La storia conta ancora
da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo)
di Pasquale Felice
Il multipolarismo avanza, è una realtà, tuttavia la potenza egemone statunitense, pur se in declino, può e interviene ancora ovunque. In questa fase di multipolarismo Washington mantiene le superiorità militare, economico e finanziaria, possiede la preminenza tecnologica ed ha basi militari sparse in tutto il mondo. Situazioni che gli permettono di mantenere ed estorcere “alleanze”, così come pratiche sanzionatorie e punitive contro coloro che non si adeguano ai loro desiderata. La Cina, la Russia, i BRICS, ancora non hanno le capacità di rispondere alla forza statunitense, nell’ultimo anno lo abbiamo visto in Siria, in Venezuela, in Iran, così come in tutta l’Asia occidentale e il Mediterraneo.
Le guerre agli “Stati canaglia” iniziate nei primi anni 2000, ancor prima la guerra all’ex Jugoslavia, come pure le rivoluzioni colorate e l’estensione della NATO fino ai confini della Russia, avevano implementato la politica del “caos” globale nel tentativo di rallentare il declino dell’egemonia statunitense.
A quel punto, la risposta russa nel 2008 in Georgia, e nel 2012 l’inaugurazione del gasdotto Nord Stream, nel tentativo di fermare la politica USA che intendeva staccare la Germania dalla Russia. Tuttavia, in Ucraina proseguirono violente manifestazioni con vittime fino al colpo di stato di Maidan nel 2014, mentre in Donbass e in Crimea la maggioranza russofono si ribella contro i golpisti.
La Crimea e quelle parti del Donbass che non hanno accettato di riconoscere il colpo di Stato e le autorità illegittime salite al potere, sono state definite terroriste.
Nel 2015 sono stati firmati gli Accordi di Minsk, approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2019, il “quartetto” Francia, Germania, Russia e Ucraina, firmano un altro protocollo in cui, ancora una volta, viene sottoscritta la formulazione secondo cui è necessario rispettare gli accordi di Minsk, in particolare concedere al Donbass uno status speciale e sancirlo nella Costituzione dell’Ucraina.
Non accade niente di tutto questo, fin quando nel marzo 2022, per garantire la propria sicurezza e quella dei popoli del Donbass e della Novorossiya, la Russia è costretta ad avviare un’operazione militare speciale. L’Ucraina chiede di avviare dei negoziati immediatamente accettati dalla Russia, prima in Bielorussia e poi in Turchia, già ad aprile 2022, ove la delegazione ucraina propone dei principi per la risoluzione del conflitto, immediatamente sottoscritti sia dagli ucraini che dai russi.
Tuttavia, la delegazione ucraina fu smentita, spinto dall’allora primo ministro britannico Boris Johnson, così come da altri leader europei, il governo dell’Ucraina non firmò quel documento, continuando la guerra contro la Russia. Nel 2025, la stessa cosa si ripete in Alaska, la Russia accetta i principi formulati dagli USA, ma il Regno Unito e paesi europei si oppongono.
Breve parentesi. Non è la prima volta che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non vengono rispettate, così come accade per gli Accordi di Minsk. Infatti, mai è stata data attuazione alla risoluzione 1244 sul conflitto nell’ex Jugoslavia, che prevede che il Kosovo rimanga parte della Serbia, al contrario viene comunemente accattata dal cosiddetto blocco occidentale la «dichiarazione unilaterale di indipendenza» (senza indire alcun referendum) …
La politica della forza e i «doppi standard» dell’Occidente destabilizzano la situazione ovunque. Nei Balcani, non solo l’Unione europea, ignorano la risoluzione dell’ONU e vorrebbero costringere la Serbia a rassegnarsi alla perdita del Kosovo, e con il ricatto di una prospettiva di integrazione europea spingono a rinunciare ai poteri costituzionali garantiti dall’Accordo di pace di Dayton e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ai giorni nostri, i negoziati nel formato trilaterale tra Russia, gli Stati Uniti e Ucraina non sono stati ripresi, la parte ucraina ha interrotto i negoziati che si stavano svolgendo a Istanbul. Mentre gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni illegittime, seguiti a ruota dall’Unione europea.
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Da anni, gli Stati Uniti e la Repubblica di Corea conducono una vasta esercitazione militare congiunta, chiamata Ulchi Freedom Shield, che coinvolge migliaia di soldati e armi, simulando una guerra contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Si tratta della principale esercitazione dei 28.500 soldati statunitensi presenti nella Corea del Sud.
Quest’anno, l’esercitazione è stata interrotta mentre era in corso, per decisione unilaterale del presidente degli Stati Uniti, un fatto senza precedenti. L’ordine di Donald Trump è stato emesso il 16 agosto, poche ore dopo che il presidente americano aveva pubblicato su Truth Social una vecchia fotografia dell’incontro con Kim Jong-un al confine inter-coreano nel 2019. Trump ha chiesto al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni, giudicandone eccessivo il costo e affermando che mandavano a Pyongyang “un segnale del tutto inappropriato e ostile”. (AsiaNews)
Gli analisti ritengono che la riduzione delle manovre sia uno strumento di pressione nei confronti del governo della Corea del Sud, affinché proceda senza esitazioni a completare gli investimenti per 350 miliardi di dollari previsti dall’accordo commerciale firmato con Washington nel 2025, nonché a rimarcare la condotta di Seul, che avrebbe rifiutato di dare sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.
Infatti, a metà agosto, Trump aveva dichiarato “Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei Paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci. Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e, quando ci servono non ci sono”, riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran (si ricordi che durante la guerra del Vietnam, la Corea del Sud ha partecipato alla guerra a fianco degli Stati Uniti, inviando oltre 300mila soldati).
Da parte iraniana, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha fatto sapere, che «La presenza militare o la partecipazione operativa di altre nazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz verrebbero inevitabilmente considerate come un sostegno diretto alla parte che compie atti di aggressione e porterebbero a gravi conseguenze». (analisidifesa.it)
La Cina da parte sua ha reagito rapidamente. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è arrivato il 20 agosto a Seoul, dove ha incontrato il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e ha invitato la Corea del Sud a mantenere una posizione neutrale riguardo alla competizione fra Cina e Stati Uniti, definendo la politica ostile di Washington nei confronti del Nord come una delle cause principali delle tensioni in atto. (AsiaNews)
Ad ogni buon conto, la Repubblica di Corea ha immediatamente risposto a Trump, e la scorsa settimana il governo coreano ha affermato che è già pronto il piano per investire negli 120 miliardi di dollari nella costruzione di otto centrali nucleari negli Stati Uniti, e 150 miliardi nella cantieristica navale degli Stati Uniti, investimenti previsti nell’ambito dell’accordo da 350 miliardi di dollari raggiunto con Washington in cambio della riduzione dei dazi dal 25 al 15 per cento.
Una situazione che non è molto differente da quella della dipendenza dei paesi europei.
In detti scenari, al contrario, nei primi giorni di settembre Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno svolto regolarmente l’esercitazione militare congiunta denominata “Freedom Edge”, giunta alla sua quarta edizione, coinvolgendo unità navali e aeree dei tre Paesi con l’obiettivo di rafforzare le capacità operative e di risposta congiunta nei settori marittimo, aereo e cibernetico.
Parimenti, i primi di settembre si sono svolte pure le esercitazioni congiunte “Orient Shield” tra le Forze armate degli Stati Uniti e le Forze di Autodifesa del Giappone, con la partecipazione recente dell’Australia. In queste esercitazioni è stato impiegato e stazionato a Okinawa (base USA di Kadena) il sistema missilistico a raggio intermedio USA (capace di lanciare missili Tomahawk).
Successivamente, il portavoce del Ministero della Difesa della Cina ha dichiarato che il Giappone, sta accelerando la propria “rimilitarizzazione” con il pretesto di cosiddette “situazioni di crisi per la sopravvivenza nazionale”, minacciando la pace e la stabilità regionale. Denunciando così il “nuovo militarismo” giapponese.
In tale scenario si inserisce la vicenda di due soldati dell’Esercito Popolare di Corea catturati dagli ucraini nel gennaio 2025 a Kursk, colà intervenuti per combattere a fianco delle truppe russe per liberare la regione di Kursk invasa dalle forze del regime di Kiev, sulla base del Trattato di partenariato strategico, firmato nel giugno 2024 tra la Russia e la RPDC, che prevede assistenza militare in caso di aggressione.
Da oltre un anno detenuti in Ucraina, i due soldati dell’Esercito Popolare di Corea non hanno potuto usufruire né del rimpatrio (come prevede la Convenzione di Ginevra che stabilisce che i prigionieri di guerra debbano essere liberati e rimpatriati senza ritardo dopo la cessazione delle ostilità) né tanto meno di rientrare tra gli scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia.
In buona sostanza, pare che Ucraina e Repubblica di Corea si erano accordati segretamente di trasferire in Corea del Sud i due soldati dell’EPC, ciò nonostante il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva annunciato il trasferimento dei due militari all’Assemblea generale dell’ONU.
Immediatamente è scoppiata una crisi diplomatica tra Kiev e Seul per “imbarazzante mancanza di riservatezza” accusando Kiev di aver violato un accordo. Nella replica, Kiev ha contestato la ricostruzione sudcoreana, sostenendo che non vi fosse alcun accordo di riservatezza. Seul controreplica affermando di valutare “ulteriori misure” sul caso.
Fino ad oggi, ufficialmente la Repubblica di Corea sostiene l’Ucraina rifornendola di aiuti umanitari, tuttavia rifornisce di armamenti i Paesi settentrionali e orientali europei aderenti alla Nato (in primis l’accordo miliardario con la Polonia); nel caso specifico, analisti vedono in queste tensioni diplomatiche il tentativo di Zelensky di convincere la RdC a fornirgli armamenti.
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Nella parte Nord della penisola coreana, il 9 settembre 2026, a Pyongyang si è svolto l’evento commemorativo del 78° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea, presente Kim Jong Un, Segretario Generale del Partito del Lavoro di Corea e Presidente degli Affari di Stato della RPDC.
La ricorrenza ha avuto una risonanza internazionale, che si evidenzia per i messaggi ricevuti da Kim Jong Un da parte di capi di Stato e di Governo di paesi di tutto il mondo. In particolare da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, il quale in un messaggio ha affermato che Cina e Corea del Nord “sono amici socialisti che si sostengono a vicenda e condividono un destino comune”, nel mantenimento e consolidamento di reciproche relazioni.
Anche il messaggio di congratulazioni inviato dal presidente russo Vladimir Putin, acquisisce una notevole rilevanza di politica estera, visto il saldo rapporto bilaterale tra la Russia e la RPDC, in riferimento al citato Trattato di partenariato strategico, nonché al richiamo di «un nuovo ordine mondiale più giusto e multipolare». A questo messaggio Kim Jong Un ha risposto ribadendo la volontà di sviluppare «in modo globale» il partenariato tra RPDC e Russia, compreso il sostegno «incrollabile» alla Russia nella guerra contro l’Ucraina.
Ancora più recentemente, il 21 settembre u.s. il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha ribadito che lo status di potenza nucleare del Paese è “irreversibile”, denunciando i “doppi standard” dell’AIEA, così pure il cosiddetto «Gruppo multilaterale di monitoraggio delle sanzioni (MSMT)», guidato dagli Stati Uniti e composto da Francia, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Giappone, Repubblica di Corea, Nuova Zelanda, Australia, Canada, in buona sostanza tutto il mondo cosiddetto Occidentale, che si arroga il diritto del rispetto di sanzioni e pressioni contro la RPDC, senza avere mai ricevuto il mandato né l’autorità di agire per conto delle Nazioni Unite.
Oltretutto, le «risoluzioni» contro la RPDC confezionate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in flagrante violazione della sovranità e del diritto allo sviluppo di uno Stato sovrano, non sono mai state riconosciute dalla RPDC.
In tale contesto, le relazioni di scambio e cooperazione della RPDC con altri Paesi non possono in alcun caso essere oggetto di interferenze o indagini da parte di terzi, poiché costituiscono esercizio di legittimi diritti sanciti da trattati e accordi bilaterali e multilaterali.
Come afferma l’Agenzia KCNA, Pyongyang, 21 settembre 2026: “Ciò che nelle attuali relazioni internazionali dovrebbe invece essere messo in discussione e respinto sono le cattive pratiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, condotte apertamente in tutto il mondo in violazione degli scopi e dei princìpi della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di qualsiasi Paese. […] La RPDC, oggi come in futuro, non tollererà mai i tentativi malevoli delle forze ostili di vincolare e ostacolare lo sviluppo dello Stato e le normali relazioni di cooperazione reciproca tra Paesi indipendenti, ma li contrasterà con fermezza e difenderà pienamente la dignità dello Stato e i suoi interessi di sviluppo.”
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Nella recente visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, non si è parlato soltanto di dazi, commercio, intelligenza artificiale, ecc., i due presidenti hanno parlato anche di storia, ricordando che la Cina e gli Stati Uniti erano alleati durante la Seconda Guerra Mondiale contro le potenze nazi/fasciste e che entrambi i paesi combattevano contro il Giappone imperiale, perciò in Giappone si è riscontrato un certo fastidio e sono state espresse preoccupazioni.
Così pure anche a Taiwan, infatti il Fronte Unito contro il Giappone tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang portò sì alla cooperazione contro il Giappone, ma non risolse la questione di Taiwan, né alla fine della seconda guerra mondiale, né con la fine della guerra di Corea (1950-1953), in qualche modo scatenata anche per impedire il ritorno di Taiwan alla madrepatria, bloccando i piani della Repubblica Popolare Cinese.
La situazione congelò la divisione e fu poi successivamente, nel 1971, che le Nazioni Unite adottarono la Risoluzione 2758, trasferendo il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, alla Repubblica Popolare Cinese. Nel 1979, Washington stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino, pur mantenendo relazioni non ufficiali con Taiwan in base al Taiwan Relations Act.
Pertanto, l’eredità storica, da sempre vede Taiwan come parte inalienabile del territorio cinese. Inoltre, negli ultimi anni la Cina ha ripetutamente definito la questione di Taiwan la “prima linea rossa invalicabile” nei rapporti bilaterali.
Anche l’Unione europea ha mostrato fastidio a detti rimandi storici. Infatti, a fine settembre, il Parlamento europeo ha deciso che serve una maggiore presenza navale europea nell’Indo-Pacifico a sostegno di Taiwan, invitando alla collaborazione tra “Stati membri e con altri partner democratici della regione a un più stretto coordinamento in materia di sicurezza, compresa una presenza navale continua ed esercitazioni congiunte, onde rafforzare la stabilità nella regione”. Un tema delicatissimo, quello dell’ingerenza straniera sulla questione di Taiwan, che la Cina considera una “linea rossa” in grado di scatenare un conflitto. Il Parlamento europeo, con gli Stati membri dell’UE già in gravi difficoltà per le conseguenze della guerra e delle sanzioni nei confronti della Russia, aggravate dalla crisi energetica scatenata dalla guerra lanciata da Usa e Israele contro l’Iran, con questa risoluzione sostiene una strategia che potrebbe aprire un altro fronte di tensione in Asia.
Tra gli italiani, all’Eurocamera, solo il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Roberto Vannacci hanno votato per cancellare la presenza navale e le esercitazioni militari congiunte delle navi dei paesi europei, in ambito NATO, nell’Indo-Pacifico.
L’europarlamentare Cinquestelle Danilo della Valle ha commentato che “La Cina non è un rivale strategico, come gli Stati Uniti vorrebbe che noi la considerassimo, ma un partner internazionale con il quale, usando il dialogo e la diplomazia, si possono superare le oggettive divergenze su commercio e politica industriale. L’Unione europea rifletta sulla sua postura geopolitica che la sta condannando all’irrilevanza. Costruiamo ponti e non muri”. (il Fatto Quotidiano, 7.10.2026)
I paesi dell’Unione europea non vogliono scorgere che nel multipolarismo, potenze vecchie e nuove si spingono nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, un cambiamento che riguarda lo Stretto di Taiwan come pure tutte le altre rotte commerciali che attraversano l’Oceano Indiano, gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, il Canale di Suez, con le note ricadute sul piano della sicurezza quanto su quello economico e industriale.
Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze sulle catene di approvvigionamento, soprattutto per i settori che necessitato dei semiconduttori avanzati, al centro della trasformazione tecnologica. I microchip a semiconduttore rappresentano uno degli elementi tecnologici più strategici, essenziali per dispositivi elettronici, veicoli elettrici, infrastrutture digitali e sistemi di intelligenza artificiale, sono alla base dell’innovazione in numerosi settori industriali.
Per i paesi europei, non è che con un atteggiamento semi-coloniale e aggressivo potranno risolvere i problemi, la situazione necessita di una vera politica estera, autonoma e indipendente. Non può seguire i desiderata degli Stati Uniti.
Con il multipolarismo, il quadro è cambiato e gli Stati Uniti hanno moltiplicato le visite di alto livello verso Taiwan, intensificando le vendite di armamenti, nonché le diverse e vaste esercitazioni militari congiunte, come sopra abbiamo visto.
Le crisi di Taiwan e la storia mostrano quanto questo equilibrio si estenda ben oltre l’Asia-Pacifico. Dalla guerra di Corea (1950-53) sono state quattro le crisi di Taiwan (1954-55, 1958, 1995-96, 2022), l’ultima delle quali è rappresentata dall’escalation militare e diplomatica a seguito della visita a Taiwan di Nancy Pelosi, allora Presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. In tal senso, Taiwan è soprattutto interconnessa con la questione coreana, pertanto una escalation inevitabilmente coinvolgerebbe la penisola coreana.
La Repubblica di Corea nel 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, interruppe le relazioni ufficiali con Taiwan per stabilire rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese. Da allora, i governi sudcoreani anche per non compromettere il dialogo con Pechino, hanno generalmente evitato di assumere posizioni troppo nette sulla questione, tuttavia
una crisi militare regionale non potrà non coinvolgerli direttamente, avendo un’alleanza strategica con gli Stati Uniti.
Al contrario, la Repubblica Popolare Democratica di Corea difende il principio di “una sola Cina” e critica gli USA sulla fornitura di armi a Taiwan, definendo la politica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan come una minaccia per la pace e la stabilità regionale.
Appunti conclusivi tra geopolitica e conflitto tra potenze
La geopolitica non è un determinismo geografico, quanto piuttosto l’insieme dei flussi politici, economici e militari che attraversano gli spazi, messi in moto da agenti che perseguono la supremazia. Una rotta marittima, un corridoio energetico, una rete digitale, una valuta di riserva, un’infrastruttu
(manca un pezzo, appena disponibile verrà aggiunto NdR)
FONTE: https://www.conflittiestrategie.it/la-storia-conta-ancora-di-pasquale-felice





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