Se torna la guerra
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Enrico Tomaselli)

In occasione dell’81^ Assemblea Generale dell’ONU, la delegazione iraniana – guidata dal Presidente Pezeshkian e dal Ministro degli Esteri Araghchi – ha trasmesso agli Stati Uniti, attraverso l’intermediazione di funzionari qatarioti, una nuova proposta di risoluzione del conflitto, che sostanzialmente ricalcava il Memorandum d’Intesa siglato il 17 giugno scorso, ma con l’introduzione di una variabile temporale: la nuova proposta, infatti, prevedeva soltanto sette giorni dall’accettazione per cominciare a procedere con i passi preliminari, cioè sospensione del blocco navale, fine delle sanzioni, cessazione dei conflitti in tutta la regione, e poi riapertura dello Stretto di Hormuz.
Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe deciso di respingere questa nuova iniziativa iraniana, nella convinzione che Teheran sia allo stremo e che cederà. Sempre secondo il quotidiano, il presidente statunitense avrebbe in animo di attaccare nuovamente l’Iran dopo le elezioni di midterm. Sinora, comunque, non c’è una comunicazione ufficiale da parte americana.
Che l’indiscrezione del WSJ sia molto probabilmente fondata è facilmente deducibile da alcuni elementi. Innanzi tutto, se la proposta ricalca il Memorandum, questo è chiaramente un quadro inaccettabile per Trump. Quando lo firmò in pompa magna, benché apparisse come una vera e propria capitolazione, lo fece sotto la pressione congiunta dei mercati energetici e del Pentagono, che segnalava serie difficoltà nel proseguire la guerra. E comunque senza alcuna seria intenzione di rispettarlo così com’era. Ma nel frattempo le cose sono cambiate a Washington, e il partito della guerra è oggi più forte. Anche se il mercato dei treasure continua ad essere in difficoltà, la Federal Reserve stampa dollari come se piovesse (negli ultimi 9 mesi 355 miliardi di dollari!) per acquistarli, il mercato azionario continua ad attrarre capitali, e quello energetico oscilla ma non esplode. Trump è più debole nella sua amministrazione, e negli USA, ma si sente più forte sul piano internazionale perché l’America regge botta.
Inoltre, la sua percezione che l’Iran stia cominciando ad accusare pesantemente la pressione lo rende sicuro di un prossimo cedimento. E da questo punto di vista, certe dichiarazioni di Pezeshkian alle tv statunitensi lo hanno rafforzato in questa convinzione. Del resto, il fatto stesso che l’iniziativa sia partita da Teheran, dal suo punto di vista segnala esattamente questo. In questo quadro, l’ipotesi di far passare le elezioni di novembre, e poi dare un altro colpo alla Repubblica Islamica, appare del tutto plausibile e coerente con la linea perseguita dall’amministrazione Trump.
Il punto, ovviamente, è cosa accade dall’altra parte.
Con ogni probabilità, questa nuova proposta rappresentava un ulteriore opportunità – l’ultima, a mio avviso – che la Guida Suprema ed il Consiglio di Sicurezza Nazionale hanno dato all’ala più convinta della possibilità (e della necessità) di un dialogo, per uscire dall’attuale situazione. Possibilità che, già fragile in partenza, è stata resa ancor più debole proprio dalla sincera preoccupazione di Pezeshkian per la situazione del paese, nonché dalla sua inadeguatezza al ruolo ed al contesto. Il rifiuto statunitense, in ogni caso, mette la pietra tombale su qualsiasi possibilità di un negoziato equilibrato, e quindi le posizioni moderate e dialoganti, all’interno dell’establishment iraniano, verranno messe all’angolo.
Ma la vera domanda è come si porrà Teheran, rispetto ad un quadro caratterizzato dalla rigidità americana e dalla minaccia di una nuova ondata di attacchi.
L’Iran ha dalla sua soprattutto due leve: la possibilità di far veramente esplodere il mercato energetico, bloccando sul serio Hormuz – ed eventualmente Bab el Mandeb – ed anticipare l’attacco statunitense, stabilendo così il nuovo livello di escalation. Le due cose sono ovviamente connesse, perché la prima sarebbe impossibile senza la seconda.
Da un punto di vista tattico, l’Iran ha dalla sua la sempre più scarsa capacità difensiva delle forze statunitensi, per via della nota scarsità di intercettori. Ma, al tempo stesso, deve fare i conti col ripiegamento delle forze USA verso la Giordania e Israele; la maggior distanza, e quindi tempi più lunghi tra il lancio di vettori iraniani e l’impatto, rende possibile usare anche l’aviazione per intercettarli, e non solo i sistemi basati a terra. Inoltre, Amman non ha ancora consumato le sue scorte di missili intercettori, e una nuova fase cinetica sicuramente coinvolgerebbe Israele.
Tutto ciò significa che colpire le forze statunitensi – ed israeliane – richiederà un impiego significativo di vettori, mentre al tempo stesso Teheran dovrà considerare che la risposta colpirà molto probabilmente infrastrutture civili. La soluzione migliore, dal punto di vista iraniano, quindi, sarebbe quella di chiudere lo Stretto, colpendo ogni nave che provi a passare, e poi colpire il punto debole del nemico, ovvero la flotta di aerei cisterna necessaria per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri, che decollano da una distanza superiore all’autonomia di volo.
Flotta che attualmente è concentrata in pochi aeroporti giordani ed israeliani, e nella base di Al Udeid in Qatar. Un first strike su questi obiettivi avrebbe un gran valore simbolico ma anche operativo e strategico, e conseguentemente negoziale. E lascerebbe comunque il margine per una ulteriore escalation verso l’Oceano Indiano – come minacciato da Teheran – sia verso le due squadre navali statunitensi (circa 40 navi), sia verso la strategica base di Diego Garcia.
In ogni caso, è abbastanza prevedibile che stiamo andando incontro ad una nuova, drammatica fiammata di guerra, che oltretutto rischia di allargarsi sia sul piano regionale che su quello internazionale. È abbastanza evidente che una ripresa dei combattimenti comporta una quasi certa saldatura col conflitto tra sauditi e yemeniti, ed il coinvolgimento di Israele può facilmente portare con sé Libano, Palestina e forse persino la Siria. Per non parlare del fatto che l’improvvida volontà italiana e francese di intervenire militarmente nel conflitto tra Arabia Saudita e Yemen rischia seriamente di trascinare direttamente la NATO nella guerra in Asia Occidentale. Con Pakistan e Turchia che per ora cercano di mantenersi fuori, ma che a loro volta potrebbero ritrovarsi coinvolti.
Se questo scenario dovesse, anche solo in parte, concretizzarsi, è assai probabile che non basteranno i post di Trump per evitare che il petrolio schizzi verso i 150/200 $ a barile. E questo significa, sic et simpliciter, recessione.
#TGP #Geopolitica
Fonte: https://www.facebook.com/enrico.tomaselli/posts/pfbid034goRRgJ82E7HTvNCfzKcUPWYBCC361S31cyAAz4ReMTd9XxHxjrsMDtUmEEHSQ6Tl?rdid=o2h6VoFfnxSB1Tfa#





Commenti recenti