Non ci sono “Naza” a Gaza: la menzogna della “vittima collaterale” nello sterminio palestinese
da L’ANTIDIPLOMATICO (Giulia Bertotto)
È la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all’epoca della Tv, ma uno sterminio in diretta social

Il primo film su un genocidio mentre è in corso
Sul docufilm “Naza” è stato detto di tutto. Che si tratta di un film surrettiziamente colonialista poiché dando risalto alla testimonianza del carnefice delegittima la voce palestinese, che se il film può sensibilizzare l’opinione pubblica ancora tiepida sulla causa palestinese allora ben venga, che è un atto di autocritica da parte di registi israeliani e che deve aggiungersi e non sostituirsi alle migliaia di denunce, video, foto, atti legali dei palestinesi. Tutte queste considerazioni sembrano ricevibili e niente affatto peregrine.
Il lungometraggio è così dibattuto, criticato e sentito perché è la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all’epoca della Tv, ma un genocidio in diretta social. Un livello di fusione tra immagine sullo schermo e realtà dei corpi che non era mai stato raggiunto prima. Un livello di derealizzazione e di normalizzazione della carneficina e del dolore inedito. Il film quindi non viene valutato sul piano cinematografico, ma giudicato soprattutto sul piano etico, giuridico e politico.
25 minuti di applausi, 3 anni di testimonianze palestinesi
Per entrare nel merito del film, innanzitutto bisogna dire che Naza non aggiunge molte informazioni a chi già si documenta da anni da fonti de-sionistizzate, e soprattutto a chi è in contatto con le famiglie palestinesi della Striscia. Già conoscevamo il sodalizio perverso e sadico tra intelligenza artificiale e disumanizzazione emotiva nei ranghi militari israeliani (nonché nell’intera società israeliana). Gli intervistati sapevano di compiere massacri di famiglie disarmate premendo un bottone e lo hanno fatto “come in un video game” o raccontando con indifferenza le cosiddette “stragi della farina”, quando il cibo usato come esca serviva a radunare gli affamati per sparargli in massa. Un genocidio a cielo aperto, su scala industriale, con metodi scientifici e attraverso mezzi digitale-virtuali. Un genocidio raccontato dalle vittime e dai carnefici sui social media. Una vertigine surreale e insieme iper-reale, un’apocalisse sociale e morale in cui siamo complici, spettatori e oppositori.
Spiare e sterminare
La morbosità delle case. Durante tutte le interviste ai militari condotte da uno dei registi, la telecamera indugia nelle case di Tel Aviv, tra chi stende i panni e chi pulisce le briciole dal tavolo. Almeno dal 2023 i palestinesi vengono spiati in ogni momento quotidiano, mentre cenano, fanno faccende domestiche o compiti per la scuola. Già dal 1967 a Gaza nessuna infrastruttura delle comunicazioni è stata fuori dal controllo dell’occupante, che proprio per ispezionare ogni conversazione le ha costruite impedendo di farlo ai palestinesi. Israele origlia costantemente i palestinesi, due milioni e mezzo di persone nel 2023, e chi scambia messaggi o chiamate con loro. Da Mosca, da Sidney, da Roma. I cittadini ebrei hanno scambiato, indottrinati nel sionismo, i propri vicini di casa arabi coi loro aguzzini europei. Il sistema sionista mondiale comunque, sbircia nello spioncino di tutti: ricatta i governi, monitora la vita privata di capi di stato, sorveglia tutti noi mentre ci scambiamo messaggi con le persone che stanno annientando. Un panottico paranoico in delirio messianico. È un incubo dentro e fuori dalla sala del cinema. Questo sistema di spionaggio capillare internazionale impone un’azione collettiva, politica e giuridica, immediata.
Uno strumento politico?
Una critica che dobbiamo fare è la seguente: il montaggio può far apparire la persecuzione dei gazawi come una responsabilità esclusiva di Netanyahu e a partire dal 7 ottobre, che a più riprese compare nel docufilm. Ma il genocidio palestinese su larga scala a Gaza non è che il precipitato inevitabile della dottrina sionista, dell’apartheid e dell’occupazione, la quale infesta il Medio Oriente almeno dai primi del Novecento. Mi domando infatti, se questo lungometraggio, che esce con gran fragore a Venezia e nelle sale ad un mese esatto dalle elezioni alla Knesset, non sia parte di un’operazione anti-Likud e che possa strizzare l’occhio all’opposizione israeliana, opposizione che è comunque sionista. Negli stessi giorni nei cinema anche The Bibi files, sugli scandali di corruzione di cui è protagonista Netanyahu. A questo proposito, dato che qui si parla di film sul grande schermo, occorre vedere anche l’intensissimo e struggente “Palestina36”, per non dimenticare mai a quando risalgono le mire territoriali del sionismo.
A Gaza non ci sono “Naza”
A Gaza in realtà non ci sono “Naza”, cioè vittime collaterali di obiettivi umani (“membri di Hamas”) come ripetuto ai soldati per condizionarli all’eccidio e come loro stessi si sono ripetuti per distruggere interi palazzi, condomini, ospedali senza rimorso. Nessun sionista infatti pensa mai ad un palestinese come ad una vittima, perché non lo considera un essere umano, ma uno pseudo-umano, moralmente inferiore e pericoloso. Il progetto suprematista chiamato Israele non ha mai considerato una vita palestinese come “Naza”, un prezzo umano da pagare per la sicurezza, ma solo un’entità non propriamente umana da estirpare[1]. “Naza” è sempre stato un raggiro raccontato al mondo e ai militari: “Ci dispiace per i civili ma dobbiamo sradicare Hamas”. Una mistificazione a cui ha creduto solo chi non conosceva la questione palestinese, perché il piano sionista ha sempre voluto e dichiarato di voler spazzare via ogni forma di vita umana, di memoria storica, di architettura autoctona, per portare avanti il progetto di sostituzione etnica. Sbriciolare Gaza, insediare colonie.
Non ci sono terroristi a Gaza, ma solo resistenti!
“Non ci sono innocenti a Gaza ma solo terroristi”. Questo dicono continuamente i vertici militari ai soldati per deumanizzare sia le vittime che i carnefici al contempo. Io non so cosa sia l’innocenza su questa terra, ma di certo a Gaza non ci sono terroristi. A Gaza sono tutti resistenti e partigiani. A Gaza sono resistenti i bambini che giocano, i gattini che fanno le fusa, le capre che danno latte, gli anziani che ricordano, le donne che studiano o pregano, gli uomini che imbracciano una telecamera o razzi Qassam.
[1] Il medico israeliano che ha paragonato l’uccisione dei palestinesi a Gaza allo sterminio di “scarafaggi” è il chirurgo e riservista dell’esercito Sabo Amos. Il caso è emerso a maggio 2025, quando Amos ha pubblicato un post su X (poi eliminato) in cui descriveva la sua partecipazione alle operazioni militari a Gaza come un intervento di “medicina preventiva” e di “salute pubblica”, aggiungendo: «Dopotutto, stiamo parlando di sterminare gli scarafaggi e altri insetti disgustosi». Nel medesimo contesto aveva anche esortato le forze armate a “dissuaderli” o “macinarli” (grind them). Si tratta solo di una delle più recenti dichiarazioni di questo genere.






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