{"id":97655,"date":"2026-10-23T09:30:57","date_gmt":"2026-10-23T07:30:57","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97655"},"modified":"2026-10-22T15:16:18","modified_gmt":"2026-10-22T13:16:18","slug":"il-cavallo-di-troia-dellauto-elettrica-la-thailandia-apre-a-pechino-e-la-sua-industria-implode-il-drammatico-avviso-per-leuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97655","title":{"rendered":"Il cavallo di Troia dell\u2019auto elettrica: la Thailandia apre a Pechino e la sua industria implode. Il drammatico avviso per l\u2019Europa"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-97656\" src=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/thai-auto-1536x1034.jpg-300x202.webp\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"202\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/thai-auto-1536x1034.jpg-300x202.webp 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/thai-auto-1536x1034.jpg-1024x689.webp 1024w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/thai-auto-1536x1034.jpg-768x517.webp 768w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/thai-auto-1536x1034.jpg.webp 1536w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>La Thailandia ha attratto l\u2019auto elettrica cinese con sgravi fiscali enormi, ma il risultato \u00e8 un dramma economico: falliscono i fornitori locali, chiudono le fabbriche storiche e 300.000 posti sono a rischio. Un avviso per l\u2019Europa.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La grande scommessa verde della Thailandia si sta trasformando in un massacro industriale. Il Paese asiatico, celebrato per decenni come la florida \u201cDetroit d\u2019Oriente\u201d, aveva pensato di compiere il colpo del secolo: attrarre a suon di sussidi, sconti fiscali e ponti d\u2019oro i colossi cinesi dell\u2019auto elettrica per blindare il proprio futuro tecnologico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I risultati reali sono terrificanti. Come racconta una dettagliata inchiesta del New York Times, i produttori locali di componentistica stanno fallendo a catena, le storiche fabbriche chiudono i battenti e centinaia di migliaia di operai rischiano di finire per strada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il caso thailandese non \u00e8 qualcosa che riguardi sono il sud est asiatico: \u00e8 un monito spietato e immediato per l\u2019Europa e per l\u2019Italia, dove troppi governi continuano a cullarsi nell\u2019illusione che ospitare fabbriche cinesi salver\u00e0 la nostra occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Dalla \u201cDetroit d\u2019Oriente\u201d all\u2019invasione di Pechino<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fin dagli anni Sessanta, la Thailandia ha costruito la propria prosperit\u00e0 automobilistica attorno ai marchi giapponesi come Toyota, Isuzu, Honda e Nissan. I giapponesi avevano radicato nel territorio una sterminata rete di fornitori locali, capace di dare lavoro a oltre 700.000 persone, per cui si era sviluppata una sana e autentica industria dell\u2019auto, anche se su marchi di terzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Poi \u00e8 arrivata la fretta della transizione ecologica. Nel 2022 il governo di Bangkok ha lanciato agevolazioni a pioggia per le vetture a batteria, aprendo le frontiere a dazio zero. I marchi cinesi come BYD, Great Wall Motor, Changan e Chery si sono fiondati sul mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In appena quattro anni, Pechino \u00e8 arrivata a controllare l\u201985% del mercato elettrico locale. Le vendite di veicoli a batteria sono salite a un terzo del totale, ma il prezzo pagato dall\u2019economia reale \u00e8 stato devastante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019illusione dell\u2019investimento: un ecosistema blindato<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I vertici politici thailandesi pensavano che le aziende cinesi avrebbero assorbito l\u2019indotto locale. I fatti hanno smentito i calcoli:<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify\">Fabbriche giapponesi in fuga: costruttori storici come Suzuki e Subaru hanno chiuso gli stabilimenti locali tra il 2024 e il 2025, mentre Honda e Nissan hanno ridotto drasticamente le linee. I giapponesi non sono particolarmente avanti nel\u2019auto EV.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify\">Componentistica nazionale al collasso: l\u2019auto elettrica richiede molte meno componenti rispetto a quelle a combustione interna e di tecnologia completamente diversa. I produttori thailandesi di marmitte, stampi, trasmissioni e parti meccaniche, tagliati fuori dal nuovo corso, si sono ritrovati senza commesse e stanno dichiarando fallimento.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify\">Occupazione usa-e-getta: i sindacati denunciano contratti precari a brevissimo termine, licenziamenti improvvisi senza liquidazione e il rifiuto categorico di qualsiasi dialogo sindacale da parte del management cinese.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">Valore aggiunto confiscato: i veicoli cinesi mantengono l\u2019intero cuore tecnologico (batterie, semiconduttori, software) nella madrepatria, relegando la Thailandia a mero montaggio finale di kit gi\u00e0 pronti. Una fase che i produttori giapponesi avevano superato da tempo, condividendo e diffondendo le proprie tecnologie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo le stime dell\u2019Universit\u00e0 Thammasat di Bangkok, se questa dinamica proseguir\u00e0 indisturbata, circa 300.000 posti di lavoro andranno perduti nell\u2019arco di cinque anni. Come ha amaramente ammesso Supavud Saicheua, presidente dell\u2019agenzia statale di pianificazione economica: \u201cL\u2019impatto sulla Thailandia \u00e8 stato molto pi\u00f9 avverso di quanto avessimo previsto\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La realt\u00e0 umana dietro i grafici<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A toccare con mano le macerie di questa strategia sono le persone comuni. Netsana Sakulpolpanya ha lavorato per oltre dodici anni in una fabbrica dell\u2019indotto Toyota a Samut Prakan, producendo impianti di scarico. Con il suo stipendio e i premi di produzione pagava gli studi della nipote e assisteva la sorella disabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 2024 la sua azienda \u00e8 fallita e 900 operai sono rimasti sul marciapiede senza un euro di buonuscita. Oggi Netsana guadagna 11 dollari al giorno come scaffalista in un supermercato. Le nuove gigafactory cinesi, nate nei capannoni lasciati liberi dai costruttori occidentali, assumono solo manodopera giovanissima e con contratti a termine senza nessuna tutela. Netsana \u00e8 rimasto in miseria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nelle enormi strutture di Rayong, BYD sforna migliaia di veicoli al giorno servendosi di bracci robotici cinesi (o ex tedeschi acquisiti da Pechino) e scatoloni di cablaggi spediti direttamente dalla Cina. Quando i giornalisti chiedono quale sia la reale percentuale di componenti locali, la risposta aziendale \u00e8 un vago \u201c\u00e8 difficile entrare nei dettagli\u201d, anche perch\u00e9 questi sarebbero molto, ma molto, bassi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La lezione per l\u2019Europa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa vicenda non \u00e8 una bizzarria asiatica, ma uno specchio fedele del destino che attende l\u2019Occidente se non apre gli occhi in tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come nota con lucidit\u00e0 l\u2019esperto di materie prime e politiche industriali Gianclaudio Torlizzi, pensare di salvare il manifatturiero europeo stendendo i tappeti rossi agli stabilimenti cinesi in Ungheria, Spagna o Italia \u00e8 un abbaglio pericoloso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pechino non esporta benessere: esporta la propria sovraccapacit\u00e0 produttiva generata da anni di sussidi statali. Quando un costruttore cinese apre un impianto in Europa, non porta lavoro per la componentistica italiana o tedesca. Porta un ecosistema chiuso, azzera la concorrenza locale e utilizza lo stabilimento estero solo come testa di ponte per aggirare dazi e barriere doganali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il risultato economico \u00e8 inevitabile: si sacrifica l\u2019intera filiera della meccanica di precisione e dei componenti \u2014 che rappresenta il vero tessuto sociale e occupazionale dei nostri territori \u2014 per trasformare gli operai europei in montatori a basso costo di pacchi batteria cinesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il risveglio tardivo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ora Bangkok prova a correre ai ripari. Il governo ha varato un sistema fiscale a scaglioni per penalizzare chi importa senza produrre davvero sul posto, mentre il primo ministro \u00e8 volato a Tokyo per implorare i vertici giapponesi di non abbandonare il Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il danno, per\u00f2, \u00e8 fatto. Smantellare un tessuto industriale richiede pochi mesi di incentivi dissennati; ricostruirlo richiede decenni di investimenti e capitali che difficilmente torneranno. Bruxelles farebbe bene a leggere con attenzione cosa sta accadendo in Thailandia, prima che l\u2019illusione verde cancelli definitivamente quel che resta dell\u2019industria manifatturiera continentale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/scenarieconomici.it\/il-cavallo-di-troia-dellauto-elettrica-la-thailandia-apre-a-pechino-e-la-sua-industria-implode-il-drammatico-avviso-per-leuropa\/\">https:\/\/scenarieconomici.it\/il-cavallo-di-troia-dellauto-elettrica-la-thailandia-apre-a-pechino-e-la-sua-industria-implode-il-drammatico-avviso-per-leuropa\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano) La Thailandia ha attratto l\u2019auto elettrica cinese con sgravi fiscali enormi, ma il risultato \u00e8 un dramma economico: falliscono i fornitori locali, chiudono le fabbriche storiche e 300.000 posti sono a rischio. Un avviso per l\u2019Europa. 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