Pace, sovranità e giustizia sociale. Per una nuova politica popolare
da LA FIONDA (Bruno Gravagnuolo)

Dunque, ricapitoliamo. La crisi è migratoria, economica, culturale, logistica, generazionale. L’Italia ha pagato duramente la geopolitica di guerra europea, in piena sintonia con l’espansione euro-atlantica degli ultimi decenni. Fomite di guerra civile in Ucraina, degenerata poi in guerra per procura.
Alcuni dati. Dal 2022 a oggi la spesa per famiglia in bolletta è raddoppiata cumulativamente, passando da 6.500 euro nei cinque anni precedenti a 12-13 mila euro. Oggi l’aggravio generato da Hormuz è del 20 per cento in più, ma l’aumento rispetto al 2022 resta notevole: da 202 miliardi a 206, se i prezzi restano quelli del 2022, ai quali eravamo tornati prima di Hormuz. In più, il Paese è paralizzato per il diesel. Agricoltori, pescatori e padroncini spezzano lo Stivale e lasciano pompe e scaffali vuoti.
Quanto alla pressione fiscale, con la destra è schizzata al 43 per cento. L’inflazione viaggia al 4,2 per cento, mentre la finanziaria è una manovra di austerity da circa 23 miliardi complessivi. L’Italia è quindi stretta tra rigore UE – firmato da Meloni – e spesa militare, che a regime nel 2026 sfiora i 45 miliardi.
Coperta corta, con aggravi e tagli. Quanto all’ordine pubblico, mancano 20 mila agenti. E il debito sale, con il tasso più alto dei titoli di Stato. Le migliori previsioni parlano di uno 0,8 per cento di crescita, insufficiente a far lievitare i salari e a gestire una povertà assoluta che riguarda 5,2 milioni di persone. Con una povertà relativa ormai a 10 milioni.
Oltre agli sprechi corporativi della destra, la crisi è appunto globale. Pesano le guerre, le sanzioni, la logistica e il riarmo. È in questo quadro che esplodono le violenze e i blocchi stradali, con bassi salari e lavoro precario a fronte di un welfare sempre più impoverito e carente. In questo contesto va inquadrata anche la rivolta giovanile, che mescola esclusione e marginalità dei migranti di seconda generazione con il parallelo sgretolamento culturale della famiglia, privata del suo ruolo contenitivo, economico ed etico.
Vengono così al pettine i nodi della crisi geoeconomica e antropologica, nell’universo spettrale di consumi seduttivi e disattesi, che creano dissonanza cognitiva tra immaginario e realtà. Il narcisismo esibizionista delle baby gang, che si autoritraggono nella trasgressione violenta, è la ricaduta di tutto questo. Come scriveva Postman, se i media fanno saltare la funzione educativa sostituendosi a essa, saltano scuola e famiglia come contenitori, e ci si educa in gruppo al protagonismo aggressivo.
Fenomeno globale, s’è detto, difficile da gestire in assenza di risorse e coesione sociale, minata dal rigore e dalle logiche di riarmo globale, che rilanciano e potenziano il populismo di destra, con le relative pulsioni d’ordine. Che, a loro volta, si nutrono della violenza giovanile, suscettibile di essere reclutata e riorganizzata in senso reazionario. Come nelle grandi crisi degli anni Venti e Trenta, quando masse di disoccupati, reduci e sbandati videro nei fascismi un’ancora di salvezza e di ascesa sociale.
Se è questa la dimensione antropologica della crisi, occorrono rimedi culturali forti, in grado di invertire la spirale prima che essa crei le basi di un regime reazionario di massa sulle ceneri di una sinistra imbelle e libertaria, cosmopolita e liberale. Priva di radici popolari e nazionali e di connessione sentimentale con i ceti subalterni, più che mai esposti alle seduzioni vittimarie e xenofobe.
Urge un rovesciamento di prospettiva. Dalla società dei diritti alla società dei diritti e dei doveri. Con un retrostante quadro di analisi critica del capitalismo finanziario e industrialmente liofilizzato, nei termini di un postfordismo dell’assemblaggio decentrato a basso costo. Dentro e fuori dai confini nazionali.
Deve tornare al centro l’idea delle politiche industriali pubbliche. Con sovranità economica e modernità competitiva guidata. Un ruolo diverso dell’Europa, antitetico al dumping e ai regimi fiscali ineguali. Europa degli Stati sovrani, perciò, confederata, che rifiuta ogni riconversione militare-industriale motivata dal fantasma del nemico alle porte, da contrastare come antemurale per conto terzi. Una logica che finisce per perpetuare la subordinazione militare ed energetica agli Stati Uniti, esponendo l’Europa alle oscillazioni della politica americana, tra fasi espansive e protezionistiche, e agli interessi delle oligarchie dell’import-export.
In tal senso, quindi, la volontà trumpista di chiudere la partita con la Russia va colta, ma con uno specifico protagonismo europeo e al di là del progetto americano di ridurre l’UE a guardiana armata e passiva degli interessi d’oltreoceano. La sinistra deve allora muoversi a partire dai diversi contesti nazionali, per imporre tregua e spartizione in Ucraina, bypassando l’attuale Commissione europea e instaurando relazioni dirette con la Russia in uno scenario di disarmo, garanzie e sicurezza reciproca. Con l’Ucraina neutrale e garantita da un ombrello militare esterno. Con suggello ONU e connesse forze di peacekeeping.
Questa può essere l’idea-forza di un nuovo internazionalismo che parta dalle singole realtà nazionali e ricollocchi l’Europa nel suo alveo originario di mediazione e pace: Europa né antirussa né antiamericana. Per parafrasare Berlinguer.
E solo su queste premesse potrà svilupparsi un forte movimento di pace che chieda a Putin lo stop dei bombardamenti e la pace sulla linea del fuoco, come premessa di tutto il resto: coesistenza con fine delle sanzioni e riconoscimento delle ragioni nazionali e di sicurezza russe.
Quanto all’Italia, è tempo di rilanciarne il ruolo contro una destra imbelle, incapace e opportunista, in bilico tra trumpismo e subalternità alla tecnocrazia liberale europea riarmista.
Idee-forza? Eccole: pace, ordine e legalità. Contro il sovversivismo premierale, nemico della Costituzione, e contro la destra atlantica liberale, entrambi fomite di disordine e sovversivismo infiltrato, di massa e capillare.
Significa tagliare la spesa militare, salvo quella che può confluire in strutture di difesa comune, senza sprechi. Rifiuto del target del 5 per cento per la difesa entro il 2035. E riapertura di canali diplomatici con la Russia, per accedere al suo mercato e alla sua energia. Decisiva come ponte per il green. In simultanea con la richiesta pressante e ineludibile della fine dei bombardamenti e dell’avvio in Ucraina di un processo elettorale che scelga una leadership garante degli accordi di pace.
A tal fine, schiodando la discussione dal duello delle primarie, è necessario chiamare il Paese a una mobilitazione straordinaria con sindacati, partiti, associazioni e Chiese, in grado di imprimere una svolta decisa alla situazione, che rischia di sfuggire di mano. Spazzando via con decisione violenze e provocazioni che, puntualmente, come da manuale, possono consegnare il Paese alla destra radicale.
E sarebbe questa anche un’occasione storica per ridare vigore e credibilità alla democrazia fondata sui partiti di massa, ormai ridotti a cartelli di opinione e a meri partiti personali di un ceto politico senz’anima.





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