{"id":97702,"date":"2026-10-27T10:00:39","date_gmt":"2026-10-27T09:00:39","guid":{"rendered":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97702"},"modified":"2026-10-26T16:35:01","modified_gmt":"2026-10-26T15:35:01","slug":"adolescenti-sneakers-e-piazze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=97702","title":{"rendered":"Adolescenti, sneakers e piazze"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di DOPPIOZERO (Virginia Suigo)<\/strong><\/p>\n<div class=\"max-w-[838px]\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"clearfix text-formatted field field--name-body field--type-text-with-summary field--label-hidden field__item\">\n<p>Oggi piove, anzi diluvia. Io alzo gli occhi al cielo, perch\u00e9 per me sar\u00e0 una giornata in salita; mio figlio invece \u00e8 raggiante, perch\u00e9 per lui \u00e8 la ghiotta occasione di saltare nelle pozzanghere prima di entrare a scuola. Ha voluto a tutti i costi i suoi stivali preferiti, quelli vecchi, anche se gli avevo detto che erano da buttare. All&#8217;ingresso, la scoperta: un taglio nella gomma, e i piedi gi\u00e0 fradici. Non me l&#8217;aveva detto, perch\u00e9 avrebbe dovuto ammettere che avevo ragione io. Lo rimprovero, e intanto non reggo l&#8217;idea di saperlo tutto il giorno con le sole calze di riserva nelle ciabattine che usa in classe, senza poter uscire in giardino con i suoi amici. Faccio dietrofront e corro a casa a prendergli delle scarpe asciutte.<\/p>\n<p>Ieri a quest&#8217;ora incontravo un ragazzo di quattordici anni che risponde di un&#8217;imputazione penale, e anche lui mi raccontava di scarpe fradice. Solo che lui, per quel motivo, a scuola non ci era andato: non aveva una mamma che potesse portargliele, e a dire il vero non aveva nemmeno delle scarpe di riserva. Quello che mi \u00e8 rimasto addosso per tutto il giorno non \u00e8 stata la distanza tra mio figlio e quel ragazzo, ma quella tra i due ruoli in cui mi sono trovata. Con mio figlio ero la madre che lo rimprovera, ma corre a casa a prendere le scarpe asciutte. Con lui ero parte di un sistema che, almeno sulla carta, dovrebbe fare qualcosa di simile: e che oggi mi sembra meno capace di farlo di quanto lo fosse quando ho cominciato a lavorarci, con l&#8217;orgoglio di appartenere a una cultura che sapeva vedere in un ragazzo pi\u00f9 del suo errore.<\/p>\n<p>So bene che le due cose non sono uguali. Mio figlio \u00e8 un bambino che si \u00e8 intestardito per un paio di stivali; quel ragazzo \u00e8 accusato di un reato violento, e qualcuno ne ha pagato le conseguenze. Ma la domanda che pongono a un adulto si somiglia pi\u00f9 di quanto sembri. Anche mio figlio ha sbagliato: ha preteso gli stivali vecchi e, invece di dirmi che aveva i piedi bagnati, ha taciuto. Anche lui aveva le sue ragioni, piccole e comprensibili. Il mio compito non era scegliere tra il rimprovero e le scarpe asciutte, ma tenere insieme le due cose. \u00c8 lo stesso equilibrio che servirebbe con quel ragazzo, in proporzioni infinitamente pi\u00f9 grandi: adulti che gli facciano sentire il peso di ci\u00f2 che ha fatto e che, insieme, ascoltino le ragioni che lo hanno portato fin l\u00ec, invece di limitarsi a reprimerle. Non per assolverlo: quel ragazzo non ha bisogno di essere compatito. Ha bisogno di adulti che gli chiedano molto, ma che siano disposti a dare altrettanto. Ci penso ancora, mentre Milano si interroga su che cosa sia successo nelle sue strade.<\/p>\n<p>Le immagini di questi giorni le abbiamo viste tutti: piazza Duomo occupata da centinaia di giovanissimi, i fumogeni, il fuoco, le vetrine sfondate, i blindati nella Galleria. Sono immagini potenti, e la rabbia che contengono \u00e8 reale, ma montate in un&#8217;unica scena: un esercito di ragazzi in rivolta, compatto nella violenza, mosso da un solo odio.<\/p>\n<p>Chi, come me, incontra ogni giorno nel penale minorile ragazzi accusati di reati violenti, quelli che da fuori appaiono proprio come quell&#8217;esercito compatto, non trova un esercito: trova storie diverse, emozioni diverse, motivazioni diverse. Alcuni, pi\u00f9 che di rabbia, parlano di paura: raccontano un&#8217;atmosfera violenta, litigiosa, carica di adrenalina, in cui non si pu\u00f2 stare tranquilli. Descrivono il caos pi\u00f9 che un nemico. E, sorprendentemente, sono i primi a cercarvi un ordine: un punto fermo, una via d&#8217;uscita, qualcuno che dica dove andare. Chiedono, in fondo, sicurezza.<\/p>\n<p>Alcuni pensano che le proteste siano cose da grandi, che non li riguardano. Se scendono in piazza \u00e8 per lo spettacolo, per sentirsi parte di qualcosa che conta, richiamati da un tam tam rimbalzato di profilo in profilo. I social, in questo, non sono la causa: sono il palcoscenico. Insieme all&#8217;appuntamento fanno circolare i video delle rivolte francesi, la musica evocativa, i balletti girati con gli scontri sullo sfondo. Molti imitano una forma, non un contenuto: l&#8217;estetica del fuoco e dei fumogeni, la sensazione di essere dentro un film, a prescindere da quale bandiera sventoli. Pi\u00f9 che a una causa, aderiscono a un evento da non perdere.<\/p>\n<p>Altri ragazzi provano rabbia, e la mostrano. Di altri, a volte, ci si stupisce che siano cos\u00ec poco arrabbiati, visto il livello di frustrazione e di impotenza che hanno attraversato, e che attraversano tutti i giorni.<\/p>\n<p>E poi c&#8217;\u00e8 chi, in piazza, ha trovato qualcosa che cercava da tempo. Racconta un&#8217;atmosfera di grande fratellanza, la sensazione di appartenere a una generazione che conta poco, che non viene ascoltata, che non ha peso nelle decisioni che la riguardano, e che per una volta si \u00e8 sentita forte. Galvanizzati, perfino speranzosi, dopo mesi e anni in cui l&#8217;angoscia non trovava una via di sfogo. Non giustifica nulla di ci\u00f2 che \u00e8 successo. Ma dice molto di quanto a lungo quella voce sia rimasta senza ascolto.<\/p>\n<p>Tra i negozi saccheggiati c&#8217;era una catena di scarpe sportive. Scarpe, di nuovo. Costosissime, di quelle che a quattordici anni dicono chi sei prima ancora che tu apra bocca. Qualcuno sar\u00e0 stato attratto dalla possibilit\u00e0 di averle gratis, qualcun altro avr\u00e0 pensato di rivenderle. Non \u00e8 una novit\u00e0. Come ricorda oggi il Post, dopo i riots di Londra del 2011, nei quali erano stati saccheggiati soprattutto negozi di elettronica e di abbigliamento, il sociologo Zygmunt Bauman aveva parlato di \u00abconsumatori difettosi e squalificati\u00bb: ragazzi abituati a riconoscersi attraverso le cose che possiedono, ma esclusi dalla possibilit\u00e0 di comprarle. A Londra, poi, le ragioni si rivelarono molte e diverse tra loro, e qualcuno si prese il tempo di capirle: il Guardian e la London School of Economics intervistarono centinaia di ragazzi, in una ricerca intitolata, non a caso, <em>Reading the Riots<\/em>. Leggere, prima di reprimere.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/Screenshot%202026-10-23%20alle%2012.03.41.png\" alt=\"i\" width=\"780\" height=\"413\" data-entity-uuid=\"6d7e8455-fee7-4854-9896-b4ca2c576d0b\" data-entity-type=\"file\" \/>Siamo spinti a polarizzare: da una parte i ragazzi italiani da proteggere, dall&#8217;altra gli stranieri che saccheggiano. Ma la realt\u00e0 che incontro non rispetta queste divisioni. Nelle statistiche della giustizia minorile, &#8220;straniero&#8221; significa soltanto senza cittadinanza italiana. Ci finisce Abdul, scampato alla morte sul barcone dopo un viaggio di quindici mesi, senza riferimenti in Italia. Ma ci finisce anche Yassin, nato da genitori marocchini, che ha fatto qui tutte le scuole, parla con l&#8217;accento milanese e nel paese dei suoi genitori \u00e8 stato due volte in vita sua: per la legge \u00e8 straniero, e lo rester\u00e0 almeno fino ai diciotto anni. Tra gli &#8220;italiani&#8221;, invece, ci sono Matteo, figlio di una famiglia milanese da generazioni, che scrive musica trap e si traveste da maranza, perch\u00e9 dai maranza non si aspetta niente nessuno e da lui invece ci si aspettano grandi cose; Karim, nato da padre italiano e madre peruviana; Ana, arrivata in Italia a sei anni con i genitori adottivi. Dietro la stessa etichetta ci sono storie che non si somigliano affatto.<\/p>\n<p>Storie diverse, dunque. Eppure non slegate. A unirle non \u00e8 un&#8217;idea comune o una rivendicazione, che nei loro racconti quasi non compare, ma uno sguardo. Anzi, due.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 quello con cui noi adulti guardiamo loro: lo sguardo del pregiudizio, che molti sentono addosso ovunque vadano e che li tratta da colpevoli prima ancora che abbiano fatto qualcosa. A volte, colpevoli soltanto di essere giovani. Il pregiudizio, del resto, \u00e8 solo la forma pi\u00f9 evidente di qualcosa di pi\u00f9 ampio: lo sguardo spaventato che posiamo sugli adolescenti in quanto tali.<\/p>\n<p>E c&#8217;\u00e8 lo sguardo con cui loro guardano noi. Tantissimi raccontano di un mondo adulto ostile, che li ha abbandonati e li lascia soli a fare i conti con un futuro catastrofico, apocalittico. Quel mondo ha volti diversi: la scuola che cade a pezzi, il genitore che fa per due e non c&#8217;\u00e8 mai, l&#8217;adulto cos\u00ec ansioso che sa chiedere soltanto &#8220;tutto bene?&#8221; e si aspetta di essere rassicurato. Cambia il quartiere, cambia la classe sociale, ma il vissuto di fondo si somiglia: nessuno si occupa di noi. Non \u00e8 una rivendicazione di autonomia, \u00e8 una richiesta di cura che non trova parole. I due sguardi si alimentano a vicenda. Pi\u00f9 gli adulti hanno paura, pi\u00f9 si ritirano o si limitano a controllare; pi\u00f9 si ritirano, pi\u00f9 i ragazzi li vedono ostili; e quella sfiducia, a sua volta, conferma la paura.<\/p>\n<p>Vale anche il contrario, ed \u00e8 la parte che d\u00e0 speranza. Qualche anno fa abbiamo confrontato le messe alla prova andate bene con quelle fallite. A fare la differenza non erano la gravit\u00e0 del reato n\u00e9 la personalit\u00e0 del ragazzo, ma lo sguardo degli adulti di riferimento. Dove era realistico e fiducioso insieme, capace di vedere le difficolt\u00e0 senza dare per perso chi le ha, il percorso funzionava molto pi\u00f9 spesso.<\/p>\n<p>Oggi, per\u00f2, a prevalere \u00e8 lo sguardo spaventato. Sto scrivendo un libro in cui parlo di un cortocircuito della paura: adulti spaventati dai ragazzi, ragazzi spaventati da un mondo che percepiscono imprevedibile, che si armano per difendersi e cos\u00ec confermano le paure degli adulti. Temo che, prima ancora di vederlo pubblicato, sia gi\u00e0 superato. Oggi siamo a un passaggio ulteriore: tutti hanno paura di tutti. Il ragazzo ha paura della piazza, il commerciante del ragazzo, il genitore della citt\u00e0, la citt\u00e0 dello straniero, del &#8220;maranza&#8221;, di un&#8217;adolescenza che non riconosce pi\u00f9.<\/p>\n<p>Questi ragazzi li abbiamo cresciuti nella paura. Gliel&#8217;abbiamo trasmessa con la geolocalizzazione, con i parchi presidiati, con gli adulti che li difendono da ogni frustrazione e poi non sanno contenerne la rabbia. E continuiamo ad alimentarla con rappresentazioni mediatiche che dividono il mondo in buoni e cattivi.<\/p>\n<p>Quando a Milano abbiamo ragionato sul fenomeno delle cosiddette &#8220;baby gang&#8221;, abbiamo scoperto che quell&#8217;etichetta descrive molto bene le paure degli adulti, e molto poco le dinamiche di gruppo tra i ragazzi. E sono pochi: in un paese in pieno inverno demografico, gli adolescenti sono una minoranza sempre pi\u00f9 esigua. Ne abbiamo paura come se fossero un esercito. Una societ\u00e0 che fa cos\u00ec pochi figli dovrebbe considerare preziosi tutti quelli che ha, nessuno escluso.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una parola che in questi giorni pronunciano tutti, ragazzi compresi: sicurezza. La chiedono il governo, i commercianti, i genitori in attesa davanti alla Questura, le ronde che si organizzano contro i &#8220;maranza&#8221;. Ma non tutte le richieste di sicurezza vengono ascoltate allo stesso modo.<\/p>\n<p>Qualche mese fa, su queste pagine, scrivevo che dai ragazzi non ci si deve difendere. Oggi quella difesa \u00e8 diventata legge. La risposta pubblica raccoglie la paura degli adulti verso i ragazzi, non la paura dei ragazzi. Alla loro richiesta di sicurezza risponde con altra insicurezza.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"align-center\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/inline-images\/lui.png\" alt=\"i\" width=\"780\" height=\"377\" data-entity-uuid=\"37fafaa6-50cf-4bd1-aa89-a716b4725dd0\" data-entity-type=\"file\" \/>Lavoro da vent&#8217;anni nel penale minorile, e in questi giorni lo guardo smontare pezzo dopo pezzo con la stessa angoscia con cui si assiste alla demolizione di una casa in cui si \u00e8 cresciuti, di cui si sono dipinte le pareti, che si \u00e8 provato orgoglio ad abitare e con entusiasmo a raccontare. Il nostro sistema di giustizia minorile \u00e8 nato su un&#8217;idea semplice e rivoluzionaria: un reato commesso a quattordici, quindici, sedici anni \u00e8 un episodio dentro una storia ancora aperta, non il suo epilogo. Per questo il giudice doveva verificare, caso per caso, se quel ragazzo fosse davvero in grado di comprendere ci\u00f2 che aveva fatto. E per questo esiste la messa alla prova: uno spazio in cui l&#8217;errore pu\u00f2 diventare responsabilit\u00e0, invece che destino.<\/p>\n<p>Il lavoro che faccio non \u00e8 indulgenza. \u00c8 il contrario: \u00e8 un lavoro di assunzione di responsabilit\u00e0. Ci mettiamo in ascolto delle ragioni affettive profonde di un gesto non per assolverlo, ma perch\u00e9 il ragazzo possa riprendere in un altro modo un percorso di crescita che si \u00e8 bloccato. Comprendere non significa giustificare: punire e basta non serve, ma capire e basta non \u00e8 sufficiente. La messa alla prova non \u00e8 un condono: \u00e8 una terapia della responsabilit\u00e0. Perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 sempre la possibilit\u00e0 di scegliere, e nessuno \u00e8 vittima delle circostanze, nemmeno quando sono tanto avverse. Ma quella scelta matura solo dentro un patto, in cui il mondo adulto \u00e8 autorevolezza, assunzione di responsabilit\u00e0, impegno. Un mondo adulto che chiede ai ragazzi ci\u00f2 che \u00e8 disposto a dare.<\/p>\n<p>Il decreto approvato marted\u00ec dal Consiglio dei ministri rovescia questa logica. Dai quattordici anni la capacit\u00e0 di intendere e di volere si presume, salvo prova contraria: non \u00e8 pi\u00f9 lo Stato a doverla accertare, \u00e8 il ragazzo a dover dimostrare di non averla.<\/p>\n<p>Nello stesso decreto, i genitori vengono sanzionati quando il figlio partecipa a determinati reati, a meno che non provino di non aver potuto impedirlo. Alla madre che non c&#8217;era a portare le scarpe di riserva lo Stato non offre sostegno: offre una multa. \u00c8 l&#8217;esatto contrario di quel patto: un mondo adulto che chiede senza dare, e che al ragazzo presume la colpa.<\/p>\n<p>Tutto questo va contro ci\u00f2 che sappiamo dello sviluppo. Il cervello adolescente \u00e8 un cervello in costruzione, che continua a maturare oltre i vent&#8217;anni, soprattutto nelle aree che regolano l&#8217;impulso, la valutazione del rischio, la capacit\u00e0 di fermarsi. \u00c8 plastico, cio\u00e8 si lascia plasmare da ci\u00f2 che incontra. \u00c8 proprio questa plasticit\u00e0 a rendere cos\u00ec efficaci gli interventi educativi, e cos\u00ec dannosi quelli soltanto punitivi: un ragazzo diventa anche ci\u00f2 che gli adulti gli rimandano di essere.<\/p>\n<p>I decreti sulla sicurezza pubblica degli ultimi anni stanno erodendo la cultura del penale minorile, impedendo di accedere alla messa alla prova per alcune fattispecie di reato, estendendo le misure di prevenzione, aumentando le soglie di pena per la custodia cautelare, ampliando i casi di arresto in flagranza, inasprendo le pene. Con il decreto del 20 ottobre c&#8217;\u00e8 una presunzione di imputabilit\u00e0 dai quattordici anni. Viene da chiedersi quale sar\u00e0 la prossima soglia, e quanto manchi al giorno in cui, contro ogni evidenza, arriveremo a trattare da colpevoli dei bambini, abbassando l&#8217;et\u00e0 imputabile.<\/p>\n<p>Una societ\u00e0 ha bisogno di scarpe di riserva quanto un bambino in un giorno di pioggia. Sono gli adulti presenti, la scuola che ha gli strumenti per gestire la complessit\u00e0, la comunit\u00e0 che si attiva perch\u00e9 i ragazzi siano figli di tutti, una giustizia che sa distinguere un ragazzo dal suo errore. Sono le seconde possibilit\u00e0. Non sono un regalo n\u00e9 uno sconto: sono un patto, in cui gli adulti si impegnano per primi. E il primo impegno \u00e8 quello che chiediamo spesso ai ragazzi e molto meno a noi stessi: mettersi nei panni dell&#8217;altro, che in inglese \u2013 che ironia \u2013 si dice &#8220;camminare nelle scarpe dell&#8217;altro&#8221;. Anche quando sono fradice. Anche quando provengono da una vetrina infranta.<\/p>\n<p>Non so dire se mio figlio, da adolescente, rischier\u00e0 di pi\u00f9 di essere la vittima o l&#8217;autore di un reato. Spero di non dover mai andare a prenderlo in ospedale, e nemmeno in Questura. So per\u00f2 che sbaglierei se pensassi che il mio compito sia difenderlo dai maranza, come se i maranza fossero sempre gli altri. Vorrei che potesse godersi la sua citt\u00e0 con una certa spensieratezza; e vorrei che, se gli capitasse di sbagliare, incontrasse adulti autorevoli, capaci di ascoltarlo e di trattarlo per ci\u00f2 che \u00e8: un adolescente con tutta la vita davanti. Per avere l&#8217;una e l&#8217;altra cosa avr\u00e0 bisogno di molte scarpe di riserva. E non dovrebbero dipendere solo da me.<\/p>\n<p><strong>Leggi anche<\/strong><br \/>\nMarco Meotto | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/i-ragazzi-si-prenderanno-il-futuro\">I ragazzi si prebderanno il futuro?<\/a><br \/>\nElena Alma Rastello | <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/dove-stare-come-adulti\">Dove stare come adulti<\/a><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"py-6\" style=\"text-align: justify\">\n<div class=\"field field--name-field-immagini-media field--type-entity-reference field--label-hidden field__items\">\n<div class=\"field__item\">\n<article class=\"media media--type-image media--view-mode-articolo\">\n<div class=\"field field--name-field-media-image field--type-image field--label-hidden field__item\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/sites\/default\/files\/styles\/r_articolo_mobile_w500\/public\/Screenshot%202026-10-23%20alle%2012.02.59.png.webp?itok=9qzRhJj_\" \/><\/div>\n<div><strong>FONTE:<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/adolescenti-sneakers-e-piazze\">https:\/\/www.doppiozero.com\/adolescenti-sneakers-e-piazze<\/a><\/strong><\/div>\n<\/article>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di DOPPIOZERO (Virginia Suigo) Oggi piove, anzi diluvia. 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