L’Istat smentisce il governo: la pressione fiscale in Italia continua ad aumentare
di L’INDIPENDENTE (Stefano Baudino)

Mentre il governo Meloni rivendica il taglio delle tasse, i conti dell’Istat restituiscono un aumento del peso complessivo del fisco sull’economia. Come dimostra l’ultimo rapporto pubblicato dall’Istituto, nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale ha infatti raggiunto il 43,5%, mezzo punto in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Intanto, rispetto al trimestre precedente, il potere d’acquisto delle famiglie è calato dello 0,9%. L’aumento dell’indicatore non dimostra automaticamente un rialzo delle aliquote, ma ridimensiona il racconto dell’esecutivo: il prelievo cresce rispetto alla ricchezza prodotta, mentre il drenaggio fiscale può assorbire parte degli aumenti nominali di salari e pensioni.
L’incremento emerge anche se si considera l’intero primo semestre: la pressione fiscale passa dal 39,8% al 40,2%. Una tendenza che segue quella del 2025, quando il dato annuale aveva raggiunto il 42,9%, con una crescita di 0,7 punti sul 2024. Per interpretare questi numeri occorre ovviamente distinguere le aliquote, ovvero le percentuali applicate alle basi imponibili, dalla pressione fiscale. Quest’ultima, infatti, rapporta la somma di imposte dirette, indirette, in conto capitale e contributi sociali al Pil nominale, cioè il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti in un Paese in un dato anno, calcolato utilizzando i prezzi correnti. Se il prelievo cresce più rapidamente del Pil, il rapporto aumenta.
Questo scenario, è bene dirlo, può avere luogo anche al netto dell’introduzione di nuovi tributi: a influire sono infatti l’occupazione, la composizione dei redditi e il recupero dell’evasione. L’indicatore, inoltre, non descrive il carico di ogni singolo contribuente. Proprio su tale distinzione punta i piedi la compagine di governo, che attribuisce l’aumento delle entrate anche alla crescita degli occupati e al contrasto all’evasione. Sono spiegazioni possibili, ma insufficienti a chiudere la questione: più lavoratori possono far crescere anche il Pil, dunque non determinano necessariamente un aumento del rapporto. Il comunicato Istat, a ogni modo, non quantifica quanto ciascun fattore influisca sul risultato.
Resta invece un meccanismo in grado di aggravare il prelievo effettivo senza modificare le aliquote, ovvero il drenaggio fiscale. Infatti, nel momento in cui salari e pensioni aumentano per recuperare l’inflazione, ma soglie e detrazioni dell’Irpef non vengono adeguate, il fisco può trattare come maggiore capacità contributiva quello che è soltanto un recupero del costo della vita. Una parte del reddito può ricadere nello scaglione superiore, oppure possono ridursi le detrazioni. In questo modo cresce dunque la quota assorbita dall’imposta, anche senza un miglioramento del tenore di vita. Il fenomeno può operare anche restando nello stesso scaglione. «L’aumento della pressione fiscale pesa prevalentemente su lavoratori dipendenti e pensionati», ha dichiarato il segretario confederale Christian Ferrari, che ha stimato in oltre 30 miliardi il costo del fenomeno per i redditi fissi tra il 2022 e il 2025. Il sindacato ha chiesto di indicizzare l’Irpef all’inflazione, ritenendo insufficienti le misure spot varate dal governo negli ultimi mesi.
Completando il quadro tracciato dal report Istat, si evidenzia uno spaccato in cui i nuclei familiari faticano a tenere il passo del costo della vita. Nel secondo trimestre, rispetto ai tre mesi precedenti, il reddito disponibile è cresciuto dello 0,4%, mentre i prezzi dei beni e servizi consumati sono aumentati dell’1,4%. La spesa per consumi è salita dell’1,7%, più rapidamente delle risorse a disposizione. La quota di reddito destinata al risparmio è così scesa al 6,7%, perdendo 1,2 punti. L’economia, intanto, cresce in maniera lenta: il Pil è salito dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1,0% rispetto a un anno fa. Migliorano i conti dello Stato, con il deficit passato al 2,0% del Pil dal 2,1% del secondo trimestre 2025; le entrate sono aumentate del 4,5% in dodici mesi.





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