Dopo le elezioni: Israele fra crisi e guerra
da INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)
Netanyahu trae vantaggio dalla paralisi politica interna, ma il perenne stato di guerra e la possibile collisione con l’Iran rischiano di accelerare la crisi dello stato ebraico.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu al quartier generale del partito Likud dopo le elezioni del 27 ottobre (Photo credit: Reuters)
I risultati delle elezioni del 27 ottobre pongono Israele in uno stato di paralisi, come del resto lasciavano presagire i sondaggi prima del voto. Sebbene nessuna delle due principali coalizioni abbia raggiunto la maggioranza di 61 seggi necessaria per costituire un governo, l’impasse è quasi una vittoria per il premier Benjamin Netanyahu.
Nel frattempo, permane la possibilità di un nuovo attacco israelo-americano all’Iran che, scongiurata prima delle consultazioni, potrebbe concretizzarsi dopo il 3 novembre, data delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Nessuna maggioranza
Lo spoglio ormai quasi definitivo dei voti in Israele attribuisce 27 seggi al partito Likud di Netanyahu, e 53 alla coalizione da lui guidata. Il partito Yashar, capeggiato dall’ex comandante dell’esercito e leader dell’opposizione Gadi Eisenkot, ottiene 21 seggi. Complessivamente la coalizione anti-Netanyahu ne ha conquistati solo 48.
Le due liste a maggioranza araba hanno ottenuto ben 19 seggi, grazie alla mobilitazione senza precedenti dell’elettorato arabo israeliano. Esse potrebbero avere un ruolo decisivo per assicurare una maggioranza di governo, ma tutti i partiti ebrei ad eccezione dei Democratici hanno escluso ogni collaborazione con loro.
Malgrado lo stallo politico emerso dalle urne, sia Netanyahu che Eisenkot hanno rilasciato dichiarazioni ottimistiche affermando entrambi di volersi assumere la responsabilità di formare il governo.
Nel suo discorso post-elettorale, il premier ha subito riportato l’attenzione sulla questione iraniana, affermando che Israele si trova di fronte a un’opportunità storica, irripetibile – assieme al nostro partner, il presidente Trump – per eliminare una volta per tutte la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran. Non dobbiamo permettere che considerazioni estranee ci distolgano da questa sacra missione.
L’insistenza di Netanyahu sulla “minaccia iraniana” aveva raggiunto il culmine durante la campagna elettorale, allorché egli aveva pubblicato l’immagine di un’esplosione nucleare su Tel Aviv.
Al momento non esistono informazioni di intelligence tali da far presagire che l’Iran intenda costruire un ordigno nucleare o sia prossimo a realizzarlo.
Arabi vittoriosi ma emarginati
Netanyahu ha anche infiammato lo scontro politico interno accusando i partiti arabi di aver “rubato” il voto. Il loro ottimo risultato sarebbe frutto di brogli elettorali.
Un portavoce del Likud ha accusato Qatar e Turchia di aver interferito nelle elezioni, arrivando a parlare di un “attacco alla democrazia il cui scopo è portare a una conquista straniera della Knesset [il parlamento] e all’islamizzazione di Israele”.
Un’accusa non supportata da prove, ma rincarata dal ministro della sicurezza interna Itamar Ben Gvir e da quello delle finanze Bezalel Smotrich, i quali hanno a loro volta sostenuto che questi partiti avrebbero ricevuto finanziamenti stranieri.
Secondo alcuni analisti, la manovra di Netanyahu e della sua coalizione punta a screditare le liste arabe per scoraggiare lo schieramento di opposizione da qualsiasi forma di cooperazione con esse, un’eventualità del resto già resa difficile dalla diffidenza che gran parte dell’opposizione ebraica nutre nei loro confronti.
Eisenkot, una vera alternativa?
Dal canto suo, Eisenkot si è rivolto ai propri elettori promettendo che avrebbe fatto approvare una legge che non escluda nessuno dal servizio militare – un chiaro riferimento agli ultraortodossi finora esentati dalla leva, privilegio che ha creato forti risentimenti – e che avrebbe smantellato Hamas.
Eisenkot è un ex generale, e l’ideatore della cosiddetta “dottrina della Dahiya” che prevede di ricorrere a un uso sproporzionato della forza contro l’avversario, inclusa l’estesa distruzione di infrastrutture civili, per spingerlo alla resa.
Questa dottrina fu applicata per la prima volta nella guerra del 2006 contro Hezbollah, e in particolare contro la Dahiya, il sobborgo meridionale di Beirut considerato una roccaforte del gruppo sciita libanese.
Come ha scritto Steven Cook sulla rivista americana Foreign Policy, non ci si attende che le politiche della coalizione di Eisenkot riguardo a Gaza, alla Cisgiordania, e alla soluzione dei due stati, saranno molto differenti da quelle di Netanyahu.
Che si tratti dei territori palestinesi occupati, del Libano o dell’Iran, lo schieramento di Eisenkot propone una più efficace strategia militare piuttosto che un cambiamento di obiettivi politici.
Netanyahu ancora in sella
Sebbene Netanyahu non abbia vinto, è Eisenkot il vero sconfitto di queste elezioni. La coalizione uscente si era macchiata del fallimento del 7 ottobre 2023, del rifiuto di nominare una commissione d’inchiesta statale su quei tragici eventi, delle negligenze nella liberazione degli ostaggi, di aver protetto gli ultraortodossi dal servizio militare, e di aver cercato di subordinare la magistratura all’esecutivo.
L’opposizione guidata da Eisenkot godeva dunque di numerosi vantaggi che non ha saputo sfruttare. L’appuntamento elettorale del 27 ottobre è stato in effetti un referendum su Netanyahu, un appuntamento storico che ha registrato un’affluenza del 77,7%, la più alta dal 1999.
Sebbene sia la coalizione del premier che il suo partito abbiano perso voti, egli è riuscito a non farsi sopravanzare dallo schieramento avversario e a mantenere il Likud come primo partito del paese.
Come ha scritto Michael Koplow, direttore delle politiche presso l’Israel Policy Forum, malgrado tutto ciò che è accaduto negli ultimi tre anni, Netanyahu continua a riscuotere tra gli ebrei israeliani una fetta di consensi più ampia di qualsiasi altra figura, sfidando la logica politica tradizionale.
Resta però il fatto che, contando i partiti arabi, la maggioranza degli israeliani ha votato contro la sua coalizione. Alla luce della scarsa performance dell’opposizione ebraica, tuttavia, il risultato è una paralisi di difficile soluzione.
Scenari post-elettorali
Non sarà facile per lo schieramento di Eisenkot allearsi con i partiti arabi per formare un governo, perché ciò susciterebbe il rifiuto di una parte consistente della coalizione e l’incomprensione di gran parte dell’elettorato, ulteriormente radicalizzatosi dopo i fatti del 7 ottobre.
Un governo di minoranza che godesse dell’appoggio esterno delle liste arabe dovrebbe comunque fare a queste ultime alcune concessioni in grado di suscitare contrasti interni insanabili che porterebbero allo scioglimento di un governo così fragile.
Si tratta del resto di uno scenario già verificatosi in passato. Tra il 2019 e il 2021, gli elettori in quattro successive consultazioni hanno espresso maggioranze contrarie a Netanyahu. Ma ciò non ha mai portato alla sconfitta di quest’ultimo perché i partiti ebrei a lui ostili si sono sempre rifiutati di collaborare con le liste arabe. L’unica volta che ci hanno provato, nel 2021, il governo (nato da un accordo tra Naftali Bennett e Yair Lapid) è caduto dopo un anno.
Un’altra possibilità potrebbe essere un governo di unità nazionale. Ma per accettare questa formula, lo schieramento di Eisenkot potrebbe chiedere a Netanyahu di rinunciare ai partiti di estrema destra di Ben Gvir e Smotrich, ed eventualmente agli ultraortodossi.
L’opposizione potrebbe avere anche altri problemi ad abbracciare la formula di un governo di unità. La campagna elettorale dello schieramento di Eisenkot era incentrata sull’obiettivo di rimpiazzare Netanyahu, perciò scendere a patti con lui potrebbe essere visto come un tradimento dal suo elettorato.
Un altro serio ostacolo è rappresentato dal citato rifiuto di Netanyahu di istituire una commissione d’inchiesta statale sui fatti del 7 ottobre, rifiuto contro il quale Eisenkot si è sempre scagliato. Cedere su questo punto farebbe perdere a quest’ultimo molti consensi.
Dal canto suo, il premier uscente non ha la maggioranza per costituire un nuovo governo, e per ottenerla dovrebbe puntare sulla defezione di esponenti dello schieramento avversario. In Israele esistono leggi che ostacolano questo processo, senza tuttavia impedirlo.
Deputati fuoriusciti da un partito non possono aderire a un’altra formazione fino alla fine della legislatura né possono acquisire cariche governative. Ciò non impedisce loro di votare per un governo guidato da un altro partito politico.
Esiste inoltre una distinzione tra le singole defezioni e le scissioni di gruppo. Secondo la legge, almeno due parlamentari che compongano un terzo o più di un partito possono uscirne costituendo una nuova formazione senza incorrere in alcuna penalità.
Lo scontro si preannuncia dunque aspro. Qualora né Netanyahu né Eisenkot riuscissero a costituire un governo, il presidente Isaac Herzog procederà a indire nuove elezioni. Lo stallo, tuttavia, potrebbe protrarsi per alcuni mesi.
Governo ad interim
Pur non essendo in grado di formare un esecutivo per la riluttanza a coinvolgere le liste arabe, i partiti dell’opposizione possono collaborare con esse per sostituire l’attuale presidente del parlamento Amir Ohana, un membro del Likud.
Eleggendo un proprio presidente alla Knesset, i partiti ostili a Netanyahu potrebbero controllare l’agenda legislativa e arrivare a nominare una commissione d’inchiesta statale sui fatti del 7 ottobre, che il premier ha bloccato per tre anni.
Nel frattempo, però, Netanyahu continuerà a presiedere ad interim il governo. Pur avendo minor discrezionalità rispetto a un normale esecutivo, un governo provvisorio può prendere decisioni legalmente vincolanti, inclusa la guerra e l’attività diplomatica.
In base alla legge israeliana, un governo ad interim deve evitare di prendere decisioni di ampia portata, a meno che non siano giustificate da una necessità impellente.
Ma proprio questa clausola potrebbe permettere a Netanyahu di muovere guerra all’Iran sulla base di una presunta minaccia incombente. Tra l’altro, lo scoppio di una guerra potrebbe consentirgli di invocare quel governo di unità nazionale che l’opposizione difficilmente accetterebbe alle condizioni attuali.
Insieme contro l’Iran
Probabilmente il premier israeliano potrà contare sull’appoggio della Casa Bianca per un attacco all’Iran dopo le elezioni americane del 3 novembre. Su sollecitazione dello stesso Netanyahu, il presidente Donald Trump ha espresso pubblicamente il pieno appoggio nei suoi confronti per ben due volte di fronte all’elettorato israeliano e all’opinione pubblica mondiale.
Trump ha definito Netanyahu “un grande guerriero” e “un partner per la pace ancor più importante nella lotta contro la Repubblica Islamica dell’Iran”. Nel ringraziare l’inquilino della Casa Bianca, il premier israeliano ha affermato che in Iran “abbiamo un lavoro da finire… e lo finiremo insieme”.
Fonti americane descrivono nuovamente come plausibile “una settimana di intensi bombardamenti” contro l’Iran dopo le elezioni del 3 novembre, malgrado gli enormi rischi strategici che un simile attacco comporterebbe.
Durante la campagna elettorale in Israele, Netanyahu aveva incontrato le resistenze di alcuni esponenti degli apparati di sicurezza all’eventualità di un’operazione contro l’Iran. Fra essi spicca il comandante dell’esercito Eyal Zamir.
Tensioni tra i due sarebbero emerse anche in occasione della recente offensiva militare israeliana a Hebron, in Cisgiordania, durante la quale oltre 3.000 palestinesi sono stati scacciati dalle loro case. Ma l’operazione è proseguita secondo il volere del premier.
Nel frattempo, in questi mesi, Netanyahu ha nominato David Zini e Roman Gofman, figure a lui fedeli, alla guida dello Shin Bet e del Mossad, i due principali servizi segreti di Israele.
Che Zamir possa opporsi con successo all’eventuale decisione di Netanyahu di attaccare nuovamente l’Iran non è scontato.
Guerra perenne
Secondo Tamir Hayman, direttore dell’Institute for National Security Studies ed ex militare israeliano, uno scontro con l’Iran è inevitabile.
Hayman è autore di una recente pubblicazione che descrive il nuovo Concetto di sicurezza nazionale tacitamente affermatosi in Israele dopo il 7 ottobre.
Esso è fondato, secondo Hayman, sulla preminenza dell’identità ebraica di Israele su quella democratica, sulla persuasione che ogni accordo con gli arabi sia necessariamente temporaneo e ingannevole, e sul rifiuto di riconoscere i paesi arabi come stati-nazione. Essi sarebbero piuttosto insiemi di tribù e gruppi etnici privi di una storia condivisa e di una visione nazionale fondativa.
Il nuovo Concetto di sicurezza nazionale considererebbe inoltre la guerra come un elemento essenziale non sostituibile da uno stato di pace. In base a questa visione la guerra è necessaria, e quella preventiva è lo strumento preferibile.
Questa nuova dottrina non è sancita da un documento ufficiale ma, secondo Hayman, ha guidato gli aspetti essenziali della politica di sicurezza israeliana dopo il 7 ottobre.
Se l’adozione del nuovo Concetto di sicurezza nazionale è ormai avvenuta, ciò significa che Israele è sostanzialmente impegnato in una guerra perenne con tutti gli attori regionali, e in rotta di collisione in primo luogo con l’Iran.
Tale guerra perenne è destinata ad accelerare la crisi interna di Israele, mentre la collisione con l’Iran comporterebbe conseguenze imprevedibili per la regione, per la tenuta dell’economia mondiale, e per la stabilità del pianeta.
Fattori contrari a un attacco
Al momento, esistono fattori che potrebbero scongiurare un attacco all’Iran. Vi è la possibilità che emergano resistenze fra i vertici militari, sebbene possano rivelarsi insufficienti.
Obiezioni potrebbero manifestarsi anche negli Stati Uniti all’interno del Pentagono. Va tuttavia rilevato che coloro che finora si sono opposti alle strategie dell’amministrazione Trump sono stati rimossi dall’incarico.
L’ultimo in ordine di tempo è stato il generale Brett Sylvia, direttore per la strategia, i piani e le politiche presso gli Stati Maggiori Riuniti, ufficialmente accusato di aver rivelato alla stampa piani operativi riservati riguardo al conflitto con l’Iran e a quello con l’Ucraina.
Il suo predecessore, generale Joseph McGee, era stato costretto a dimettersi nell’ottobre 2025. Un’altra ventina di alti responsabili, tra generali, ammiragli e figure civili (incluso il segretario dell’esercito Dan Driscoll e quello della marina John Phelan) sono stati allontanati o costretti a dimettersi dal segretario della Difesa Pete Hegseth senza giustificazioni ufficiali.
Resta l’eventualità di una sconfitta molto dura alle elezioni di medio termine, che faccia perdere ai repubblicani sia la Camera che il Senato, una crisi tale da alterare i piani di guerra del presidente eventualmente creando il caos all’interno dell’amministrazione Trump.
Le difficoltà del settore della Big Tech e dell’intelligenza artificiale nei mercati finanziari potrebbero essere un altro fattore in grado di indurre Trump a pensarci due volte prima di scatenare un conflitto che potrebbe accelerare lo scoppio della bolla dell’IA.
Nel complesso, tuttavia, non vi è una garanzia certa che un’operazione militare dalle conseguenze estremamente destabilizzanti non venga lanciata dalla Casa Bianca e da Israele nel Golfo. Le prossime settimane saranno decisive.
FONTE: https://robertoiannuzzi.substack.com/p/dopo-le-elezioni-israele-fra-crisi





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