{"id":97632,"date":"2026-10-22T10:40:22","date_gmt":"2026-10-22T08:40:22","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97632"},"modified":"2026-10-22T10:41:05","modified_gmt":"2026-10-22T08:41:05","slug":"la-vetrina-di-bastiat-le-proteste-italiane-e-se-il-sud-puo-fare-lunita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97632","title":{"rendered":"La \u201cvetrina\u201d di Bastiat. Le proteste italiane e se il Sud pu\u00f2 fare l\u2019unit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>da LA FIONDA (Silvano Poli)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-97633\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/trebisacce-300x204.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"204\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/trebisacce-300x204.png 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/trebisacce.png 521w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1850, poco prima di morire, l\u2019economista francese Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat pubblica un pamphlet destinato a diventare uno dei piccoli catechismi del pensiero capitalista e liberale:\u00a0<em>Ce qu\u2019on voit et ce qu\u2019on ne voit pas<\/em>, \u00abCi\u00f2 che si vede e ci\u00f2 che non si vede\u00bb. Nota \u00e8 la parabola della finestra rotta. Lo scapestrato giovane figliolo del buon borghese Jacques Bonhomme manda in frantumi un vetro della bottega paterna. Immediatamente, attorno al padre furioso si raccoglie la piccola folla dei vicini che simpatizzano con lui per consolarlo. Man mano iniziano a ripetere una massima del quartiere delle botteghe: \u201ctutto sommato, anche i vetrai devono pur vivere\u201d, dando cos\u00ec da lavorare al fornaio, che dar\u00e0 da lavorare al sarto ecc. Bastiat sbuffa e accetta la sorte con la pazienza del contabile. Il \u201cci\u00f2 che si vede\u201d del titolo sono i sei franchi pagati al vetraio; ci\u00f2 che non si vede sono il pane, le scarpe o il libro che Jacques Bonhomme non comprer\u00e0. La morale che generazioni di studenti di economia sono stati costretti ad imparare \u00e8 che, mentre il cattivo economista si ferma all\u2019effetto visibile, quello bravo dev\u2019essere impegnato a cercare anche quelli che non si vedono. Da qualche giorno, la finestra di Bastiat si trova in via Torino, a Milano. Da qualche giorno, l\u2019intero discorso pubblico italiano ruota attorno ad un po\u2019 di vetro rotto, ad una manciata di cassonetti rovesciati, a un registratore di cassa portato via: ci\u00f2 che si vede. Pu\u00f2 sembrare paradossale che proprio la cultura che di Bastiat si dichiara erede abbia dimenticato l\u2019unica lezione che valesse la pena ricordare. Non si trattai di un caso: l\u2019economia \u00e8 considerata da molti, da almeno un decennio, una \u201cscienza inutile\u201d; perlomeno l\u2019economia positiva insegnata nelle facolt\u00e0 occidentali. Un complesso sistema di astrazione che ha il compito precipuo di negare la realt\u00e0 fattuale; o, peggio, che per nascondere la sua mancanza di empiria \u00e8 costretta a rifugiarsi in domande di ricerca che hanno sconfessato ogni imbarazzo. D\u2019altronde, solo cos\u00ec si pu\u00f2 riuscire a premiare con il Nobel studi che si sforzano di dimostrare verit\u00e0 sconvolgenti come il fatto che \u201cistituzioni inclusive sostengono la creazione di valore, mentre l\u2019estrazione di rendita danneggia la crescita\u201d (2024); o, ancora, \u201cche il comportamento economico di famiglie e imprese influenza l\u2019economia e che le politiche economiche statali possono attenuare le crisi\u201d (2026) (sic.). Al di l\u00e0 di ci\u00f2, \u00e8 interessante notare che la parabola, riletta oggi, contiene un dettaglio che nessuno dei commentatori di questi giorni sembra aver notato: a rompere il vetro, nel 1850, non \u00e8 un barbaro venuto da fuori, ma il figlio del bottegaio.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mentre l\u2019informazione si accapiglia sul vetro, una scossa attraversa il Paese da nord a sud: i ragazzi delle grandi citt\u00e0 da una parte; gli autotrasportatori e gli agricoltori di Puglia, Calabria, Sicilia e Campania dall\u2019altra. Due \u201cpiazze\u201d che non si somigliano, che non si parlano e che il complesso mediatico e politico ha deciso di raccontare in modi opposti. La fenomenologia di queste due piazze ci mostra esattamente ci\u00f2 che diceva Bastiat: guardare ci\u00f2 che non si vede. Prima, per\u00f2, bisogna liberarsi dei cocci per poter lavorare serenamente\u2026 o, meglio, delle schegge. Infatti, ogni volta che una piazza o una manifestazione si scalda, il dibattito italiano si dissipa dinanzi al solo rito d\u2019ingresso accettabile: la dichiarazione preliminare di condanna. Prima di poter dire qualunque cosa su ci\u00f2 che accade, si deve giurare di essere \u00abcontro la violenza\u00bb, come un tempo si giurava sul Vangelo prima di testimoniare. \u00c8 una scelta forzata nel senso pi\u00f9 preciso del termine: la libert\u00e0 di parola \u00e8 concessa a condizione di aver gi\u00e0 scelto la sola risposta ammessa. Ebbene, onde evitare malintesi, chi scrive \u00e8 contro la violenza da molto tempo, e non per convenienza da talk show, ma a partire da una tradizione religiosa, filosofica e politica che mette al centro gli esseri umani: la loro dignit\u00e0, il loro corpo, la loro sofferenza. Per il resto, oggi si tratta di uno squallido rito divenuto insopportabile. Dover giustificare come quando e perch\u00e9 non si empatizza con una lasta di vetro o con un cassonetto di metallo \u00e8, semplicemente, ridicolo. Anzi, in questa pretesa si nasconde la pi\u00f9 grande vittoria del capitalismo neoliberale: averci abituati a parlare degli oggetti come se fossero persone e delle persone come se fossero oggetti. Quando Marx gett\u00f2 le basi per la sua pi\u00f9 geniale intuizione filosofica, il feticismo della merce, non poteva immaginare fin dove le cose si sarebbero spinte. La psicoanalisi ha descritto la struttura di questo rapporto con gli oggetti con il meccanismo del rinnegamento (<em>Verleugnung<\/em>), riassunto nella formula \u00abje sais bien, mais quand m\u00eame\u00bb: so bene che \u00e8 soltanto vetro, eppure lo piango come se fosse sangue. \u017di\u017eek, ne\u00a0<em>La Violenza invisibile<\/em>, ha insegnato a distinguere la violenza soggettiva, quella che si vede e che ha un autore e un volto, dalla violenza sistemica, che non si vede perch\u00e9 coincide con lo stato \u00abnormale\u00bb delle cose: la prima ci indigna proprio perch\u00e9 si staglia sullo sfondo apparentemente neutro della seconda, che ne \u00e8 la condizione. I numeri, in questo caso, sono quasi crudeli. Le stime dei danni oscillano tra il mezzo milione indicato da Confcommercio per i soli negozi e le cifre pi\u00f9 generose della stampa di destra; prendiamo pure per buono l\u2019ordine di grandezza del milione di euro. Nella sola giornata di domenica, l\u2019aumento del carburante prodotto dalla guerra di Trump \u2013 e non soltanto \u2013 \u00e8 costato ai veicoli italiani circa ottanta milioni. Nonostante una parte dei danni, come i cassonetti, sia propriet\u00e0 pubblica non credo ci sia molto da disperarsi: ce ne faremo carico, come ci facciamo carico di tutto il resto. Non saranno certo questi a mandarci in rovina.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Resta l\u2019argomento preferito dell\u2019infotainment di destra, il pi\u00f9 commovente: i poveri commercianti. \u00c8 un riflesso antico, quasi pavloviano, che ogni cronista conosce e asseconda. Tuttavia, basta passeggiare per le vie dello shopping milanese per accorgersi che il commerciante di Bastiat, il bottegaio con nome, cognome e saracinesca di famiglia, da quelle strade \u00e8 sparito da decenni. Con qualche eccezione, che merita rispetto scuse e risarcimento, le vetrine colpite sono quelle di Foot Locker, di Levi\u2019s, di Under Armour, di Decathlon, di Enel: multinazionali con fatturati miliardari, assicurate fino all\u2019ultimo vetro, che non necessitano di alcuna compassione. E qui torna il dettaglio dimenticato della parabola. Il commerciante, nel centro delle grandi citt\u00e0, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 perch\u00e9 \u00e8 stato espulso: dagli affitti insostenibili, dalla rendita immobiliare, dalle catene, dalle piattaforme. \u00c8 anche questo uno dei motivi della protesta. In piazza ci sono anche i figli di quei fu commercianti e, pi\u00f9 in generale, i figli di un ceto medio espulso da ogni contesto: dal centro in cui non possono abitare, da un lavoro che non garantisce pi\u00f9 una vita dignitosa, da un futuro che le generazioni precedenti davano per scontato. Secondo la questura, circa l\u2019ottanta per cento dei fermati di domenica era minorenne e la gran parte veniva dalle province lombarde: cittadini italiani o ragazzi di seconda generazione. Il figlio di Jacques Bonhomme ha rotto il vetro di una bottega che non \u00e8 pi\u00f9 quella di suo padre. Prima di condannarlo, dovremmo almeno chiederci perch\u00e9. Resta, invece, celata la violenza sistemica del nostro mondo: dal tetto al sostentamento, dall\u2019accesso al lavoro e istruzione sino alla vita sociale. Un colpo di maglio, quasi impossibile da verbalizzare per la maggior parte della popolazione, divide sempre di pi\u00f9 la nostra idea di una vita almeno umana dalle nostre condizioni concrete. Manca, come fatto notare pi\u00f9 volte anche qui, il linguaggio per esprime la nostra costitutiva illibert\u00e0.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto, ci ostiniamo a ripetere, non riguarda il vetro. Ripetere ogni volta le stesse banalit\u00e0 ha prodotto un effetto ben pi\u00f9 grave di qualsiasi vetrina spaccata: ha esteso la categoria di violenza a qualunque cosa. Con questa mossa, lenta e costante, siamo arrivati a negare i principi stessi della protesta. Non si possono bloccare le strade; non si pu\u00f2 manifestare senza essere provocati e infiltrati da agenti in borghese; non si pu\u00f2 nemmeno praticare la pi\u00f9 passiva delle forme di dissenso, sedersi per terra, se questo ostacola qualcosa o qualcuno. Il diritto inalienabile della santa propriet\u00e0 nella sua versione neoliberale \u00e8 pi\u00f9 esteso che mai: non protegge pi\u00f9 soltanto le cose e chi le possiede, ma anche la priorit\u00e0 delle persone e, soprattutto, la sacralit\u00e0 di coloro che possono pagare per non essere disturbati. Va bene protestare, si dice, ma guai se questo costa dieci minuti di fastidio. Una democrazia che tollera il dissenso solo a condizione che non si veda e non si senta ha in realt\u00e0 gi\u00e0 smesso di tollerarlo. Come in questo stato di cose ci si possa sorprendere che la violenza \u00abesploda\u00bb rimane un mistero. Un mistero ancora pi\u00f9 strano se si pensa che, a ben vedere, non \u00e8 nemmeno esplosa: le piazze europee, e quelle italiane soprattutto, sono fin troppo pacifiche. Al netto di pochi scontri con le forze dell\u2019ordine, il bersaglio dei pochi facinorosi \u00e8 stato appunto vetrino, cassonetti, qualche indumento e poco pi\u00f9. Quando ogni forma di conflitto viene derubricata a violenza, la violenza diventa letteralmente l\u2019unico e ultimo strumento rimasto. Lacan ha distinto il passaggio all\u2019atto dall\u2019<em>acting out<\/em>: il primo \u00e8 un\u2019uscita di scena, il secondo una messa in scena, un messaggio rivolto a un Altro che non ascolta. Le vetrine di via Torino sono un\u00a0<em>acting out<\/em>\u00a0da manuale. Martin Luther King lo disse con minore sofisticazione e maggiore esattezza quando spieg\u00f2 che la rivolta \u00e8 \u201cil linguaggio di chi non viene ascoltato\u201d. Per questo, davanti al chiacchiericcio insensato che pretende di elevare l\u2019integrit\u00e0 del vetro sopra la dignit\u00e0 dell\u2019esistenza umana, calpestata ogni giorno da questo sistema, la nostra scelta non pu\u00f2 che essere il silenzio e l\u2019incuranza. La politica deve essere l\u2019impassibilit\u00e0: anche se \u00e8 successo, non ci interessa, perch\u00e9 non \u00e8 questo il tema.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema, piuttosto, \u00e8 la differenza di trattamento tra le due proteste. L\u2019avversione e l\u2019enfasi sulle vetrine, infatti, non dipendono dalla violenza in s\u00e9, ma sono una banale strategia comunicativa per far risaltare la matrice della manifestazione. In un paese di cultura politica piccolo-borghese, segnato inevitabilmente da quel familismo amorale che Banfield descriveva come caratteristico gi\u00e0 negli anni Cinquanta, la protesta studentesca \u00e8 da sempre guardata con sospetto. Certo, la sua tradizione recente non aiuta e concede tutte le attenuanti alla cd. \u201cmaggioranza silenziosa\u201d. Nell\u2019immaginario nazionale lo studente in piazza resta sempre il \u201cfiglio di pap\u00e0\u201d di sessantottina memoria. E, d\u2019altronde, le piazze sono ancora spesso popolate da queste inutili creature: una semplificazione del celebre passaggio di Pasolini sui poliziotti e i manifestanti degli anni \u201960. Soprattutto negli ultimi anni, le proteste giovanili delle grandi citt\u00e0 sono state percepite da un\u2019ampia parte del Paese come il pascolo dei privilegiati; un momento dedicato a coloro che vivono la protesta come \u201cuna stagione della vita\u201d; coloro che dopo il corteo tornano nel salotto dei genitori o nella seconda casa al mare. Il tempo della crescita e della maturazione civile di chi se lo pu\u00f2 permettere: di chi se sbaglia a sedici anni ha sempre un avvocato di famiglia e una seconda possibilit\u00e0; una tappa obbligata precedente al septum e alla colorazione dei capelli prima di ripulirsi intorno ai trenta per subentrare nello studio di papa o nell\u2019ASL in cui lavora mamma. \u00c8 una figura che esiste, impossibile negarlo, anche in questo momento. Ma la piazza di questi giorni non \u00e8 una solo questa giovent\u00f9. Accanto a quei ragazzi ce ne sono molti altri, venuti dalle periferie e dai comuni di cintura, spesso figli di chi in questo paese \u00e8 arrivato da fuori, che il centro citt\u00e0 lo attraversano da spettatori e per i quali un errore rischia di restare addosso per sempre: se Pasolini stava con i poliziotti figli di proletari, oggi i figli dei proletari sono di nuovo in buona parte dall\u2019altra parte dello scudo. Il fronte della conservazione \u2013 dominante in Italia sin dai tempi del Gattopardo \u2013 ha tuttavia buon gioco a sovrapporre le due figure e a colpirle insieme. Agli elettori e ai tifosi di destra basta poco: una bandiera palestinese al posto di quella italiana, uno slogan, un volto coperto. La delegittimazione, del resto, non si ferma ai ragazzi: persino i docenti, coetanei di quell\u2019elettorato ruvido e diffidente, vengono accusati e denigrati in quanto \u201cdispensatori di propaganda\u201d. Non c\u2019\u00e8 da illudersi: dalle piazze del centro nord non riusciremo a cavare molto, men che meno tentare di instillare una goccia di novit\u00e0 nel senso comune del paese: troppa la diffidenza \u2013 in gran parte giustificata.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ben altra storia al Sud. Da settimane autotrasportatori e agricoltori bloccano strade e autostrade contro il caro carburante e i prezzi imposti dalla grande distribuzione. Decine di tir partiti da Altamura fino alla sede della Regione a Bari, i rifornimenti energetici del vibonese impantanati, il varco del porto commerciale di Napoli ostruito, distributori a secco e scaffali dei supermercati senza prodotti freschi. Eppure, il racconto \u00e8 un altro. Per molti giorni la protesta \u00e8 rimasta sottotraccia, se non taciuta: questo, nonostante da almeno una settimana in provincie come quella di Cosenza non arrivi pi\u00f9 carburante, frutta, verdure e generi di prima necessit\u00e0. Qualcosa \u00e8 cambiato in questi ultimi giorni, ora che la protesta si \u00e8 estesa fino ai confini della Campania, investendo il primo tratto decisivo della aorta della logistica italiana: l\u2019A1 Milano-Napoli. Per la stessa mentalit\u00e0 che porta a considerare il lavoro un privilegio da difendere pi\u00f9 che un diritto da rivendicare, quando a protestare sono uomini di mezza et\u00e0 della provincia la cosa non pu\u00f2 essere esasperata: deve essere occultata o, al massimo, edulcorata. Le loro proteste sono pacifiche e nessuno parler\u00e0 mai di devastazione per un\u2019autostrada bloccata; nessuno chieder\u00e0 ai camionisti di dissociarsi da qualche collega facinoroso. Difficilmente le proteste degli agricoltori verranno criticate: al contrario dei \u00abragazzini debosciati\u00bb, i lavoratori della terra e dei trasporti hanno spesso piccole attivit\u00e0 proprie, cosa che li accomuna ad altre migliaia di piccole e medie imprese italiane. Le loro proteste partono dalla provincia senza intaccare il decoro dei centri: essi sono la rappresentazione di un\u2019italianit\u00e0 produttivista che nell\u2019immaginario nazionale \u2013 perlomeno in quello degli elettori sopra i quarantacinque anni \u2013 merita di essere protetta e difesa apriori. Il silenzio reiterato come strategia di\u00a0<em>framing<\/em>, l\u2019<em>imprinting<\/em>\u00a0operato dal complesso dei media e della politica, ci dicono molto pi\u00f9 di pagine e pagine di articoli. Ci rivela quali sono i blocchi sociali dotati di potenziale articolatorio in questo Paese. La protesta del Sud, infatti, non viene estromessa dalla narrazione in quanto innocua, ma in quanto tremendamente pericolosa: sono i soli ad avere davvero il potere di accendere un fuoco. Il blocco della distribuzione di beni essenziali come il carburante e i cibi freschi pu\u00f2 aprire a conseguenze pericolose per la tenuta sociale che nessuna vetrina potr\u00e0 mai produrre. Lo dimostra la rapidit\u00e0 con cui il ministro dei Trasporti ha anticipato l\u2019incontro con le associazioni di categoria, convocando anche le sigle autonome di Calabria, Sicilia e Puglia a Milano.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 a questo punto che la fenomenologia deve farsi politica. La tradizione del Sessantotto ci ha abituati a una gerarchia precisa: gli studenti come avanguardia, i lavoratori (specie del sud) come massa da risvegliare. Se oggi una gerarchia esiste, in barba a quella tradizione e in ossequio al pensiero di Gramsci, essa deve rispettare il dominio del senso comune, del nazionalpopolare, anche se questo rende il lavoro molto pi\u00f9 difficile. Per Gramsci il senso comune non \u00e8 l\u2019errore da correggere, ma il terreno sedimentato su cui ogni egemonia deve essere costruita, ci\u00f2 che corre carsicamente nel sostrato della terra e di un popolo. Una \u00abfilosofia dei non filosofi\u00bb, contraddittoria e stratificata, eppure l\u2019unica in cui un progetto politico possa mettere radici. Se anche solo una speranza di trasformare le proteste di questi giorni in qualcosa di pi\u00f9 c\u2019\u00e8, risiede certamente nel potenziale articolatorio di settori come i trasporti, l\u2019agricoltura e i servizi, soprattutto al Sud: un contesto in cui la piccola e piccolissima impresa porta a sfumare la distinzione tra lavoratori e padroni permettendo un fronte pi\u00f9 largo, in cui si legano altre vertenze a fare da collante. Che ci piaccia o no, sono loro i depositari del senso comune adesso. Certo, si tratta di settori storicamente poveri di istanze progressiste \u2013 sarebbe disonesto fingere il contrario. Per questo il nostro primo dovere \u00e8 sperare che le mancette e i ristori promessi dal governo non blocchino la rabbia. Subito dopo il compito non \u00e8 cercare di trasformare le proteste della parte bassa della classe media del Sud in ci\u00f2 che non sono, quanto, piuttosto, provare a saldare i due blocchi e attingere da ciascuno ci\u00f2 che all\u2019altra manca. Dai primi l\u2019incidenza sull\u2019opinione pubblica e la legittimazione di matrice nazionalpopolare; dai secondi, la rappresentanza radicale e la capacit\u00e0 di nominare il sistema e le sue aporie. Insieme, per cercare di concepire insieme qualcosa di meglio. Nella teoria proposta da E. Laclau questa \u00e8 l\u2019operazione decisiva: domande eterogenee, ciascuna insoddisfatta per conto proprio, smettono di essere richieste isolate da gestire una per una e si riconoscono equivalenti nel loro antagonismo verso un medesimo ordine. Il camionista che chiede il gasolio a un prezzo sostenibile e lo studente che chiede una scuola che non cada a pezzi non vogliono la stessa cosa, ma possono imparare a capire che \u00e8 necessario abbattere lo stesso muro.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il discorso, a guardarlo sul piano economico, \u00e8 meno astratto di quanto sembri. L\u2019Italia \u00e8 attraversata da una scossa: agricoltori, piccoli produttori, autotrasportatori, studenti, insegnanti, operai della siderurgia, della meccanica, dell\u2019automotive e delle telecomunicazioni, lavoratori portuali, inquilini manifestano in forme in larga misura autorganizzate. Il nemico principale, per tutti, \u00e8 la povert\u00e0 crescente insite nel processo di accumulazione neoliberale: intere fasce di popolazione non riescono pi\u00f9 a far fronte con il proprio reddito a esigenze fondamentali e avvertono, con chiarezza, che non esiste pi\u00f9 alcun meccanismo in grado di proteggerle. Questa miriade di soggetti costituisce una classe nel senso pi\u00f9 materiale del termine, perch\u00e9 condivide il tratto pi\u00f9 forte che possa esistere: l\u2019esperienza di vita (<em>Erlebnis<\/em>). Un dato comune fatto dal sentire sulla propria pella la precariet\u00e0 assoluta dell\u2019esistenza rispetto alle condizioni minime di dignit\u00e0. Una classe che gi\u00e0 esiste e che non va pedagogizzata, n\u00e9 trattata come l\u2019ennesimo target elettorale, ma aiutata a costituire una propria rappresentanza sociale e politica. Una classe che, per esprimersi, ha bisogno di una linea di demarcazione netta, nettissima: innanzitutto nei confronti di chi non ha accesso (fortunatamente per lui\/lei) a questo dato di vita e quindi non pu\u00f2 sostenere con la stessa veemenza un\u2019istanza. In breve, da tutti coloro che troppo a lungo hanno trattato la protesa come una fase spericolata della propria FOMO di esperienze. Inoltre, estraneit\u00e0 nei confronti di chi ha condotto i cittadini ad una lotta sistematica per la sopravvivenza, impoverendoli scientemente per renderli pi\u00f9 dipendenti e meno liberi. Ogni gruppo nasce da una decisione, nel senso etimologico del termine, del tagliare fuori: non esiste un \u00abnoi\u00bb senza un \u00abloro\u00bb. L\u2019alternativa, del resto, la conosciamo bene. Se lasciamo agricoltori e autotrasportatori soli, finiranno per accettare l\u2019ennesimo bonus\/contributo\/sconto per tornare a casa: soprattutto al Sud, dove le microimprese vivono di boccate d\u2019ossigeno, fino alla crisi successiva. \u00c8 il gattopardismo applicato al gasolio: concedere qualcosa perch\u00e9 nulla cambi.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure, una parte consistente della sinistra italiana guarda a tutto questo con un\u2019unica preoccupazione: che le piazze possano favorire il governo. Parlare della sinistra italiana, ora rinominatasi \u201cFronte Largo\u201d, pu\u00f2 sembrare accanimento terapeutico. Tuttavia, il nostro presente \u00e8 semplicemente il segno di quanto la sconfitta possa essere introiettata da certi partiti sino a diventarne la struttura stessa: il PD, Partito Disfatta. La teoria politica psicoanalitica ha descritto con precisione la condotta del nevrotico ossessivo: egli \u00e8 freneticamente attivo, parla, organizza, si agita, allo scopo di impedire che qualcosa accada davvero. La sinistra che commenta, distingue, si dissocia, condanna violenza e invita alla calma \u00e8 esattamente questo: un\u2019attivit\u00e0 incessante al servizio dell\u2019immobilit\u00e0. Il suo fatalismo non \u00e8 rassegnazione, ma godimento: il godimento di chi preferisce la certezza della sconfitta all\u2019angoscia della possibilit\u00e0. Semplicemente, non possiamo pi\u00f9 permettercelo. Con una guerra ormai voluta da tutti, un\u2019Europa divenuta il soggetto politico pi\u00f9 sfruttato dagli Stati Uniti e pi\u00f9 isolato dal resto del mondo, una crisi finanziaria che appare inevitabile, una crisi del lavoro che l\u2019intelligenza artificiale render\u00e0 epocale, il cambiamento climatico e l\u2019inefficienza pura della politica contemporanea al servizio del capotale finanziario, non possiamo permetterci di perdere nemmeno mezza occasione. La Spagna, in questo, ha qualcosa da insegnarci. Le proteste per la casa, nate dallo sfratto di una donna di ottantasette anni e cresciute contro canoni insostenibili e speculazione dei grandi gruppi immobiliari, hanno contribuito a far saltare un governo. Bocciati i decreti su sfratti e affitti dal voto congiunto di Popolari, Vox e Junts, S\u00e1nchez ha portato il paese a elezioni anticipate per il 29 novembre. Certo, ci\u00f2 \u00e8 stato possibile anche grazie a una notevole strategia politica: il premier potr\u00e0 fare campagna elettorale mostrando che non gli \u00e8 stato permesso di attuare i suoi provvedimenti e che gli serve una maggioranza pi\u00f9 ampia. \u00c8 una mossa rischiosa? Certamente, e i sondaggi che danno leggermente favorite le destre lo ricordano. Ma almeno d\u00e0 un futuro e un colore politico, e anima le prospettive di chi \u00e8 sceso in piazza. Allo stesso modo sta cercando di fare Melenchon in Francia, rivolgendosi esclusivamente agli studenti e ai lavoratori in piazza, bypassando e screditando i media ufficiali in una critica che arriva ad investire alcuni dei concetti stessi del capitalismo, come profitto e PIL. Da noi, invece, ci si preoccupa che la piazza disturbi.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per questo l\u2019unica\u00a0<em>pars construens<\/em>\u00a0possibile, in questo momento, consiste nell\u2019esasperare i rapporti, nel proseguire con lo sciopero e con i blocchi, nel non frenare la miccia verso lo sciopero del 30. Non si tratta di un\u2019estetica della rivolta, ma di non lasciare che il conflitto venga riassorbito prima di aver prodotto una forma. Imparare a coordinare questi due gruppi, e a teorizzare l\u2019articolazione delle loro istanze, potrebbe essere la prima fase dello sviluppo tecnologico pi\u00f9 importante e pi\u00f9 necessario della nostra epoca. Non un\u2019applicazione n\u00e9 un modello linguistico, ma una nuova organizzazione dei rapporti sociali e del potere politico: una rinascita di uno Stato pi\u00f9 moderno europeo in veste completamente nuova, costruita dal basso, di cui si avverte l\u2019esigenza da anni e che, tuttavia, non riusciamo nemmeno a immaginare. Si obietter\u00e0 che manca la teoria, che manca il programma, che mancano le ragioni. \u00c8 l\u2019obiezione di sempre e, come sempre, \u00e8 mal posta. \u017di\u017eek, riflettendo sull\u2019amore e sulla fede, ha saputo illuminare un punto che la sinistra ignora da troppo: le ragioni per credere non precedono la pratica del credere, ma diventano visibili soltanto a chi ha gi\u00e0 cominciato a credere. \u00c8 la vecchia lezione di Pascal \u2013 fate come se credeste, prendete l\u2019acqua benedetta, fate dire messe, e la fede verr\u00e0 \u2013 che Althusser aveva gi\u00e0 riletto come teoria dell\u2019ideologia. Allo stesso modo, forse, cominciare a operare \u00e8 l\u2019unico modo per iniziare a vedere nuove forme di teorizzazione ricavate dalla pratica. Non si attende la teoria per agire: si agisce perch\u00e9 la teoria abbia finalmente qualcosa da pensare.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per tornare al nostro Bastiat, ci\u00f2 che si vede in questi giorni sono i cocci di qualche vetrina. Ci\u00f2 che non si vede \u00e8 tutto il resto: gli ottanta milioni bruciati in una domenica alla pompa, i tir fermi sulle provinciali, i ragazzi che a quattordici anni sono gi\u00e0 convinti di non avere nulla da perdere, i supermercati vuoti, gli affitti record, un impianto europeo che non regge pi\u00f9. E, soprattutto, ci\u00f2 che ancora non si vede perch\u00e9 non esiste: il legame tra queste piazze e la forma politica che potrebbe nascere dalla loro saldatura. E che dobbiamo impegnarci a far nascere. Il cattivo economista, scriveva Bastiat, si ferma all\u2019effetto visibile; il cattivo politico, parafrasando, si ferma alla vetrina. Brecht chiedeva che cosa sia mai rapinare una banca rispetto a fondarne una; oggi potremmo chiederci che cosa sia mai rompere una vetrina rispetto ad affamare un Paese con una violenza soporifera e ipodermica fatta di regole economiche. La miccia \u00e8 accesa, ed \u00e8 accesa da nord a sud: lasciarla spegnere per qualche scheggia di vetro sarebbe imperdonabile.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>FONTE:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/22\/la-vetrina-di-bastiat-le-proteste-italiane-e-se-il-sud-puo-fare-lunita\/\">https:\/\/www.lafionda.org\/2026\/10\/22\/la-vetrina-di-bastiat-le-proteste-italiane-e-se-il-sud-puo-fare-lunita\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da LA FIONDA (Silvano Poli) Nel 1850, poco prima di morire, l\u2019economista francese Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat pubblica un pamphlet destinato a diventare uno dei piccoli catechismi del pensiero capitalista e liberale:\u00a0Ce qu\u2019on voit et ce qu\u2019on ne voit pas, \u00abCi\u00f2 che si vede e ci\u00f2 che non si vede\u00bb. Nota \u00e8 la parabola della finestra rotta. Lo scapestrato giovane figliolo del buon borghese Jacques Bonhomme manda in frantumi un vetro della bottega paterna. 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