Parera, nove strofe per una durata complessiva di circa venti minuti. Pi\u00f9 che un inno, un\u2019opera lirica con un solo argomento. E l\u2019argomento era <strong>l\u2019odio verso la Spagna<\/strong>. La versione integrale parlava dell\u2019orgoglio del \u00abvile invasore\u00bb e di \u00abtigri assetate di sangue\u00bb contro le quali opporsi. Inoltre celebrava la nuova nazione coronata di allori con, prostrato ai suoi piedi, un leone. Che non era un leone qualsiasi, bens\u00ec proprio quello che campeggia sullo stemma spagnolo. Un\u2019altra strofa passava in rassegna le battaglie vinte dicendo \u00abqui il fiero oppressore della Patria pieg\u00f2 la sua cervice orgogliosa\u00bb.<\/p>\n<p>Per quasi un secolo, quindi, gli argentini hanno aperto le cerimonie ufficiali cantando alla Spagna che le avevano piegato la cervice. Poi successe una cosa che nessun poeta della guerra d\u2019indipendenza aveva previsto: gli spagnoli arrivarono davvero, ma stavolta con le valigie. A fine Ottocento <strong>Buenos Aires si stava riempiendo di immigrati spagnoli<\/strong>, gente che scendeva dalle navi, apriva botteghe e ogni festa nazionale si ritrovava in piazza ad ascoltare una folla che inneggiava alla propria umiliazione. Il problema divenne diplomatico prima ancora che musicale. E cos\u00ec, nel 1900, modificarono il testo. Fuori le tigri, fuori il vile invasore, fuori il leone spagnolo prostrato. Dentro solo la libert\u00e0. Perch\u00e9 nel frattempo il nemico invasore era diventato un fratello.<\/p>\n<p>Quest\u2019anno\u00a0<strong>l\u2019Italia ai mondiali non c\u2019\u00e8<\/strong>. E non \u00e8 la prima volta. Siamo assenti da tre edizioni consecutive. In totale sono dodici anni che non cantiamo l\u2019inno nella fase finale della Coppa del Mondo. Bisognava in qualche modo compensare anche fuori dagli eventi sportivi. E cos\u00ec, in patria, abbiamo iniziato a infilarlo ovunque: manifestazioni di piazza, convention di partito, sagre di paese, riunioni di condominio, cresime, corse dei cani. A momenti anche quando passano a ritirare l\u2019indifferenziata. Evidentemente si sposa bene con il momento storico, visto che \u00e8 l\u2019inno pi\u00f9 battagliero di tutti.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 tanto la Spagna quanto l\u2019Argentina, in fondo, le parole se le sono tolte. Il loro concetto di patria, di orgoglio nazionale, di sacri confini, l\u2019hanno, col tempo, ridefinito. Noi no.\u00a0<strong>Il testo di Goffredo Mameli \u00e8 del 1847<\/strong>\u00a0ed \u00e8 a tutti gli effetti una chiamata alle armi: dov\u2019\u00e8 la vittoria, stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. E la parte che tutti amano cantare \u00e8 proprio quella in cui, alla domanda se siamo pronti a morire, un popolo intero risponde \u00abS\u00cc!\u00bb, con l\u2019entusiasmo di chi ordina il secondo giro. Nessuno, in Italia, ha mai chiesto una rettifica. Sull\u2019articolo 11 della Costituzione pretendiamo la citazione integrale, la precisazione che\u00a0<strong>la guerra la ripudiamo solo a certe condizioni<\/strong>. Su \u00absiam pronti alla morte\u00bb, mai un distinguo. La cantiamo cos\u00ec com\u2019\u00e8, a squarciagola. Eppure l\u2019unico che quelle parole le pensava davvero \u00e8 stato proprio chi le ha scritte. Mameli si fer\u00ec a una gamba difendendo la Repubblica Romana, la ferita and\u00f2 in cancrena, gli amputarono l\u2019arto e mor\u00ec a ventun anni. Non era gloria: era setticemia.<\/p>\n<p>Nessuno, domenica sera, alla finale dei mondiali, morir\u00e0 per davvero. Al massimo qualche cuore ceder\u00e0 agli eventuali rigori. E in fondo \u00e8 questo il senso di un inno cantato in uno stadio invece che in trincea: una minaccia svuotata, una sigla. Il punto \u00e8 che c\u2019\u00e8 chi quelle parole ha smesso di pronunciarle del tutto, e chi invece se le tiene strette. La Spagna ha buttato via le parole di guerra del suo inno e ha tenuto la musica. L\u2019Argentina ha cancellato gli insulti al nemico il giorno in cui il barbaro invasore \u00e8 diventato un fratello. E poi ci siamo noi, a guardare la partita in televisione, che all\u2019inno non abbiamo mai tolto una virgola e che di questi tempi lo tiriamo fuori sempre pi\u00f9 spesso, sempre pi\u00f9 volentieri. Perch\u00e9\u00a0<strong>la guerra la ripudiamo con l\u2019asterisco<\/strong>. Mentre la morte la giuriamo in coro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lindipendente.online\/2026\/07\/19\/come-si-disinnesca-un-inno-nazionale\/\">https:\/\/www.lindipendente.online\/2026\/07\/19\/come-si-disinnesca-un-inno-nazionale\/<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da L&#8217;INDIPENDENTE ONLINE (Fulvio Zappatore) Le cose cambiano. O meglio: si ridefiniscono. Fino a pochi anni fa, in Italia, uno poteva andare tranquillamente a una manifestazione per la pace con un cartello con scritto \u00abL\u2019ITALIA RIPUDIA LA GUERRA\u00bb senza che nessuno avesse niente da ridire. Si tratta effettivamente di una frase che lascia poco spazio a interpretazioni. Soggetto, verbo, complemento oggetto. La guerra ci fa schifo e noi la ripudiamo. Tautologico. 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