{"id":97665,"date":"2026-10-23T09:00:40","date_gmt":"2026-10-23T07:00:40","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97665"},"modified":"2026-10-23T08:05:05","modified_gmt":"2026-10-23T06:05:05","slug":"i-ragazzi-si-prenderanno-il-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97665","title":{"rendered":"I ragazzi si prenderanno il futuro?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di DOPPIOZERO (Marco Meotto)<\/strong><\/p>\n<div class=\"max-w-[838px]\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"clearfix text-formatted field field--name-body field--type-text-with-summary field--label-hidden field__item\">\n<p>Ho negli occhi l\u2019immagine di due ragazzi al cancello della succursale occupata della mia scuola. Controllavano uno per uno chi entrava. A chi non riconoscevano con certezza chiedevano di mostrare sul telefono la propria pagina del registro elettronico. Un servizio d\u2019ordine improvvisato ma efficiente.<\/p>\n<p>Torino viveva giorni nervosi la scorsa settimana: in alcuni istituti occupati erano entrati gruppi di ragazzi che avevano spaccato arredi, svuotato estintori ed erano poi spariti. Fatti veri, documentati, ma che il tam tam dei social e le cronache pi\u00f9 sensazionalistiche avevano moltiplicato in una sorta di psicosi. E subito si erano cercati i mandanti: chi vedeva una regia eversiva, chi gridava agli infiltrati. Spiegazioni opposte, con lo stesso effetto: fare di quei ragazzi delle pedine, senza una soggettivit\u00e0 propria. Intanto, mentre osservavo quel servizio d\u2019ordine, insieme a tanti altri docenti lasciati fuori dall\u2019istituto occupato, riflettevo sul fatto che lo stesso telefono che diffondeva la paura, al cancello era diventato un lasciapassare. Molto, se non tutto, anche nella rivolta studentesca passava da quel dispositivo.<\/p>\n<p>Quel cancello serviva a tenere fuori qualcuno. I due ragazzi che lo presidiavano temevano l\u2019arrivo, senza conoscerli, di quegli stessi coetanei che in altri istituti erano piombati all\u2019improvviso per spaccare tutto: stesso abbigliamento, stessi gusti musicali, stesso telefono in tasca, forse gli stessi sogni. A separarli c\u2019era quel cancello e non saprei dire che cos\u2019altro.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/59499.jpg\" alt=\"i\" width=\"780\" height=\"731\" data-entity-uuid=\"e7842384-f80b-449d-bb8c-bc8d3d98af0c\" data-entity-type=\"file\" \/>Fuori, ma per ragioni diverse, restavano anche altri: chi era rimasto a casa con la propria ansia e chi, letta la circolare secondo cui \u00abtutte le attivit\u00e0 didattiche erano interrotte per l\u2019occupazione dei locali dell\u2019istituto\u00bb, ne aveva approfittato per passare in qualche bar dei paraggi una mattina senza lezioni. Modi diversi di stare davanti allo stesso cancello e, forse, alla stessa contraddizione: una scuola che chiede a questa generazione di progettarsi l\u2019avvenire, magari celebrando le skill dell\u2019auto-imprenditorialit\u00e0, mentre di fronte c\u2019\u00e8 un mondo che, tra carovita, guerra e precariet\u00e0, smentisce ogni giorno la promessa di quel futuro.<\/p>\n<p>Il giorno dopo, al corteo torinese, mentre si riempivano altre decine di piazze italiane, mi ero ritrovato a camminare, insieme a qualche decina di altri insegnanti, accanto a migliaia di studenti. Qualche giorno prima un\u2019allieva mi aveva chiesto: \u00abMa se occupiamo la scuola, l\u2019uscita didattica la facciamo lo stesso?\u00bb. Le avevo risposto, a met\u00e0 tra lo scherzo e la lezione: \u00abSe occupate la scuola, a decidere sarete voi. Non stiamo studiando come, in Hegel, il servo possa rovesciare il rapporto con il signore?\u00bb. La domanda diceva pi\u00f9 di quanto chi la poneva forse sapesse: occupare non voleva dire rinunciare alla scuola, ma pretendere di decidere qualcosa di ci\u00f2 che vi accade.<\/p>\n<p>A portarmi in piazza era stata \u2013 non lo nego \u2013 una certa apprensione, forse \u201cpaternalistica\u201d, dovuta al crescendo di tensione dei giorni precedenti, quando c\u2019erano stati arresti e identificazioni, anche dentro le scuole, e un ragazzo era stato inseguito e poi immobilizzato su un autobus mentre chiedeva aiuto. Esponenti politici locali e nazionali avevano parlato di \u00abrappresaglia ai danni di minorenni\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/59498.jpg\" alt=\"i\" width=\"780\" height=\"617\" data-entity-uuid=\"d584a289-38df-4ce7-80e3-c6b8c4ecec13\" data-entity-type=\"file\" \/>Avevo la sensazione che a Torino il vento francese si sentisse pi\u00f9 che altrove. Ignoravo che si sarebbe diffuso cos\u00ec in fretta per la penisola. Lo pensavo osservando uno striscione di quelli portati da ragazze e ragazzi della mia scuola: \u00abDalla Francia all\u2019Italia: m\u00eame jeunesse, m\u00eame col\u00e8re, le futur ne se vend pas\u00bb.<\/p>\n<p>Eccola l\u00ec, la parola chiave: il futuro. Anche in Francia, dove tutto era partito da uno sciopero di insegnanti contro le cattedre scoperte, e poi erano arrivati gli studenti con il blocco dei licei, era quello il centro della rivendicazione. Certo, c\u2019erano aspetti molto concreti: professori per cui non si trovano i supplenti, aule sovraffollate e senza condizionatori con 40 gradi d\u2019estate, edifici fatiscenti. Ma nei video e nei post dei ragazzi, pi\u00f9 che nei comunicati che finivano sui giornali, il motivo che tornava di continuo era la critica a <em>Parcoursup<\/em>, la piattaforma che seleziona e smista i diplomati verso gli studi superiori.<\/p>\n<p>In Italia <em>Parcoursup <\/em>non esiste (ancora), ma la sua logica s\u00ec. Con la riforma dell\u2019orientamento, prevista dal PNRR e avviata qualche anno fa, gli studenti del triennio accumulano ore di orientamento, compilano un e-portfolio, scelgono un \u201ccapolavoro\u201d che dovrebbe documentare la loro trasformazione. Il messaggio che, sotto sotto, arriva \u00e8 che il successo o il fallimento dipendono da come ciascuno costruisce il proprio capitale umano: cos\u00ec ce lo ripete un discorso pubblico che insiste ossessivamente sulla responsabilit\u00e0 individuale, sul merito e sul demerito, fino a scriverlo nel nome del ministero.<\/p>\n<p>Quel futuro, per\u00f2, non risponde pi\u00f9 alla promessa liberale dell\u2019uguaglianza delle opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Per un liceale \u00e8 un\u2019incognita generatrice di ansia. Per chi frequenta un istituto tecnico o professionale rischia di essere gi\u00e0 scritto da altri: con il riordino dei tecnici e con la filiera \u00ab4+2\u00bb la subordinazione della scuola alle esigenze delle imprese, in corso da anni, diventa irreversibile. Nella scuola dove lavoro, dove liceo e tecnico convivono, lo scarto non si vede ancora cos\u00ec tanto. Ma nelle poche occasioni in cui mi \u00e8 capitato di avere a che fare con classi del tecnico mi ha colpito la fame di un sapere non subito spendibile, quello che Gramsci chiamava disinteressato. Come se esistessero due alienazioni speculari: quella del liceale davanti a un futuro incerto e quella dello studente del tecnico davanti a un futuro gi\u00e0 scritto, che per\u00f2 vorrebbe conciliare con la propria crescita di cittadino.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/59519.jpg\" alt=\"i\" width=\"780\" height=\"1170\" data-entity-uuid=\"526eba2f-fab3-4252-85cd-19ae73a5b745\" data-entity-type=\"file\" \/>Lo striscione dei miei studenti diceva, appunto, che il futuro non si vende. Chiss\u00e0 se era chiaro che, in parte, lo abbiamo gi\u00e0 venduto, a debito. Con il PNRR sono arrivati pi\u00f9 di due miliardi per trasformare centomila aule in ambienti innovativi e allestire \u00ablaboratori per le professioni digitali del futuro\u00bb. Nelle stesse scuole d\u2019inverno si gela, a maggio si soffoca, piove dai soffitti, le tapparelle restano bloccate e i cantieri per l\u2019edilizia, finanziati dallo stesso piano, sono cos\u00ec in ritardo che un decreto di quest\u2019autunno ha dovuto prorogarli. Arriva la realt\u00e0 virtuale, il presente resta quello concreto di sempre.<\/p>\n<p>Fuori dalle aule, intanto, il mondo fa paura. Nel corteo di Torino si gridava contro la guerra, il carovita, la \u201cscuola-caserma\u201d, il razzismo. A Bologna come a Roma, Bari o Milano le parole d\u2019ordine, per come le hanno riportate i servizi giornalistici, erano simili. \u00abUn minestrone di slogan\u00bb, ha commentato con sufficienza un collega fuori dai cancelli. Eppure per molti ragazzi il carovita \u00e8 entrato in casa, passa dalle rinunce dei genitori, dalle difficolt\u00e0 economiche discusse in famiglia. In uno striscione che recita \u00absoldi alla scuola, non alla guerra\u00bb c\u2019\u00e8 un ragionamento sui conti pubblici pi\u00f9 lucido di quanto si sia disposti ad ammettere dalle nostre cattedre.<\/p>\n<p>A molti ragazzi con background migratorio, poi, si chiede di puntare tutto su s\u00e9 stessi nello stesso autunno in cui il DL 170 fissa un tetto agli alunni stranieri nelle classi: la misura \u00e8 propaganda elettorale, costruita additando bambini e adolescenti.<\/p>\n<p>Tornano in mente Miguel Benasayag e G\u00e9rard Schmit, che descrivevano un\u2019epoca in cui il futuro era passato da promessa a minaccia. Questi ragazzi sono nati dentro la minaccia: gli chiediamo di sognare un domani che il presente rende spaventoso. E loro sono pochi. Nei paesi post-industriali, pur con molte differenze, i giovani sono diventati una minoranza esigua rispetto alla mezza et\u00e0, come non era mai accaduto nella storia: in Italia met\u00e0 della popolazione ha pi\u00f9 di quarantanove anni e gli ultrasessantacinquenni sono pi\u00f9 del doppio dei ragazzi sotto i quindici. Il futuro viene pensato da chi lo tiene in ostaggio.<\/p>\n<p>Torno alle studentesse e agli studenti della mia scuola. Chi ha occupato ed \u00e8 andato in piazza probabilmente si \u00e8 riconosciuto nello slogan dell\u2019Assemblea Studentesca Torino alla vigilia dello sciopero: \u00abSmettiamo di sognare un futuro diverso, il cambiamento siamo noi qui e ora\u00bb. \u00c8 una frase che rovescia la logica prestazionale: il futuro non \u00e8 capitale umano da costruire, lo si pretende adesso, in un\u2019aula occupata o in un corteo. Per una generazione che durante il lockdown andava alle medie o alle elementari e ha imparato a stare con gli altri attraverso uno schermo, \u00e8 forse la prima esperienza di un \u201cnoi\u201d collettivo fatto di corpi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/59510.jpg\" alt=\"u\" width=\"780\" height=\"1040\" data-entity-uuid=\"292c6ad7-83ff-4180-b60b-dda82eec8688\" data-entity-type=\"file\" \/>Ma che dire di chi ha guadagnato le scene attraverso la violenza? Le pietre contro la polizia a fine corteo appartengono a un repertorio noto, quasi rituale, forse indotto anche dal modo di funzionare dell\u2019informazione. I saccheggi di Milano e di Torino del giorno dopo somigliano piuttosto a un riot postmoderno, dove la protesta in nome dell\u2019economia morale studiata da E.P. Thompson si intreccia con la rivendicazione dell\u2019accesso alla \u201cmerce\u201d consumistica.<\/p>\n<p>I raid nelle scuole occupate, infine, sono un corto circuito: danneggiano proprio il luogo che altri coetanei occupano e difendono. Non escludo che molti ragazzi, dimenticati dalla carta patinata degli opuscoli per gli open day, abbiano scelto l\u2019uso estetico della violenza per rimarcare la propria presenza, il proprio esserci. Non serve certo un mandante per spaccare tutto.<\/p>\n<p>E poi penso anche alle studentesse e agli studenti che in piazza non vanno e che, per ora, sono la maggioranza. Alcuni letteralmente non ce la fanno pi\u00f9 a uscire di casa: chi insegna conosce le assenze che si prolungano, gli attacchi di panico prima di una verifica, la fobia scolare dilagante. Altri, molti di pi\u00f9, semplicemente \u201cfunzionano\u201d, cos\u00ec come devono funzionare gli scolari. Sembrano agli antipodi ma sono due facce della stessa promessa mancata. Chi si ritira ha preso troppo sul serio il futuro che gli \u00e8 stato chiesto di progettare e se l\u2019\u00e8 rivoltato contro: se dipende solo da me e non lo raggiungo, la colpa sar\u00e0 mia. Chi \u201cfunziona\u201d, invece, non ci crede pi\u00f9, ma esegue: compila l\u2019e-portfolio, sceglie il capolavoro, studia per il voto e il massimo del credito. Se la scuola \u00e8 occupata o in autogestione, ne approfitta per una boccata d\u2019aria, una mattina al bar, un\u2019assemblea ascoltata a met\u00e0. Gli mancano per\u00f2 la forza dell\u2019impegno di chi va in piazza e l\u2019esasperazione di chi spacca tutto. Benasayag ha posto l\u2019alternativa tra funzionare ed esistere: i primi hanno smesso di funzionare, i secondi funzionano senza esistere davvero in quello che fanno. Forse \u00e8 qui, pi\u00f9 che nel sasso, che pesa il nichilismo del nostro tempo, come una condizione che toglie perfino la rabbia. Eppure anche quella mattina al bar dice qualcosa dei nostri allievi: era forse l\u2019unica dell\u2019anno in cui nessuno li stava giudicando.<\/p>\n<p>\u00abCome accoglieremo a scuola, quando ci faranno entrare, queste e questi studenti che stanno prendendo la parola, con passione e con il disordine che \u00e8 normale nel dissenso, per chiederci conto?\u00bb, scriveva una collega in una chat nei giorni delle occupazioni. \u00abTorniamo all\u2019orientamento e alle competenze? Torniamo a far finta di essere sani?\u00bb.<\/p>\n<p>Hannah Arendt, scrivendo della crisi dell\u2019istruzione, sosteneva che l\u2019educazione deve proteggere il nuovo che ogni generazione porta con s\u00e9 e che sbaglia chi vuole decidere per i giovani il mondo che verr\u00e0. Una scuola che pretende di definire il futuro dei suoi studenti, in un portfolio o in una piattaforma ministeriale, toglie loro proprio questo. Il nostro compito dovrebbe essere pi\u00f9 modesto, sebbene pi\u00f9 difficile: offrire un mondo attraverso i saperi e lasciare aperto il futuro.<\/p>\n<p>Gert Biesta direbbe che si diventa soggetti solo incontrando qualcosa che non si piega ai nostri desideri e a cui bisogna rispondere. Per questo a scuola non serve l\u2019ennesimo progetto di educazione civica, ambientale, finanziaria, l\u2019ennesimo incontro di orientamento. Serve l\u2019ora di lezione presa sul serio. E servono adulti capaci di stare accanto alle ragazze e ai ragazzi, senza scambiare la propria apprensione per il dovere di essere una guida.<\/p>\n<p>Torno a quel cancello. Due ragazzi che controllano chi entra per difendere uno spazio che sentono loro, altri che altrove uno spazio simile lo distruggono, chi resta a casa, chi va al bar. Sono risposte diverse alla stessa domanda, posta male da noi adulti. Chiediamo ai ragazzi di pianificare un futuro che non siamo in grado di garantire. Il futuro, scrivevano sul loro striscione, non si vende. Forse dovremmo smettere di provare a venderglielo. Lasciamo che se lo prendano.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"text-azzurro text-xl py-3\"><\/div>\n<\/div>\n<div class=\"py-6\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"field field--name-field-immagini-media field--type-entity-reference field--label-hidden field__items\">\n<div class=\"field__item\">\n<article class=\"media media--type-image media--view-mode-articolo\">\n<div class=\"field field--name-field-media-image field--type-image field--label-hidden field__item\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/r_articolo_mobile_w500\/public\/IMG-20261020-WA0025.jpg.webp?itok=Nn__34dY\" \/><\/div>\n<div><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/i-ragazzi-si-prenderanno-il-futuro\">https:\/\/www.doppiozero.com\/i-ragazzi-si-prenderanno-il-futuro<\/a><\/strong><\/div>\n<\/article>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Marco Meotto) Ho negli occhi l\u2019immagine di due ragazzi al cancello della succursale occupata della mia scuola. 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