{"id":97053,"date":"2026-09-18T09:17:20","date_gmt":"2026-09-18T07:17:20","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97053"},"modified":"2026-09-17T11:20:59","modified_gmt":"2026-09-17T09:20:59","slug":"il-deleuze-proibito-per-la-palestina-contro-il-genocidio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97053","title":{"rendered":"Il Deleuze proibito: per la Palestina, contro il genocidio"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Pasquale Liguori)<\/strong><\/p>\n<header id=\"masthead\" class=\"site-header\" role=\"banner\">\n<div class=\"header-wrapper\">\n<div class=\"header-menu \">\n<div class=\"container\">\n<div class=\"row\">\n<div class=\"col-md-12\">\n<div class=\"site-branding\">\n<p class=\"site-title\">\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/header>\n<section class=\"page-header jumbotron text-center\">\n<div class=\"container\">\n<div class=\"row\"><\/div>\n<\/div>\n<\/section>\n<div id=\"content\" class=\"site-content\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"container\">\n<div class=\"row\">\n<div class=\"col-lg-8\">\n<div id=\"primary\" class=\"content-area\"><main id=\"main\" class=\"site-main\" role=\"main\"><\/p>\n<article id=\"post-54501\" class=\"post-54501 post type-post status-publish format-standard has-post-thumbnail hentry category-pasquale-liguori tag-gilles-deleuze tag-israele tag-palestina tag-pasquale-liguori\">\n<div class=\"post-wrapper\">\n<div class=\"post-thumbnail\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/deleuze.jpg\" alt=\"\" width=\"1450\" height=\"500\" data-attachment-id=\"45459\" data-permalink=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/musica-deleuze\/deleuze\/\" data-orig-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/deleuze.jpg\" data-orig-size=\"1450,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"deleuze\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/deleuze-1024x353.jpg\" \/><\/div>\n<div class=\"content-wrap\">\n<div class=\"entry-content\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>\u00c8 un genocidio, ma in cui lo sterminio fisico resta subordinato all\u2019evacuazione geografica.<\/em><em><br \/>\n<\/em>\u2013 Gilles Deleuze<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si impone oggi una rilettura di alcuni scritti fondamentali<sup>[1]<\/sup>\u00a0che Gilles Deleuze dedic\u00f2 alla questione palestinese tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. Questi testi hanno occupato una posizione relativamente defilata nella pi\u00f9 ampia ricezione deleuziana, eppure non sono affatto marginali rispetto al suo pensiero. In essi la sua filosofia si misura con la politica reale in modo particolarmente diretto, l\u00e0 dove la filosofia dell\u2019immanenza \u2013 o, pi\u00f9 precisamente, la concezione della vita reale refrattaria a ogni trascendenza dello Stato, del diritto o della morale \u2013 si confronta con la storia concreta della colonizzazione e l\u2019ontologia del divenire viene messa alla prova dalla macchina criminale dello Stato. In queste pagine si trova, forse pi\u00f9 che altrove, la diagnosi anticipatrice della condizione presente, segnata dalla continuit\u00e0 genocida che investe la Palestina dal 1948 a oggi e che le cosiddette pause umanitarie o i cessate il fuoco non fanno che mascherare.<span id=\"more-54501\"><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Deleuze lo scrisse senza ambiguit\u00e0, indicando nella tragedia palestinese non un conflitto ma un genocidio modulare, una tecnologia di evacuazione permanente. L\u2019eliminazione non si misura col numero dei morti, ma nella produzione dell\u2019assenza condotta secondo una logica industriale, attraverso lo svuotamento dei villaggi, la cancellazione topografica e l\u2019espulsione simbolica. Il genocidio perpetrato da Israele non \u00e8 episodico, ma funzionale alla riproduzione del potere statale. Si tratta di una guerra che si traveste da amministrazione, che muta ritmo e intensit\u00e0 per non finire mai.<\/p>\n<p>Quando Deleuze parla di \u00abmolte Oradour\u00bb, evoca Deir Yassin come archetipo, il primo massacro su larga scala in un villaggio cancellato dalla mappa, paradigma di tutti quelli che sarebbero seguiti. L\u2019attuale sospensione dei bombardamenti di massa non rappresenta la conclusione, ma una fase di riterritorializzazione dell\u2019apparato genocida, una ricalibratura della macchina statale israeliana in vista dell\u2019ondata successiva.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nell\u2019intervista con Elias Sanbar, raccolta in \u00abGli indiani di Palestina\u00bb, Deleuze riconduce la logica profonda del sionismo al colonialismo di evacuazione, il cui obiettivo non \u00e8 lo sfruttamento della forza lavoro indigena per farne un mero supporto del capitale e della teologia della propriet\u00e0. \u00c8 la stessa operazione fondativa dell\u2019America: fare della cancellazione del nativo la condizione di possibilit\u00e0 della modernit\u00e0. Di qui la formula che descrive i palestinesi come \u00abi pellerossa dei coloni ebrei di Palestina\u00bb, che tanto irrit\u00f2 i custodi morali dell\u2019accademia francese. In un saggio recente, Barbara Glowczewski ha mostrato come quell\u2019analogia si incarni oggi nella solidariet\u00e0 indigena di portata globale dove, dai Sioux ai M\u0101ori, dai Warlpiri agli abitanti di Gaza, la resistenza diventa un linguaggio comune contro il capitalismo dell\u2019annientamento.<sup>[2]<\/sup><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 1978, ne \u00abI seccatori\u00bb, Deleuze sosteneva che Israele stesse elaborando una macchina di repressione universalmente esportabile. La sua guerra ai \u00abterroristi\u00bb anticipava la guerra preventiva americana e il controllo planetario dei corpi e dei flussi. Israele, scriveva, \u00absta mettendo a punto un modello di repressione che sar\u00e0 adattato e fatto fruttare in altri paesi\u00bb. Era la prefigurazione delle societ\u00e0 di controllo con la fusione di Stato, intelligence e industria militare, insieme alla trasformazione di ogni \u00abzona di sicurezza\u00bb in un deserto sorvegliato. Il colonialismo israeliano come avanguardia tecnica e morale della modernit\u00e0 occidentale securitaria, una politica del genocidio programmato.<\/p>\n<p>Per Deleuze il sionismo si configura come un dispositivo teologico di riparazione. L\u2019Europa non ha mai pagato il proprio debito con gli ebrei; ha piuttosto fatto ricadere quel debito su un popolo innocente, chiamato a pagarne il prezzo. Lo scriveva con nettezza: \u00abGli Stati Uniti e l\u2019Europa dovevano risarcire gli ebrei. E hanno fatto pagare tale risarcimento a un popolo del quale il minimo che si possa dire \u00e8 che non c\u2019entrava affatto, che era particolarmente innocente rispetto a qualsiasi olocausto, di cui non aveva neppure sentito parlare\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Christian Frigerio ha ripreso questo passaggio in un articolo recente, attualizzandolo e mostrando come la Shoah sia stata elevata al rango di Male Assoluto, trasformata da evento storico in principio mistico.<sup>[3]<\/sup>\u00a0Il male, cos\u00ec, non viene superato, ma semplicemente trasferito su un altro popolo. \u00c8 l\u2019atto costitutivo della cattiva coscienza europea, che si purifica dal proprio crimine attraverso la violenza delegata a Israele. Come ha efficacemente osservato Paolo Virno, molto spesso il pericolo non \u00e8 qualcosa da cui ci si protegge, ma la forma stessa del riparo, una \u00aborripilante strategia di salvezza\u00bb.<sup>[4]<\/sup>\u00a0La ricerca di sicurezza genera i propri mostri, piccole patrie etniche, sovranit\u00e0 e xenofobia, come risposte alla vulnerabilit\u00e0. Seguendo questa intuizione, il male moderno si esprime precisamente come replica orribile alla rischiosit\u00e0 del mondo, come pericolosa ricerca di protezione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Applicata alla storia europea, questa diagnosi consente di leggere la creazione dello Stato d\u2019Israele come ci\u00f2 che Deleuze denunciava: un rifugio identitario, un salvataggio immaginario che si tramuta in nuovo crimine. La colpa non viene elaborata, ma spostata, delegata, esternalizzata. E in nome di quel rifugio \u2013 sovrano, etnico, identitario \u2013 si mette in moto la macchina che produce nuove vittime.<\/p>\n<p>Il diritto internazionale, a partire dalle risoluzioni ONU del 1947-48, non ha fatto altro che codificare questa delega morale: due Stati, due popoli, come se la Nakba non fosse il punto d\u2019origine, ma una nota a margine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come scrive Deleuze: \u00abIl sionismo, e poi lo Stato d\u2019Israele, esigeranno che i palestinesi li riconoscano di diritto [<em>droit<\/em>]. Ma lo Stato d\u2019Israele non cesser\u00e0 mai di negare il fatto stesso di un popolo palestinese\u00bb. L\u2019enunciato formula un principio generale per cui il diritto non si limita a garantire l\u2019esistenza, la produce e la cancella. \u00c8 su questa asimmetria fondativa che il diritto internazionale ha edificato il proprio ruolo normativo.<\/p>\n<p>Le risoluzioni delle Nazioni Unite, unite ai reiterati appelli occidentali a un \u00abritorno ai confini del 1967\u00bb, non mettono in discussione il crimine originario del 1948. Il diritto non restituisce la vita; la gestisce. Il legalismo umanitario, oggi tanto invocato, opera ancora dentro la logica della restaurazione, dove tutto viene ricondotto al compito di riconciliare, amministrare e normalizzare. Ma se la giustizia non interrompe l\u2019ordine che ha reso possibile il crimine, finisce col diventare parte della macchina stessa che lo riproduce.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel 1985 Deleuze affermava: \u00abI popoli non preesistono. Il popolo, in un certo senso, \u00e8 ci\u00f2 che manca\u2026 C\u2019era forse un popolo palestinese? Israele dice di no. Magari ce n\u2019\u00e8 stato uno, ma questo non \u00e8 essenziale; invece, dal momento in cui i palestinesi sono stati espulsi dal loro territorio, nella misura in cui resistono, entrano nel processo di costituzione di un popolo\u00bb.<sup>[5]<\/sup><\/p>\n<p>Il paradosso palestinese si colloca esattamente qui, ma va formulato con cautela. Un popolo palestinese deve, in un certo senso, esistere gi\u00e0 per poter essere espropriato e per poter resistere all\u2019espropriazione; eppure, nella formulazione di Deleuze, \u00e8 precisamente \u00abnella misura in cui resistono\u00bb che i palestinesi entrano nel \u00abprocesso di costituzione di un popolo\u00bb. Ci\u00f2 che appare come una contraddizione \u00e8 dunque la struttura di un\u2019individuazione politica. L\u2019esistenza collettiva non \u00e8 n\u00e9 semplicemente data in anticipo, n\u00e9 creata\u00a0<em>ex nihilo<\/em>; si ricompone attraverso la lotta contro un dispositivo il cui scopo \u00e8 rendere impossibile quella stessa esistenza collettiva.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il termine \u00abpopolo\u00bb, qui, non pu\u00f2 essere inteso come unit\u00e0 chiusa, n\u00e9 come identit\u00e0 che si raccoglie nell\u2019Uno. \u00c8 un processo di individuazione collettiva. La resistenza non produce un Uno identitario, bens\u00ec una coerenza metastabile, una frontiera mobile, un principio di co-divenire capace di tenere insieme ci\u00f2 che il colonialismo si sforza di separare. La soggettivit\u00e0 palestinese non \u00e8 dunque riducibile n\u00e9 a un\u2019essenza ancestrale n\u00e9 a un\u2019invenzione puramente moderna. \u00c8 un processo costituente nel quale la continuit\u00e0 storica e la creazione politica divengono inseparabili.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 l\u2019atto costitutivo dell\u2019individuazione collettiva palestinese, perch\u00e9 la resistenza presuppone un popolo e, al tempo stesso, produce le forme entro le quali quel popolo pu\u00f2 continuare a esistere e agire in comune. Il paradosso non \u00e8 esclusivamente palestinese, ma rivela un problema pi\u00f9 generale di soggettivazione politica. Il dominio si rivolge a una collettivit\u00e0 come a un oggetto da amministrare, da spostare o da cancellare; la resistenza, invece, pu\u00f2 trasformare quella oggettivazione imposta nella capacit\u00e0 di parlare e di agire come soggetto. Un popolo, in questo senso, \u00e8 meno una sostanza che un processo attraverso il quale vite eterogenee acquistano una consistenza sufficiente per agire insieme senza essere uniformate.<\/p>\n<p>Ogni pietra lanciata, ogni casa ricostruita, ogni ritorno pu\u00f2 allora essere letto come un atto di\u00a0<em>fabulazione<\/em>\u00a0politica: non la rappresentazione di un\u2019identit\u00e0 gi\u00e0 compiuta, bens\u00ec la produzione di un\u2019esistenza comune in condizioni concepite per impedirla. Per questo la Palestina non \u00e8 soltanto un oggetto al quale Deleuze applichi concetti preesistenti. \u00c8 uno dei luoghi in cui la sua filosofia \u00e8 costretta ad affrontare, concretamente, la questione di come un popolo si costituisca. \u00c8 qui che la filosofia del divenire incontra la storia, nell\u2019esistenza collettiva intesa come creazione, senza che l\u2019identit\u00e0 si irrigidisca in una forma di chiusura, e nella Palestina pensata come evento costituente, pi\u00f9 che come semplice dato sociologico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In \u00abLe pietre\u00bb Deleuze scrive: \u00abI palestinesi lanciano le loro pietre, le pietre vive della loro terra. Da queste pietre nascono uomini\u00bb. \u00c8 una metafora ontologica in cui la vita del divenire sorge dal deserto del controllo. Quel deserto che, come proponeva nelle conversazioni con Claire Parnet, \u00e8 la nostra sola identit\u00e0, la sperimentazione su noi stessi.<sup>[6]<\/sup>\u00a0I palestinesi, come i nomadi deleuziani, abitano lo spazio liscio, quello che rifiuta di essere confinato, classificato, assoggettato. L\u00e0 dove lo Stato produce il vuoto, la vita ricomincia. E in questa ricomparsa risiede la sola verit\u00e0 politica ancora possibile oggi: nessuna tregua senza giustizia, nessun diritto senza memoria, nessuna pace dentro la menzogna di un genocidio sospeso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oggi, in questo tempo di ennesima e ipocrita restaurazione morale, Deleuze ritorna come scandalo. Ma lo scandalo non va formulato come se le sue prese di posizione esplicitamente politiche fossero state semplicemente escluse dagli studi deleuziani. Non lo sono state. Correnti importanti della ricezione contemporanea di Deleuze, soprattutto nella filosofia continentale anglofona, hanno accolto e sviluppato i suoi interventi politici. La domanda, allora, \u00e8 pi\u00f9 circoscritta: quale posto ha occupato, dentro quella ricezione, la sequenza specificamente palestinese?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli elementi disponibili non autorizzano tanto a parlare di soppressione sistematica, quanto piuttosto di un\u2019asimmetria nella ricezione. Gli scritti di Deleuze sulla Palestina restano relativamente poco discussi se paragonati all\u2019enorme letteratura sul divenire, sulla deterritorializzazione, sul nomadismo, sul desiderio, sul cinema o sul \u00abpopolo a venire\u00bb. Questa disparit\u00e0 non costituisce, di per s\u00e9, prova di censura e non ogni assenza va letta come deliberata. Il caso editoriale esplicito pi\u00f9 chiaro riguarda la sorte dell\u2019articolo di Deleuze \u00abGrandezza di Yasser Arafat\u00bb, che era incluso nella raccolta francese originaria\u00a0<em>Deux r\u00e9gimes de\u00a0<\/em><em>fous<\/em>, e tuttavia venne omesso dalla prima edizione inglese di\u00a0<em>Two Regimes of Madness<\/em>\u00a0quando questa apparve presso Semiotext(e) nel 2006. L\u2019omissione fu corretta in un\u2019edizione riveduta del 2007, che ha restituito il testo integrale dell\u2019edizione francese originale. Daniel W. Smith, recensendo la prima edizione su\u00a0<em>Teaching Philosophy<\/em>\u00a0nel 2007, rilevava che l\u2019omissione appariva editorialmente intenzionale nel senso circoscritto indicato dalla rinumerazione dei saggi successivi, sottolineando al tempo stesso che altri tre testi palestinesi rimanevano nella raccolta.<sup>[7]<\/sup><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La tesi qui avanzata, dunque, non \u00e8 che la \u00abDeleuze industry\u00bb abbia espunto il Deleuze politico, n\u00e9 che gli studi deleuziani politicamente impegnati siano soltanto un\u2019eccezione. Si tratta piuttosto di una ricezione selettiva in un senso pi\u00f9 ordinario e, forse proprio per questo, pi\u00f9 rivelatore. Il vocabolario concettuale di Deleuze circola con straordinaria facilit\u00e0 nei discorsi sulla molteplicit\u00e0, sulla creativit\u00e0, sulla differenza e sul divenire, mentre i testi palestinesi nei quali quel vocabolario si misura con una situazione coloniale concreta hanno occupato una posizione assai pi\u00f9 periferica. La questione non \u00e8 una congiura del silenzio, bens\u00ec un\u2019asimmetria di canonizzazione: quale Deleuze viene assunto come figura teorica disponibile e quale resta difficile da assimilare?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Kathryn Medien ha individuato questo problema attraverso l\u2019espressione \u00abevacuazione epistemica\u00bb, per indicare il modo in cui la Palestina pu\u00f2 sparire dal campo teorico anche quando i concetti deleuziani restano pienamente operativi.<sup>[8]<\/sup>\u00a0La forza dell\u2019espressione risiede precisamente nel fatto che essa evita di attribuire un\u2019intenzione unitaria a un intero campo di studi. Una ricezione pu\u00f2 essere disomogenea senza per questo essere organizzata dall\u2019alto, cos\u00ec come un canone pu\u00f2 depoliticizzare attraverso abitudini di selezione, di enfasi e di astrazione, pi\u00f9 che attraverso una censura esplicita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E cos\u00ec la domanda si fa pi\u00f9 precisa: non \u00abperch\u00e9 i \u201cdiscepoli\u201d di Deleuze avrebbero uniformemente messo a tacere la Palestina?\u00bb, bens\u00ec \u00abche cosa accade al pensiero politico di Deleuze quando questi interventi vengono trattati come occasionali, secondari o separabili dai concetti per i quali egli viene canonizzato?\u00bb. Quale Deleuze emerge quando il divenire e la deterritorializzazione viaggiano pi\u00f9 facilmente delle storie coloniali a contatto con le quali quei concetti possono acquistare la loro posta politica pi\u00f9 affilata?<\/p>\n<p>Eppure, il Deleuze che prende le parti della Palestina eccede ogni striatura, \u00e8 un pensatore che non si limita a registrare il reale cos\u00ec com\u2019\u00e8, ma lo attraversa, lo smonta, lo costringe a dire ci\u00f2 che l\u2019ordine dominante preferirebbe rimuovere dal discorso. Riprenderlo significa rompere la pace dei colpevoli, quella pace che modula il genocidio chiamandolo diritto.<\/p>\n<p>Contro l\u2019ordine dei vincitori, Deleuze ci ricorda che ogni vera filosofia \u00e8 un atto di insubordinazione e che nessuna civilt\u00e0 potr\u00e0 sopravvivere se continuer\u00e0 a fondarsi sull\u2019arte di devastare la terra e cancellare coloro che la abitano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[<em>Questo articolo \u00e8 uscito in inglese su<\/em>\u00a0<a href=\"https:\/\/illwill.com\/forbidden-deleuze\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\" data-saferedirecturl=\"https:\/\/www.google.com\/url?q=https:\/\/illwill.com\/forbidden-deleuze&amp;source=gmail&amp;ust=1789624546335000&amp;usg=AOvVaw046e_g7TBlMyTw27lKGXwf\">https:\/\/illwill.com\/forbidden-deleuze].<\/a><\/p>\n<div class=\"gmail_default\"><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>_________________<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[1] Gilles Deleuze, \u00abThe Troublemakers\u00bb, traduzione di Timothy S. Murphy,\u00a0<em>Discourse<\/em>\u00a020.3 (1998), 23-24 (pubblicato originariamente in<em>\u00a0Le Monde,<\/em>\u00a07 aprile 1978); \u00abThe Grandeur of Yasser Arafat\u00bb, traduzione di Timothy S. Murphy,\u00a0<em>Discourse<\/em>\u00a020.3 (1998), 30-33 (pubblicato originariamente in\u00a0<em>Revue d\u2019\u00c9tudes Palestiniennes<\/em>\u00a010, inverno 1984; scritto nel 1983); \u00abWherever They Can See It\u00bb, traduzione di Mustapha Kamal,\u00a0<em>Discourse<\/em>\u00a020.3 (1998), 34-35 (pubblicato originariamente in\u00a0<em>Al-Karmel<\/em>, 1988); Gilles Deleuze ed Elias Sanbar, \u00abThe Indians of Palestine\u00bb, traduzione di Timothy S. Murphy,\u00a0<em>Discourse<\/em>\u00a020.3 (1998), 25-29 (pubblicato originariamente in\u00a0<em>Lib\u00e9ration<\/em>, 8-9 maggio 1982).<\/p>\n<p>[2] In italiano, \u00abI seccatori\u00bb, \u00abGli indiani di Palestina\u00bb, \u00abGrandezza di Yasser Arafat\u00bb, \u00abLe pietre\u00bb sono pubblicati in Gilles Deleuze,\u00a0<em>Due regimi di folli e altri scritti (1975-1995)<\/em>, Orthotes, 2022.<\/p>\n<p>[3] Barbara Glowczewski, \u00abOn Indigenous Solidarity: Deleuze and the Palestinians\u00bb,\u00a0<em>Deleuze and Guattari Studies\u00a0<\/em>19.2 (2025), 205-213.<\/p>\n<p>[4] Christian Frigerio, \u00abLa parte del deserto: Deleuze e la questione palestinese\u00bb,\u00a0<em>L\u2019Indiscreto\u00a0<\/em>(2024); online\u00a0<a href=\"https:\/\/www.indiscreto.org\/la-parte-del-deserto-deleuze-e-la-questione-palestinese\/\">qui<\/a>.<\/p>\n<p>[5] Paolo Virno,\u00a0<em>Grammatica della moltitudine<\/em>, DeriveApprodi, 2002.<\/p>\n<p>[6] Gilles Deleuze,\u00a0<em>Pourparler<\/em>, Quodlibet, 1999.<\/p>\n<p>[7] Gilles Deleuze e Claire Parnet,\u00a0<em>Dialogues<\/em>, Columbia University Press, 1987.<\/p>\n<p>[8] Gilles Deleuze,\u00a0<em>Two Regimes of Madness,\u00a0<\/em>traduzione di Ames Hodges e Mike Taormina<em>,\u00a0<\/em>Semiotext(e)<em>,\u00a0<\/em>2006. Un\u2019edizione riveduta pubblicata nel 2007 ha restituito il testo integrale dell\u2019edizione francese originale. Si veda Daniel W. Smith, \u00abReview of Gilles Deleuze,\u00a0<em>Two Regimes of Madness: Texts and Interviews 1975\u20131995\u00bb, Teaching Philosophy<\/em>\u00a030.2, (2007), 237-241.<\/p>\n<p>[9] Kathryn Medien, \u00abPalestine in Deleuze\u00bb,\u00a0<em>Theory, Culture &amp; Society<\/em>\u00a036.5, (2019), 49-70.<\/p>\n<p><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.leparoleelecose.it\/il-deleuze-proibito-per-la-palestina-contro-il-genocidio\/\">https:\/\/www.leparoleelecose.it\/il-deleuze-proibito-per-la-palestina-contro-il-genocidio\/<\/a><\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/article>\n<p><\/main><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Pasquale Liguori) &nbsp; \u00c8 un genocidio, ma in cui lo sterminio fisico resta subordinato all\u2019evacuazione geografica. \u2013 Gilles Deleuze &nbsp; Si impone oggi una rilettura di alcuni scritti fondamentali[1]\u00a0che Gilles Deleuze dedic\u00f2 alla questione palestinese tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. Questi testi hanno occupato una posizione relativamente defilata nella pi\u00f9 ampia ricezione deleuziana, eppure non sono affatto marginali rispetto al suo pensiero. 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