La “vetrina” di Bastiat. Le proteste italiane e se il Sud può fare l’unità
da LA FIONDA (Silvano Poli)

Nel 1850, poco prima di morire, l’economista francese Frédéric Bastiat pubblica un pamphlet destinato a diventare uno dei piccoli catechismi del pensiero capitalista e liberale: Ce qu’on voit et ce qu’on ne voit pas, «Ciò che si vede e ciò che non si vede». Nota è la parabola della finestra rotta. Lo scapestrato giovane figliolo del buon borghese Jacques Bonhomme manda in frantumi un vetro della bottega paterna. Immediatamente, attorno al padre furioso si raccoglie la piccola folla dei vicini che simpatizzano con lui per consolarlo. Man mano iniziano a ripetere una massima del quartiere delle botteghe: “tutto sommato, anche i vetrai devono pur vivere”, dando così da lavorare al fornaio, che darà da lavorare al sarto ecc. Bastiat sbuffa e accetta la sorte con la pazienza del contabile. Il “ciò che si vede” del titolo sono i sei franchi pagati al vetraio; ciò che non si vede sono il pane, le scarpe o il libro che Jacques Bonhomme non comprerà. La morale che generazioni di studenti di economia sono stati costretti ad imparare è che, mentre il cattivo economista si ferma all’effetto visibile, quello bravo dev’essere impegnato a cercare anche quelli che non si vedono. Da qualche giorno, la finestra di Bastiat si trova in via Torino, a Milano. Da qualche giorno, l’intero discorso pubblico italiano ruota attorno ad un po’ di vetro rotto, ad una manciata di cassonetti rovesciati, a un registratore di cassa portato via: ciò che si vede. Può sembrare paradossale che proprio la cultura che di Bastiat si dichiara erede abbia dimenticato l’unica lezione che valesse la pena ricordare. Non si trattai di un caso: l’economia è considerata da molti, da almeno un decennio, una “scienza inutile”; perlomeno l’economia positiva insegnata nelle facoltà occidentali. Un complesso sistema di astrazione che ha il compito precipuo di negare la realtà fattuale; o, peggio, che per nascondere la sua mancanza di empiria è costretta a rifugiarsi in domande di ricerca che hanno sconfessato ogni imbarazzo. D’altronde, solo così si può riuscire a premiare con il Nobel studi che si sforzano di dimostrare verità sconvolgenti come il fatto che “istituzioni inclusive sostengono la creazione di valore, mentre l’estrazione di rendita danneggia la crescita” (2024); o, ancora, “che il comportamento economico di famiglie e imprese influenza l’economia e che le politiche economiche statali possono attenuare le crisi” (2026) (sic.). Al di là di ciò, è interessante notare che la parabola, riletta oggi, contiene un dettaglio che nessuno dei commentatori di questi giorni sembra aver notato: a rompere il vetro, nel 1850, non è un barbaro venuto da fuori, ma il figlio del bottegaio.
Mentre l’informazione si accapiglia sul vetro, una scossa attraversa il Paese da nord a sud: i ragazzi delle grandi città da una parte; gli autotrasportatori e gli agricoltori di Puglia, Calabria, Sicilia e Campania dall’altra. Due “piazze” che non si somigliano, che non si parlano e che il complesso mediatico e politico ha deciso di raccontare in modi opposti. La fenomenologia di queste due piazze ci mostra esattamente ciò che diceva Bastiat: guardare ciò che non si vede. Prima, però, bisogna liberarsi dei cocci per poter lavorare serenamente… o, meglio, delle schegge. Infatti, ogni volta che una piazza o una manifestazione si scalda, il dibattito italiano si dissipa dinanzi al solo rito d’ingresso accettabile: la dichiarazione preliminare di condanna. Prima di poter dire qualunque cosa su ciò che accade, si deve giurare di essere «contro la violenza», come un tempo si giurava sul Vangelo prima di testimoniare. È una scelta forzata nel senso più preciso del termine: la libertà di parola è concessa a condizione di aver già scelto la sola risposta ammessa. Ebbene, onde evitare malintesi, chi scrive è contro la violenza da molto tempo, e non per convenienza da talk show, ma a partire da una tradizione religiosa, filosofica e politica che mette al centro gli esseri umani: la loro dignità, il loro corpo, la loro sofferenza. Per il resto, oggi si tratta di uno squallido rito divenuto insopportabile. Dover giustificare come quando e perché non si empatizza con una lasta di vetro o con un cassonetto di metallo è, semplicemente, ridicolo. Anzi, in questa pretesa si nasconde la più grande vittoria del capitalismo neoliberale: averci abituati a parlare degli oggetti come se fossero persone e delle persone come se fossero oggetti. Quando Marx gettò le basi per la sua più geniale intuizione filosofica, il feticismo della merce, non poteva immaginare fin dove le cose si sarebbero spinte. La psicoanalisi ha descritto la struttura di questo rapporto con gli oggetti con il meccanismo del rinnegamento (Verleugnung), riassunto nella formula «je sais bien, mais quand même»: so bene che è soltanto vetro, eppure lo piango come se fosse sangue. Žižek, ne La Violenza invisibile, ha insegnato a distinguere la violenza soggettiva, quella che si vede e che ha un autore e un volto, dalla violenza sistemica, che non si vede perché coincide con lo stato «normale» delle cose: la prima ci indigna proprio perché si staglia sullo sfondo apparentemente neutro della seconda, che ne è la condizione. I numeri, in questo caso, sono quasi crudeli. Le stime dei danni oscillano tra il mezzo milione indicato da Confcommercio per i soli negozi e le cifre più generose della stampa di destra; prendiamo pure per buono l’ordine di grandezza del milione di euro. Nella sola giornata di domenica, l’aumento del carburante prodotto dalla guerra di Trump – e non soltanto – è costato ai veicoli italiani circa ottanta milioni. Nonostante una parte dei danni, come i cassonetti, sia proprietà pubblica non credo ci sia molto da disperarsi: ce ne faremo carico, come ci facciamo carico di tutto il resto. Non saranno certo questi a mandarci in rovina.
Resta l’argomento preferito dell’infotainment di destra, il più commovente: i poveri commercianti. È un riflesso antico, quasi pavloviano, che ogni cronista conosce e asseconda. Tuttavia, basta passeggiare per le vie dello shopping milanese per accorgersi che il commerciante di Bastiat, il bottegaio con nome, cognome e saracinesca di famiglia, da quelle strade è sparito da decenni. Con qualche eccezione, che merita rispetto scuse e risarcimento, le vetrine colpite sono quelle di Foot Locker, di Levi’s, di Under Armour, di Decathlon, di Enel: multinazionali con fatturati miliardari, assicurate fino all’ultimo vetro, che non necessitano di alcuna compassione. E qui torna il dettaglio dimenticato della parabola. Il commerciante, nel centro delle grandi città, non c’è più perché è stato espulso: dagli affitti insostenibili, dalla rendita immobiliare, dalle catene, dalle piattaforme. È anche questo uno dei motivi della protesta. In piazza ci sono anche i figli di quei fu commercianti e, più in generale, i figli di un ceto medio espulso da ogni contesto: dal centro in cui non possono abitare, da un lavoro che non garantisce più una vita dignitosa, da un futuro che le generazioni precedenti davano per scontato. Secondo la questura, circa l’ottanta per cento dei fermati di domenica era minorenne e la gran parte veniva dalle province lombarde: cittadini italiani o ragazzi di seconda generazione. Il figlio di Jacques Bonhomme ha rotto il vetro di una bottega che non è più quella di suo padre. Prima di condannarlo, dovremmo almeno chiederci perché. Resta, invece, celata la violenza sistemica del nostro mondo: dal tetto al sostentamento, dall’accesso al lavoro e istruzione sino alla vita sociale. Un colpo di maglio, quasi impossibile da verbalizzare per la maggior parte della popolazione, divide sempre di più la nostra idea di una vita almeno umana dalle nostre condizioni concrete. Manca, come fatto notare più volte anche qui, il linguaggio per esprime la nostra costitutiva illibertà.
Il punto, ci ostiniamo a ripetere, non riguarda il vetro. Ripetere ogni volta le stesse banalità ha prodotto un effetto ben più grave di qualsiasi vetrina spaccata: ha esteso la categoria di violenza a qualunque cosa. Con questa mossa, lenta e costante, siamo arrivati a negare i principi stessi della protesta. Non si possono bloccare le strade; non si può manifestare senza essere provocati e infiltrati da agenti in borghese; non si può nemmeno praticare la più passiva delle forme di dissenso, sedersi per terra, se questo ostacola qualcosa o qualcuno. Il diritto inalienabile della santa proprietà nella sua versione neoliberale è più esteso che mai: non protegge più soltanto le cose e chi le possiede, ma anche la priorità delle persone e, soprattutto, la sacralità di coloro che possono pagare per non essere disturbati. Va bene protestare, si dice, ma guai se questo costa dieci minuti di fastidio. Una democrazia che tollera il dissenso solo a condizione che non si veda e non si senta ha in realtà già smesso di tollerarlo. Come in questo stato di cose ci si possa sorprendere che la violenza «esploda» rimane un mistero. Un mistero ancora più strano se si pensa che, a ben vedere, non è nemmeno esplosa: le piazze europee, e quelle italiane soprattutto, sono fin troppo pacifiche. Al netto di pochi scontri con le forze dell’ordine, il bersaglio dei pochi facinorosi è stato appunto vetrino, cassonetti, qualche indumento e poco più. Quando ogni forma di conflitto viene derubricata a violenza, la violenza diventa letteralmente l’unico e ultimo strumento rimasto. Lacan ha distinto il passaggio all’atto dall’acting out: il primo è un’uscita di scena, il secondo una messa in scena, un messaggio rivolto a un Altro che non ascolta. Le vetrine di via Torino sono un acting out da manuale. Martin Luther King lo disse con minore sofisticazione e maggiore esattezza quando spiegò che la rivolta è “il linguaggio di chi non viene ascoltato”. Per questo, davanti al chiacchiericcio insensato che pretende di elevare l’integrità del vetro sopra la dignità dell’esistenza umana, calpestata ogni giorno da questo sistema, la nostra scelta non può che essere il silenzio e l’incuranza. La politica deve essere l’impassibilità: anche se è successo, non ci interessa, perché non è questo il tema.
Il tema, piuttosto, è la differenza di trattamento tra le due proteste. L’avversione e l’enfasi sulle vetrine, infatti, non dipendono dalla violenza in sé, ma sono una banale strategia comunicativa per far risaltare la matrice della manifestazione. In un paese di cultura politica piccolo-borghese, segnato inevitabilmente da quel familismo amorale che Banfield descriveva come caratteristico già negli anni Cinquanta, la protesta studentesca è da sempre guardata con sospetto. Certo, la sua tradizione recente non aiuta e concede tutte le attenuanti alla cd. “maggioranza silenziosa”. Nell’immaginario nazionale lo studente in piazza resta sempre il “figlio di papà” di sessantottina memoria. E, d’altronde, le piazze sono ancora spesso popolate da queste inutili creature: una semplificazione del celebre passaggio di Pasolini sui poliziotti e i manifestanti degli anni ’60. Soprattutto negli ultimi anni, le proteste giovanili delle grandi città sono state percepite da un’ampia parte del Paese come il pascolo dei privilegiati; un momento dedicato a coloro che vivono la protesta come “una stagione della vita”; coloro che dopo il corteo tornano nel salotto dei genitori o nella seconda casa al mare. Il tempo della crescita e della maturazione civile di chi se lo può permettere: di chi se sbaglia a sedici anni ha sempre un avvocato di famiglia e una seconda possibilità; una tappa obbligata precedente al septum e alla colorazione dei capelli prima di ripulirsi intorno ai trenta per subentrare nello studio di papa o nell’ASL in cui lavora mamma. È una figura che esiste, impossibile negarlo, anche in questo momento. Ma la piazza di questi giorni non è una solo questa gioventù. Accanto a quei ragazzi ce ne sono molti altri, venuti dalle periferie e dai comuni di cintura, spesso figli di chi in questo paese è arrivato da fuori, che il centro città lo attraversano da spettatori e per i quali un errore rischia di restare addosso per sempre: se Pasolini stava con i poliziotti figli di proletari, oggi i figli dei proletari sono di nuovo in buona parte dall’altra parte dello scudo. Il fronte della conservazione – dominante in Italia sin dai tempi del Gattopardo – ha tuttavia buon gioco a sovrapporre le due figure e a colpirle insieme. Agli elettori e ai tifosi di destra basta poco: una bandiera palestinese al posto di quella italiana, uno slogan, un volto coperto. La delegittimazione, del resto, non si ferma ai ragazzi: persino i docenti, coetanei di quell’elettorato ruvido e diffidente, vengono accusati e denigrati in quanto “dispensatori di propaganda”. Non c’è da illudersi: dalle piazze del centro nord non riusciremo a cavare molto, men che meno tentare di instillare una goccia di novità nel senso comune del paese: troppa la diffidenza – in gran parte giustificata.
Ben altra storia al Sud. Da settimane autotrasportatori e agricoltori bloccano strade e autostrade contro il caro carburante e i prezzi imposti dalla grande distribuzione. Decine di tir partiti da Altamura fino alla sede della Regione a Bari, i rifornimenti energetici del vibonese impantanati, il varco del porto commerciale di Napoli ostruito, distributori a secco e scaffali dei supermercati senza prodotti freschi. Eppure, il racconto è un altro. Per molti giorni la protesta è rimasta sottotraccia, se non taciuta: questo, nonostante da almeno una settimana in provincie come quella di Cosenza non arrivi più carburante, frutta, verdure e generi di prima necessità. Qualcosa è cambiato in questi ultimi giorni, ora che la protesta si è estesa fino ai confini della Campania, investendo il primo tratto decisivo della aorta della logistica italiana: l’A1 Milano-Napoli. Per la stessa mentalità che porta a considerare il lavoro un privilegio da difendere più che un diritto da rivendicare, quando a protestare sono uomini di mezza età della provincia la cosa non può essere esasperata: deve essere occultata o, al massimo, edulcorata. Le loro proteste sono pacifiche e nessuno parlerà mai di devastazione per un’autostrada bloccata; nessuno chiederà ai camionisti di dissociarsi da qualche collega facinoroso. Difficilmente le proteste degli agricoltori verranno criticate: al contrario dei «ragazzini debosciati», i lavoratori della terra e dei trasporti hanno spesso piccole attività proprie, cosa che li accomuna ad altre migliaia di piccole e medie imprese italiane. Le loro proteste partono dalla provincia senza intaccare il decoro dei centri: essi sono la rappresentazione di un’italianità produttivista che nell’immaginario nazionale – perlomeno in quello degli elettori sopra i quarantacinque anni – merita di essere protetta e difesa apriori. Il silenzio reiterato come strategia di framing, l’imprinting operato dal complesso dei media e della politica, ci dicono molto più di pagine e pagine di articoli. Ci rivela quali sono i blocchi sociali dotati di potenziale articolatorio in questo Paese. La protesta del Sud, infatti, non viene estromessa dalla narrazione in quanto innocua, ma in quanto tremendamente pericolosa: sono i soli ad avere davvero il potere di accendere un fuoco. Il blocco della distribuzione di beni essenziali come il carburante e i cibi freschi può aprire a conseguenze pericolose per la tenuta sociale che nessuna vetrina potrà mai produrre. Lo dimostra la rapidità con cui il ministro dei Trasporti ha anticipato l’incontro con le associazioni di categoria, convocando anche le sigle autonome di Calabria, Sicilia e Puglia a Milano.
È a questo punto che la fenomenologia deve farsi politica. La tradizione del Sessantotto ci ha abituati a una gerarchia precisa: gli studenti come avanguardia, i lavoratori (specie del sud) come massa da risvegliare. Se oggi una gerarchia esiste, in barba a quella tradizione e in ossequio al pensiero di Gramsci, essa deve rispettare il dominio del senso comune, del nazionalpopolare, anche se questo rende il lavoro molto più difficile. Per Gramsci il senso comune non è l’errore da correggere, ma il terreno sedimentato su cui ogni egemonia deve essere costruita, ciò che corre carsicamente nel sostrato della terra e di un popolo. Una «filosofia dei non filosofi», contraddittoria e stratificata, eppure l’unica in cui un progetto politico possa mettere radici. Se anche solo una speranza di trasformare le proteste di questi giorni in qualcosa di più c’è, risiede certamente nel potenziale articolatorio di settori come i trasporti, l’agricoltura e i servizi, soprattutto al Sud: un contesto in cui la piccola e piccolissima impresa porta a sfumare la distinzione tra lavoratori e padroni permettendo un fronte più largo, in cui si legano altre vertenze a fare da collante. Che ci piaccia o no, sono loro i depositari del senso comune adesso. Certo, si tratta di settori storicamente poveri di istanze progressiste – sarebbe disonesto fingere il contrario. Per questo il nostro primo dovere è sperare che le mancette e i ristori promessi dal governo non blocchino la rabbia. Subito dopo il compito non è cercare di trasformare le proteste della parte bassa della classe media del Sud in ciò che non sono, quanto, piuttosto, provare a saldare i due blocchi e attingere da ciascuno ciò che all’altra manca. Dai primi l’incidenza sull’opinione pubblica e la legittimazione di matrice nazionalpopolare; dai secondi, la rappresentanza radicale e la capacità di nominare il sistema e le sue aporie. Insieme, per cercare di concepire insieme qualcosa di meglio. Nella teoria proposta da E. Laclau questa è l’operazione decisiva: domande eterogenee, ciascuna insoddisfatta per conto proprio, smettono di essere richieste isolate da gestire una per una e si riconoscono equivalenti nel loro antagonismo verso un medesimo ordine. Il camionista che chiede il gasolio a un prezzo sostenibile e lo studente che chiede una scuola che non cada a pezzi non vogliono la stessa cosa, ma possono imparare a capire che è necessario abbattere lo stesso muro.
Il discorso, a guardarlo sul piano economico, è meno astratto di quanto sembri. L’Italia è attraversata da una scossa: agricoltori, piccoli produttori, autotrasportatori, studenti, insegnanti, operai della siderurgia, della meccanica, dell’automotive e delle telecomunicazioni, lavoratori portuali, inquilini manifestano in forme in larga misura autorganizzate. Il nemico principale, per tutti, è la povertà crescente insite nel processo di accumulazione neoliberale: intere fasce di popolazione non riescono più a far fronte con il proprio reddito a esigenze fondamentali e avvertono, con chiarezza, che non esiste più alcun meccanismo in grado di proteggerle. Questa miriade di soggetti costituisce una classe nel senso più materiale del termine, perché condivide il tratto più forte che possa esistere: l’esperienza di vita (Erlebnis). Un dato comune fatto dal sentire sulla propria pella la precarietà assoluta dell’esistenza rispetto alle condizioni minime di dignità. Una classe che già esiste e che non va pedagogizzata, né trattata come l’ennesimo target elettorale, ma aiutata a costituire una propria rappresentanza sociale e politica. Una classe che, per esprimersi, ha bisogno di una linea di demarcazione netta, nettissima: innanzitutto nei confronti di chi non ha accesso (fortunatamente per lui/lei) a questo dato di vita e quindi non può sostenere con la stessa veemenza un’istanza. In breve, da tutti coloro che troppo a lungo hanno trattato la protesa come una fase spericolata della propria FOMO di esperienze. Inoltre, estraneità nei confronti di chi ha condotto i cittadini ad una lotta sistematica per la sopravvivenza, impoverendoli scientemente per renderli più dipendenti e meno liberi. Ogni gruppo nasce da una decisione, nel senso etimologico del termine, del tagliare fuori: non esiste un «noi» senza un «loro». L’alternativa, del resto, la conosciamo bene. Se lasciamo agricoltori e autotrasportatori soli, finiranno per accettare l’ennesimo bonus/contributo/sconto per tornare a casa: soprattutto al Sud, dove le microimprese vivono di boccate d’ossigeno, fino alla crisi successiva. È il gattopardismo applicato al gasolio: concedere qualcosa perché nulla cambi.
Eppure, una parte consistente della sinistra italiana guarda a tutto questo con un’unica preoccupazione: che le piazze possano favorire il governo. Parlare della sinistra italiana, ora rinominatasi “Fronte Largo”, può sembrare accanimento terapeutico. Tuttavia, il nostro presente è semplicemente il segno di quanto la sconfitta possa essere introiettata da certi partiti sino a diventarne la struttura stessa: il PD, Partito Disfatta. La teoria politica psicoanalitica ha descritto con precisione la condotta del nevrotico ossessivo: egli è freneticamente attivo, parla, organizza, si agita, allo scopo di impedire che qualcosa accada davvero. La sinistra che commenta, distingue, si dissocia, condanna violenza e invita alla calma è esattamente questo: un’attività incessante al servizio dell’immobilità. Il suo fatalismo non è rassegnazione, ma godimento: il godimento di chi preferisce la certezza della sconfitta all’angoscia della possibilità. Semplicemente, non possiamo più permettercelo. Con una guerra ormai voluta da tutti, un’Europa divenuta il soggetto politico più sfruttato dagli Stati Uniti e più isolato dal resto del mondo, una crisi finanziaria che appare inevitabile, una crisi del lavoro che l’intelligenza artificiale renderà epocale, il cambiamento climatico e l’inefficienza pura della politica contemporanea al servizio del capotale finanziario, non possiamo permetterci di perdere nemmeno mezza occasione. La Spagna, in questo, ha qualcosa da insegnarci. Le proteste per la casa, nate dallo sfratto di una donna di ottantasette anni e cresciute contro canoni insostenibili e speculazione dei grandi gruppi immobiliari, hanno contribuito a far saltare un governo. Bocciati i decreti su sfratti e affitti dal voto congiunto di Popolari, Vox e Junts, Sánchez ha portato il paese a elezioni anticipate per il 29 novembre. Certo, ciò è stato possibile anche grazie a una notevole strategia politica: il premier potrà fare campagna elettorale mostrando che non gli è stato permesso di attuare i suoi provvedimenti e che gli serve una maggioranza più ampia. È una mossa rischiosa? Certamente, e i sondaggi che danno leggermente favorite le destre lo ricordano. Ma almeno dà un futuro e un colore politico, e anima le prospettive di chi è sceso in piazza. Allo stesso modo sta cercando di fare Melenchon in Francia, rivolgendosi esclusivamente agli studenti e ai lavoratori in piazza, bypassando e screditando i media ufficiali in una critica che arriva ad investire alcuni dei concetti stessi del capitalismo, come profitto e PIL. Da noi, invece, ci si preoccupa che la piazza disturbi.
Per questo l’unica pars construens possibile, in questo momento, consiste nell’esasperare i rapporti, nel proseguire con lo sciopero e con i blocchi, nel non frenare la miccia verso lo sciopero del 30. Non si tratta di un’estetica della rivolta, ma di non lasciare che il conflitto venga riassorbito prima di aver prodotto una forma. Imparare a coordinare questi due gruppi, e a teorizzare l’articolazione delle loro istanze, potrebbe essere la prima fase dello sviluppo tecnologico più importante e più necessario della nostra epoca. Non un’applicazione né un modello linguistico, ma una nuova organizzazione dei rapporti sociali e del potere politico: una rinascita di uno Stato più moderno europeo in veste completamente nuova, costruita dal basso, di cui si avverte l’esigenza da anni e che, tuttavia, non riusciamo nemmeno a immaginare. Si obietterà che manca la teoria, che manca il programma, che mancano le ragioni. È l’obiezione di sempre e, come sempre, è mal posta. Žižek, riflettendo sull’amore e sulla fede, ha saputo illuminare un punto che la sinistra ignora da troppo: le ragioni per credere non precedono la pratica del credere, ma diventano visibili soltanto a chi ha già cominciato a credere. È la vecchia lezione di Pascal – fate come se credeste, prendete l’acqua benedetta, fate dire messe, e la fede verrà – che Althusser aveva già riletto come teoria dell’ideologia. Allo stesso modo, forse, cominciare a operare è l’unico modo per iniziare a vedere nuove forme di teorizzazione ricavate dalla pratica. Non si attende la teoria per agire: si agisce perché la teoria abbia finalmente qualcosa da pensare.
Per tornare al nostro Bastiat, ciò che si vede in questi giorni sono i cocci di qualche vetrina. Ciò che non si vede è tutto il resto: gli ottanta milioni bruciati in una domenica alla pompa, i tir fermi sulle provinciali, i ragazzi che a quattordici anni sono già convinti di non avere nulla da perdere, i supermercati vuoti, gli affitti record, un impianto europeo che non regge più. E, soprattutto, ciò che ancora non si vede perché non esiste: il legame tra queste piazze e la forma politica che potrebbe nascere dalla loro saldatura. E che dobbiamo impegnarci a far nascere. Il cattivo economista, scriveva Bastiat, si ferma all’effetto visibile; il cattivo politico, parafrasando, si ferma alla vetrina. Brecht chiedeva che cosa sia mai rapinare una banca rispetto a fondarne una; oggi potremmo chiederci che cosa sia mai rompere una vetrina rispetto ad affamare un Paese con una violenza soporifera e ipodermica fatta di regole economiche. La miccia è accesa, ed è accesa da nord a sud: lasciarla spegnere per qualche scheggia di vetro sarebbe imperdonabile.





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