Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma
da LA FIONDA (Alessandro Visalli)

Parte Prima
Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, parleremo del contesto emerso nei dialoghi tenuti alla riunione Brics di New Delhi. Di seguito presenteremo due casi utili a comprendere il contesto del confronto e scontro tra sistemi diversi che si sta affacciando sulla scena mondiale. Nella seconda ne approfondiremo ragioni e conseguenze.
Sommario
La trasformazione in corso della struttura dell’economia mondiale può essere descritta attraverso la chiave della transizione tra il modello neoliberale[1] e il potere unipolare occidentale ed un modello che si fa strada dentro gli spazi creato dalla sua estenuazione[2]. Tutto questo incarna la lotta per controllare, ancora una volta, il mutamento della “Piattaforma tecnologica”[3]. Piattaforma mutata nel tempo da quella fordista (dei cosiddetti ‘trent’anni gloriosi’) a quella dell’accumulazione flessibile (neoliberale), verso una nuova dimensione della produzione dell’umano stesso che si affaccia con le recenti e potentissime tecnologie dell’informazione. Provvisoriamente, consideriamo “Piattaforma tecnologica” il complesso delle condizioni e regolazioni, ma anche delle relazioni che integrano e rendono efficaci i diversi “Sistemi tecnici” intorno ai quali si attiva la competizione tra sistemi.
Questo movimento, che è in corso ed accelera, ha mostrato al 18° vertice dei Brics una specifica forma: i paesi del Sud del mondo hanno manifestato la possibilità che le relazioni interne al complesso riproducano involontariamente i meccanismi estrattivi del sistema-mondo ‘globalista’, erede della storia coloniale, imperiale e neo-coloniale occidentale. L’11 settembre il Presidente Sudafricano ha lamentato la deindustrializzazione incipiente del paese, segregato a fornitore di materie prime, il dialogo India-Cina ha confermato il punto. La risposta di Xi è stata di estendere la Piattaforma tecnica cinese e metterla a disposizione, insieme ad investimenti diretti e sostegni. Ciò può portare ad un mutamento degli assetti-mondo ed aumentare la pressione su di noi europei in particolare. Tuttavia, è anche la risposta ad una specifica difficoltà cinese, molto nota e discussa[4], quella ad espandere i consumi interni. E quindi riproduce, allargandola, quella struttura di squilibri che, inesorabilmente, ci sta portando alla guerra.
Il problema fondamentale
Il 12 e 13 settembre 2026 a New Delhi si è tenuto il diciottesimo vertice dei Brics. In questo testo interrogheremo brevemente il corpus delle dichiarazioni e dei lavori da un angolo specifico: la trasformazione in corso della struttura dell’economia mondiale. Struttura creata dai modelli industriali, finanziari e commerciali istituiti e dalle relazioni che ne conseguono tra i blocchi economici in formazione. Con essa osserveremo gli effetti dell’accelerazione dei processi tecnologici e della competizione di Piattaforma[5]. Durante i lavori si è manifestata infatti in maggiore luce una tensione da tempo all’opera nel sistema dei Brics. In generale, una tensione crescente nella traiettoria della transizione in corso tra il ‘sistema-mondo’ unipolare e un diverso assetto del potere e delle relazioni internazionali le cui coordinate non sono ancora definite. Assetto che va considerato come un’intersezione di più arene di scontro, e complessi di cooperazione, intersecantesi su più piani.
Nella lettura che proporremo non c’è necessariamente una tensione tra un egemone coeso[6] e un nuovo, fantasmatico, Sud Globale che sarebbe rappresentato sul piano organizzativo dai Brics allargati (fantasmatico perché è al più un desiderio ed una retorica, e per guadagnare carne dovrebbe definirsi).
Piuttosto, compare la lotta intorno a molteplici piani di allineamento settoriali e solo provvisoriamente politici, per il governo della propria traiettoria di adattamento. Il primo è determinato da un progetto neo-egemonico, per il quale all’Universalismo imperiale tradizionale[7], ormai insostenibile, si sostituisce una nuova forma di “Nazionalismo imperiale”[8]. Quindi dalla divisione del lavoro che l’egemone sfidato statunitense cerca di imporre, almeno nel proprio “perimetro di protezione”[9]. Una divisione che ha una specifica forma: il dominatore, ormai sempre meno egemone, vede sé stesso come attrattore fondamentale dei capitali[10], arbitro dei valori monetari, dominus delle “Piattaforme tecnologiche” e, per esse, dei principali e fondamentali “Sistemi tecnici”[11]. Quindi delle ragioni di scambio del commercio mondiale, e delle relative rotte. Tutto ciò mentre gli altri ex junior partner sono ridotti al rango di centri locali d’ordine, intermedi, dai quali viene estratto costantemente il surplus che alimenta la lotta per il dominio imperiale dei “leader”. Lo slogan “sviluppo del sottosviluppo”[12] è qui abbastanza correttamente applicabile. In questo disegno, che si fa sempre più chiaro, alcuni dei paesi Brics, o del Sud Globale (si pensi alla Arabia Saudita, alla stessa India, a potenze d’area come l’Egitto, e la lista potrebbe allungarsi) sono concepiti come ‘agenti’ subalterni di una catena di controllo ed estrazione che, passo dopo passo, genera e trasmette surplus e dominio (o, in altre parole, dipendenza).
In definitiva, tra la vecchia “Triade”, ora ridotta ad una periferia imperiale con un centro autoritario, e la complessa, ed a tratti incomprensibile, dinamica che si istituisce con le aree economiche ed i paesi che si autoidentificano talvolta come “Sud Globale”, esiste sostanzialmente una plurima competizione per l’affermazione del ‘proprio’ capitale[13] e l’influenza sugli altri. Al contempo, la lotta si manifesta come azione per attrarre nella propria regolazione ‘capitali’ che tendono a fuggire dai diversi campi gravitazionali e fluttuano negli interspazi.
Andando oltre, la lotta intorno all’idolo ‘capitale’ è sempre e contemporaneamente quella per l’affermazione delle proprie tecniche ed imprese. Più profondamente, delle proprie pratiche sociali e stili di relazione, di organizzazione di lavoro e vita. In una parola, per l’affermazione di sé stessi come collettività ed individui (ma anche per la propria definizione). Questa competizione non esclude che su alcuni, ed importanti, piani si possa allo stesso momento cooperare, sostenendosi vicendevolmente in modo più o meno libero. Non esclude che siano gli stessi “capitali” a determinarsi insieme (come, anzi, accade regolarmente). Oppure che sistemi di resistenza, attrito, lotte sociali, possano interconnettersi e produrre effetti entro ed oltre le porose barriere che, di volta in volta, si addensano o diradano. Interconnettendosi su piattaforme “antagoniste”, più o meno fluide.
Anche in queste arene, che possono essere viste come esterne, può riverberarsi la domanda essenziale che questa trasformazione propone: la redistribuzione in corso del potere tecnico, alla scala mondiale, amplia o consente anche la possibilità per i popoli ed i diversi gruppi sociali di determinare le proprie forme di vita? Oppure le incorpora e produce senza resti? La posta di questa domanda è la possibilità della “tecnodiversità”[14], e, soprattutto, della creazione di spazi sottratti alla dipendenza.
Il punto è che ogni formazione sociale e politica è determinata non solo dalla sua conformazione interna quanto dalla relazione con una o più altre. In altre parole, dalle relazioni che l’attraversano in profondità e ne rendono “porosi” i “confini”.
Nella dinamica di queste relazioni con la totalità alcune caratteristiche potenziali sono inibite, altre dispiegate. Come vedremo, la proposta cinese (che deriva direttamente dalle tensioni, e rivendicazioni, interne ai Brics, ma probabilmente anche da tensioni proprie, sia storiche sia attuali), interviene in questa dinamica, offrendo una diversa ‘determinazione’[15]. Ovvero, offrendo capitali ‘pazienti’ e la condivisione di ‘Sistemi tecnici’ propri. Una differenza decisiva è qui che questa proposta non include l’imposizione di esplicite regolazioni, ma la creazione di regolazioni comuni. Nel dispiegarsi di questo movimento, già all’opera su più piani, si mettono in essere Complessi (al tempo stesso “regolatori”, “cosmotecnici” e “spaziali”)[16] i quali, tuttavia, secondo il nostro punto tendono a creare dipendenze di altro genere. Soprattutto perché, quando dispiegati, entrano necessariamente in una relazione sempre più intima con le forze locali.
Ciò che potrebbe accadere, nell’intreccio sempre più intimo di capitali, sistemi tecnici, meccaniche di regolazione e relazioni spazializzate, è che, appunto, determinandosi insieme possano, da una parte, creare la condizione per l’area Brics di farsi complesso non periferico, ed anzi potenzialmente centrale, dall’altra, in modo internamente dissimmetrico. Questa dinamica modificherebbe, in altre parole, la gerarchia dei capitali e delle relazioni internazionali provocando effetti, e reazioni, che si propagherebbero ad ogni livello.
Come vedremo in seguito, però, ciò ha più facce: sotto la tensione per la mobilitazione dei capitali c’è quella per il governo delle tecniche. Ovvero, in ultima analisi, per la difesa, o la proposta, di valori, attenzioni, effetti, sistemi-mondo[17]. Questo è il piano politico da contendere.
L’enunciazione al Vertice di Nuova Delhi.
Ma prendiamo le mosse da quanto dichiarato l’11 settembre dal presidente Sudafricano al BRICS Business Forum Leaders’ Dialogue: secondo il leader africano i paesi Brics si trovano ad un punto di svolta. È in corso, infatti, una vigorosa trasformazione che crea la necessità di riconsiderare profondamente le fonti di approvvigionamento, modalità di produzione e di investimento[18]. Come più volte ha sostenuto Amin, tra i tanti altri, accordi regionali come quello dei Brics devono diventare spazi politici, nei quali l’economia sia incastonata e incorporata, non restare meri spazi economici che sottomettono la politica. L’obiettivo per il Sud del mondo deve essere quindi di plasmare un futuro economico “più resiliente, diversificato ed inclusivo”. Ovvero, come chiarisce subito, superare quell’antico modello che vede le economie “in via di sviluppo” costrette a partecipare in modo parziale e subalterno alle catene del valore internazionali. È subalterna, infatti, una partecipazione che si limita a vendere le proprie materie prime e ricomprare prodotti finiti. Realizza una relazione che vede, di fatto, la creazione di valore fluire verso l’esterno. Ciò accade essenzialmente, secondo le stesse parole del Presidente, perché investimenti tecnici, tecnologia e produzione manifatturiera avanzata restano esterni al paese. O, in altre parole, perché la struttura industriale di trasformazione è insufficiente a coprire la domanda interna ed è meno sviluppata dell’industria estrattiva. Questo era lo schema coloniale.
Per Cyril Ramaphosa, dunque, le cose sono estremamente semplici: quello citato è uno schema che impoverisce e non deve essere riprodotto entro i Brics allargati. Uno schema che, per usare una vecchia formula, “sviluppa il sottosviluppo”[19]. Come dice, specificamente, “we cannot accept a future where Africa supplies the minerals on which the next generation of industries depends, while value addition and manufacturing take place elsewhere.” Tuttavia, perché questo rapporto non venga riprodotto bisogna chiaramente superare il modello della relazione istituita a valori “di mercato” e creata tramite meri scambi commerciali, per accedere ad un modello nel quale si determinano piuttosto relazioni produttive sinergiche. Relazioni incorniciate in una visione politica. Ciò significa cambiare la direzione degli investimenti e includerli in un progetto di sviluppo comune.
Questo il punto.
Si può dire in modo ancora più semplice: si tratta di indirizzare gli investimenti verso la produzione e la lavorazione in loco (quella che in Sudafrica si definisce “Beneficiation”[20]). Quindi, le tecnologie industriali, i sistemi energetici, le necessarie infrastrutture, il potenziamento della logistica. I Brics devono diventare, come dice, “una piattaforma attraverso la quale investimenti e scambi commerciali rimodellino i modelli economici esistenti e trasformino così il destino dei nostri paesi e dei nostri popoli”.
“Rimodellare” i modelli economici moderni, in definitiva. Questa la chiave: non proseguire secondo la traiettoria che il colonialismo ha imposto alla forma economica sudafricana, e dell’intero continente africano, ma determinarne un’altra.
Facciamo un passo indietro, Walter Rodney in Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa[21], produsse una delle più energiche rappresentazioni di questa traiettoria, della quale oggi, quarantasei anni dopo la sua tragica morte[22], continuiamo a vedere i frutti. Le monocolture di esportazione, le immense miniere, i grandi porti e le infrastrutture che connettono tutti questi centri dimensionati per il “mercato internazionale” non sono il frutto di una crescita, spontanea e guidata dal mercato. Quindi endogena ed equilibrata, ricca di diversificazione e flessibile. Sono il frutto di una traiettoria imposta dall’esterno. Traiettoria che determina, a sua volta, una “dipendenza dal percorso” che, ancora oggi, dopo cinquantaquattro anni dalla stesura del libro, ostacola uno sviluppo realmente autonomo. Ferrovie progettate per le merci e strade che vanno sempre dalle miniere ai porti, in uno schema radiale che non prevede connessioni interne. L’Africa era connessa con il mondo, non con sé stessa.
Ramaphosa non usa questa terminologia, ma ne porta sul tavolo le conseguenze e gli esiti. Come sottolineò in quegli anni anche Samir Amin[23], una connessione subalterna produce nel suo insieme un circuito di trasferimento di valore dalla periferia al centro. Valorizza, infatti, solo quel che altri e più sviluppati mercati chiedono, per ricevere infine di ritorno beni di lusso per le élite estrattive del paese. Determinandosi tramite scambio ineguale e accumulazione rivolta all’esterno, con le ‘borghesie compradore’ quali uniche beneficiarie.
Il punto centrale di questa critica è che il medesimo meccanismo che si istituisce nelle economie imperialiste e capitaliste governate dalle vecchie potenze rischia di essere riprodotto, per la semplice potenza delle cose, e della circolazione del capitale, anche entro i Brics.
Secondo quanto direttamente dichiarato dal Presidente Sudafricano, le nazioni africane sono sempre più “fornitrici di materie prime e consumatrici di beni prodotti altrove”. In questo modo contribuiscono alla fine ad una situazione nella quale la “creazione di valore, tecnologia e manifattura a più alto valore rimaste concentrata altrove”. Una relazione che, questo il punto, si presenta in questa fase, diminuendo verso gli Usa e l’Europa (la Germania, in particolare) ma al contempo crescendo verso la Cina (in parte l’India)[24]. Questa posizione nasce in sostanza da una difficoltà strutturale crescente, che ha visto l’importazione di auto cinesi e realizzate in india crescere al 26% della quota di mercato in pochissimi anni, 55 forni per ferrocromo su 66 chiusi[25] ed una diffusa crisi industriale. A causa della chiusura dei forni, non più competitivi, il Sudafrica esporta ora cromo grezzo e, per ciò, dal 2025 ha imposto restrizioni[26].
Il punto chiave è che questa meccanica, indotta direttamente dalla situazione strutturale che si determina per la forza ordinante della competizione, del tutto normale in regime di mercato ‘aperto’ (nel quale, tuttavia, il prodotto a maggiore intensità tecnologica e di capitale, semplicemente, ottiene migliori ragioni di scambio) si sta crescentemente riproducendo intorno ad un nuovo centro. Ovvero intorno al paese dominante del circuito commerciale, monetario almeno potenziale, finanziario e politico dei Brics: la Cina. In misura minore l’India. Questo è anche il contesto della controversia che l’Occidente sta instaurando con la Cina, circa la cosiddetta “sovracapacità”[27].
Dichiarazione
Come è stato trattato nel Vertice questo energico discorso, rafforzato da Modi che, da parte sua, ha parlato di “squilibrio commerciale strutturale” e denunciato un “uso come arma della tecnologia e dei minerali critici”? Nella Dichiarazione ufficiale, “BRICS New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability”[28], il tema è comparso per lo più tramite dichiarazioni generali e di principio. In particolare concentrate sui minerali, tramite il termine “incremento del valore”, e “terre ricche di risorse”, oltre a quello della riserva di diritti sovrani sulle risorse (ovvero alla proibizione di “comportamenti venezuelani”[29]). È stata sottolineata la necessità di catene di approvvigionamento dei minerali critici che siano “affidabili, responsabili, diversificate, resilienti, eque, sostenibili e giuste … per garantire la condivisione dei benefici, il valore aggiunto e la diversificazione economica nei paesi ricchi di risorse”.
Ancora, nei termini dei rapporti di scambio e di quello che la Dichiarazione chiama un “ambiente commerciale” è stato dichiarato che i Brics devono promuoverne uno sviluppo “giusto ed equo, stabile e prevedibile”, in grado di garantire reciproci vantaggi. Specificamente, con “una partecipazione più ampia e più equa dei paesi in via di sviluppo e dei mercati emergenti ai segmenti a più alto valore aggiunto”[30]. Quindi, che sia garantita la “promozione delle capacità produttive e del trasferimento tecnologico in linea con le rispettive leggi, regolamenti e politiche di ciascun membro”. Ovviamente tutto ciò volontariamente. Quindi le catene globali del valore sono state dichiarate dover essere “resilienti, efficienti, prevedibili, produttive, trasparenti, sicure, eque, stabili e inclusive”. Dal punto di vista operativo il vertice ha rinviato ad un’Intesa comune (“BRICS GVC Action Plan 2026-2030”) la quale deve includere un accesso alla tecnologia “sicuro, protetto ed a costi accessibili”, e la cooperazione tecnica sulla facilitazione commerciale. Inoltre, al capacity building e le industrial capacities, oltre alla protezione della proprietà intellettuale (che, però, come è il caso di notare, nel quadro degli attuali rapporti di forza, lavora a favore della Cina). Nel par. 77, si trova finalmente il tema degli ecosistemi digitali, ovvero della cooperazione “verso un ecosistema digitale sovrano e autosufficiente”. Quindi, infrastrutture pubbliche digitali “resilienti, sicure, protette, inclusive e interoperabili”, con un “Digital public infrastructure repository for BRICS countries”.
In conclusione, e con riferimento al cruciale nodo tecnologico, sono stati introdotti sostanzialmente due sistemi tecnici alternativi, quelli indiano e cinese[31].
Modi, la posizione dell’India.
Ma vediamo più da vicino le dichiarazioni del Primo Ministro indiano. Il 12 settembre, nella sessione “Inclusive Global Governance and Strengthening Multilateralism”, Modi ha rivendicato più centralità nella governance internazionale. In particolare, nelle tecnologie emergenti (IA, cyberspazio, spazio, biotecnologie) il Sud Globale secondo lui deve passare dall’attuale posizione di “chi subisce le regole” (“rule-taker”) a quella di “chi le plasma” (“rule-shaper”). Tutto ciò, secondo la posizione di multiallineamento indiana, “pur senza essere contro nessuno”. Tra le proposte: una Troika Brics (formata dal Presidente uscente, quello in carica e quello successivo), un “Repository digitale”, una “Seafarers’ Emergency Support Network”, e una Roadmap in dieci punti sulla riforma della governance da approvare nel prossimo vertice.
Il giorno successivo, nella sessione “Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability: Shaping the Future for Inclusive Global Growth”, Modi ha proposto un “BRICS Logistics Supply Chain Cooperation Framework” e un “BRICS Incubator Network”. Nella chiusura, il 13, ha nuovamente sottolineato che “l’uso come arma della tecnologia e dei minerali critici” (con riferimento ovvio allo scontro Usa-Cina sui due temi) “ostacola il progresso comune”. Infine, il Presidente ha sostenuto che “i BRICS non sono soltanto un gruppo di paesi, ma un ecosistema di soluzioni”. Nel bilaterale con Xi i due leader hanno dichiarato che è necessario affrontare le “reciproche preoccupazioni”. In ciò, secondo la versione indiana, comprendendo “lo squilibrio strutturale commerciale e le questioni delle catene di fornitura”.
La posizione di Xi, la Cina.
Il Presidente cinese ha parlato di “assumersi insieme la responsabilità dell’epoca”, quindi dei Brics come “piattaforma di cooperazione” e della prima priorità da porre all’innovazione industriale “potenziata dalla IA”. Ha fatto menzione allo sforzo di proporre “open source, apertura, collaborazione e condivisione”, oltre che l’opposizione ad ogni politica di potenza unilaterale. In particolare, al decoupling e taglio delle catene di fornitura, all’abuso dei dazi e misure protezionistiche, la creazione di sistemi rivali. Nella II Sessione Xi Jinping ha proposto cinque iniziative cinesi: una comunità open source per la IA; il partenariato tra Zone economiche speciali e un Forum Brics sul commercio dei servizi; una Piattaforma cloud BRICS per l’ecosistema digitale per lo scambio tecnologico e la formazione alle competenze digitali; assistenza nella costruzione di “fabbriche intelligenti” e sviluppo congiunto di standard per la “trasformazione e l’upgrading della manifattura”; un’alleanza per la formazione degli ingegneri e un programma di scambi di formazione giovanile sull’innovazione.
Un’agenda fortemente orientata alla condivisione di conoscenze e abilitatori tecnici. Un pacchetto forte, integrato e autoctono, sostanzialmente cinese, che ha maggiori potenzialità di governare integrazione e sviluppo delle tecniche che, tramite esso, sono introdotte.
Valutazione del movimento
In sintesi, Ramaphosa ha posto il problema centrale: la partecipazione subalterna delle economie in sviluppo alle catene globali del valore (come fornitrici di materie prime e consumatrici[32]) e quindi il tema della direzione degli investimenti produttivi e del trasferimento tecnologico. Precisamente, ha vigorosamente posto il tema della “manifattura e la lavorazione dei minerali in loco, le tecnologie industriali, i sistemi energetici, le infrastrutture e la logistica”[33]. Ciò al fine di sviluppare il potenziale in valore per i popoli. Questa dichiarazione, in prima istanza rivolta al capitale indiano e cinese, è stata assorbita dal lessico della Dichiarazione.
In un terzo momento, tuttavia, è arrivata la risposta cinese, che è stata molto interessante. Xi ha accolto il problema e lo ha nello stesso momento ribaltato tramite un’offerta specifica: ha accettato l’istanza di favorire la creazione di “valore prodotto in loco”, quindi di trasferire industrializzazione avanzata, proponendo l’esportazione della capacità cinese di produrre innovazione e valore, e per questo ha individuato specifici strumenti. L’offerta a tutti i paesi Brics di fabbriche “intelligenti”, piattaforma cloud dell’ecosistema digitale, comunità open source per la IA, ZES, alleanze per la formazione tecnica, dazi zero.
La situazione cinese
Su quale situazione si determina tale movimento ed esigenza? Il fenomeno principale è molto semplice: negli ultimi anni verso il mondo intero ed il Sud Globale[34] c’è stata una crescita inarrestabile delle esportazioni e del surplus di partite correnti della Cina. Il paese orientale è in avanzo della bilancia commerciale, cosa che provoca effetti importanti. Da una parte, per la mera dimensione raggiunta dall’economia cinese (in termini assoluti lo squilibrio è, infatti, il più grande del mondo, 735 miliardi di dollari nel 2025), dall’altra per la composizione.
Come ricorda Cui Fan in un suo arguto articolo[35], dal 2025 gli Stati Uniti hanno promosso un aggressivo complesso di politiche, fondato sul principio “America First”, che hanno come obiettivo minare il commercio multilaterale promosso dal WTO. Sono stati imposti “accordi” bilaterali il cui schema è imporre al paese bersaglio una condizione asimmetrica: a fronte della completa apertura del suo mercato interno esso deve, contemporaneamente, subire tariffe asimmetriche a favore degli USA. Inoltre, gli viene imposta la riduzione degli scambi con i rivali (Russia, Cina, Iran, etc.). Parte della strategia è ottenere il cosiddetto “accerchiamento strategico” della Cina. Questa strategia è giustificata denunciando lo “Shock cinese 2.0”, la “deviazione commerciale”[36], la pratica sleale della cosiddetta “scala ritirata”[37], o la “Grande truffa”[38].
Proporremo una diversa visione di questa controversia. In primo luogo, va compreso che in termini relativi l’allarme è sovrarappresentato: lo squilibrio delle partite correnti cinese, preso nel suo insieme, è arrivato al 3,7% nel 2025. Si tratta di un valore considerevole, ma inferiore ad altri paesi[39] e, soprattutto, da distinguere per settore e categoria (come l’avanzo commerciale, quello delle partite correnti)[40]. È vero che la domanda interna aggregata cinese è relativamente debole, e su questo proporremo un’analisi puntuale, ma lo squilibrio lamentato nasce da due vantaggi comparativi: da una parte, sulla capacità di attrarre e controllare importazioni di materie prime strategiche (metalli, in particolare). Dall’altra, sullo sviluppo di competitività di prezzo e qualità insostenibili in alcuni settori di esportazione[41]. Il caso delle auto è interessante, la grandissima parte delle NEV è prodotta e commercializzata per il mercato interno, ma lo squilibrio esiste perché questo 15% ca. di auto esportate corrispondono al 68% delle esportazioni totali nel mondo. In altre parole, l’industria cinese delle NEV è dominante, malgrado sia essenzialmente rivolta al mercato interno. La medesima cosa accade con la componentistica elettrica. In sostanza, come diremo, questo gap competitivo si crea in industrie caratterizzate da forti economie di scala, elevata intensità di R&S, e in connessione con una filiera integrata di materie prime critiche e relativa lavorazione e raffinazione. Ovvero in industrie facenti parte di quelli che abbiamo chiamato “Sistemi tecnici” fortemente competitivi.
Quel che forse più conta, ed è l’argomento condivisibile di Cui Fan: anche se l’espansione della domanda interna delle famiglie aumentasse l’assorbimento di alcuni di questi prodotti (impianti solari e NEV, etc.), e la politica industriale, oltre ai sussidi finanziari, si allineasse maggiormente agli standard richiesti (se pure violati da altri, Usa in testa), gli attriti resterebbero. Infatti, non dipendono da questi fattori, ma dalla generale competitività di sistema. E, paradossalmente, l’aumento della domanda interna, e le conseguenti economie di scala, potrebbe anche aggravarla.
Con questo avvertimento, tuttavia, il problema esiste. Concentrandoci sulla controversia interna dei Brics, l’estroversione di alcuni settori industriali in crescita (che, come visto arriva fino a occupare il 70% di alcune esportazioni) è, allo stato delle cose, una necessità sistemica per conservare la traiettoria occupazionale, economica e sociale del grande paese orientale. Nel breve e medio termine il punto chiave è rintracciabile nella struttura interna della domanda cinese (il punto di squilibrio primario sono i consumi delle famiglie, al 40% del PIL, contro il 60% della media OCSE): il surplus deve andare da qualche parte, e da quando l’Occidente si chiude va nel Sud.
Ma l’espansione dell’esportazione verso il Sud globale riproduce in esso i medesimi problemi, incipiente deindustrializzazione, estrazione di valore, che provoca nei paesi “centrali”.
Ecco il problema geopolitico e di modello che il vertice di New Delhi ha affrontato, e che il successivo si troverà davanti. Si incontrano, e con fragore, due incompletezze speculari: mentre le economie “periferiche” hanno un settore di esportazione di materie prime e semilavorati molto sviluppato e contemporaneamente settori interni atrofizzati (una forma derivante direttamente dall’economia neocoloniale nella quale si sono integrate nel mondo), quella Cinese, divenuta “centrale” ha un settore di esportazione avanzato e attira materie prime, ma resta sottodeterminata in senso relativo come consumi interni. Ad un “pollo”, tutto gambe e petto, creato dall’economia globale, rappresentato dai paesi ‘periferici’ si contrappone un animale strano tutto ali di quello ‘centrale’. L’economia cinese è, infatti, l’opposto a causa della sua particolare traiettoria di rapida uscita dal sottosviluppo: manifattura avanzata, tantissima esportazione e insufficiente domanda interna. Il punto rilevante, dentro il quadro dei rapporti dei Brics, è che, come abbiamo visto, questo incastro tende a produrre per sua natura, anche senza volontà, elementi della forma neocoloniale.
Non è inevitabile. Il destino dipende dal controllo di investimenti e trasferimento tecnologico, dalla scelta sovrana del ritmo e dei tipi dei settori da sviluppare, dalla capacità di trattenere il surplus[42], di porre limiti alle élite predatorie e improduttive, di dirigere il surplus. L’esperienza cinese stessa è qui a mostrarlo[43].
Il caso indonesiano: materie prime
Per affrontare questa congiuntura Xi propone qualcosa che assomiglia, nel bene e forse nel male, al caso indonesiano. Vediamolo più da vicino: l’Indonesia (nei Brics dal 2025), dal 2020 ha imposto il divieto di esportazione del suo materiale di nichel non lavorato, ottenendo come effetto lo spostamento della lavorazione dei minerali grezzi entro il paese. Ma ciò non ha aumentato in pari grado l’indipendenza, infatti tre quarti di questa nuova capacità di lavorazione (che ha portato l’Indonesia ad una quota mondiale del 50% del nichel minerario nel 2023) è risultata cinese. La stessa tecnologia HPAL[44] utilizzata è basata su una piattaforma cinese (dato che quelle alternative hanno perso la competizione qualità-costo).
Sono successe, in definitiva, due cose contemporaneamente: la quota di nichel indonesiana è cresciuta dal 10 al 50% e quella cinese nel mondo dal 34% al 58% di nichel raffinato[45]. Già in questo assetto mentre cresceva la sovranità sul sottosuolo dell’Indonesia il controllo del valore restava cinese. Subito dopo il completamento di questo ciclo di investimento c’è stata una sostituzione di tecnologia dominante e quindi del relativo “Complesso tecnico”[46]. Le nuove batterie al litio-ferro-fosfato, che non usano nichel, sono cresciute sempre di più. La traiettoria tecnica, che non è decisa in Indonesia (ma in Cina[47]), sta, in altre parole, svalutando parte degli investimenti appena fatti. Il 17% del nichel indonesiano ha questa destinazione[48], il restante serve a fare acciaio inox, tramite forni rotativi ed elettrici che comunque sono industrializzati in un Complesso tecnico cinese (dalla Tsingshan[49]). Insomma, la lezione è questa: chi detiene la Piattaforma, o almeno i principali “Sistemi tecnici”, influenza in modo decisivo la traiettoria e anche l’obsolescenza degli investimenti. Ne deriva anche un’altra lezione, non si tratta di inventare una tecnologia (HPAL a Cuba, LFP in Texas) ma di convertirla in un affidabile Complesso tecnico, alla scala, efficacia e integrazione adeguate. Ovvero, filiera a monte ed a valle, integrazione, velocità di costruzione, economia complessiva. Tutte cose attivate da un network di condizioni, competenze, norme ed incentivi che producono Sistemi tecnici efficaci.
Quel che i due Complessi tecnici indonesiani mostrano (quello del nichel per batterie e quello per l’acciaio) è una cascata di conseguenze spaziali e territoriali: i parchi RKEF funzionano con centrali a carbone dedicate, gli impianti HPAL lasciano milioni di tonnellate di residui da stoccare a terra. Portano con sé regimi di energia, lavoro e richiedono regolazioni compatibili (in questo caso l’allentamento di quelle sulla protezione della natura, dell’ambiente e la sicurezza sul lavoro[50]).
Ecco che la concatenazione diventa visibile: tecnologie di varia provenienza diventano realmente efficaci quando un Sistema tecnico adeguato può determinare Complessi tecnici industriali alla scala idonea grazie alla propria integrazione complessiva (a monte ed a valle), regimi coerenti in termini di disponibilità, energia, competenze, regolazioni, poi capitale disponibile e risorse di autorità. Tutto questo, alla scala complessiva del Sistema-mondo, può, al termine, configurarsi come una Piattaforma tecnologica specifica e coerente (eventualmente in competizione con altre, come abbiamo visto).
Occorre una precisazione: anche se quella dall’ecosistema cinese è ancora una dipendenza, che può portare a traiettorie ambigue come quella indonesiana, non si tratta della medesima situazione determinata dalla Piattaforma geo-tecnologica occidentale. La dipendenza dagli Stati Uniti e dal sistema unipolare, cosiddetto “mondializzazione”, è, infatti, prevalentemente monetaria e finanziaria, procede tramite svalutazioni (la base è il sistema del dollaro, la meccanica del debito, le relative condizionalità, supportate dalle rendite da proprietà intellettuale e dalla posizione di unico acquirente). Quella che si sta insediando da parte del Sud Globale verso la Cina (ed in parte l’India), non è fondata sul monopsonio e la fornitura di mezzi di pagamento, quanto sul dominio relativo della capacità produttiva eccedente e sulla superiorità di alcuni “Sistemi tecnici” integrati (beni capitali, input intermedi, standard, piattaforme digitali, infrastrutture). In termini prospettici, gli investimenti cinesi in infrastrutture (le “Vie della seta”) e le capacità industriali locali, se pure controllate da capitale e su standard cinesi, creano comunque un potenziamento produttivo ed occupazionale, un incremento di competenza che si può riconvertire, almeno a medio termine. Insomma, un “effetto Indonesia” con i suoi rischi, ma anche opportunità. Anche se subordinata l’industrializzazione, e soprattutto la creazione di infrastrutture, fisiche e organizzative e cognitive, lasciano capacità sulla base delle quali può essere costruita maggiore autonomia, o forza contrattuale. E questo è, almeno potenzialmente, molto meglio del modello occidentale, che determina normalmente stagnazione strutturale. Le capacità fisiche, come mostrato dalla stessa traiettoria cinese, sono comunque una precondizione dell’ascesa verso economie più solide ed interconnesse. Ma serve, per attivarle, la determinazione di farne leva di sviluppo autonomo, ed il tempo è un fattore cruciale[51]. La Cina, ad esempio, ha superato il problema dell’incompiutezza (il “modello pollo”) grazie al forte controllo politico, alla scala-continente, al ferreo controllo dei capitali e delle crisi, a quaranta anni di trasferimento tecnologico imposto, ad enormi investimenti pazienti ed intelligenti, ed ora l’arena dei Brics è chiamata alla medesima sfida. In particolare, lo è l’Africa.
La competizione per il controllo dei “Sistemi tecnici”
Per ora si vede soprattutto lo scontro e la crescita di azioni difensive e regolatorie dirette contro le esportazioni cinesi da parte dei paesi del Sud Globale[52]. È normale, infatti il controllo della “Piattaforma tecnologica” richiede scala e investimenti integrati sul lungo periodo (come mostra il costante fallimento europeo), e su questo terreno la maggior parte dei paesi Brics non ha il fisico necessario. Il caso dell’offerta di IA “open source” per i paesi partner è esemplare: abbassa i costi di accesso ad una tecnologia che però non si possiede (come capita con i pannelli solari e le macchine elettriche). Infatti, la capacità di calcolo (su GPU Nvidia o Ascend Huawei), il cloud (nel deserto del Gobi), i dati stessi, gli standard restano per lo più cinesi. Anche se è vero che modelli come DeepSeek-R1 sono scaricabili in locale ed utilizzabili liberamente[53], ciò non implica disporre delle risorse per crearne uno, o evolvere. Per questo serve l’infrastruttura fisica, la capacità di produrre gli acceleratori, di disporre dell’energia necessaria, dei DataCenter. Anche quando la tecnologia è disponibile spesso il “Sistema tecnico” no.
L’India propone, invece, la DPI (identità, pagamenti, commercio) in protocolli pubblici aperti e un “ecosistema digitale sovrano”. Qui si oppone, in sostanza, un protocollo pubblico ad una piattaforma privata. Però tutto questo si appoggia su hardware, cloud e capitali americani, e può essere quindi un cavallo di Troia per la penetrazione dei Sistemi tecnici statunitensi[54]. In altre parole, l’India offre al Sud una piattaforma “pubblica”, ma costruita su una piattaforma privata altrui, e la offre in concorrenza con quella cinese. Non è l’unica, tra gli altri: gli Emirati Arabi hanno modelli aperti (Falcon), ma con calcolo statunitense, il Brasile ha un piano nazionale ma le tecnologie sottostanti sono “black-boxed technologies” americane. La Russia fa da sé con propri “Sistemi tecnici” in buona parte autonomi. In sintesi, osservando queste dinamiche possiamo concludere che i Brics sono attualmente l’arena più evidente di uno scontro “di Piattaforma”, che al momento si manifesta tra le offerte di “Sistemi” integrati, o fortemente interconnessi. Sono sul campo un’offerta cinese, una controproposta indiana e alcune altre, tutte supportate a vario grado da tecnologie abilitanti americane. Un buon esempio di come differenti configurazioni di controllo pubblico, di forme proprietarie e di dotazioni infrastrutturali possano riferirsi alla medesima matrice tecnica.
Come sostengo in Oltre l’Occidente, vol 1[55], quella di Xi, nel contesto dato, è una manifestazione chiara dello scontro di “Piattaforma tecnologica” in corso: la Cina sembra, in prospettiva ovviamente, porre le premesse per passare progressivamente dall’attuale modello della sovrapproduzione di merci, chiaramente insostenibile, a quello del dominio degli standard, delle tecniche (ovvero alla centralità nei nuovi “Sistemi tecnici” del futuro). Ciò nel senso che sembra disposta a proiettare all’esterno capitali e capacità, consolidando tramite gli standard mercati per i propri beni capitali, le componenti, i Complessi tecnici ed i servizi. Organizzando potenzialmente una molto più vasta domanda, intorno alle capacità produttrici e organizzatrici del paese promotore. Si tratta ancora, almeno potenzialmente, di una dipendenza, ma alzata di un gradino.
Parte Seconda
Sommario
Nella Parte Prima di questo articolo abbiamo introdotto il contesto della discussione andata in scena a New Delhi. La necessità, per i paesi del “Sud Globale”, di riequilibrare le loro partite commerciali con la Cina, ovvero la composizione dell’interscambio e la sua dipendenza da “Sistemi tecnici” che non governa, e quella del paese del dragone di risolvere il suo tendenziale sottoconsumo interno. In questa Parte Seconda ne vedremo meglio le ragioni, che originano da squilibri strutturali, i quali hanno profonde radici e vaste conseguenze.
Lo scontro
Quel che si vede all’opera a New Delhi è, in definitiva, l’emersione di un piano di frattura in una transizione modale al livello del sistema-mondo. Di fronte al doppio squilibrio determinato da economie sbilanciate sull’esportazione di materie prime, da una parte, e di prodotti ad alta tecnologia, dall’altra (ma entrambe con squilibri interni), la risposta cinese è stata incarnata nella proposta di esportare i propri “Sistemi tecnici” integrati e i propri capitali. In tal senso i Brics diventerebbero arena di questa riarticolazione, la quale, idealmente, potrebbe portare ad una diversa distribuzione delle capacità produttive industriali in un Sud Globale più allargato. La cosa, a sua volta, se accadesse sarebbe fonte di una completa riarticolazione dei rapporti di forza, degli equilibri sociali, e della distribuzione del potere.
Abbiamo, in definitiva, due aree di scontro:
- quella per il dominio della “Piattaforma tecnologica”[1] in corso di affermazione nel mondo, e per la sua trasmissione entro i Brics. In entrambe, la Cina propone le sue soluzioni e l’India ed altri, riconfigurano quelle statunitensi.
- E, in secondo grado, quella, sul piano economico e geopolitico, circa la necessaria riduzione dell’eccesso di capacità mondiale[2], e la correlata sovraccumulazione (in particolare nel “sistema dollaro”[3]). Questa dinamica porta alla necessità di “fissare” i capitali mobili in nuovi cicli di investimento (in primo luogo quelli sulla IA)[4] e governare una probabile, più o meno rapida, svalutazione[5]. Chiaramente le onde sismiche di questa necessità di propagano fino al rischio di guerra mondiale (che resetterebbe tutto, creando il terreno per nuovi cicli di valorizzazione)[6].
La strada proposta per ridurre la lamentata dipendenza è dunque integrazione commerciale e degli investimenti[7] sulla base della condivisione di “Piattaforma”. La posizione cinese parla di “promozione reciproca e simbiosi complementare”[8], ovvero di passare da una relazione passiva con la ‘mondializzazione’ a trazione Usa alla promozione di un nuovo modello integrato[9]. Un modello che preveda “investimenti globali, produzione globale e commercio globale”[10].
Il caso cinese, ragioni di uno squilibrio
Da ultimo, cerchiamo di comprendere meglio le ragioni della principale di queste arene. Come abbiamo visto, quella dei Brics si attiva su un doppio squilibrio: quello dei paesi del Sud Globale, la cui forma economica e sociale è stata formata dal “Sistema-mondo” che tramonta; e quello cinese, determinato, come vedremo, dalla corsa dello sviluppo esteroflesso. La soluzione immaginata da Xi potrebbe essere insufficiente in quanto, a certe condizioni, sposta solo ‘su di un piano’ la dipendenza. Perché non si dia dipendenza è necessario che lo sviluppo sociale del potenziale contenuto nelle forme di vita dei diversi popoli del mondo, per quanto tale nozione sia incompleta, possa esprimersi. Determinandosi nelle proprie forme di regolazione[11] e dispiegandosi. Governando, almeno nell’essenziale, la propria traiettoria di modernizzazione tecnica e culturale.
Vediamo perciò meglio, e più da vicino, il caso cinese. La parte cinese della sovracapacità, in alcuni settori, ha come fattore complementare la relativa debolezza dei consumi interni di una popolazione enorme e in via di invecchiamento. Il meccanismo può essere schematizzato in questo modo: l’incertezza sul futuro vissuta dai cittadini cinesi, produce un desiderio molto forte di accumulare garanzie di sicurezza, che, nelle condizioni date dal caso cinese, determinano alta propensione al risparmio. Quindi, producono un consumo privato delle famiglie strutturalmente depresso rispetto alle capacità e, dunque, la relativa domanda interna insufficiente (una tendenza alla sovraccumulazione).
Le conseguenze di questo primo circolo sono che: la preferenza per la liquidità determina presenza di capitali liquidi disponibili in sovrannumero che, per effetto della struttura istituzionale (ovvero della capacità di direzione e comando del sistema politico e la particolare natura decentrata del sistema creditizio), si associano a crescenti investimenti produttivi ed infrastrutturali, pubblici e privati. In tal senso ad un mercato che assorbe meno si associano capacità che continuano a crescere. La contraddizione temporale e distributiva fa sì che, in conseguenza, l’offerta ecceda e l’equilibrio con la domanda (per “realizzare”[12] gli investimenti) vada cercato fuori. Attuando uno “spatial-fix” che evita la svalutazione di capitale (incluso la capacità inutilizzata o la disoccupazione). Ciò determina un costante surplus che ha come specchio il deficit del resto del mondo[13]. Nei paesi di controparte, infatti: il surplus cinese si traduce di necessità in deficit locale, e quindi nella compressione delle proprie produzioni concorrenti (ad esempio, nell’industria dell’automotive europea). Cosa che porta alla tendenza al protezionismo, come risposta politica, ed al conflitto geopolitico come esito finale.
Ciò che va sottolineato è che l’incertezza, che è il motore primo, non è qui solo assicurativa (determinata dalla mancanza di strumenti di garanzia assicurativi), quanto anche politica. Ciò accade perché in un’economia fortemente diretta da una politica discrezionale (che è sia un elemento di forza sia di incertezza), la famiglia cinese media non sa tra venti anni quali saranno le pensioni, il valore della casa, la disponibilità dei propri asset, la posizione dei figli, le regole, forse l’assetto politico entro cui quei diritti andranno esercitati. È razionale, in queste circostanze, aumentare lo stock di risparmio[14]. Ma, a livello aggregato, il risparmio individuale individualmente razionale si traduce in eccesso di beni capitali e deficit di consumi, quindi, a parità degli altri fattori, nella tendenza alla sovrapproduzione e sovraccumulazione[15].
Facendo riferimento ad un’interessante conversazione personale avuta con l’economista Gabriele Pastrello si può fare un passo avanti. Come scriveva Keynes nel 1937, “il nostro desiderio di detenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del grado della nostra sfiducia nei nostri stessi calcoli e nelle nostre convenzioni sul futuro”[16]. Il punto è anche teorico: in un modello economico basato sull’offerta (praticamente tutti, marxismo nella versione produttivista incluso) la domanda è sempre in equilibrio con l’offerta nel medio termine (ovvero si presume torni all’equilibrio cui il sistema tende) e il consumo sta in equilibrio con il reddito. Tuttavia, ciò non avviene nella pratica, come ben sanno anche i marxisti che seguono l’analisi del Marx delle Teorie del plusvalore[17] e le tradizioni che evidenziano il problema della realizzazione (Luxemburg, Kalecki, Sweezy, i Patnaik, tra i tanti). L’incertezza impedisce di riassorbire l’eccesso di offerta. Dunque, lo squilibrio non si riassorbe. Di qui le tensioni commerciali, che si tramutano in tensioni geopolitiche e rischi militari. In definitiva, il cuore del problema è che nelle condizioni date del sistema sociale ed economico cinese, se pure in rapida trasformazione, la sfiducia e la prudenza tendono ad essere strutturali. La domanda effettiva, non quella teorica, è, a questo punto un vincolo sistemico che non dipende dall’offerta e dal reddito aggregato. Le aspettative diventano la variabile politica decisiva.
La cosa non è ignota, il “Piano d’azione speciale per rilanciare i consumi”[18] contiene, infatti, rilevanti misure sul reddito[19], ma il suo baricentro resta l’offerta di consumo: “integrare l’eccellente cultura tradizionale cinese nel design dei prodotti”[20], oltre che misure specifiche sull’economia della neve e dell’argento, alcune rottamazioni. È, in sostanza, in grande misura un piano offertista sul consumo: tratta il fatto di comprare come un settore da fabbricare, non come una funzione derivata della distribuzione e della sicurezza. Pensa l’atto del comprare come una cosa da produrre. In questo la Cina è davvero imbattibile, produce benissimo e con grande controllo. Investe continuamente. Il punto, però, è che se lo si fa per colmare un vuoto di domanda (anche l’investimento crea domanda), allora la capacità che si aggiunge finirà per aumentare il vuoto della domanda di domani[21]. Si potrebbe dire, in altre parole, che c’è metà Keynes (quello dell’investimento), ma manca l’altro (l’incertezza)[22]. Sotto questo profilo, la proposta di creare le infrastrutture regolatorie, legali e tecniche per proiettare all’esterno, nel sistema Brics allargato, “Sistemi tecnici” cinesi (i quali creano abilitazione, ma, al contempo, dipendenza), come anche capitali e forme culturali, istruzione tecnica, può essere letta come estensione dell’offerta, ma anche, come tentativo di incorporare e securizzare la domanda esterna. Sottraendola alla competizione con gli USA.
Il rifiuto di accelerare sulla domanda interna è, peraltro, anche un tema morale. Xi, nel 2021 disse alla Commissione centrale per gli affari economici e finanziari: “dobbiamo impedire con fermezza di cadere nella trappola del ‘welfarismo’ che alleva fannulloni”, e, poi, “una vita felice si conquista con la lotta, e la prosperità comune richiede operosità e saggezza”[23]. Si tratta di enunciati chiaramente ispirati ad un’etica confuciana del lavoro ed al produttivismo marxiano.
Qui, su questo punto capitale, non solo per la Cina stessa, si tratta di volere ed in parte di potere. Se la variabile decisiva per riassorbire l’eccesso di produzione e di capitale è lo stato delle aspettative condivise, la questione diventa infatti politica. Cioè diventa la questione di vincolare la politica. Ma per la Cina il potere centrale, e la sua relativa libertà, è la sua forza.
Le “terre rare” ed il dominio di “Sistema tecnico”[24].
Prendiamo un altro caso, Leon Liao, in un interessante articolo[25] illustra la traiettoria che ha portato, nel tempo, alla capacità di attrazione “gravitazionale” della Cina per le “terre rare”. Nel 2024 era giunta a controllare il 91% della raffinazione dei metalli necessaria alla produzione di magneti e il 94% della produzione di detti magneti sinterizzati. Ma la capacità di estrazione a monte si ferma al 60%. Ciò che convoglia il resto della produzione mineraria, anche dalle grandi miniere statunitensi, è la scala della infrastruttura industriale di separazione, l’enorme domanda a valle di questa e la capacità di dare un senso ad ogni sottoprodotto. Tutto parte da Bayan Obo e i giacimenti ad adsorbimento ionico dello Jiangxi meridionale. Nella prima fase estraeva, le lavorava e vendeva il minerale all’estero. La domanda interna era insufficiente. Ma dal 2018 è iniziata l’inversione dei flussi: è iniziata l’importazione. Restando molto forte nel settore dell’estrazione, la Cina è ora dominante lungo tutta la filiera. Estrazione, lavorazione e consumo per la produzione industriale. Il prodotto finale diventa componente di motori, veicoli, robot, turbine eoliche, elettronica di consumo. Ciò che ha reso possibile questa evoluzione è la disponibilità di competenze non minerarie: ingegneri, impianti chimici, attrezzature specializzate, qualificazione dei clienti, sistemi ambientali, energia, capitali e una domanda sufficiente.
Prendiamo Mountain Pass, la più grande ed importante miniera di terre rare statunitense. La MP Materials che la gestisce ha prodotto cifre record di concentrato equivalente a ossidi di terre rare, ma per lo più le ha vendute tramite la Shenghe Resources per l’invio ad aziende di lavorazione cinesi. C’è una ragione tecnica, competenze diverse sono coinvolte nella estrazione e nella lavorazione, e quest’ultima mobilita diversi “Complessi tecnici”[26]. Dal 2025 gli Stati Uniti stanno cercando di porre rimedio e costruire una filiera[27]. Ma sono progressivamente aumentati i flussi da Myanmar e Laos, contemporaneamente all’inasprimento dei requisiti ambientali per l’estrazione in Cina di disprosio (Dy), terbio (Tb), ittrio (Y) e altri elementi delle terre rare medie e pesanti.
Il punto è che l’insieme dei “Sistemi tecnici” connessi con la produzione di componenti elettriche ed elettroniche, sulle quali la Cina sta guadagnano un sempre maggiore predominio, determina una irresistibile attrazione gravitazionale. Nessuna miniera può restare attiva, e neppure essere programmata, senza sapere chi acquisterà il suo concentrato, e quali specifiche chimiche sono richieste. Quindi, la risposta a domande come: il prezzo dei diversi elementi, chi assorbirà il lantanio e il cerio a basso valore, se il neodimio e il praseodimio (NdPr) avranno un mercato stabile e se le terre rare medie e pesanti potranno spuntare un prezzo maggiorato. La Cina ha questo vantaggio, monetizza tutto.
Quale è il punto di questa storia? Nel 2024 la Cina estraeva 270.000 tonnellate di ossidi di terre rare, e 254.000 tonnellate erano le quote di fusione e separazione assegnate a Northern Rare Earth e China Rare Earth Group, due grandi gruppi statali. All’anello successivo aziende come JL MAG, Zhenghai Magnetics, Ningbo Yunsheng, Zhong Ke San Huan, Tianhe Magnetics, Earth-Panda e tanti altri produttori di magneti competono furiosamente per clienti, prezzo, resa, nuovi gradi e prestazioni GBD. Quella che esiste è una rete industriale di enormi dimensioni, concentrata all’ingresso e competitiva a valle.
Quando, nel 2025, a seguito della lotta commerciale con gli Usa, Pechino ha imposto limiti alle esportazioni, tutto il sistema mondiale di produzione di automobili, motori d’aereo, è andato in difficoltà. La lezione è stata immediata: non conta dove sia la miniera, o quante se ne abbiano, conta la separazione, la trasformazione e produzione di magneti, il loro utilizzo. E conta quale garanzia viene offerta al capitale impiegato. Vediamo dunque che l’integrazione, organizzazione, completezza e inserimento in un ecosistema che va dalle Università e le tante ed efficienti scuole tecniche, ai centri di ricerca privati, alle infrastrutture, la disponibilità di energia a basso costo (e soprattutto certa nel tempo), l’immane investimento nella rete ferroviaria ad alta velocità tra tutte le città di dimensione media e grande, e via dicendo, genera nel suo insieme quel “campo gravitazionale” che fa dei “Sistemi tecnici” cinesi un formidabile competitore per tutti. Questo è il “vantaggio di Piattaforma” per il quale si lotta.
Un’altra dimensione va considerata: casi come quello dell’estrazione nel Myanmar e Laos rischiano di riprodurre dentro il Sud lo schema denunciato da Ramaphosa. Una estrazione sporca alla periferia, in questo caso nello stato di Kachin ed in zone di conflitti, mentre a Ganzhou e Ningbo si concentra il valore. Questa è una delle distorsioni che l’esternalizzazione di tecnologia, ingegneri, know how e capitali, se adeguatamente diretta e condivisa entro un percorso di crescita sensibile alla diversità di luoghi e culture può affrontare. In primo luogo, creando le condizioni perché in Myanmar e Laos si sviluppino “Complessi tecnici” adeguati a trattare i materiali in sicurezza analoga a quella cinese, ovvero applicando la “Beneficiation”[28] di Ramaphosa. In secondo, perché ciò sia ricondotto entro un percorso di modernizzazione che la società locale riconosca ed accetti come suo.
Il Piano sui consumi, 2025.
Tornando alla questione del consumo, bisogna quindi capire che si tratta anche di un meccanismo. Non è una scelta pienamente cosciente del vertice, perché in gran parte è dipendenza dal sentiero di successo percorso e frammentazione di interessi (i governi locali vivono di vendita dei terreni e non possono finanziare il welfare, le imprese di Stato trattengono utili, le banche prestano a chi lo Stato dice). Si potrebbe identificare, probabilmente, un blocco di potere ed una morfologia: esportatori (non conta qui se privati o pubblici), banche che li finanziano, sistema politico che si è adattato ad un assetto a bassi consumi ed alte esportazioni.
C’è un altro aspetto ed è decisivo: il consumo non aumenta la distribuzione di cose, ma modifica desideri, forme di relazione umane, immagini di successo, aspirazioni, rapporti tra territori, tra individui e generazioni, uso del tempo tra produzione e vita, forme di credito e proprietà, le stesse rappresentazioni di cosa sia una buona vita e la libertà. La merce conduce sempre con sé una grammatica. E la grammatica contiene, almeno in potenza, una forma di società.
Confucianesimo e marxismo, ad esempio, ne contengono una. Il mondo dei consumi internazionalizzato, con i suoi modelli, le sue pubblicità, le forme patinate e brillanti proposte (e non praticate) un’altra. Il caso della dissoluzione dell’Urss è sempre lì, a ricordarlo. La Cina deve quindi aumentare i consumi senza occidentalizzarli ancora di più. Perché questo rischierebbe di destrutturare dal basso l’ordine politico che rende possibile proprio quella pianificazione dell’offerta su cui poggia il successo industriale e tecnico. Da una parte, troviamo la grammatica consumista e, dall’altra, il ritiro anti-produttivista, cioè l’atteggiamento di chi si “sdraia”.
In questa direzione il Piano del 2025[29], insieme alla “crescita ragionevole del reddito sarariale”, la riduzione di oneri, dice esplicitamente di “creare una domanda effettiva attraverso un’offerta di alta qualità”, e poi di “accrescere la propensione al consumo ottimizzando il contesto”. Quindi, “rafforzare il sostegno alla maternità e all’infanzia”, il sostegno all’istruzione, la sicurezza medica e pensionistica, il diritto alle ferie. ecc. il Piano propone anche guochao (国潮)[30] e cultura tradizionale nel design, nel tentativo di fabbricare una grammatica di consumo non occidentale. Tenta, cioè, un governo esplicito del processo antropogenetico che la tecnica porta con sé: limiti ai videogiochi, regolazione degli algoritmi, attenzione ai contenuti. In particolare, la tendenza del guochao, che ormai ha quasi quindici anni, è connesso ma anche indipendente alla “Fiducia culturale” (文化自信) che Xi ha elevato a quarta “fiducia” accanto a Via, Teoria e Sistema. In sostanza la componente redistributiva e quella orientata alla crescita delle capacità produttive appaiono ancora sbilanciate in favore della seconda.
Dunque, il dilemma, visto da qui, ha una forma diversa e più semplice:
- in primo luogo, l’origine dell’impasse è la domanda che non riesce a seguire l’offerta e resta indietro, almeno nel settore delle famiglie medie.
- Ne deriva una sovracapacità che non può essere ridotta aumentando rapidamente la domanda, per timore del mutamento che il consumo porta con sé.
- La risposta è di investire i capitali in eccesso del risparmio in nuova capacità, le “nuove forze produttive di qualità”. Quindi le fabbriche intelligenti, la nuova IA, che continuano però ad espandere tendenzialmente il deficit relativo di consumo.
Sarebbe possibile un’altra scelta: un’espansione vigorosa dei servizi collettivi (ovvero della domanda pubblica) e della sicurezza sociale, della cura delle persone e dell’espansione del tempo socialmente disponibile per consumi collettivi e non. Questo non sarebbe “sdraiarsi”.
Ma questa direzione, pur presente nelle politiche e nei discorsi cinesi, e nel Piano del 2025, viene perseguita in modo insufficiente in termini di velocità e grandezza. L’inseguimento dell’equilibrio è perseguito principalmente potenziando l’offerta, migliorando i prodotti, creando ‘Sistemi tecnici’ sempre più efficaci. È una direzione in qualche modo necessaria: la macchina amministrativa cinese, e la storia del suo successo, la inducono a cercare di rispondere alla domanda aumentando l’offerta. È più facile, ma non è il modo giusto e sposta il problema sui Brics.
Di qui la mossa di Xi, di esternalizzare la piattaforma tecnica ed i capitali cinesi. Ma anche in caso di successo (ovvero del pieno successo dell’industrializzazione del Grande Sud sulla “Piattaforma tecnologica” cinese), si avrebbero almeno due effetti:
- da una parte, aumenterebbe ancora la sovrapproduzione, a questo punto a svantaggio del resto del mondo (ovvero Europa, Giappone, Usa) che subirebbe una concorrenza di prezzo e qualità crescente;
- dall’altra, avendo terminato il pianeta e in assenza di aree nelle quali esercitare relazioni “Subimperiali” ai paesi che non riuscissero a reggere la competizione di “Piattaforma” e subirebbero la conseguente svalutazione, resterebbe solo la protezione e, in ultimo, la guerra.
In altre parole, il gioco dell’iperindustrializzazione cinese, portato alla frontiera della tecnica e quindi atto a trattenere anche il surplus generato e quindi autoalimentarsi[31] tende alla deindustrializzazione di qualcuno: o dei Brics o la nostra. Ciò a meno che con la stessa cadenza salissero, nei paesi di investimento cinese, salari medi e investimenti in infrastrutture e consumi pubblici. Ma ciò dovrebbe significare rompere la “alleanza della domanda estera”[32] che impedisce la redistribuzione e tiene compressa la domanda interna, per aumentare costantemente il saggio di sfruttamento.
Qui l’articolo che abbiamo già citato di Li Jun[33] manifesta interesse. La strategia cinese, spiegata dal Direttore dell’Istituto per il commercio internazionale dei servizi del Ministero del Commercio, connette reciprocamente investimenti esteri, esportazione di componenti e servizi e necessario controllo delle catene e dei redditi generati all’estero. Ovvero espansione del Reddito Nazionale, oltre il Prodotto Interno Lordo. Lo propone come via di uscita del sottoconsumo, in quanto identifica tale equazione RNL>PIL come alimentazione dell’economia e dei consumi cinesi. In altre parole, la esportazione di Sistemi tecnici è la risposta al dilemma della difficoltà ad espandere i consumi delle famiglie medie.
Ma qui si apre, entro la Cina, una questione distributiva: attraverso quali rapporti e meccanismo di trasmissione i redditi derivanti dall’espansione internazionale programmata arriverebbero alle famiglie (attivandone i consumi), per non restare nelle imprese di esportazione e nei circuiti dell’accumulazione finanziaria (nella “alleanza della domanda estera cinese”) devono trasmettersi in salari, servizi, spesa pubblica. E si apre fuori: ammesso che l’investimento di capacità sia anche un’occasione per creare infrastrutture di crescita, e migliorare settori cruciali (energia, infrastrutture, digitalizzazione), quanto governo della traiettoria e quanto reddito resta nel paese, quanto viene esternalizzato o estratto?
Concludendo: siamo ad un punto di svolta del sistema-mondo[34].
La crisi in corso, che gli storici del futuro forse identificheranno con il biennio 2025-6, partendo dalla manovra dei dazi di Trump, la deflazione cinese, la “guerra a pezzi” e la sconfitta americana (in Iran e Ucraina), la frattura dei Brics e l’ascesa della IA, ha la forma essenziale di una sovracapacità settoriale che deriva dalla difficoltà di assorbire il surplus e riciclarlo (o “fissarlo”) per esaurimento dei meccanismi che hanno tenuto in piedi gli ultimi quindici anni (in primis il sistema del dollaro).
Tre sono i complessi che si sovrappongono:
- Da una parte, la Cina non produce abbastanza domanda interna, ma crea troppa capacità, in quanto la sua forma politica lo rende difficile.
- Dall’altra, gli Usa non possono più fare da specchio al sovrarisparmio cinese (e giapponese, o coreano e tedesco) perché sono giunti al limite dell’estensione delle loro capacità di indebitamento finanziario e sostenibilità del ciclo economico, surrogando (o guadagnando tempo) con gli investimenti in IA e in quelli militari.
- Infine, l’Europa cerca di sostituire la forma tedesca (a sua volta sovrarisparmio ed esportazione[35]) con la spesa militare, grazie al pretesto ucraino.
Preso nella morsa della competizione cinese e americana, il Grande Sud tende alla deindustrializzazione e alla riduzione a periferia estrattiva, l’Europa ad una difficilissima conversione da economia mercantilista (senza più domanda esterna sufficiente e con una domanda interna strutturalmente compressa da un’organizzazione istituzionale e regolatoria pensata per un modello-mondo che non è più, oltre che egemonizzata dalla “alleanza della domanda estera”), ad un’economia di guerra surrogatoria.
L’Italia sembra quasi un caso da manuale di questo dilemma: economia che da decenni punta sistematicamente a comprimere il mercato interno per guadagnare competitività di prezzo e per farsi trainare dalle esportazioni. Paese altamente industrializzato senza avere energia e materie prime e, in parte, forza lavoro adeguata in termini di qualificazione (in un paese con i livelli di istruzione tra i più bassi d’Europa), si trova al finale esaurimento del modello di crescita. Ormai esposto a subire i contraccolpi delle diverse crisi tedesca e francese ed avviato alla riconversione in economia di guerra (come si nota dalla joint venture Leonardo–Rheinmetall, l’adesione al SAFE, il riorientamento della componentistica automotive). Il paese, in altre parole, che unico tra quelli Ocse ha salari medi reali inferiori a quelli del 1990, non per caso dal 2013 ha costantemente un avanzo delle partite correnti (con l’eccezione interessante del 2022, anno di crisi energetica). È la stessa configurazione cinese, ma per ragioni diverse, perché in diversa traiettoria: domanda interna compressa, surplus esterno, risparmio che non si traduce in consumo. Da una parte, come abbiamo visto, la Cina non può espandere i consumi al ritmo necessario per ragioni politiche e cosmotecniche, dall’altra, l’Italia per ragioni regolatorie e di egemonia interna di una classe estrattiva.
In sostanza ed estrema sintesi, il contesto che ci lascia il finale esaurimento del meccanismo di riciclo del surplus nei mercati finanziari anglosassoni e relative élite (ovvero la “finanziarizzazione” e il suo correlato, la “globalizzazione”) è quello di una gigantesca sovrapproduzione e sovraccumulazione, in settori cruciali, che non hanno più sbocco. In conseguenza, dopo sempre più frenetici tentativi di coltivare nuove “bolle”, delle quali l’ultima è la IA, la leadership statunitense ha scelto di tentare la via dei dazi, già ben prima di Trump, per schermare l’eccesso di merci a basso prezzo che distrugge le strutture industriali occidentali. Fallita questa via, a causa del controllo di filiera cinese e della coesione dei Brics (di parte di loro), si è passati alla “guerra a pezzi”. Nel frattempo, però, l’industria cinese sta risalendo impetuosamente le catene del valore, arrivando alla frontiera di sempre più tecniche e quindi sostituendo le importazioni, in particolare di beni intermedi e macchine industriali, con produzioni interne. Dopo gli ultimi vertici dei Brics, il programma propone di condividere il surplus di capitale e tecnologia prodotta con i suoi “amici”. Se ciò accade più velocemente della crescita interna della domanda nei paesi di destinazione (ovvero dell’incremento dei salari e del mercato interno), accadrà l’inevitabile. Per trascinamento della capacità cinese di costruire offerta sui sistemi sociali ed economici dei Brics allargati, aumenterà la sovrapproduzione e, dunque, la pressione competitiva su di noi.
Noi Europei saremmo davanti, in definitiva, a questa scelta: entrare tra i loro “amici” e trovare un compromesso, dimenticando i cinque secoli nei quali abbiamo dominato il mondo, o cercare di riconquistarlo con le armi.
Avremmo, in effetti, un’alternativa: creare una nostra ‘tecnodiversità’[36] (e non solo mera ‘autonomia industriale’, pure necessaria), adatta alla nostra forma di vita e tradizione (diversa sia da quella USA sia da quella cinese, o indiana). Trovando uno spazio autonomo nella determinazione dei sistemi di governo dei dati e di intelligenza artificiale, creando per questo anche infrastrutture all’altezza della necessità, integrando a monte ed a valle i ‘Sistemi tecnici’, senza imitare o connetterci in modo subalterno a quelli ‘atlantici’.
Ancora, governare l’energia, senza farci dettare l’agenda dalla ‘filiera delle molecole’[37] che non controlliamo, al contempo lottando per ripristinare quella competitività nei settori degli abilitatori della ‘filiera degli elettroni’[38] (soprattutto elettronica di potenza, e batterie), che è necessaria infrastruttura per la “Transizione di Piattaforma” sulla quale la stessa competizione internazionale oggi si concentra. Facendolo secondo una relazione tra Regolazione e Spazio che deve essere nostra e condivisa.
Sotto questo profilo, l’espansione dei fattori di capacitazione cinesi, o dei Brics, con merci migliori a prezzi minori in ingresso, più competenza e formazione, può certamente danneggiarci, inibendo la nascita di nostre capacità. Ma dipende dalla capacità di governare il processo. Può anche rendere al contrario possibile la nascita di altre attività, servizi, per effetto di macchinari, energia e componenti disponibili e meno costosi. Il punto non è la crescita in sé della capacità e competitività dei Sistemi tecnici cinesi, o di quelli di altri (Brics o meno), quanto la corrispondenza tra l’espansione della domanda e le nostre possibilità produttive. Sotto alcune condizioni importare merci di qualità a basso prezzo, inferiore ad una produzione locale, può anche essere un vantaggio (soprattutto se questo è un abilitatore di altro, come una tecnologia energetica, un sistema di batterie, pannelli solari ed inverter), ma deve essere occasione per creare indipendenza e sistema (ad esempio, dei dati). Le due dimensioni da tenere insieme sono, dunque, la redistribuzione e il governo della traiettoria produttiva. Il governo della tecnica e la sua corrispondenza con un progetto.
La vera posta di una riduzione della dipendenza non è solo questione di proprietà e controllo, nel senso di chi meramente possiede il cloud, i chip, i modelli e gli standard. Sono cose importanti, ma di più lo è quale ordine una tecnica inscrive in sé. Quale modernità contiene in sé e quale assetto di relazioni umane e sociali prefigura e determina. Che rapporto, in altre parole, istituisce tra ordine tecnico ed ordine morale. Partendo dal riconoscimento che ogni tecnica non produce solo beni, o servizi, quanto esprime un’articolazione specifica di memoria, attenzione, dipendenze e autorità. Uno degli esempi più evidenti è nel governo, urgente e decisivo, della creazione, verifica e condivisione, organizzazione delle informazioni. Nella Regolazione sotto perimetro sovrano della IA e delle sue infrastrutture. Questo è un tema di preformazione della cognizione, ben oltre il potere di selezionare e sopire delle ‘normali’ piattaforme social. Un autentico cambio di paradigma nelle pratiche di disciplinamento. La capacità di organizzare la mente, individuale e, potenzialmente, collettiva. In prospettiva la capacità di dire cosa si può pensare. Si interagisce con un parlante plausibile, che, come sempre in un dialogo organizza quel che sappiamo, vogliamo, consideriamo accettabile[39]. Il punto è che non è un parlante, ma una piattaforma addestrata su un set di nozioni, linguaggi e cognizioni, con delle regole circa ciò che si può dire e cosa no, su come si dice, su quando[40]. “Tecnodiversità” significa, in questo caso, non assorbire passivamente i modelli prodotti da altri, ma pretenderne il pluralismo, la piena trasparenza circa il modo in cui sono costruiti e su cosa definiscono conforme/deviante, modelli pubblici di cittadinanza aperti a tutti e pubblicamente discutibili e revisionabili, carte dei valori di ciascuno, preferenza per modelli trasparenti e pubblici[41]. L’inserimento di questa tecnica, e dei suoi abilitatori tecnici (dei “Complessi tecnici” dei Datacenter, delle dorsali dati, dei sistemi elettrici ridondanti necessari) entro un progetto di mondo. In un esplicito e discusso progetto di umanità e del lavoro[42]. Articolando il nesso tra automazione, riduzione dell’orario di lavoro ed espansione del tempo di vita e perequazione relativa anche tra settori sociali[43].
Ma, per attuare questa rivendicazione (pensiamo alla doppia e disastrosa dipendenza dalle fonti energetiche fossili e dal trattamento dei dati e informazione) non dovremmo avere l’Unione Europea. Istituzione-dinosauro, figlia di anni nei quali si pensava che la mondializzazione avesse risolto tutti i problemi ed il mercato (finanziario, in particolare) potesse fare il resto.
Avremmo bisogno di una capacità di sviluppo effettivamente sovrana e politica della tecnica (in organismi a geometria anche variabile, a scala adeguata, ma politicamente efficaci). Ovvero la capacità di creare, secondo un progetto esplicito e discusso, condiviso, integrazione in “Sistemi tecnici” europei di “Complessi tecnici” anche cinesi, o americani (ad esempio, la componentistica attiva energetica, come i firmware degli inverter, o le piattaforme LLM), evitando di importare dipendenza ed enclave[44]. Richiedendo, ad esempio, che i sistemi di controllo remoto dei dati (degli inverter, come dei cloud) siano residenti in Europa, sotto quadro regolatorio europeo, e vincolo di condivisione di know how. Ed integrando effettivamente questi abilitatori, in sé insufficienti, entro un sistema che abbia la scala e integrazione necessaria. Con investimenti lunghi e pazienti, adeguati. Predisposizione di quadri regolatori, adeguato investimento in formazione, ricerca, infrastrutture. Energia e risorse naturali.
Tutto quello che l’istituzione europea, sempre pronta ad andare allo scontro e mai a negoziare con lo spirito della ricerca del vantaggio comune (per quanto difficile) che abbiamo visto all’opera a New Delhi, non sa né vuole fare. Soprattutto, non sa programmare, limitandosi quando va bene ed in ritardo di almeno un decennio, a avanzare proposte come l’Industrial Accelerator Act[45] senza accompagnarle con un programma di spesa pubblica e revisione regolatoria all’altezza del problema (almeno al livello del Next Generation EU, di cui il Piano di Ripresa e Resilienza italiano, dei Piani industriali cinesi o del Inflation Reduction Act statunitense).
Come nel caso del Green Deal si tratta sempre e solo di retoriche, gonfie di parole, di norme ‘severissime’ e povere di fatti. Senza la capacità di pensare e finanziare un “Sistema tecnico” adeguato. Che si affidano sistematicamente alla “mano invisibile” del mercato. Quella “mano” ben presente a Bruxelles[46].
È giunto il tempo di andare oltre. Ma prima bisogna sconfiggere la nostra, specifica, “alleanza della domanda estera”, la quale, come la moglie di Lot, guarda sempre dietro di sé, mutandosi in statua di sale[47] di fronte alla distruzione del vecchio mondo. Ad ognuno la sua battaglia.
Note prima parte
[1] – Fondato sulla frammentazione e flessibilizzazione del lavoro, la debolezza della regolazione statuale e il potere di quella privata, in conseguenza della centralità della finanza.
[2] – Dopo la crisi della finanza internazionale seguita al crollo del 2007-08 e le conseguenti manovre di salvataggio e stagione di ‘austerità’, l’interludio “populista”. Nell’esaurimento dell’egemonia occidentale sembra aggregarsi un nuovo potere, intorno a nuovi abilitatori tecnologici e quindi diverse forme privilegiate dell’umano che aprono nuove possibilità e rischi. La IA generativa, ad esempio, che porta con sé la sfida per il controllo dei modelli linguistici e l’automazione cognitiva; la robotizzazione antropomorfa e non; il cloud e datacenter, con la sfida decisiva per la sovranità del dato; la IOT e comunicazione, con le reti distribuite; l’imposizione di standard tecnici e normativi; il quantum computing e la supremazia crittografica; le biotecnologie; la sfida per il controllo del suolo, della sua produttività, dell’economia dei semi e dell’automazione. La lotta per il controllo dell’educazione.
[3] – Chiameremo “Piattaforma tecnologica”, un costrutto di sintesi sintetizzabile come set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti, o di “Sistemi tecnici” (Gille via Stiegler) coordinati, quindi non solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa strettamente con visioni del mondo, cosmologie e cosmotecniche (Yuk Hui), e con soggettivazioni sociali e individuali. Ad esempio, alla scala più ampia si può riconoscere una “Piattaforma tecnologica” fordista, imperniata sull’industrialismo maturo e le grandi macchine urbane e territoriali, enormi concentrazioni di uomini e macchine, con un suo specifico regime di regolazione e forme spaziali, e di soggettivazione caratteristiche della cosiddetta “società di massa”. Oppure, a partire dalla fine del XX secolo, la progressiva affermazione di un’altra, imperniata sulla “produzione flessibile”, la ICT, l’economia dei consumi maturi (o identitari), la pronunciata terziarizzazione e l’industria reticolare a rete lunga. Una “Piattaforma tecnologica”, quest’ultima, caratterizzata da forme sempre più sottili di frammentazione e dominazione del lavoro, concentrazione e liberazione dei flussi di capitali, deregolazione e indebolimento delle capacità di comando dello Stato, fuga fiscale. Scambio deflattivo ed economia del debito. Cfr. Visalli, A. Oltre l’Occidente, vol 1, Meltemi 2026.
[4] – Faccio riferimento alla controversia sulla “sovracapacità”, parte di una specifica offensiva del governo americano, ripresa anche da quello europeo, e rilanciata di recente da un articolo di The Economist del 3 agosto (https://www.economist.com/china/2026/08/03/china-wont-apologise-for-overcapacity? ) che, a sua volta commenta la posizione assunta ufficialmente dal Ministero del Commercio cinese qualche giorno prima, (https://english.mofcom.gov.cn/News/SignificantNews/art/2026/art_1cc81037c291427ba64e696b6fbc0ad6.html ). In grande sintesi, la controversia riguarda lo squilibrio genera e settoriale cinese e la natura della competitività di molte imprese cinesi. Ovvero se, ed in che misura, questa dipenda da maggiore efficienza ed innovazione e quanto da incentivi eccessivi. La nostra tesi sposta il problema all’efficienza di sistema e “cosmotecnica” e lo allarga alla interconnessione nei diversi sistemi-mondo in divaricazione.
[5] – Chiameremo qui “Competizione di Piattaforma” quella crescente contrapposizione tra ecosistemi tecnici (o, come diremo, “Sistemi tecnici”) sempre più integrati internamente (in termini di regolazione, standard tecnici, interconnessione verticale e connessione commerciale) e sempre più reciprocamente impermeabili (ovvero non interoperabili).
[6] – Sia esso la vecchia “Triade” di Samir Amin (Cfr. Samir Amin, Per un mondo multipolare, Edizioni Punto Rosso, Milano 2006, interpretazione comunque anticipata già in Samir Amin, Oltre la mondializzazione, Editori Riuniti, 1999) ovvero l’interconnessione dominante dei capitali, delle tecniche e delle volontà di Usa, Europa e Giappone, o, in alternativa come ora sembra, un centro nordamericano che ritiene di poter fare da solo e svuota gli altri due centri, riducendoli al rango “semi-imperiale”. Nella concettualizzazione di Samir Amin la Triade sviluppava una sorta di “imperialismo collettivo”, qualificandosi nel suo insieme come centro di ordine nella circolazione e riciclo di capitali, merci e forza lavoro (sia qualificata ed intellettuale, sia non), e anche come egemone politico-culturale. La recente azione americana ha la funzione di ridurre gli altri centri a semi-periferie, subordinate alla propria capacità di dominio (che, soprattutto nella amministrazione Trump, dismette i panni dell’egemone mostrando la fredda corazza che è sempre stata indossata sotto il velluto ed il broccato).
[7] – Formula utilizzata in Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, vol 1, Meltemi 2026, per indicare la forma ideologica che unisce uno sbandierato universalismo alla permanenza della pretesa di dominio imperiale sul mondo. Postura ‘wilsoniana’ che ha contraddistinto il dopoguerra fino al primo decennio del nuovo secolo, venendo progressivamente messo in difficoltà, per sovraestensione e indebolimento delle fondamenta di forza (industriale, finanziaria, commerciale).
[8] – Una forma di “nazionalismo”, che programmaticamente rifiuta un discorso universale, limitandosi all’affermazione della preminenza della propria forma (“American First”), ma non introverso. Ciò che lo contraddistingue è lo sforzo fattosi esplicito di definire e consolidare un “perimetro di protezione” e quindi una “propria” area esclusiva di estrazione del surplus. Si veda Oltre l’Occidente, vol 1, p. 71 e seg.
[9] – Chiamo “Perimetro di protezione” l’area nella quale si estende il potere politico-militare americano e che determina stati più o meno pronunciati di sovranità limitata. La protezione costa, sia per la necessità di tenere in piedi la capacità di minaccia (che tante volte è stata dispiegata), sia perché l’arma del controllo è il predominio del dollaro, sempre più sfidato, e questo rende necessario tecnicamente che ci sia richiesta della moneta americana che si può ottenere o vendendo più beni e servizi americani di quanti se ne comprano (ma non è così), o costringendo gli altri a comprare commodities e asset in dollari, anche quando le due parti non sono americane. Per ottenere questo ci vuole una rete di influenza e penetrazione nei sistemi economico-politici che costa una continua sorveglianza, mobilitazione, presenza.
[10] – Operazione che per le normali vie di mercato riesce sempre meno, e che viene imposto con veri e propri atti di imperio, o con la mera destabilizzazione degli altri luoghi di attrazione (come, ad esempio, il Medio Oriente ed in particolare gli Emirati).
[11] – Intendo per “Sistema tecnico” l’insieme di tecnologie con le strutture produttive che queste utilizzano, e il sistema giuridico, amministrativo, sociale, che coopera a rendere possibile l’output. Qualcosa stabilizzato intorno ad un punto di equilibrio.
[12] – Slogan che si deve in particolare al lavoro pluridecennale di André Gunder Frank in opere come Sul sottosviluppo capitalista, Jaca book, Milano 1971, ma anche Ruy Mauro Marini, Theotonio Dos Santos, Vania Bambirra.
[13] – Questa ambigua etichetta, “il capitale”, rinvia ad una sfuggente dimensione: senza essere una forma di vita e sorgente di volontà, benigna o malvagia, può provvisoriamente essere identificata come l’insieme dei mezzi di pagamento, o di beni fissi e commerciabili, che condividono una regolazione, e con essa un orizzonte di senso e conformazione.
[14] – Si intende per “tecnodiversità” la possibilità che nella competizione attuale non si dia solo l’esistenza di più mercati, ma molto più profondamente modi diversi di far esistere la tecnica. Di determinare le produzioni, l’intelligenza artificiale, le stesse forme territoriali, ecc.
[15] – Nel senso proprio di dispiegarsi secondo un potenziale, mentre, proprio al contempo, se ne perde un altro.
[16] – Questa griglia analitica può essere sintetizzate in questo modo: la Regolazione è il vertice delle forme statuali nel senso di specifico e storico addensamento e stabilizzazione di diritto positivo, politica fiscale e monetaria, forme di coazione, di regolazione di consenso e dissenso, del regime di riproduzione della forza lavoro e produzione, oltre che circolazione, di merci. Si manifesta attraverso rapporti economico-sociali dominanti e centrali, forme di concorrenza e di cooperazione, forme di domanda sociale e della sua soddisfazione, meccaniche di potere e della sua legittimazione. Nel polo “cosmotecnico” si tratta di definire il luogo dove si pone la questione di quale rapporto tecnica-cosmo-essere si sta costruendo e riproducendo. Il terzo, lo Spazio, socialmente denso — talvolta granulare, è il vertice della materialità concreta dei tessuti riproduttivi: cooperative, comunità, circuiti corti, reti di cura, piccolissima produzione, infrastrutture di prossimità. O, al contrario, nodi e vertici di catene lunghe, densi centri che si connettono a periferie lontane, risonanze.
[17] – Questa è la tesi della cosiddetta “Cosmotecnica”, ovvero della questione di quale rapporto tecnica-cosmo-essere si sta di volta in volta costruendo e riproducendo. Per cosmotecnica non intendo semplicemente tecnologia nazionale autonoma (che è una sua dimensione necessaria), ma il modo in cui un ‘sistema tecnico’ incorpora una certa relazione tra produzione, natura, comunità, tempo sociale e forma dell’umano. Un “Sistema tecnico”, infatti, non si limita a produrre output materiali: configura il mondo-di-vita di chi lo abita, determinando tempi, ritmi, competenze richieste, forme di socialità, rapporto con la natura. Il passaggio dal telaio a mano alla fabbrica tessile meccanizzata non è solo un incremento di produttività ma una riconfigurazione del mondo-di-vita di milioni di persone — e così il passaggio dalla piattaforma logistica occidentale (Amazon) a quella cinese (Pinduoduo, Temu), o dal modello di generazione distribuita (solare su tetto) a quello centralizzato (nucleare di IV generazione). È, letteralmente, il modo in cui la tecnica mondializza un cosmo — cioè determina un ordine di relazioni uomo-natura-comunità-passato — e lo impone come necessario.
[18] – https://www.thepresidency.gov.za/remarks-his-excellency-president-cyril-ramaphosa-during-brics-business-forum-leaders-dialogue-18th
[19] – Formula che, come detto, si deve a André Gunder Frank, cfr. Alessandro Visalli, Dipendenza, Meltemi, 2020.
[20] – Termine tecnico del dibattito sull’economia estrattiva sudafricano. In mineralurgia è meramente l’arricchimento del materiale, tramite la frantumazione e la estrazione di un concentrato da inviare a fusione e raffinazione. Nel dibattito economico questa nozione è stata ampliata e generalizzata: indicando la trasformazione locale delle risorse minerarie lungo la filiera completa, dall’estrazione alla raffinazione, ai semilavorati fino ai prodotti fabbricati. Il Green Paper del 1998 lo definisce come una successione di processi che aggiungono valore alla materia prima, dall’estrazione alla vendita del prodotto finito. Ad esempio, la gioielleria artigianale. Anche la legge MPRDA, emendata nel 2008, classifica la filiera in quattro stadi, di cui l’ultimo è la lavorazione industriale. La Beneficiation Strategy del 2011 collega esplicitamente la trasformazione locale a diversificazione, industrializzazione, occupazione, competenze e ricerca. Seleziona dieci materie prime strategiche e indica filiere come energia, ferro e acciaio, pigmenti e titanio, metalli del gruppo del platino e gioielleria. Il termine torna più di recente nella strategia sui minerali critici e metalli, del 2025, relazionato a filiere come le batterie, i veicoli elettrici, le turbine eoliche e la manifattura avanzata. Proponendo, quindi, il posizionamento del paese in senso industriale e geopolitico nelle catene della transizione energetica e tecnologica. Si veda: https://www.gov.za/documents/green-papers/minerals-and-mining-policy-south-africa-green-paper-01-feb-1998? ; https://www.gov.za/sites/default/files/gcis_document/201409/beneficiation-strategy-june-2011-final-30.pdf? ; https://www.hks.harvard.edu/centers/cid/publications/faculty-working-papers/examining-beneficiation? ; più in generale, https://books.google.com/books/about/The_Political_Economy_of_South_Africa.html?
[21] – W. Rodney, Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa, Mimesis, Milano-Udine 2025.
[22] – Ucciso nel 1980 su mandato del governo contro il quale combatteva.
[23] – S. Amin, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Einaudi, Torino 1977.
[24] – In termini quantitativi, il paese registra negli ultimi anni 13 miliardi di dollari di export, in gran parte minerali grezzi, contro 23 di manufatti importati verso la Cina. Le esportazioni sono platinoidi, cromo, manganese, ferro, oro verso Uk e Svizzera. Si vede, in tal modo, come il paese più industrializzato d’Africa esporta sempre più verso la Cina come se fosse una enorme colonia mineraria. Tuttavia, dalla bilancia doganale cinese risulta in surplus di 54 miliardi di yuan. I due dati non sono necessariamente incoerenti. Se veri il Sudafrica vende alla Cina più di quanto compra ma resta dipendente. La dipendenza non è quasi mai nei valori contabili assoluti, ma nella composizione dell’interscambio.
[25] – https://www.fastmarkets.com/insights/ferro-chrome-market-shifts-south-africa-cutbacks-lme-week/
[26] – https://www.opis.com/resources/energy-market-news-from-opis/s-africas-cabinet-approves-chrome-export-restrictions/
[27] – Controversia alla quale il Ministero del Commercio cinese ha opposto un documento programmatico che respinge legalità e legittimità delle restrizioni discriminatorie imposte dai governi Usa e Ue verso specifiche filiere produttive (https://english.www.gov.cn/news/202603/13/content_WS69b4b130c6d00ca5f9a09dfc.html ). Il testo si sofferma sulla determinazione cinese a costruire un sistema industriale moderno, aperto e cooperativo, e la volontà di collaborare con i governi di tutto il mondo. Come recentemente confermato da Xi nella sua visita del 24-26 settembre in Usa.
[28] – https://www.pmindia.gov.in/en/news_updates/brics-new-delhi-declaration-building-for-resilience-innovation-cooperation-and-sustainability-september-12-2026/
[29] – Ovvero la rapina e rapimento, con pretesti di diritto penale, dei vertici politici del paese e l’occupazione delle sue risorse e riserve energetiche. Cfr. Alessandro Visalli, “3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto”, Tempofertile, 4 gennaio 2026; “Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas”, Tempofertile, 5 gennaio 2026; “Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”, Tempofertile 8 febbraio 2026.
[30] – Nel par. 84 sull’ambiente commerciale, viene scritto che i Brics dovrebbero promuovere “a just and fair, stable and predictable environment for mutually beneficial sustainable development”, con “broader and more equitable participation of developing countries and emerging markets in higher-value added segments”.
[31] – Par. 72, competenze industriali: operatività del “BRICS Centre for Industrial Competencies” con l’UNIDO, compendio del “China Centre for BRICS Industrial Competences (CCBIC)”, istituzione dell’”India Centre for BRICS Industrial Competencies (ICBIC)”.
[32] – “For too long, developing economies have participated in global value chains mainly as suppliers of raw commodities and consumers of goods that are made elsewhere”.
[33] – “If we are to change where value is created, we must also change where investment is directed. We must direct investment towards manufacturing and beneficiation, industrial technologies, energy systems, infrastructure and logistics”.
[34] – Nel 2025 la Cina ha registrato un surplus commerciale record di 1.189 miliardi di dollari, con esportazioni per 3.770 miliardi (+6,1%) e importazioni piatte. Ma mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono cadute del 20% (a 420 miliardi), la quota del Sud globale nelle esportazioni cinesi è salita dal 37,2% del 2020 al 44,3%. Nello stesso anno le esportazioni verso l’Africa sono cresciute del 25,8%, verso l’ASEAN del 13,4%, verso l’India del 12,8%, verso l’America Latina del 7,4%. L’Africa, in particolare, ha importato dalla Cina per 225 miliardi ed esportato per 123 (in crescita del 5,4%, esportazioni, come abbiamo visto, “dominate da petrolio greggio, rame, cobalto e altre materie prime perlopiù non lavorate”); l’America Latina ha importato per 300 ed esportato per 250, soprattutto materie prime da Brasile, Cile e Perù. L’India ha un deficit bilaterale di 115 miliardi, il Vietnam di 98 (raddoppiato dal 2020). L’UNIDO stima che la quota cinese del valore aggiunto manifatturiero mondiale, oggi sia intorno al 30%, e che salirà al 45% nel 2030, contro un 11% degli Stati Uniti.
[35] – Si veda Cui Fan, “中国当然不会为“产能过剩”道歉”, (https://mp.weixin.qq.com/s/xN5eawDQIbAlELexjMJKrg ).
[36] – https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2026/html/ecb.ebbox202601_01~fde39c8d00.en.html
[37] – https://www.foreignaffairs.com/china/china-pulling-ladder-behind-it
[38] – https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2026/08/The-Great-Transshipment-Scam.pdf
[39] – Nello stesso 2025, il Giappone ha avuto un avanzo di partite correnti del 4,8%, la Germania del 4,4% e la Corea del Sud di un enorme 6,6%.
[40] – Gli USA e la UE hanno avanzi molto significativi nel commercio dei servizi (in particolare finanziari), e nel settore agricolo per quanto riguarda la Ue, mentre hanno un deficit su alcuni specifici settori industriali e manifatturieri. In particolare, nei settori connessi con la transizione ecologica e tecnologica.
[41] – Come le NEV (auto elettriche), di cui la Cina ha venduto nel 2025 16,5 milioni di esemplari (di cui solo 2,6 esportati), oppure la componentistica energetica (pannelli solari, batterie, inverter).
[42] – Ovviamente distinguendo tra quanto valore viene prodotto localmente e distribuito per remunerare i fattori produttivi impiegati, lavoro incluso, quanto è trasferito attraverso il deterioramento delle ragioni di scambio e quanto è meramente appropriato o trasferito all’estero tramite rapporti di proprietà (fisica o intellettuale) o contratti di debito.
[43] – Si veda, ad esempio, Alberto Gabriele, L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione, da Deng a Xi, Diarkos, 2024; Zhang Boying, Il socialismo con caratteristiche cinesi, perché funziona?, MarxVentuno Edizioni, 2019; Alberto Bradanini, Cina. L’irresistibile ascesa, Sandro Teti editore, 2022; Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese. L’aspirazione originale della Riforma, MarxVentuno Edizioni, 2024; Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi Editore 2025.
[44] – La tecnologia High Pressure Acid Leaching, ovvero lisciviazione acida ad alta pressione, tratta le lateriti, cioè i minerali ossidati di nichel a basso tenore delle fasce tropicali (come Indonesia, Filippine, Cuba). Si tratta di una tecnologia che opera a 250° C ed alta pressione, difficile, che produce MHP (Mixed Hydroxide Precipitate) che serve per le batterie NCM. Il primo stabilimento fu realizzato a Cuba negli anni Cinquanta dalla statunitense Freeport Sulphur. Nazionalizzato è ora gestito in joint venture dalla canadese Sherritt. Negli anni Novanta è stata tentata con pochissimo successo in Australia e poi stabilizzata in Giappone dalla Sumitomo Metal Mining. Il primo HPAL cinese fu fatto a Ramu, in Papua Nuova Guinea nel 2012. Nel 2021 imprese cinesi (Tsingshan, con GEM, CATL) o altre come Hanwa, e Harita (che ha partner cinesi) avviano i primi impianti in Indonesia. Poi seguono Huayou e poi altri. Si tratta di una tecnologia difficile, tentata da molti, che i cinesi riescono a far funzionare in modo economico e su un materiale povero, con tempi di costruzione e costi molto minori di quelli occidentali e giapponesi. Altro fattore di successo è la solita integrazione a valle. Il prodotto va in Cina dove viene trasformato in solfato, precursore e catodo. Il consorzio franco-tedesco Eramet–BASF si è ritirato dalla tecnologia, perché non reggeva la concorrenza.
[45] – N. Pinsard, C. Séhier, “Industrial Upgrading or Dependency on Chinese Firms? The Case of Indonesia’s Nickel Downstreaming Strategy”, Global China Pulse, 13 marzo 2026.
[46] – Per “Complesso tecnico”, intendo un dispositivo che eroga un set di funzioni coordinate. Un ciclo produttivo altamente automatizzato, un nuovo genere di centrale atomica, o di sistema di accumulo di energia, nuove reti di trasmissione, sistemi portuali particolarmente efficienti. In questo caso, il sistema produttivo delle batterie al litio-ferro-fosfato, che si sono imposte negli ultimi anni.
[47] – La tecnologia LFP è sviluppata su scala industriale soprattutto dall’automotive di BYD e dalla CATL.
[48] – https://energyandcleanair.org/publication/indonesias-nickel-aimed-at-evs-but-still-parked-in-stainless-steel/
[49] – Che, a sua volta, segue la stessa traiettoria, prende una tecnologia vecchia la ingegnerizza inserendola in un Sistema tecnico diverso e sulla scala adatta, creando un Complesso che produce ghisa e nichel-inox in modo integrato su una scala mai vista prima.
[50] – https://energyandcleanair.org/publication/indonesias-nickel-aimed-at-evs-but-still-parked-in-stainless-steel/
[51] – Wolfgang Krieger, “How China’s export policy impacts the Global South”, D+C, 26 agosto 2026
[52] – Il Brasile ha riportato al 35% i dazi sui veicoli elettrici e sui kit dopo l’esenzione temporanea, ha alzato quelli sull’acciaio e indaga sulle importazioni; l’India ha reso obbligatorie dal 1° giugno 2026 le celle solari di produzione nazionale (ALMM List-II, con oltre 30 GW di capacità di celle iscritta) e moltiplica gli antidumping; l’Indonesia vieta l’export di minerali grezzi. Cfr. Shi Weijun, “A Pivot South: China’s record trade surplus looks to developing markets”, CKGSB Knowledge, 31 marzo 2026.
[53] – https://github.com/deepseek-ai/DeepSeek-R1/blob/main/README.md
[54] – L‘AI Impact Summit di New Delhi (16-21 febbraio 2026) ha allineato oltre 200 miliardi di impegni, con Reliance (110), Google (15 e la formazione di venti milioni di dipendenti pubblici), quindi General Catalyst e Lightspeed, e 58.000 GPU pubbliche (in larga parte Nvidia). Rikap nota che i consulenti di IndiaAI venivano da Intel e Oracle e che il modello scelto — partenariato pubblico-privato “perpetua le dipendenze strutturali” (Cecilia Rikap, “The global push for Big Tech cloud alternatives falls short”, Rest of World, 26 agosto 2026). Il primo silicio indiano (Tata a Dholera, atteso a fine 2026) è su nodi maturi con tecnologia taiwanese, dentro la catena ASML/EDA.
[55] – Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. vol. 1, op.cit.
Note seconda parte
[1] – Cfr. Parte Prima, nota 3.
[2] – Precisamente, l’eccesso ex ante di capacità (in Cina, ca. del 30%) rispetto alla domanda effettivamente operata, ai prezzi che remunerano il capitale impiegato. Si registra come capacità inutilizzata, prezzi alla produzione in calo (in Cina negativi da tre anni), margini compressi e fallimenti (in più paesi, Cina inclusa), tassi di interesse reali bassi, inflazione degli attivi finanziari. Si tratta del problema della realizzazione, o, in termini keynesiani dell’eccesso di risparmio desiderato ex ante (stagnazione secolare di Summers).
[3] – In David Harvey si intende l’eccedenza di capitale rispetto alle occasioni di impiego al saggio di profitto corrente, presentandosi come merci invendute, capacità inutilizzata, capitale senza impiego produttivo, disoccupazione. Uno dei segni più evidenti è la crisi del riciclo nel “sistema dollaro” e, in conseguenza le immobilizzazioni alternative. Cfr, David Harvey, I limiti del capitale, 1982; David Harvey, Marx e la follia del capitale, Feltrinelli, 2018 (ed or. 2017).
[4] – Dopo l’esaurimento, per raggiunti limiti di indebitamento e fiducia, della espansione monetaria del ciclo 2008-21, che ha rinviato la necessaria svalutazione, ora sono possibili fix temporali o fix spaziali. I primi più evidenti sono i data center per IA (stimati in ca. 700 miliardi di dollari per il solo 2026 e con un meccanismo circolare di investimento), i secondi gli investimenti infrastrutturali della “via della seta”, o immobiliari in giro per il mondo, negli Emirati Arabi in primis. Per quest’ultimo si tratta di un classico “circuito secondario” di Harvey: il capitale in eccesso defluisce nell’ambiente costruito. Malgrado la guerra il Dubai Land Department registra 252 miliardi di dirham di transazioni nel primo trimestre 2026, +31%.
[5] – Un esempio cinese di svalutazione (ma governata) è connesso al più grande spatial-fix degli ultimi anni, l’espansione urbana cinese tra il 2008 ed il 2021, per Harvey ha consumato in soli tre anni, dal 2011 al 2013, più cemento di tutto quello impiegato dagli Stati Uniti nel Novecento. Evergrande è stata lasciata fallire e Xu Jiayin il fondatore condannato all’ergastolo il 20 agosto 2026, Country Garden ha ristrutturato il debito (https://www.court.gov.cn/zixun/xiangqing/509281.html). Questo capitale svalutato cerca nuove destinazioni e Xi propone le “nuove forze produttive di qualità”, anche all’estero. Qui va fatta una distinzione, ci sono almeno due generi di Spatial-fix: quello produttivo, è il caso del capitale cinese che, distolto dalle costruzioni, va nel Sud a costruire capacità, fonderie, HPAL, zone economiche speciali, tra breve va in Africa, etc. Quello patrimoniale, tipicamente occidentale, che si deposita in attivi immobiliari (a Dubai, Londra, Milano, Miami), senza creare capacità, ma bolle immobiliari e distorsione urbana.
[6] – Qui la questione è definire chi sopporterà il costo, terminati i vari “fix”, e sgonfiate le bolle, della necessaria svalutazione. Di qui la competizione tra Stati e aree omogenee di capitale per esportare la svalutazione. Scaricare, in altre parole, su altri territori la chiusura degli impianti (la deindustrializzazione), la distruzione dei valori (tramite svalutazioni di bilancio, fallimenti, deflazione dei prezzi, svendita delle scorte) e la disoccupazione. Le forme attuali di questa competizione sono i dazi, le sanzioni, il controllo delle filiere e la “guerra a pezzi”. Quella generale ne sarebbe la forma compiuta e finale.
[7] – Li Jun “Costruire un nuovo modello di sviluppo integrato del commercio e degli investimenti”, QSTheory.cn, 28 gennaio 2026. https://www.qstheory.cn/20260128/f81a882ac66c48a1aaa3856f2aac4e73/c.html L’autore è il direttore dell’Istituto per il commercio internazionale dei servizi presso l’Accademia per il commercio internazionale e la cooperazione economica, Ministero del Commercio.
[8] – Li Jun, cit.
[9] – Secondo le parole stesse del direttore Li, attuando il progetto “Stessa linea, stesso standard, stessa qualità”, allineando supervisione, certificazione e standard, promuovere i flussi di dati, coordinare la sicurezza, il controllo delle tecnologie chiave, il monitoraggio ed il supporto istituzionale.
[10] – Come scrive Li, “gli investimenti transfrontalieri possono accumulare ricchezza a livello globale, che a sua volta alimenta l’economia nazionale, espande i consumi interni, stimola la domanda interna e crea un circolo virtuoso tra circolazione interna e internazionale”. Idem.
[11] – Cfr. Parte Prima, nota 16.
[12] – Ovvero chiudere il ciclo del valore, vendendo la merce al suo valore atteso e ottenere il profitto necessario per ricostituire il capitale e riavviare il ciclo.
[13] – Come ovvio surplus e deficit commerciali non sono generali, ma dipendono dai settori e dalle controparti. La Cina nell’aggregato dei prodotti meccanici, elettrici ed elettronici ha esportazioni per 2.300 miliardi di dollari nel 2025, con importazioni per meno della metà. Nel suo complesso l’avanzo è leggermente inferiore, ciò vuol dire che in tutti gli altri settori, presi insieme, è in lieve deficit (di 100 miliardi). Tra gli altri è in attivo sui prodotti siderurgici laminati, la cantieristica navale, ed in deficit sui circuiti integrati (su cui si sta molto impegnando), le preparazioni farmaceutiche. E’ in attivo con l’India (di 831 miliardi di yuan) ed in deficit con Brasile (320 miliardi di yuan), Russia (154) e Sudafrica (54). In attivo con l’Europa per oltre 200 miliardi di euro.
[14] – https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/12/12/reforms-to-reduce-chinas-high-household-savings-572507
[15] – Ad esempio, si può ricordare come il recente shock immobiliare, o la repressione di Ant, Didi e dell’industria delle ripetizioni nel 2021, hanno portato ad un risparmio pari al 13% del Pil per uno stock che la Banca Centrale ha stimato in 160.000 miliardi di yuan. Le ragioni sono diverse: mera perdita patrimoniale, crescita della insicurezza occupazionale, aspettative incerte sulla regolazione.
[16] – John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, in The Quarterly Journal of Economics (Vol. 51, No. 2, pp. 209-223), febbraio 1937.
[17] – Karl Marx, Teorie del plusvalore, Edizioni lotta comunista, vol 33/1, 2022 (scritto 1862, prima pubblicazione 1905-10).
[18] – Pubblicato il 16 marzo 2025 dall’Ufficio generale del Comitato centrale e Consiglio di Stato https://sg.mofcom.gov.cn/sxtz/zgyshj/art/2025/art_89d94ff04a044368af994366153d5473.html
[19] – Tra le più importanti, salari minimi, ferie pagate, “studiare l’istituzione di un sistema di sussidi per l’infanzia”, poi attuato dal luglio 2025: 3.600 yuan l’anno per figlio sotto i tre anni, 90 miliardi di bilancio, venti milioni di famiglie.
[20] – Con misure come marchi di “proprietà intellettuale originale”, “animazione, videogiochi, e-sport e prodotti derivati”.
[21] – Evsey Domar, “Capital Expansion, Rate of Growth, and Employment”, Econometrica, 1946
[22] – John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment”, op.cit.
[23] – Xi Jinping, “To Firmly Drive Common Prosperity”, discorso del 17 agosto 2021, Qiushi, ottobre 2021
[24] – Cfr. Parte Prima, nota 11.
[25] – Leon Liao, “Why the Rare-Earth ore is flowing to China”, 3 ottobre 2026, https://leonliao.substack.com/p/why-the-ore-is-flowing-to-china
[26] – Come scrive Leon Liao, “Separare un concentrato misto di terre rare in La, Ce, Nd, Pr e altri elementi richiede un altro insieme: lunghe linee di estrazione con solventi, operatori esperti, sistemi di trattamento dei rifiuti, conversione dei metalli e clienti a valle in grado di assorbire i prodotti separati. Una miniera può produrre concentrato molto prima che il paese circostante disponga di un sistema industriale completo per le terre rare.”
[27] – Nel luglio 2025 il Dipartimento della Difesa statunitense è entrato nel capitale di MP Materials con un prezzo minimo garantito per il neodimio-praseodimio e l’acquisto della produzione di magneti.
[28] – Cfr. Parte Prima, nota 20.
[29] – Cfr. https://sg.mofcom.gov.cn/sxtz/zgyshj/art/2025/art_89d94ff04a044368af994366153d5473.html
[30] – Il guochao (国潮) è una tendenza cinese, iniziata da alcuni anni, che letteralmente significa “Onda nazionale”, e incarna una nuova forma di orgoglio e interesse delle nuove generazioni per la cultura, tradizioni e design cinesi. https://daxueconsulting.com/guochao-cultural-confidence-in-china/
[31] – Rompendo il meccanismo della mondializzazione a trazione finanziaria, nella quale il surplus era trattenuto dal monopolio degli standard e della proprietà intellettuale, tradotto in accumulazione meramente finanziaria e riversato in consumi di élite.
[32] – L’alleanza della domanda estera è una formula sintetica per indicare quelle forze che in un paese dedito alle esportazioni (Germania, Giappone, Italia, Cina, Corea) detengono l’egemonia con riferimento ai propri interessi. Ovvero alla difesa dei fattori competitivi che conservano depressi i costi interni dei fattori produttivi (servizi, merci, lavoro, denaro), adeguati gli investimenti infrastrutturali pertinenti, e gli consentono l’accesso ai mercati esteri in condizioni competitive. In linea generale si tratta delle industrie internazionalizzate, il sistema creditizio industriale, alcune borghesie tipicamente urbane ed interconnesse, un certo mondo professionale, dei media, settori politici.
[33] – Li Jun “Costruire un nuovo modello di sviluppo integrato del commercio e degli investimenti”, op.cit.
[34] – Peraltro, la questione centrale, alla fine, è “cosmotecnica”. Si tratta della forma che prende il rapporto istituito tra tecnica e mondo. Ovvero non il consumo, ma quale, non la vita ma l’esistenza ed il comune. Cfr. Parte Prima, nota 17.
[35] – Ora messa in crisi gravissima dallo shock energetico e dalle restrizioni alle esportazioni verso la Russia e, in parte, verso la Cina che risale impetuosamente la catena del valore.
[36] – Cfr. Parte Prima, nota 14.
[37] – Ovvero delle energie fossili, petrolio e gas naturale, di cui abbiamo riserve del tutto insufficienti e che ci costringe ad una dipendenza drammatica in termini di governo dei prezzi e delle stesse quantità.
[38] – Ovvero delle energie rinnovabili (ma anche nucleare), che producono energia elettrica e quindi sono determinanti per la transizione di Piattaforma.
[39] – Salvi, Horta Ribeiro, Gallotti e West, On the conversational persuasiveness of GPT-4, «Nature Human Behaviour», 2025 https://www.nature.com/articles/s41562-025-02194-6
[40] – In altre parole, gli LLM producono ovvietà (Selbstverständlichkeiten). E quindi operano al livello dei Mondi della Vita nel medio periodo. Decidono cosa è pensabile, formulabile, e lo fanno uno ad uno. Direttamente a ciascuno. Segmentando l’universo di senso e adattando ciascuno dentro di esso, piano piano, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione. Attivando una delle più forti strutture evolutive e adattive della nostra specie: la fiducia tra parlanti faccia a faccia. Loro non classificano discorsi, li producono.
[41] – La regolazione pubblica è da preferire sempre a quella privata, che è solo apparentemente pluralista (in realtà oligopolistica per natura e comunque governata dallo spirito del capitale che, come dico, si impone a tutti). La regolazione pubblica è soggetta alla dialettica argomento/negoziato, ed è contendibile in linea di principio anche dal basso, o dalla periferia.
[42] – Non si tratta di organizzare la mente, si tratta di portare all’aperto la logica dell’organizzazione e poterla discutere.
[43] – Ad esempio, profondo inserimento della IA come infrastruttura abilitante pubblica entro l’intera organizzazione sociale, con abilitatori distribuiti e gratuiti. Connessione con un piano di riduzione progressiva dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione, settore per settore, indicizzato al valore aggiunto per ora lavorata. creazione di un fondo di perequazione intersettoriale che prelevi dai settori che conseguono guadagni di efficienza per automazione, per redistribuire in formazione, riduzione di orario di lavoro nei settori stagnanti. Con particolare attenzione ai settori della salute e servizi. Proibizione per legge di operare licenziamenti avendo come motivazione che l’automazione tramite IA consegue maggiore efficienza del lavoratore. Decisione collettiva circa la destinazione dei guadagni derivanti dalla automazione e la distribuzione dei suoi costi.
[44] – Come nel caso ungherese, in cui grandi impianti cinesi di auto e batterie si calano come cattedrali senza integrazione locale, e conflitti territoriali crescenti.
[45] – https://ec.europa.eu/commission/presscorner/api/files/document/print/en/qanda_26_516/QANDA_26_516_EN.pdf
[46] – “Mano” che nel cruciale settore dell’automotive ha sistematicamente preferito distribuire agli azionisti invece che reinvestire. Il contrario di quel che succede in Cina, dove una impresa come Huawei reinveste il 20% del fatturato ed è diventata in pochi anni un colosso tecnologico leader mondiale. Ma nel nostro mondo i “mercati” premiano dividendi e riacquisti e penalizzano i lunghi investimenti necessari per produrre innovazione. Il confronto è semplice: da una parte abbiamo capitali pazienti, che trattengono e reinvestono sotto direzione politica. Dall’altra capitali finanziarizzati, che distribuiscono e si proteggono con le lobby. Cfr. William Lazonick, «Profits Without Prosperity», Harvard Business Review, vol. 92, n. 9, settembre 2014, pp. 46-55 (https://hbr.org/2014/09/profits-without-prosperity ); oppure, William Lazonick e Mary O’Sullivan, «Maximizing shareholder value: a new ideology for corporate governance», Economy and Society, vol. 29, n. 1, 2000, pp. 13-35 (https://www.researchgate.net/publication/304686914_Maximizing_Shareholder_Value_A_New_Ideology_for_Corporate_Governance ).
[47] – Genesi, 19,26.





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