Contro il razzismo istituzionale. Per l’abolizione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR)
di GLI ASINI (Nicola Cocco)

Nicola Cocco è medico infettivologo, fa parte della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) ed è stato consulente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. È attivo nella Rete Mai più lager – No ai CPR, che chiede la chiusura dei Centri di permanenza per il rimpatrio (in passato denominati CPT, Centri di permanenza temporanea, poi CIE, Centri per l’identificazione e l’espulsione), ovvero i centri di detenzione amministrativa nei quali persone migranti prive di permesso di soggiorno vengono detenute pur senza aver commesso alcun reato, con l’obiettivo di essere rimpatriate. Nell’ambito di un’inchiesta della procura di Ravenna, che ha coinvolto decine di medici che hanno firmato la “non idoneità” al trasferimento di persone migranti nei CPR con certificati ritenuti “falsi” dalla procura, il 16 settembre Nicola ha subito una perquisizione di polizia ed è risultato indagato per associazione a delinquere. Oltre a dare solidarietà a Nicola per questa accusa, lo abbiamo incontrato per approfondire con lui alcune questioni aperte da questa vicenda.
Nel volume pubblicato in sua memoria (Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, PiGreco, 2025), c’è un testo di Giulio Maccacaro, “Operacion Verdad”, che racconta cosa accadde in Cile quando la corporazione medica scese in campo contro Salvador Allende finendo per accettare l’uso della medicina come strumento di controllo sociale da parte della dittatura di Pinochet. Quando un regime – anche un regime democratico – arriva a cooptare i medici siamo in un momento di grande crisi. Hai mai considerato questa prospettiva nel tuo agire o hai semplicemente utilizzato la tua conoscenza, competenza, professionalità?
Come Rete Mai più lager – No ai CPR siamo partiti recependo due richieste che venivano dal basso. La prima arrivava dalle testimonianze dall’interno dei CPR: grazie al centralino di una rete di attivisti abbiamo avuto notizie delle condizioni di degrado, sofferenza, abbandono, violenza. L’altra spinta, parallela e convergente, è stata quella del disagio dei medici, chiamati, dall’introduzione della Direttiva Lamorgese nel 2022, a fare queste valutazioni di idoneità, vissute come qualcosa di improprio in base all’etica professionale: il mandato del medico è puramente dedicato alla cura, alla prevenzione, alla presa in carico, non può avere delle ambiguità, che pure ci sono in altri ambiti. Io, ad esempio, lavoravo e lavoro in ambito carcerario, dove questa ambiguità è quotidiana, però ci sono dei paletti, delle tutele, che permettono al medico di preservare quanto più possibile la propria autonomia.
Da queste due spinte è nata una riflessione teorica che ha preso in considerazione aspetti sociologici e deontologici anche partendo da esempi di altre epoche storiche, come i medici nazisti e le dittature sudamericane, dove ai medici veniva addirittura chiesto di fare una valutazione dell’idoneità dei corpi dei prigionieri che dovevano essere torturati, che è quanto di meno medico possa esistere. Abbiamo iniziato a fare una ricerca della letteratura scientifica sui CPR; io feci una prima review nel 2023, come consulente del Garante nazionale dei detenuti, in cui raccolsi una ventina di studi pubblicati a livello internazionale, in particolare su Europa, Stati Uniti e Australia, che descrivevano la patogenicità di questi centri. Negli anni successivi abbiamo aggregato ulteriori studi ed evidenze e questo ha portato alla proposta della campagna della SIMM, dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e della rete Mai più lager – No ai CPR, dove si dice in maniera molto lineare che, dal momento che la detenzione amministrativa ha delle caratteristiche di patogenicità, come medici dobbiamo interrogarci su come sia possibile dare una valutazione di idoneità.
Sottolineo questo percorso perché la nostra posizione non nasce solo da una postura scientifica, ma soprattutto dall’esperienza. La patogenicità della detenzione amministrativa si sostanzia su tre livelli e il primo livello è quello delle testimonianze, che spesso vengono dimenticate perché ormai siamo anestetizzati ai racconti della sofferenza. Sulle pagine social della Rete c’è una raccolta di testimonianze, una sorta di enciclopedia della sofferenza dei CPR. Il secondo livello è quello della letteratura grigia pubblicata negli ultimi dieci anni: report di associazioni indipendenti, accessi del garante nazionale e dei parlamentari, inchieste giornalistiche. E infine ci sono le evidenze scientifiche, quel corpus di 50-100 articoli che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha poi raccolto in due report, l’ultimo pubblicato a gennaio 2026, che sostanzialmente dicono che questi sono dei posti dove la gente si ammala. Da questo si può desumere la violazione dei diritti e la riflessione deontologica di medici che devono dichiarare che delle persone sono idonee ad andare in posti che sono di volta in volta definiti “patogeni”, “torturing environment”, “luoghi di mismedication”, di “uncare”, di “necropolitica”.
Si trova di tutto nella letteratura scientifica. Però ci tengo a ripetere che la nostra decisione è nata prima della raccolta delle evidenze, anche se oggi vale molto di più un grafico pubblicato su Lancet che la testimonianza di una vita che è passata nei CPR. Ma se pensate agli scritti di Basaglia, non troverete mai un dato epidemiologico, un grafico, un numero, una percentuale, perché la battaglia per la chiusura dell’istituzione passava per una riflessione politico-culturale, prima che di sanità pubblica. Basaglia diede voce alle persone che stavano nei manicomi e abbiamo cercato di farlo anche noi, dando importanza alle testimonianze dall’interno dei CPR.
Non è la prima volta che i centri per il rimpatrio vengono contestati e non è la prima volta che si prova a utilizzare i medici contro i migranti privi di documenti. Cosa ha portato oggi addirittura a un’accusa per associazione a delinquere?
Mi sembra la conseguenza di un clima che tende a intimidire e criminalizzare tutti coloro che cercano di normalizzare le questioni che riguardano le persone migranti, soprattutto dal punto di vista dei diritti, e il diritto alla salute è stato sempre trattato in una prospettiva emergenziale. Nel 1998 la legge Turco-Napolitano, la stessa che creò i CPT, istituì il tesserino STP (Stranieri temporaneamente presenti), con il quale si decise di dare assistenza sanitaria alle persone considerate irregolari, dando loro un codice per l’accesso ai servizi sanitari, ma senza fare una scelta strutturale (e questo pone problemi ancora oggi). C’è poi stato l’assurdo del pacchetto sicurezza di Maroni, nel 2009, quando si voleva imporre ai medici, in veste di pubblici ufficiali, di denunciare le persone considerate irregolari, perché senza permesso di soggiorno; questo andava al di là di ogni possibile comprensione deontologica e credo sia stato l’ultimo momento in cui la classe medica è riuscita a ottenere un risultato politico che non fosse corporativo o legato ai propri interessi. All’epoca scesero in piazza gli ordini dei medici, con la FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici) assieme alla SIMM, altrimenti la campagna “Noi non denunciamo” non avrebbe mai avuto successo.
Aggiungiamo la criminalizzazione del soccorso in mare e alle frontiere. Si crea un contrasto, che in realtà avviene sulla pelle delle persone migranti: da una parte un potere politico sempre più pervasivo, che non riconosce le persone migranti come persone ma come mezzo di propaganda; dall’altra le figure che invece vogliono difendere la sacralità di quei corpi, di quelle persone, di quelle storie.
Oggi il razzismo istituzionale porta ad accettare che le persone migranti siano completamente deumanizzate e questo giustifica che possano stare nei CPR o rientrare in processi di deportazione sempre più semplici ed esternalizzati. Forse quello che sta facendo incazzare chi governa è che siano dei medici – quindi figure importanti a livello sociale, di cui la gente si fida e che hanno anche un valore di pubblico ufficiale – a opporsi a questo, non solo gli attivisti politici. Questo per il potere è inaccettabile perché, finché si vuole restare in un ambito di regime democratico, sarà sempre necessario un bollino di accettabilità sanitaria per permettere di far andare avanti quella macchina deumanizzante, altrimenti si torna a un contesto di violazione dei diritti pre-novecentesco. Un medico che metta la firma lo devono sempre trovare, altrimenti siamo fuori dalla Costituzione.
A livello giudiziario, la definizione di “falso” ha purtroppo assunto un valore che non è più legato alla riflessione etica, deontologica e culturale, ma al dibattimento in un’aula di giudizio, con degli effetti importanti anche sulle vite dei medici inquisiti. Quindi sì, io vedo una continuità in questa criminalizzazione di chi osa mettere in dubbio il sistema di razzismo istituzionale imperante. Anche senza usare la parola “lager”, che lo stesso Basaglia ha usato, termini come “deportazione”, “segregazione”, “apartheid” per noi sono semplicemente descrittivi. Io non riesco a pensare che ci sia possibilità di dialogo in questo momento con chi continua a parlare delle persone migranti come criminali da detenere, espellere, cancellare. Per me è impossibile, perché al centro del mio lavoro e della mia riflessione c’è il rispetto del corpo delle persone.
Hai fatto cenno a Basaglia e hai proposto un parallelo tra CPR e manicomi. Da medico, vuoi raccontarci cosa succede al bisogno sanitario di una persona dentro un CPR?
In un CPR non viene garantito il diritto alla salute così come noi lo intendiamo per le persone italiane. Siamo in un paese occidentale, con un Sistema Sanitario Nazionale, in cui il diritto alla salute è un diritto costituzionale fondamentale sancito per ogni individuo. Il CPR è fuori dall’articolo 32 della Costituzione per almeno due motivi. Il primo riguarda il meccanismo degli appalti: i CPR sono luoghi di detenzione appaltati a degli enti gestori privati, che quindi ci devono fare un profitto, e il diritto alla salute fa parte banalmente del capitolato d’appalto. Tra i servizi su cui si taglia c’è sicuramente la sanità. I medici che ci lavorano – con tutto il rispetto per la loro professionalità – hanno degli orari di lavoro che non garantiscono che i luoghi di salute dei CPR possano essere definiti ambulatori o cliniche: sono solo delle infermerie. Inoltre, a questi medici non viene fatta una formazione adeguata. Gli infermieri sono invece assunti tramite cooperative e fanno delle turnistiche che sono assolutamente fuori dal contratto nazionale.
Il secondo motivo è quello che si definisce “doppia lealtà”. Il medico che lavora in un CPR (ma la stessa cosa si può dire per il carcere) si trova a dover essere “leale” verso due realtà: verso il suo paziente, come da giuramento di Ippocrate e da codice deontologico, e, inevitabilmente, verso l’ente che gli dà il lavoro e le forze di polizia che gestiscono il centro. Ne abbiamo una dimostrazione per il fatto che negli ultimi anni molte persone che sono state rilasciate dai CPR hanno poi denunciato episodi di violenza da parte della polizia o episodi di malacondotta su problematiche sanitarie: nessuna di queste denunce ha avuto il sostegno di uno dei medici che lavorano all’interno dei CPR, nonostante i medici abbiano l’obbligo di denuncia, ad esempio nel caso di persone picchiate dalla polizia. Se il medico denuncia non lavorerà più per quel centro.
A questo si lega la questione della deriva manicomiale che caratterizza questi luoghi. Il CPR si configura come un luogo di segregazione dell’Altro, così come era di fatto il manicomio. Inevitabilmente, nel CPR le problematiche di salute mentale sono quelle che esplodono più facilmente, sia per chi arriva con problematiche pregresse, che quindi non vengono filtrate dal meccanismo dei certificati di idoneità, sia per persone che non hanno problemi di salute mentale ma li sviluppano proprio a causa della psicopatogenicità del CPR stesso. Se tu crei delle strutture dove vuoi segregare l’Altro per tenere “pura” la società, quell’Altro che verrà segregato starà male. E diventerà matto, sempre per citare Basaglia. Questo crea una correlazione con la lotta anti-istituzionale degli anni Settanta.
Quanto è diffusa questa cultura nei medici, negli psichiatri?
L’approccio puramente specialistico e psicofarmacologico porta molti psichiatri a non vedere tutto l’aspetto dei determinanti sociali di salute in luoghi come il CPR e il carcere, perché la detenzione è di per sé uno dei massimi determinanti sociali di psicopatogenicità: non vedono che quella sofferenza mentale è frutto del contesto in cui le persone vivono. Se lo psichiatra vede la persona che viene portata in pronto soccorso dopo un tentativo di suicidio e scrive “episodio di agitazione psicomotoria, gesto autolesivo a scopo dimostrativo, può tornare in CPR, si raccomanda stretto monitoraggio”, questa non è una diagnosi psichiatrica post-basagliana! Questo è evidentemente un tentativo di non prendere in carico una persona che mostra una sofferenza mentale. È un’abdicazione del lavoro dello psichiatra; è il fallimento di tutto l’insegnamento di Basaglia. L’intervento degli psichiatri non si traduce in una maggiore tutela, per cui lo psichiatra potrebbe dire “io rilevo che questa persona ha dei problemi, non può stare nel CPR, immettiamolo in un percorso di cura”; al contrario normalizza la presenza di persone con problemi di salute mentale nei centri e sopperisce con un abuso di psicofarmaci, perché in un luogo sostanzialmente psicopatogeno l’unico modo che si intravede per mantenere la calma sono gli psicofarmaci. È la “camicia di forza farmacologica” di basagliana memoria. Di questo potrei fare tanti esempi.
Possiamo leggere in questo modo la vicenda di Moussa Balde, il ragazzo che si suicidò nel CPR di Torino nel 2021.
Moussa Balde fu vittima di un’aggressione razzista a Ventimiglia e, mentre si trovava ancora nel pronto soccorso dell’ospedale di Bordighera con la testa fasciata, vide arrivare dei poliziotti che gli chiesero i documenti. Lui i documenti non li aveva e nel giro di pochissimo tempo si trovò nel CPR di Torino. Era un ragazzo che si potrebbe definire integrato (nelle foto in rete ha la maglietta “Imperia antirazzista”), tre italiani l’hanno massacrato di botte, tra l’altro di fronte alla Questura di Ventimiglia (durante il processo la poliziotta che si trovava nella questura aveva detto di non essere intervenuta perché, essendo sola, non poteva lasciare il posto). Nel CPR è entrato in un vortice psicopatogeno, continuava a dire “perché mi avete messo in carcere quando sono io la vittima dell’aggressione?”; nel giro di tre settimane questo vortice psicopatogeno lo ha portato a diventare sempre più richiestivo, agitato, e il coordinatore medico decise di metterlo nel cosiddetto ospedaletto, un luogo terrificante, che io ho visitato col Garante nazionale quando era già stato messo sotto sequestro e che era sostanzialmente costruito come un grosso fienile, con delle aie per polli all’esterno, come spazi d’apertura, e delle celle di pochi metri quadri. In una di queste celle entravano piccioni e Moussa Balde dovette restare mezza giornata in mezzo alle cacche di piccione; in un’altra di queste celle si è infine impiccato.
L’antropologo medico Roberto Beneduce ha fatto un’analisi impressionante del processo di bestializzazione di Moussa Balde nel CPR. Sicuramente è stata la prima vicenda a far conoscere all’esterno come possa diventare la permanenza in questi centri. Riassume tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato: il fatto di finire in detenzione senza aver commesso reati, solo perché ti trovi a essere una persona considerata irregolare; la violenza medica che non ti protegge da quello che ti sta succedendo ma ti mette in isolamento; la deriva manicomiale, perché la problematica di salute mentale è stata del tutto misconosciuta, trattata solo con dei sedativi e con l’isolamento; e infine la patogenicità nella sua massima espressione, che ha portato alla morte di Moussa Balde. Il processo, pur avendo portato nel 2026 alla condanna della direttrice del CPR, è anche un’occasione mancata perché non ha messo in discussione le modalità della gestione medica della vicenda.
Come si può rilanciare ora la lotta contro i CPR e per delle politiche migratorie diverse?
Il 24 ottobre è prevista una manifestazione della rete Mai più lager – No ai CPR a Castelvolturno, che dovrebbe essere la sede di un altro CPR e dove la risposta contraria da parte della popolazione è molto forte e chiara. Inoltre, è prioritario mantenere alta la guardia nei confronti del Patto europeo sull’asilo e l’immigrazione perché quel framework normativo è lo strumento che si è data l’Europa per normalizzare il razzismo istituzionale che sta imperando. Nei prossimi anni, uno dei nostri compiti, sia come professionisti che come attivisti, sarà smontare tutti gli aspetti del Patto europeo che configurano l’approccio al fenomeno migratorio con un piglio securitario, criminalizzante, deumanizzante. Il termine “migranticidio”, coniato da alcuni sociologi, mi sembra sintetizzi bene questa situazione. Il migranticidio è figlio delle politiche dei paesi europei che oggi non si vergognano più nemmeno di usare il termine “remigrare”; il Patto europeo è la facciata “buona” di quelle stesse politiche.
Sui CPR ci aspettiamo che il governo, in una nuova legge apposita, per risolvere il problema tolga la richiesta di valutazione medica dell’idoneità; ma noi lo contesteremo, perché questo viola l’articolo 32 della Costituzione.
Queste battaglie, però, non possono essere condotte solo dai medici: i medici non risolveranno il problema dei CPR, serve una mobilitazione politica più ampia. Come ho detto altre volte, il problema non sono i medici accusati di un reato tutto da dimostrare, ma le condizioni in cui facciamo vivere le persone migranti nel nostro paese.





Commenti recenti