
Lo scorso 7 ottobre, dall’acropoli di Atene il segretario di Stato americano Marco Rubio ha pronunciato un discorso inteso a rappresentare una storica “chiamata alle armi” per la civiltà occidentale.
Rubio ne ha ricostruito le origini (“la più grande storia che l’uomo abbia mai conosciuto”) risalendo alle città-stato dell’antica Grecia, da lui descritte come “la culla della più grande civiltà del mondo”.
Una civiltà per difendere la quale “oggi dobbiamo combattere con la stessa passione dei nostri antenati”, ha affermato.
Egli ha ammonito che
“la strada che intraprenderemo determinerà se l’Occidente manterrà il suo ruolo alla guida del mondo o si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora, oppure perderemo del tutto la possibilità di farlo”.
Rubio ha ribadito che, sotto la presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno compiuto la loro scelta:
“Abbiamo scelto di perseguire senza remore la potenza nazionale: riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento strategiche, reindustrializzare la nostra economia, ricostruire la nostra difesa, lottare per la supremazia nelle tecnologie e nelle industrie del futuro”.
Operando una ricostruzione storica non priva di manipolazioni e forzature, Rubio ha identificato nell’antica Atene
“la prima piena realizzazione di tutti i tratti essenziali che avrebbero finito per definire l’Occidente: una fiera individualità e un’ambizione implacabile; audaci esplorazioni e invenzioni; un anelito alla scoperta, all’avventura, al rischio e alla gloria. Un’insaziabile curiosità verso il mondo e i principi che lo governano, una brama di conoscere i misteri della natura e di afferrare i segreti del cosmo. Un’insofferenza verso l’idea di impossibilità, un’inquietudine di fronte a ogni confine o limite, lo slancio costante a scrutare nelle profondità dell’ignoto”.
Si potrebbe dire che il segretario di Stato americano abbia preso in prestito dal pensatore tedesco Oswald Spengler la perfetta definizione dell’uomo faustiano.
Nel discorso di Rubio si cela la crisi dell’Occidente. Secondo l’attivista politico americano Ajamu Baraka, la strategia del segretario di Stato
“consiste nel trasformare una crisi di economia politica in una crisi di civiltà. Anziché affrontare i rapporti di produzione, proprietà ed estrazione intensiva internazionale che generano sovra-sfruttamento, impoverimento e insicurezza, la sua narrazione sposta l’attenzione sull’eredità culturale, la fedeltà a una civiltà, e la presunta necessità di ripristinare la grandezza dell’Occidente bianco”.
Combattere la “minaccia persiana”
Nel ricordare la caduta di Atene per mano dei persiani guidati da Serse nel 480 a.C., Rubio ha tracciato un tacito parallelo con gli eventi attuali. Se i persiani di Serse vengono descritti come barbari che “saccheggiarono i templi, bruciarono i santuari e rasero al suolo l’Acropoli”, l’Iran di oggi viene dipinto come un paese “il cui culto della morte esalta i bambini kamikaze come eroi nazionali e dipinge il martirio come un fine in sé”.
Il messaggio abbastanza scontato del segretario di Stato è che, come gli antichi greci combatterono Serse per difendere la loro civiltà, i loro discendenti di oggi dovrebbero fare lo stesso contro i discendenti del re persiano.
Poco importa, per Rubio, che siano stati gli americani, attuali eredi dei greci secondo la sua audace ricostruzione, ad aggredire militarmente l’Iran insieme a Israele mentre Teheran stava conducendo una costruttiva trattativa negoziale lo scorso febbraio.
Così come appare trascurabile, secondo il segretario di Stato, che all’origine dell’attuale conflitto, il quale rischia di spazzar via l’intera economia di una regione strategica per la prosperità mondiale, vi sia stata la decisione unilaterale di Trump nel 2018 di abbandonare l’accordo nucleare (JCPOA) che Teheran stava pienamente rispettando.
Le ripercussioni di quella scelta si stanno rivelando catastrofiche, oltre che per la regione mediorientale, per le stesse fondamenta economiche di quella supremazia americana ed occidentale che Rubio vuole strenuamente difendere.
Crisi del sistema di riciclaggio dei petrodollari
Le previsioni di ottobre del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per gli alleati regionali degli USA sono un bollettino di guerra. Quest’anno l’economia del Kuwait crollerà del 16,7%, quella del Qatar del 15,6%, quella del Bahrein dell’11,3%.
Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Arabia Saudita subiranno una contrazione rispettivamente del 3,9 e del 3,3% (il regno saudita, come vedremo successivamente in questo articolo, deve fronteggiare tuttavia ben altre minacce).
La chiusura dello Stretto di Hormuz impedisce alle monarchie del Golfo di esportare le proprie risorse energetiche, essenziali per il loro bilancio e per il fabbisogno mondiale, mentre la guerra ha causato danni infrastrutturali che richiederanno anni e costosi investimenti per essere sanati.
Non solo. La chiusura dello stretto ha inceppato il cosiddetto sistema di “riciclaggio dei petrodollari” che per decenni ha cementato l’alleanza fra Stati Uniti e monarchie del Golfo. In cambio della sicurezza che Washington garantiva a questi paesi, essi vendevano gas e petrolio in dollari e reinvestivano i loro introiti nei titoli di stato americani.
Per oltre cinquant’anni, il sistema di riciclaggio dei petrodollari ha ridotto i costi di finanziamento degli Stati Uniti e consolidato il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale.
Durante un tradizionale shock petrolifero, l’aumento dei prezzi energetici fa crescere gli introiti dei paesi produttori del Golfo. Il surplus di petrodollari affluisce nel mercato finanziario americano aumentando la domanda di titoli di stato USA.
Ma la chiusura di Hormuz impedisce alle monarchie di esportare le proprie risorse energetiche, prosciugandone le entrate le quali non possono essere reinvestite negli USA.
Contemporaneamente, i paesi importatori di petrolio vedono schizzare in alto la propria bolletta in dollari.
Per limitare il deprezzamento delle proprie valute rispetto al dollaro, che spingerebbe ancora più in alto i prezzi energetici sul mercato interno, le banche centrali di questi paesi sono incentivate ad intervenire sui mercati valutari vendendo titoli di stato USA, come ha fatto recentemente il Giappone.
L’inflazione determinata dalla crisi energetica e l’enorme debito pubblico americano, che ha recentemente superato i 40 trilioni di dollari, contribuiscono a loro volta a rendere meno appetibili i titoli di stato USA. Ciò a sua volta determina un aumento dei loro rendimenti che accresce i costi di finanziamento del debito.
Come si vede, la crisi nel Golfo si ripercuote direttamente sull’economia americana, e probabilmente sull’esito delle elezioni di medio termine previste il 3 novembre.
Destabilizzazione del regno saudita
Ad aggravare ulteriormente la situazione nella penisola araba contribuisce la nuova fiammata del conflitto tra l’Arabia Saudita e il movimento yemenita di Ansar Allah anche noto come gli Houthi, dal nome del fondatore Hussein al-Houthi.
Tale conflitto è separato dallo scontro con l’Iran, dal quale Ansar Allah si era tenuto in disparte. Il movimento yemenita, sebbene venga descritto come uno stretto alleato di Teheran, è un attore che mantiene una propria notevole autonomia e indipendenza (chi fosse interessato alla storia recente del gruppo e dello Yemen può leggere qui).
Sebbene venga definito come un movimento sciita, Ansar Allah ha costruito una rete di alleanze tribali e trans-confessionali che includono anche elementi sunniti, arrivando a controllare un territorio che ospita più del 70% della popolazione del paese.
Tra Riyadh e Ansar Allah era in vigore un cessate il fuoco dal 2022, dopo i lunghi anni di guerra seguiti all’invasione saudita dello Yemen nel 2015.
Lo scorso 13 luglio, il bombardamento dell’aeroporto della capitale yemenita Sanaa, attribuito dagli Houthi all’aviazione saudita, ha determinato una ripresa delle ostilità che si è rivelata disastrosa per Riyadh.
Grazie anche all’aiuto tecnologico iraniano, il movimento yemenita ha costruito in questi anni una propria industria bellica e missilistica sofisticata.
Alcune settimane fa, con un’avanzata fulminea, Ansar Allah ha preso il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso.
Il blocco del traffico navale saudita nello stretto, e il bombardamento dell’oleodotto Est-Ovest – il quale, giungendo al terminal petrolifero di Yanbu sul Mar Rosso, permetteva ai sauditi di esportare una quota della propria produzione petrolifera aggirando Hormuz – hanno ridotto quasi a zero le esportazioni saudite.
Malgrado le ingenti spese nel settore della difesa, le infrastrutture militari ed energetiche del paese si sono trovate esposte ai sofisticati attacchi con droni e missili condotti da Ansar Allah.
In una situazione senza precedenti per il regno saudita, l’aeroporto di Riyadh e quelli di altre città del paese sono stati ripetutamente colpiti.
Simili attacchi allontanano i turisti e i capitali stranieri, due pilastri fondamentali della cosiddetta Vision 2030, il progetto di modernizzazione del paese voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman (solitamente designato con le iniziali MBS).
Quest’ultimo, secondo il Wall Street Journal, si sposta di bunker in bunker nei palazzi della capitale, protetto da una ristretta guardia del corpo, nel timore di essere assassinato da Ansar Allah.
Se il conflitto dovesse proseguire, tuttavia, i rischi maggiori per il principe ereditario provengono dall’interno del paese.
Nel 2017, tramite un decreto di suo padre, il re Salman, MBS sottrasse il ruolo di principe ereditario a Mohammed bin Nayef, diretto erede al trono e potente figura all’interno degli apparati di sicurezza sauditi.
L’episodio creò forti tensioni all’interno della famiglia reale. Quest’ultima, inoltre, accentra la ricchezza del paese nelle proprie mani a scapito delle altre tribù del regno.
L’andamento disastroso della guerra, qualora il conflitto dovesse protrarsi senza un cessate il fuoco, potrebbe dunque destabilizzare il regno saudita, un pilastro dell’architettura di sicurezza USA nella regione, a causa dell’aggravarsi delle fratture interne.
Washington tra due conflitti
Di fronte alle difficoltà saudite, l’amministrazione Trump ancora una volta si è dimostrata non in grado di proteggere un proprio alleato chiave. La riluttanza della Casa Bianca a venire in soccorso di Riyadh è motivata da diverse ragioni.
In primo luogo, gli Stati Uniti si erano scontrati già in precedenza con Ansar Allah senza successo, al punto da siglare un cessate il fuoco con il movimento nel maggio 2025. Washington ha dunque già sperimentato che la sola forza aerea non è sufficiente a piegare gli Houthi.
Secondariamente, aprire un nuovo fronte nella regione alla vigilia delle elezioni di medio termine, mentre potrebbe riesplodere lo scontro con l’Iran, sarebbe una mossa estremamente rischiosa per Trump.
Ciò costringe Riyadh ad accontentarsi di chiedere l’aiuto di attori regionali come Turchia e Pakistan, ed eventualmente Siria ed Egitto, accrescendo fra l’altro i rischi di un’escalation orizzontale del conflitto.
Tale escalation potrebbe affiancarsi, ed eventualmente fondersi, a una nuova escalation verticale dello scontro fra Iran da un lato e Stati Uniti e Israele dall’altro.
Alla vigilia di due appuntamenti elettorali chiave, le consultazioni del 3 novembre negli USA e quelle del 27 ottobre in Israele, le voci su un possibile nuovo attacco israelo-americano all’Iran (eventualmente dopo le elezioni) si fanno sempre più insistenti.
E’ di questi giorni la notizia secondo cui Washington starebbe ritirando il proprio personale diplomatico non essenziale dall’Arabia Saudita e si appresterebbe a fare la stessa cosa in altri paesi del Golfo.
Una terza portaerei, la Theodore Roosevelt, è inoltre diretta in Medio Oriente, sebbene possibilmente per avvicendare la George Washington.
Bluff o follia?
E’ bene sottolineare che, da un punto di vista logistico, il mantenimento nella regione di tre portaerei (o anche solo di due) e dei loro rispettivi gruppi d’attacco è insostenibile per gli USA.
La distruzione delle basi americane nel Golfo da parte iraniana ha reso ancor più proibitivo l’approvvigionamento di un numero così elevato di imbarcazioni e marinai (solo le tre portaerei complessivamente ne ospitano circa 15.000).
A ciò si aggiunga il fatto che gli Stati Uniti sono a corto sia di intercettori, essenziali per difendere le basi americane e le infrastrutture dei paesi alleati nel Golfo, sia di missili offensivi.
L’Iran, dal canto suo, ha mantenuto la propria capacità produttiva di missili e droni. Nel caso in cui venga attaccata, dunque, la Repubblica Islamica ha la possibilità di colpire con estrema violenza le basi e le infrastrutture energetiche nel Golfo e in Israele.
Sotto il profilo militare, dunque, un rinnovato attacco all’Iran comporta rischi enormi. Un nuovo conflitto ad alta intensità potrebbe spazzar via l’intera economia del Golfo senza riuscire a piegare Teheran.
Non è da escludere, nella migliore delle ipotesi, che le crescenti minacce da parte americana e israeliana siano un bluff (destinato al fallimento) per spingere Teheran a capitolare.
Tuttavia, non va sottovalutata l’intransigenza di chi, sia negli Stati Uniti che in Israele, punta a una resa totale dell’Iran, nella convinzione che una tregua o un accordo temporaneo concederebbero alla Repubblica Islamica il tempo per risollevarsi.
Tale convinzione risponde alla stessa logica binaria avanzata da Rubio ai piedi dell’acropoli, una logica che considera impossibile ogni compromesso, e vede lo scontro fra civiltà come un gioco a somma zero.
Il trionfo di una logica del genere arrecherebbe enormi danni non solo alla regione, ma agli Stati Uniti, alla civiltà occidentale di cui Rubio si erge a paladino, e all’intera comunità umana.
FONTE:https://robertoiannuzzi.substack.com/p/rubio-allacropoli-di-atene-la-crisi





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