L’Unione europea ha fatto un passo indietro rispetto all’opposizione alle nuove trivellazioni nell’Artico, una posizione che aveva assunto in coerenza con i propri obiettivi di sostenibilità ambientale e climatica ma che in questo momento rischia di minacciarne la sicurezza energetica, considerate le difficoltà con gli approvvigionamenti di combustibili fossili legate alle guerre in Ucraina e nel golfo Persico.
Il ritocco degli obiettivi nella nuova strategia per l’artico
Nella sua nuova strategia per l’Artico, una regione al centro di tante manovre economiche e geopolitiche – la Russia e la Cina, ma anche gli Stati Uniti, hanno interesse a espandere la loro presenza -, l’Unione europea ha mantenuto formalmente l’impegno a “garantire che petrolio, carbone e gas rimangano nel sottosuolo”. Ha abbandonato però l’ambizione, risalente al 2021, di promuovere una moratoria internazionale sull’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi nel Grande nord.
Le ragioni del passo indietro dell’Unione Europea
Questo parziale cambio di linea di Bruxelles non è legato solo alla distanza ideologica con l’amministrazione americana di Donald Trump, che ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima e che sta incoraggiando lo sfruttamento delle fonti fossili nell’Artico, tra Alaska e Groenlandia. C’entrano anche – e forse soprattutto – i rapporti con la Norvegia.
La Norvegia è la prima fornitrice di gas dell’Unione europea (nel 2025 è valsa il 31 per cento delle importazioni totali) e la terza di petrolio (con una quota di quasi il 13 per cento). Ma è anche è un’alleata della Nato, fa parte dello Spazio economico europeo ed è geograficamente vicina ai confini dell’Unione.
La posizione della Norvegia
L’anno scorso la produzione gasifera della Norvegia ha quasi raggiunto il record, mentre l’output petrolifero ha toccato il livello più alto dal 2009. Le previsioni, però, indicano un rallentamento notevole della produzione dopo il 2030 se non verranno scoperti e sviluppati nuovi giacimenti: ecco perché il governo vuole portare avanti le esplorazioni nel mare di Barents, anche considerato che buona parte della ricchezza nazionale è dovuta proprio alle riserve di combustibili fossili.
Recentemente il ministro dell’Energia Terje Aasland ha dichiarato che “nell’attuale contesto geopolitico e di sicurezza, e considerata la situazione delle risorse, credo che il proseguimento delle attività nel mare di Barents sia nell’interesse sia della Norvegia che dell’Europa. Se la Norvegia”, ha aggiunto, “vuole continuare a essere un fornitore a lungo termine di petrolio e gas per l’Europa, allora l’Artico deve essere parte integrante di questa discussione. Noi svilupperemmo queste aree, e poi spetterà all’Unione decidere se imporre una moratoria sull’acquisto di quel gas o di quel petrolio”.
Nel 2025 la Norvegia ha concesso cinque licenze esplorative di petrolio e gas nel mare di Barents e quest’anno ha messo all’asta trentotto blocchi.
La posizione di Equinor
Più duro del ministro Aasland è stato Anders Opedal, l’amministratore delegato della compagnia petrolifera Equinor, secondo cui il petrolio e il gas estratti nel mare di Barents potranno venire esportati in altri mercati, qualora l’Unione europea rifiutasse queste risorse per ragioni di sostenibilità ambientale. “A risentirne sarebbe solo la sicurezza europea. Noi”, ha spiegato, “abbiamo la flessibilità necessaria” per reindirizzare i carichi altrove.






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