{"id":97388,"date":"2026-10-07T10:30:52","date_gmt":"2026-10-07T08:30:52","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97388"},"modified":"2026-10-06T21:54:55","modified_gmt":"2026-10-06T19:54:55","slug":"una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97388","title":{"rendered":"Una nuova \u201cmarcia del dolore\u201d per un altro welfare?"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LA FIONDA (Giovanni Peduto)<\/strong><\/p>\n<div class=\"intestazione-post\"><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid foto-articolo ls-is-cached lazyloaded\" src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/storia11-1.webp\" alt=\"\" data-src=\"https:\/\/www.lafionda.org\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/storia11-1.webp\" \/><\/p>\n<div class=\"cover-post\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"contenuto-post\">\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel maggio del 1954 centinaia di persone cieche si misero in cammino da Firenze per giungere a Roma e denunciare la propria condizione. Cercavano riconoscimento e comprensione: una pensione dignitosa che potesse aiutarli ad uscire da condizioni di indigenza e oblio sociale. Dopo tanti chilometri, rigorosamente percorsi con i propri bastoni, all\u2019arrivo a Roma suscitarono un\u2019ondata di commozione. Quella marcia fu ribattezzata:\u00a0<em>la marcia del dolore<\/em>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Recenti episodi di cronaca hanno riacceso i riflettori sulla marginalit\u00e0 che vivono sempre pi\u00f9 spesso le famiglie con persone con disabilit\u00e0, per poi, ovviamente, virare subito altrove. \u00c8 il cuore stesso della societ\u00e0 dello spettacolo: aizzare false emozioni su simulacri immaginativi e immediatamente sgattaiolare altrove. Lasciare appena il colpo sordo di un\u2019impressione, un\u2019ubriacatura retinica, ben lungi dal trasformarsi in riflessione, condivisione. Ogni immagine, ogni informazione, si lascia solo consumare. La questione politica diventa un fatto privato da compatire; il tema generale scade in una condizione particolare. Tuttavia, da lavoratore nelle relazioni d\u2019aiuto e volontario del terzo settore non posso che dedicare alla tematica qualche fugace parola e interrogarmi su di un fatto peculiare: occorre oggi una nuova marcia del dolore?<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima parola che sovviene quando si affrontano queste tematiche \u00e8 quella di\u00a0<em>welfare,<\/em>\u00a0parola la cui traduzione implica gi\u00e0 una scelta di campo:\u00a0<em>stato sociale<\/em>,\u00a0<em>stato del benessere<\/em>\u00a0o\u00a0<em>stato assistenzialista<\/em>\u00a0sono esempi di traduzioni possibili. Oggi, fateci caso, la traduzione pi\u00f9 in voga \u00e8 l\u2019ultima. \u00c8 fortemente presente nei discorsi della quotidianit\u00e0 un certo pregiudizio che individua negli utenti dello stato sociale persone esclusivamente da assistere, tendenzialmente \u201cdeboli\u201d, incapaci di porsi in maniera propositiva nei confronti della realt\u00e0 sociale. Si tratta di un punto cruciale, tutto da analizzare. Malgrado in ambienti molto strutturati come la scuola siano entrati in vigore i linguaggi dell\u2019ICF che utilizza nozioni come\u00a0<em>funzionamento, profilo,<\/em>\u00a0per evitare la dialettica del\u00a0<em>deficit<\/em>\u00a0e delle\u00a0<em>mancanze,<\/em>\u00a0la realt\u00e0 sociale \u00e8 ancora fortemente sorda a questo nuovo paradigma. Permangono le immagini secolari della disabilit\u00e0 come\u00a0<em>qualcosa che manca di qualcosa<\/em>, una lettura totalmente allineata a quella del\u00a0<em>deficit.<\/em>\u00a0Una persona con disabilit\u00e0 \u00e8 innanzitutto una persona che non sa fare qualcosa che fanno tutti. Occorre interrogare, pertanto, il\u00a0<em>frame<\/em>\u00a0interpretativo che ereditiamo dal nostro contesto storico e tramite il quale diamo senso a questi fenomeni sociali.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si diceva che la traduzione gi\u00e0 implicasse una scelta di campo, ma il significato che poi si conferisce a questa traduzione \u00e8 ancora pi\u00f9 importante. Lo\u00a0<em>stato assistenzialista<\/em>\u00a0viene interpretato perlopi\u00f9 come un insieme di\u00a0<em>politiche sociali<\/em>\u00a0per particolari sacche della societ\u00e0, quelle di solito caratterizzate da molta fragilit\u00e0 (economica, sociale, psicologica). Anche questa non \u00e8 una scelta neutra: il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0viene indicato come un insieme di norme\u00a0<em>specialistiche<\/em>\u00a0per un tema molto specifico appunto, quello della fragilit\u00e0. C\u2019\u00e8 una politica sociale a s\u00e9 stante cos\u00ec come c\u2019\u00e8 una politica economica a s\u00e9 stante e cos\u00ec come c\u2019\u00e8 una politica estera indipendente. All\u2019interno di questa lettura, che va per la maggiore, il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0\u00e8 un\u00a0<em>settore specialistico<\/em>\u00a0della politica pubblica. Si tratta, tuttavia, di una concezione molto\u00a0<em>ristretta<\/em>\u00a0della nozione di\u00a0<em>welfare.<\/em>\u00a0Gli studi di Saraceno sono al riguardo illuminanti. La studiosa distingue infatti una concezione allargata e una concezione ristretta di\u00a0<em>welfare<\/em>: \u2039\u2039Nella visione allargata, il\u00a0<em>welfare state<\/em>\u00a0definisce una societ\u00e0 in cui lo Stato interviene nei meccanismi di riproduzione economica e di redistribuzione per riallocare le opportunit\u00e0 di vita tra gli individui e le classi sociali. Perci\u00f2 \u00e8 qualche cosa di pi\u00f9 dell\u2019insieme delle politiche sociali, implicando una particolare forma sia di Stato, sia di governo, sia di societ\u00e0. Nella visione ristretta, il\u00a0<em>welfare state<\/em>\u00a0invece riguarda un insieme specifico di politiche sociali: le forme di sostegno al reddito, i servizi sociali, il servizio sanitario e le politiche della casa\u203a\u203a<a id=\"_ftnref1\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/#_ftn1\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 innanzitutto questa concezione ristretta che bisogna indagare, cos\u00ec diffusa tra la gente comune, e carsicamente depositatasi nelle nostre menti almeno a partire dagli anni \u201980. Si tratta dell\u2019idea secondo cui il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0sia essenzialmente quell\u2019insieme di norme che tutela e che ha come oggetto un preciso ambito della societ\u00e0, la sua fascia pi\u00f9 debole e marginale. Individuarne uno specifico dominio, sgancia per\u00f2 il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0dalle scelte di politica economica e sociale, appartenente per definizione ad un altro dominio. La concezione specialistica e ristretta finisce pertanto con il legittimare ed eternizzare lo\u00a0<em>status quo<\/em>\u00a0delle scelte economiche e sociali di un certo regime politico.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi \u00e8 capitato pi\u00f9 volte di discorrere con esperti delle relazioni di aiuto (siano stati essi psicologi, assistenti sociali, educatori, docenti) e sentir dire frasi per me totalmente contraddittorie: \u2039\u2039Il governo di [tizio] ha svenduto la nostra economia, ma ha attuato migliori politiche sociali!\u203a\u203a con esplicito riferimento alla sopra menzionata concezione ristretta del\u00a0<em>welfare<\/em>. \u00c8 evidente, tuttavia, che le\u00a0<em>politiche sociali<\/em>\u00a0non possono essere separate dal proprio rimando al contesto economico generale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel lavoro quotidiano, ad esempio, nell\u2019ambito della salute mentale, la rivoluzione basagliana ha permesso un grande cambio di paradigma, ancora da attuare e sviluppare pienamente: porre al centro la persona, pi\u00f9 che la sua diagnosi, e permetterle di vivere la malattia come un fatto interno della propria vita, e non come un fatto che implichi lo spossessamento e l\u2019alienazione dalla propria vita in una struttura contenitiva come il manicomio. Era il nocciolo duro della distinzione che soleva proporre tra la psichiatria per i ricchi e la psichiatria per i poveri: i primi possono permettersi di vivere la malattia mentale come una malattia\u00a0<em>propria,<\/em>\u00a0alla stregua di una condizione organica, usufruendo del miglior supporto psicologico, delle migliori strutture, circondati dai familiari e potendo tornare sempre a casa; mentre, i poveri, la classe proletaria si vedeva annichilire l\u2019intera esistenza e i propri diritti nelle contenzioni del manicomio, non conservando nulla della propria \u201cvecchia\u201d vita. Dalla contenzione si \u00e8 passati oggi ad altre parole d\u2019ordine, quali, appunto, persona, e soprattutto,\u00a0<em>territorio.<\/em>\u00a0Conservare la propria condizione, vivere la malattia mentale come un fatto interno della propria vita, significa innanzitutto incontrare la\u00a0<em>cura<\/em>\u00a0nel proprio territorio, nella propria casa, significa poter agire sul contesto e non essere sradicati dai propri affetti.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sembra, a primo acchito, qualcosa di molto tecnico, demandabile totalmente agli psicologi, agli esperti, ai tecnici. E, ahim\u00e9, molti ancora interpretano il tutto come un mero fatto specialistico. Eppure, nella pratica quotidiana, si batte continuamente la testa contro gli esiti di un preciso contesto economico e sociale, che condiziona radicalmente il processo di\u00a0<em>cura.<\/em>\u00a0Capita spessissimo infatti che l\u2019assegno offerto dallo Stato sia risibile in vista delle impellenti necessit\u00e0 della persona con disabilit\u00e0; capita di non potersi permettere uno psicologo; capita altrettanto spesso che l\u2019offerta di servizi pubblici sia essa stessa risibile e che sia necessario ricorrere a realt\u00e0 private o associazioni che vivono di puro volontariato, pi\u00f9 dedite giocoforza all\u2019avventurismo solidaristico che a veri e propri progetti educativi; capita di ricevere un\u2019assistenza domiciliare totalmente inadeguata, o di non riceverla affatto e di doverla integrare con professionisti privati; capita, pertanto, di dover imparare a districarsi in un mondo difficile, tutt\u2019altro che intuitivo e supportivo.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dietro a tutte queste difficolt\u00e0 ci sono ovviamente precise scelte politiche: nei Trent\u2019anni Gloriosi (1945-1975) si \u00e8 assistito ad un grande sviluppo del\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0in ambito europeo; quest\u2019ultimo nasceva dal compromesso tra Capitale e Lavoro e mirava a tutelare i diritti dei lavoratori; con l\u2019avvento del neoliberismo, per\u00f2, il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0divenne l\u2019oggetto di pesanti critiche. Spesso insultato, ridotto a inutile spreco, \u00e8 stato oggetto di una feroce campagna di smantellamento. I mercati mondiali aperti dal nuovo paradigma neoliberista mettevano in competizione tra di loro modi di produzione molto eterogenei, caratterizzati soprattutto da un differente costo del lavoro. Negli Stati europei, infatti, il costo del lavoro, tutelato com\u2019era dalle concessioni ottenute dalle lotte operaie, era di gran lunga superiore al costo del lavoro di altre parti del mondo. Per competere, pertanto, occorreva attaccare al cuore il\u00a0<em>welfare state,<\/em>\u00a0abbassare i costi e mutarne il paradigma. Scrive al riguardo la Saraceno:<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2039\u2039La globalizzazione (inclusa la creazione del mercato comune) espone alla competizione economie abituate a operare in mercati nazionali relativamente protetti. Il costo del lavoro diviene un nodo centrale nei dibattiti sulla competitivit\u00e0, mentre l\u2019invecchiamento della popolazione viene visto come un rischio per il bilancio dello Stato, modificando il rapporto fra entrate e uscite. Il welfare state viene perci\u00f2 visto come un ostacolo al buon funzionamento del mercato. Le politiche di protezione sociale cambiano radicalmente di significato e obiettivo: divengono politiche dell\u2019offerta (di lavoro) piuttosto che della domanda (di beni di consumo). Ci\u00f2 comporta un progressivo ri-orientamento delle politiche, sia in pratica sia nel linguaggio. Le parole d\u2019ordine diventano \u00abattivazione\u00bb, \u00abrischio di azzardo morale\u00bb e, pi\u00f9 recentemente, \u00abinvestimento sociale\u00bb<a id=\"_ftnref2\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/#_ftn2\">[2]<\/a>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0odierno, o quel che ne rimane, si prefigura come una sorta di\u00a0<em>supporto all\u2019attivazione<\/em>\u00a0del soggetto. Non ha lo scopo di tutelare\u00a0<em>in toto<\/em>\u00a0le sue necessit\u00e0, ma somiglia molto pi\u00f9 ad una sorta di facilitatore, il quale deve essere in grado di incentivare l\u2019attivit\u00e0 del soggetto verso il lavoro e la societ\u00e0. Citando ancora la Saraceno: \u2039\u2039Lo strumento individuato per raggiungere tale obiettivo non \u00e8 pi\u00f9 il sostegno alla capacit\u00e0 di consumo, quanto il sostegno alla creazione di una forza lavoro e di un capitale umano utili per il mercato e l\u2019economia. Anche quando, riprendendo la tematica dei diritti, si parla del welfare delle opportunit\u00e0, o dell\u2019investimento sociale, si formula la questione in termini di (pari) opportunit\u00e0 a \u00abcorrere\u00bb nel mercato del lavoro, di necessit\u00e0 di investire in \u00abcapitale umano\u00bb presente e futuro (le nuove generazioni), al fine di avere una forza lavoro pi\u00f9 adeguata alle sfide competitive e meno esposta ai rischi di marginalit\u00e0 e di rimanere a carico della spesa assistenziale\u203a\u203a<a id=\"_ftnref3\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/#_ftn3\">[3]<\/a>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio a questo livello, per\u00f2, che si incappa in un\u2019insanabile contraddizione: se da un lato, il mondo neoliberista investe il welfare residuo in risorse di attivazione soggettiva, cercando di \u201craddrizzare\u201d i soggetti devianti per renderli competitivi sul mercato del lavoro, dall\u2019altro lato, per\u00f2, non muta quelle condizioni logistiche, lavorative, organizzative, che escludono di fatto i lavoratori con disabilit\u00e0. Per fornire un semplice esempio: \u00e8 difficile credere che una persona con disabilit\u00e0, che vive in carrozzina, possa\u00a0<em>attivarsi<\/em>\u00a0se nel proprio condominio o nel proprio luogo di lavoro sono presenti barriere architettoniche insormontabili. La scelta di puntare sull\u2019attivazione soggettiva non dispensa la politica dal creare condizioni oggettivamente favorevoli all\u2019inclusione, anzi ne acuisce la necessit\u00e0 e l\u2019obbligatoriet\u00e0.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Italia, dal canto suo, sembrava aver recepito questa necessit\u00e0 gi\u00e0 con l\u2019introduzione nel 1992 della legge 104, la quale, secondo Schianchi, ha permesso al contesto italiano di abbandonare un\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0di stampo assistenzialista per passare ad un vero e proprio Stato sociale, che promuovesse l\u2019inclusione delle persone con disabilit\u00e0. Tuttavia, l\u2019autore constatava poi amaramente:<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2039\u2039A due decenni di distanza, \u00e8 evidente che il passo in avanti rappresentato dalla legge del 1992 e il processo di realizzazione di un effettivo \u201cStato sociale\u201d per le persone disabili abbiano trovato ostacoli all\u2019interno della frammentazione istituzionale, nelle difficili forme di collaborazione tra ambiti\u00a0 diversi del settore pubblico, nelle disuguaglianze regionali, nella \u201cnon obbligatoriet\u00e0\u201d di alcuni servizi che sembra configurare diritti non esigibili, nei vincoli delle risorse ordinarie di bilancio per l\u2019erogazione di alcuni servizi di competenza locale. In questo senso, \u00e8 lecito chiedersi se quel formale abbandono di una \u201cfilosofia assistenzialistica\u201d da parte dello Stato, se il coinvolgimento maggiore degli individui con disabilit\u00e0, delle famiglie, del cosiddetto terzo settore, dell\u2019associazionismo non possa essere interpretato, almeno in parte, gi\u00e0 allora, come una \u201cforma di disinvestimento\u201d dei pubblici poteri rispetto al campo della disabilit\u00e0 ancor prima di aver insistito o di avergli dato solide gambe per potersi muovere in modo meno assistito\u203a\u203a<a id=\"_ftnref4\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/#_ftn4\">[4]<\/a>.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La retorica sull\u2019attivazione, sull\u2019<em>empowerment<\/em>\u00a0(altra parola abusata) del soggetto nasconde in molte occasioni un meccanismo di delega e di disinteresse nei confronti delle fasce della popolazione pi\u00f9 fragile.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sensazione \u00e8 che occorra un nuovo tipo di\u00a0<em>welfare<\/em>, che vada molto al di l\u00e0 dei limiti angusti della concezione ristretta, della retorica dell\u2019attivazione, la quale molte volte si limita ad allocare del denaro \u201ceccedente\u201d in particolari ambiti del sociale. Occorre forse focalizzarsi sulla messa a punto di una concezione allargata che veda nel\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0un modo di organizzare la stessa politica economica e sociale e che abbia il coraggio di mirare ad una diversa organizzazione e ristrutturazione del mondo del lavoro. Occorre, forse, una forma\u00a0<em>avverbiale<\/em>\u00a0del welfare, ossia, un\u00a0<em>welfare<\/em>\u00a0che sia innanzitutto un modo di impostare la politica economica e sociale.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa consapevolezza dovrebbe partire, per\u00f2, proprio da noi,\u00a0<em>tecnici del sapere pratico<\/em>\u00a0nell\u2019ambito delle relazioni di aiuto. \u00c8 anche questo un obiettivo ancora lontano: vige in molti ambienti ancora un\u2019interpretazione specialistica del nostro ruolo: il nostro compito \u2013 si crede \u2013 \u00e8 quello di introdurre strategie e tecniche che possano migliorare le qualit\u00e0 di vita del soggetto all\u2019interno del proprio contesto di vita. \u00c8 vero, ma non \u00e8 tutto. Occorre far nostra la formula:\u00a0<em>il lavoro sociale ed educativo o \u00e8 politico o non \u00e8<a id=\"_ftnref5\" href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/#_ftn5\"><strong>[5]<\/strong><\/a>.<\/em><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E forse s\u00ec, avremmo bisogno di una nuova marcia del dolore.<\/p>\n<\/div>\n<p><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/05\/una-nuova-marcia-del-dolore-per-un-altro-welfare\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LA FIONDA (Giovanni Peduto) Nel maggio del 1954 centinaia di persone cieche si misero in cammino da Firenze per giungere a Roma e denunciare la propria condizione. Cercavano riconoscimento e comprensione: una pensione dignitosa che potesse aiutarli ad uscire da condizioni di indigenza e oblio sociale. 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