3. La violenza degli altri e la nostra meravigliosa coerenza
C’è stato nel caso Siher un altro elemento decisivo: i commenti violenti degli utenti. Commenti, riportati sotto forma di screenshot, dai vari giornali che hanno eccitato la fantasia dei propri lettori con le prove della violenza esibita degli iscritti al canale Telegram di Siher. Ancor prima di leggerli, non avevo dubbi che su quella chat si fosse scatenato il parapiglia. Mi basta aprire una qualsiasi pagina social per leggere commenti che definirli «che istigano alla violenza» è un eufemismo. Proprio in questi giorni, i giornali hanno rilanciato il video di una signora che invita a «sparare a vista» contro i manifestanti più violenti. Sotto quegli articoli si sono accumulati migliaia di commenti di persone che chiedono di ammazzare i vandali, di giustiziarli seduta stante, persino quando si tratta di minorenni. Negli Stati Uniti esiste la pena di morte. Nel regime di Teheran, e sottolineo regime, le persone vengono arrestate, sottoposte a processi farsa e impiccate. Noi invece, nella nostra civilissima Repubblica, abbiamo trovato una soluzione più rapida: a leggere migliaia di commenti i vandali andrebbero fucilati sul posto, possibilmente prima ancora di aver stabilito chi abbia fatto cosa. E allora mi domando: questa non è istigazione alla violenza? O l’istigazione alla violenza diventa improvvisamente accettabile quando a praticarla sono persone che condividono la nostra indignazione? Se dovessimo infatti giudicare le pagine social dei politici dai commenti dei loro lettori/elettori, andrebbero tutti accusati di istigazione alla violenza.
4. Il grande complotto e il ragazzo con il pellicciotto di volpe

Da Nord a Sud, da est a ovest, in Francia, Portogallo, Albania, Serbia, Austria e Belgio, in mezz’Europa praticamente, la gente scende in piazza e protesta: chi invoca la fine dell’inflazione e la fine delle guerre, chi protesta per la distruzione sistematica del welfare, chi come gli agricoltori, i pescatori e gli autotrasportatori del Sud Italia scendono in piazza perché semplicemente non ce la fanno più ad andare avanti, chi chiede la pace e protesta contro il riarmo, chi, come i giovani, non vuole più fare parte di un sistema che gli ha letteralmente rubato il futuro e la vita, chi ha semplicemente voglia di far casino e di sfogare la propria rabbia… insomma dietro le manifestazioni che stanno infiammando l’Europa ci sono mille motivazioni diverse che hanno però una radice comune: un profondo disagio sociale e il malcontento nei confronti di governi e istituzioni.
E di cosa parlano i giornali? Di cosa parla il governo? Del caro vita? Del prezzo dell’energia? Del riarmo che assorbe risorse mentre si restringono gli spazi del welfare? No, di Youssef Siher, della moglie e delle loro pagine social. Ed ecco come cade a fagiolo il collegamento tra Siher e l’intelligence algerina. Una volta accostata a terrorismo, eversione e destabilizzazione, basta a completare il quadro. Il lettore ha già in testa l’agente straniero, il complotto internazionale, la mano invisibile che muove i fili. Perché l’idea che si sta diffondendo è proprio questa: che dietro i disordini in Europa ci sarebbero altri Siher, agenti stranieri che sobillano i bravi e onesti cittadini e gli ingenui adolescenti… agenti stranieri che, dato che vogliono la nostra rovina, sono i responsabili delle proteste che infiammano l’Europa. Qualcuno ha perfino ipotizzato che dietro ciò vi sia anche… la Russia. Naturalmente.
Il risultato è paradossale. Da una parte abbiamo cittadini adulti, capaci di votare, lavorare, pagare le tasse, mantenere una famiglia e prendere decisioni. Dall’altra, quando scendono in piazza, diventano improvvisamente una massa di ingenui manipolati da qualcuno. I giovani, poi, sono il caso più interessante: se protestano pacificamente, spesso vengono accusati di non capire il mondo; se protestano con rabbia, non sono più responsabili delle proprie azioni, perché qualcuno li ha sobillati. In entrambi i casi, la loro voce può essere tranquillamente ignorata. Ed ecco il perché del tam-tam mediatico che ha accompagnato la vicenda di Siher.
È più comodo ipotizzare una regia occulta anziché ammettere l’esistenza di una crisi strutturale. È più facile (per i governi almeno) parlare di agenti stranieri anziché chiedersi perché una parte crescente della popolazione non si riconosca più nelle istituzioni, perché la promessa di un futuro migliore abbia perso credibilità, perché il lavoro non garantisca più l’autonomia economica e perché l’Europa sembri capace di trovare miliardi per il riarmo ma incapace di rispondere o anche semplicemente di prendere nota delle difficoltà quotidiane dei suoi cittadini. A questo proposito mi torna in mente un passo di Guerra e pace. Mentre le truppe napoleoniche avanzavano nel paese, il governatore Rastopčin ha bisogno di dare in pasto alla folla un responsabile, qualcuno sul quale scaricare la paura e la rabbia.
«’Ragazzi!’ disse Rastopčin, ‘quest’uomo è il delinquente che ha provocato la rovina di Mosca’. Il giovane con il pellicciotto di volpe stava immobile nel suo atteggiamento di sottomissione, con le mani incrociate sul ventre e la schiena un po’ curva. Smagrito, deturpato dalla testa rapata, il suo giovane volto era rivolto in terra. Alle prime parole del conte egli sollevò lentamente la testa e lo guardò dal basso, come se desiderasse dirgli qualcosa o almeno incontrare il suo sguardo. Ma Rastopčin non lo guardava».
Rastopčin sa che quel ragazzetto con il pellicciotto di volpe non ha fatto nulla di male, non è lui ad aver causato la rovina di Mosca, non può essere lui, un singolo uomo, la causa dell’invasione dei francesi, eppure grida lo stesso: «Uccidetelo! Sono io che lo ordino!» Così la folla lo ammazza. Che cosa deve fare un uomo per diventare il nemico pubblico numero uno? Non serve molto, ci ricorda Tolstoj. A volte basta che una vicenda si presti a una storia che abbiamo già voglia di raccontare. Ma per tornare al caso Siher, il terrorismo, la rivoluzione, l’intelligence straniera, il manuale choc, la mente dietro la rivolta: sono tutti elementi che, messi in fila, producono una narrazione formidabile. Il problema è che la differenza tra una narrazione formidabile, una narrazione funzionale al sistema e una narrazione vera è enorme.
E la questione non è tanto se Siher abbia cercato di organizzare altre manifestazioni. Non è nemmeno se abbia usato un linguaggio radicale o se la sua idea di disobbedienza civile sia condivisibile o se possa aver istigato atti di violenza. La domanda che mi faccio è sempre la stessa: ci hanno presi per scemi o cosa? O meglio: quanto ci hanno presi per idioti, e quanto siamo disposti a farci trattare come tali?



Guendalina Midde Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l’ultimo dei quali è “Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita” (Feltrinelli, 2025).



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