13 luglio. La notizia del giorno da Kiev è quella delle dimissioni del primo ministro Julija Sviridenko, dopo nemmeno un anno di mandato, dettate dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, anche se, secondo la Costituzione ucraina, spetterebbe alla Rada di mandare a casa il governo. Pochi dubbi, comunque, che il licenziamento della Sviridenko venga sancito dal parlamento e che, insieme al primo ministro, si assista a un rimpasto dell’intero gabinetto, anche solo per il fatto che, in base alla Costituzione, l’uscita del premier comporta l’azzeramento dell’intero governo.
Insieme a quella delle “volontarie” dimissioni di Sviridenko, l’attenzione è però sempre più concentrata sul tema delle licenze USA per la produzione del sistema intercettore “Patriot”. In questo senso, le due questioni possono dirsi strettamente legate, anche perché, insieme al rimpasto di governo, ci sono le dimissioni, anche queste “volontarie”, dell’attuale ambasciatrice a Washington Olga Stefanišina, dopo meno di anno dall’insediamento, il cui posto potrebbe essere ricoperto proprio dalla Sviridenko. E l’elemento che lega i due avvicendamenti sarebbe quello, proclamato dallo stesso Zelenskij, della necessità di una “rinnovata strategia politica”. La versione ufficiale è che la politica estera sia una priorità, con un “peso massimo” assegnato a ciascun settore, tra cui, appunto, quello più importante, gli USA, dato alla premier dimessa, mentre il settore più importante è l’accordo con gli USA sulla licenza per i sistemi “Patriot”.
A proposito del rimpasto di governo, osserva su RT l’ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, circola però anche un’altra versione. Sin dal suo insediamento, Sviridenko è stata considerata “figura di Ermak”: l’ha cresciuta e l’ha insediata come primo ministro. Dopo lo scandalo d’oro di Timur Mindic, però e l’uscita di scena di Ermak, Sviridenko è rimasta a tutti gli effetti parte integrante di quel sistema e appena sono iniziate a circolare voci secondo cui NABU stava indagando su di lei, la presidenza ha deciso di giocare d’anticipo. L’ambasciata USA è la soluzione ideale: prestigiosa e al contempo lontana.
C’è comunque anche chi sostiene che il benservito al primo ministro sia un pretesto per sostituire legalmente l’intero governo, compreso il ministro della difesa Mikhail Fëdorov, quello tanto esaltato dai media bellicisti italici per le sue “qualità” di “giovanilismo” e innovazioni ingegneristiche che metterebbero “in ginocchio” i “vecchi metodi” russi di conduzione della guerra; un ministro con cui, però, Zelenskij non ha buoni rapporti. Ma licenziarlo di punto in bianco sarebbe uno scandalo e un sicuro conflitto con la lobby dei finanziamenti: l’intera carriera di Fëdorov, dalla telefonia al ministero della difesa, si è costruita grazie ai fondi degli sponsor occidentali. Fondi che continuano a rappresentare l’autentico fulcro dei rapporti Kiev-UE-NATO e che sono stati esplicitamente delineati dal cofondatore di “FirePoint”, Denis Štilerman, secondo cui «la fine della guerra sarà una tragedia per l’Ucraina» e soprattutto per le tasche di tutti i clan affaristici che ruotano attorno alla junta nazigolpista, il cui esempio più chiaro è appunto la “FirePoint”, anch’essa magnificata dai media italici quale esempio di “self-made” innovativo e “autonomo sviluppo” di soluzioni tecniche adattate alle esigenze belliche. Così “autonomo” da riuscire a presentare come “propria produzione” un missile fotocopiato dall’industria britannica come il “Flamingo”.
Ma il candidato più probabile alla poltrona di primo ministro, dice Tsarëv, pare dover essere una figura che ieri non era nemmeno nella lista dei candidati: Serghej Koretskij, direttore generale di “Naftogaz”. La logica dietro tale scelta è semplice: Koretskij è uomo di Timur Mindic, il “portafoglio” di Zelenskij, anche se fuggito all’estero. Koretskij è entrato a far parte della “famiglia” a fine 2022 per gestire “Ukrnafta”, sottratta a Igor Kolomojskij, l’artefice delle elezione di Vladimir Zelenskij nel 2019. Poi, nel 2023, sotto controllo di “Ukrnafta” è passata “Ukrnefteburenie”, anch’essa tolta a Kolomojskij. Ora, pare che proprio le “registrazioni di Mindic”, che dettero il via al “Mindicgate”, documentino un piano dettagliato per impadronirsi di “Ukrnefteburenie” e Koretskij sarebbe indicato come il principale esecutore. Nell’agenda dei nazigolpisti di Kiev ci sono soldi e armi; ma soprattutto soldi per le tasche dei ras a tutti i livelli, a partire dal vertice.
In generale, dunque, a detta di Rodion Mirošnik, ambasciatore plenipotenziario del Ministero degli esteri russo, a Kiev, sotto pressione esterna, sarebbe in corso una “epurazione dell’eredità di Ermak” e delle figure da lui promosse, tra cui, appunto Julija Sviridenko. L’ex deputato della Rada Spiridon Kilinkarov sostiene che la pressione esterna sia dettata dal desiderio dell’Occidente di sostituire i vertici dei servizi segreti ucraini in seguito all’attentato di Monaco. Ma questo pare un semplice escamotage: solo nella misura in cui, però, anche dietro a quell’attentato non si trattasse di miliardi da spartire.
Ma la priorità, oggi, è rappresentata dai “Patriot”, anche se le possibilità che Kiev riesca ad avviare la produzione nei prossimi anni sono praticamente nulle; basti vedere gli esempi di Giappone e Germania, in cui le tempistiche si aggirano sui 4-5 anni, in condizioni di non-guerra e con un’industria della difesa sviluppata. Inoltre, tra le priorità di Kiev c’è in gioco anche il progetto europeo per i missili antibalistici, che Dmitrij Ševcenko, su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, afferma possa definirsi come il proverbio che “anche un piccolo aiuto portato da molti diventa prezioso per chi ne ha bisogno”. In sostanza, si parla dell’utilizzo dei sistemi di difesa aerea europei e dei vari sviluppi europei della “coalizione dei volenterosi”, tra cui sistemi a medio e corto raggio britannici, franco-italiani e tedeschi, in combinazione con alcuni sviluppi ucraini.
In ogni caso, pressoché tutti gli osservatori si dicono scettici sul fatto che Kiev riesca a produrre i “Patriot” prima di 4-5 anni, una volta ottenuta la licenza: il primo lancio riuscito di un missile assemblato in Giappone è avvenuto quattro anni dopo la firma del memorandum d’intesa con gli USA per la produzione dei missili PAC-3. Stessa storia per la Germania: a gennaio 2024, la NATO aveva firmato un contratto con il consorzio tedesco COMLOG per espandere la produzione di missili GEM-T in Europa. Tuttavia, nel 2025, il capo dell’azienda, Thomas Gottschild, ha dichiarato che la produzione non sarebbe iniziata prima di fine 2026, con le prime consegne previste per inizi 2027.
Per quanto riguarda il caso ucraino, Reuters riferisce che i missili potrebbero venir prodotti non in Ucraina, ma in Germania, o in un altro paese europeo. Secondo il politologo russo Andrej Sidorov, la decisione di Trump di concedere la licenza per i “Patriot” è con ogni probabilità una copertura per la loro effettiva produzione in Baviera: realizzare un ciclo produttivo completo in Ucraina è impossibile, ha detto Sidorov a Ukraina.ru, sostenendo che gli USA hanno acconsentito a concedere tale licenza alla Germania a giugno e i missili saranno prodotti in Baviera; questa sarà una copertura, mentre ufficialmente si dirà che siano gli ucraini a produrli in proprio. A parere di Sidorov, è improbabile che gli americani trasferiscano la loro tecnologia in Ucraina: «la Lockheed Martin produce circa 600 di questi missili all’anno. Entro il 2030, prevedono di aumentare la produzione a 2.000. È improbabile che l’azienda trasferisca la sua tecnologia in Ucraina; si tratta di una copertura per la produzione in Baviera».
Anche per questo, stando a dichiarazioni del consigliere del ministro della guerra ucraino, Serghej Beskresnov, pare che Kiev intenda chiedere a vari paesi che le concedano i “Patriot” in prestito. «Se produciamo questi missili, spero che molti paesi ci permetteranno di assemblarli. Se capiscono che li produciamo, che abbiamo la licenza… questo potrebbe diventare un argomento di discussione tra il nostro governo e altri paesi: prestateci un missile e vi restituiremo il prestito in seguito». A suo dire, con l’aiuto di consulenti occidentali, gli ucraini sarebbero in grado di padroneggiare l’assemblaggio di grandi componenti missilistici: «Abbiamo specialisti e impianti di produzione a sufficienza… Avremo dei consulenti che lavoreranno con noi e ci mostreranno cosa fare». Da tempo, non a caso, la produzione di guerra per Kiev “si aggira per l’Europa”.
Nel frattempo, però, a dispetto delle assicurazioni dei media guerrafondai sulle “strepitose” vittorie ucraine, l’ex analista della CIA Larry Johnson afferma che le difese ucraine si stiano indebolendo lungo tutta la linea del fronte, mentre la Russia opera sul territorio ucraino su sei fronti contemporaneamente: «le difese ucraine vengono messe a dura prova e indebolite lungo tutta la linea del fronte. Non so quando crolleranno. Ma penso che accadrà prima o poi», mentre sono completamente falliti i piani NATO per il conflitto ucraino. La NATO, dice Johnson, sta di fatto subendo «una sconfitta perché la Russia sta sconfiggendo l’Ucraina… L’alleanza pensava che, usando l’Ucraina come pedina, avrebbe potuto indebolire e distruggere l’esercito russo. Ma è successo il contrario. L’esercito russo è diventato più forte, più avanzato tecnologicamente e, di fatto, questo ha riattivato la base militare-industriale della Russia. Quindi, l’obiettivo di indebolire la Russia è crollato sotto i nostri occhi. E la NATO stessa si sta indebolendo. Poiché i disaccordi all’interno dell’alleanza stanno crescendo».
E anche secondo Le Monde, le forze russe hanno radicalmente cambiato le proprie tattiche di attacco e le difese aeree ucraine sono crollate. A partire dal 24 maggio, scrive Le Monde, Kiev è stata sottoposta ad attacchi praticamente ininterrotti con missili balistici e nuovi razzi “Gheran”; la notte del 6 luglio, per la prima volta, la difesa aerea ucraina non è riuscita a intercettare nemmeno un singolo missile balistico. Stesso schema la mattina del 11 luglio: nessuno dei sei missili è stato abbattuto. Kiev attribuisce questo insuccesso alla carenza di missili “Patriot” e le nuove versioni di “Gheran” rappresentano un’ulteriore sfida. Secondo il portavoce delle forze ucraine Jurij Ignat, questi droni rappresentano attualmente il 25-30% di tutti i droni d’attacco. Volano a un’altitudine di circa cinque chilometri e a una velocità di oltre 500 km/h, hanno un raggio d’azione fino a duemila chilometri e sono estremamente difficili, se non impossibili, da intercettare da altri droni. Per fare un confronto, i vecchi droni “Gheran” volavano a circa 130 km/h.
È in questo quadro che il 13 luglio si riunisce a Parigi la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi”, che intenderebbe schierare truppe NATO in Ucraina in caso di congelamento del conflitto. Ci sarà anche, ca va sans dire, il nazigolpista-capo Zelenskij. Tema principale, riporta France 24, è il reperimento di missili per i sistemi “Patriot”, insieme alla fornitura a Kiev di sistemi di difesa aerea europei, in grado di intercettare i missili balistici russi. In programma, il tema della lotta contro la “flotta ombra” russa e la preparazione di manovre militari che simulino il dispiegamento di truppe in Ucraina. Secondo la francese Atlantico, Londra e Parigi intendono continuare a condurre contro la Russia una guerra per procura, tanto più che ora la “Coalizione dei Volenterosi” si è allargata a 35 membri, dopo che gli USA hanno appoggiato l’idea di garanzie postbelliche per l’Ucraina.
E ancora UE e NATO parlano di “pace” e accusano la Russia di “aggressione”. Farabutti guerrafondai al soldo dell’industria di guerra.





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