La cura prima dell’ordine. Per sopravvivere alla spirale di esclusione – sofferenza – guerra
di GLI ASINI (Scuola Popolare Alice)

Il 19 luglio, nel quartiere Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir, cittadino marocchino di 43 anni, arrivato in Italia quando aveva 7 anni, è stato ucciso durante un intervento della Polizia di Stato sollecitato dai residenti per la presenza di “un uomo in forte stato di agitazione”.
Non è più tempo di una sola voce.
Le analisi di chi, lavorando nei servizi di salute mentale, educativi, sociali lotta perché questi garantiscano diritti, non possono più parlare né pensare da sole, se si vuole evitare che anch’essi diventino appendice di un sistema di repressione e siano invece in grado di imporsi come alternativa ad esso. Alle riflessioni degli operatori, degli educatori e degli attivisti riuniti in Scuola Popolare Alice abbiamo affiancato allora alcuni frammenti di discorsi, quelli pronunciati dalle donne, dagli uomini, dai ragazzi e dalle ragazze raccolti mentre in questi giorni abbiamo attraversato le strade, i presidi, le assemblee e le piazze. Si compone un discorso. Gli operatori riflettono su come la marginalizzazione sociale produca sofferenza e come questa sia trattata come un problema di sicurezza: il circuito di esclusione-sofferenza-repressione. Le persone razzializzate analizzano invece come il razzismo istituzionale irrompa in questo circuito e determini l’esperienza soggettiva della loro vita nei quartieri, nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni e con la cultura dominante che attraversa il ventre del paese. Solo da questo intreccio di vissuti, storie, analisi e saperi possiamo partire.
Il video della morte Adberrahim Fakir è circolato in questi giorni, provocando la comprensibile reazione di indignazione di tanti e tante, mostrando da un lato la fragilità di quelle costruzioni istituzionali che si illudono di essere eque, dall’altro la straordinaria inconsistenza della politica nel discutere di una vicenda simile a tante altre, in cui alla marginalità si sommano il disagio psichico, la mancanza di reti sociali, l’illusione della risposta securitaria.
La morte di Fakir è un esempio doloroso di come alcune persone siano vittime di Stato, di una cultura giudicante e stigmatizzante per la quale se sei matto, se sei tossico, se sei migrante, sei comunque un soggetto pericoloso, figuriamoci quando in un’unica persona coesistono più condizioni di marginalità.
Il razzismo agisce quando un ragazzo viene considerato automaticamente sospetto, pericoloso e aggressivo; quando una persona viene controllata non per quello che ha fatto ma per come appare; quando un nome straniero diventa un ostacolo per trovare una casa o un lavoro; quando un lavoratore migrante viene pagato meno, ricattato, sfruttato e costretto ad accettare condizioni che nessun essere umano dovrebbe accettare; agisce quando il permesso di soggiorno diventa un ricatto, quando un documento vale più della vita di una persona, quando una persona viene definita clandestina, maranza, pericolosa, prima ancora di essere riconosciuta come una persona. Agisce nei controlli selettivi della profilazione razziale, nelle discriminazioni quotidiane, nelle parole che sembrano soltanto parole ma che costruiscono un’idea precisa, l’idea che alcune persone siano meno degne di rispetto, di diritti, di protezione. E quando questa idea diventa normale, diventa possibile anche la violenza.
Fino a ieri guardavamo con orrore la morte di George Floyd, le scene dell’ICE a Minneapolis, pensando riguardassero solo l’America, oggi ci rendiamo conto che anche in Italia tutto questo è sempre accaduto e che, in alcuni momenti storici, si è più disposti ad accettare e tollerare un grado di violenza molto più elevato come strumento di gestione dell’ordine pubblico.
Molte città ormai hanno due facce costruite intorno alla questione di classe: la prima è quella turistica, ricca, “perbene”, produttiva, protetta, anche se costantemente impaurita, spietata, escludente e del tutto disinteressata (a parte l’ossessione del distanziamento) alla seconda, quella delle periferie dove la deprivazione, l’impoverimento, il ritrarsi dello spazio pubblico, la frantumazione delle reti sociali, l’aumento dei costi di vita, la mancanza di servizi e opportunità hanno dato vita a luoghi in cui non si parla il linguaggio del diritto e dell’equità, ma quello della sopravvivenza, mentre le esperienze di resistenza e costruzione di legami di comunità, pure molto significative, sono frutto di un faticoso lavoro dal basso, di gruppi, associazioni, compagini sociali e politiche, spesso realizzato fuori dai canoni del legalismo e comunque in assenza se non in contrasto alle Istituzioni. Qui lo Stato solitamente si presenta e compare non per curare e sostenere, ma per punire e reprimere.
Gli innumerevoli decreti di sicurezza, il decreto antimaranza, lo sfruttamento sul lavoro, ci raccontano tutti la stessa cosa. Quella che chiamano integrazione, troppo spesso, è soltanto obbedienza. È accettare di essere controllati, sfruttati, ricattati, di stare al proprio posto. E quando non si obbedisce, quando si resiste, quando si prova a rivendicare la propria dignità, allora arriva il conto: la repressione, la violenza. La loro integrazione è la nostra morte.
Questo è certamente anche il prezzo di scelte di sviluppo economico e priorità politiche: decenni di tagli alla salute, ai servizi sociali e di prossimità, il mancato investimento in un sistema di prevenzione per la salute, innanzitutto per la salute mentale, in particolare nei contesti ad alta popolosità, fino all’azzeramento delle politiche di accoglienza e sostegno alla interculturalità, scelte urbanistiche votate alla cementificazione selvaggia senza alcun riguardo per la sostenibilità ambientale e sociale. Ed ecco che nelle fessure, dove nessuno più guarda, si giunge a punti di sofferenza profondissimi, a persone che non riescono a gestire da sole le proprie difficoltà o che esprimono il loro malessere anche in modo “aggressivo”, non convenzionale.
Una aggressività ed una sofferenza che, nella logica che alimenta il circuito dell’esclusione e del controllo, non sono segnali che chiedono aiuto e sostegno, ma comportamenti da reprimere e soffocare ad ogni costo. Per dirla in una sola frase “l’ordine prima della cura”.
Il primo passo del circuito dell’esclusione e del controllo è costruire carriere di soggetti “pericolosi”, un curriculum che si articola velocemente dentro un sistema di disagio, marginalità e mancanza di opportunità. Una volta costruita l’immagine del mostro, del soggetto disturbante in quanto matto, criminale, tossico o migrante (o una combinazione di tutto questo), allora si attivano la paura e il pregiudizio, che iniziano a pervadere il senso comune, il pensiero dei cittadini, dei rappresentanti dello Stato, dei politici, fino a giustificare ogni mezzo atto a fermare un soggetto “pericoloso”, eclatante, considerato tale in virtù di un comportamento allarmante. Il passo successivo, nel discorso pubblico, è definire quel soggetto come il “capro espiatorio” di tutti i mali della società, qualcuno a cui addossare le responsabilità di tutti i problemi che ci affliggono, deresponsabilizzando l’insieme sociale (e innanzitutto la politica) e colpevolizzando chi subisce un processo di etichettamento e stigmatizzazione.
Io e Abderrahim non siamo mai stati immigrati qui, basta dire immigrati perché noi siamo cittadini, lavoriamo qua, paghiamo le tasse qua, abbiamo famiglia qui, abbiamo amici italiani a scuola e di varie nazionalità. Io vivo in Italia dal 1980. Non ho scelto io di venire in Italia, mi ha portato mio padre come Abderrahim l’ha portato suo padre. Noi non abbiamo colpe, ci siamo trovati qua e ci siamo trovati quello che c’è, quartieri malfamati, periferie come Bolognina, Barca, Pilastro, quello che abbiamo trovato l’abbiamo vissuto. Quello che ho trovato, l’ho vissuto, ho trovato la scuola, sono andato a scuola, sono andato a fare i corsi, ho iniziato a lavorare da ragazzino nel 1993, che tanti di voi non erano ancora nati. Voi la conoscete la legge Bossi-Fini? Questa è la nostra condanna, ci ha condannato allo sfruttamento lavorativo legando il permesso di soggiorno al lavoro e all’idoneità abitativa. Ma noi viviamo crisi produttive, sfratti, contratti da fame, noi veniamo continuamente da questi problemi qua. Bossi-Fini, assassini, siamo tutti clandestini!
Le ipocrisie e le ingiustizie nella storia di Adberrahim Fakir sono tante, a partire dal fatto che questo episodio è avvenuto in un quartiere di Bologna per il quale si è da tempo costruita la fama di periferia instabile, con interventi quotidiani delle forze dell’ordine, declinati in una logica di pericolo anche quando il quartiere è stato attraversato da critiche e proteste circa progetti urbanistici calati dall’alto. Nonostante una presenza massiccia di forze dell’ordine (negli ultimi anni è stata collocata una caserma dei carabinieri nel cuore della zona e il cantiere della nuova costruzione che è stata installata nello spazio di un giardino pubblico è presidiato dalla polizia) la repressione non ha rimarginato le ferite della iniquità sociale e della mancanza di servizi, ma anzi ha aumentato il senso di insicurezza degli abitanti.
Possiamo almeno dirci che questa politica repressiva non funziona, non risolve il problema ma serve ad alimentare un circuito di violenza giustificata? Possiamo dirci che quando si mettono in gioco repressione e punizione si otterrà in cambio protesta e sfiducia? Come possiamo ancora pensare che bastino mille divise per curare periferie sofferenti per la mancanza di servizi, di case, di opportunità, di possibilità lavorative o aggregative, di forme di mediazione culturale?
Viviamo all’interno di un circuito perverso: più i luoghi si impoveriscono, più la politica disinveste attenzioni e risorse dalle periferie, più il disagio crescerà e con esso anche un maggior ricorso alle sostanze, maggiori problemi economici, maggiore isolamento, aumenterà la criminalità in quanto senza opportunità ci si “arrangia”, fino ad arrivare ad una maggiore sofferenza e ad una maggiore violenza (dentro e fuori le mura di casa). In questo progressivo deteriorarsi della vita nei quartieri iniziano le guerre giustizialiste, si inneggia alla punizione, all’allontanamento, alla pulizia dei luoghi.
Eppure, nonostante sia evidente come l’esclusione alimenti l’esclusione, lo Stato, le istituzioni, la società civile, nessuno sente la responsabilità diretta della deriva di questi territori, nessuno si assume la responsabilità di quanto vi accade: invece di proporre servizi di integrazione, di ascolto, di cura, di supporto di vicinanza alle comunità nei quartieri più complessi e sovra-popolati, si è deciso di mettere a disposizione solo forze dell’ordine. Così, la grottesca e tragica sequenza, in cui vediamo gli agenti che si accalcano su un corpo esanime e i sanitari immobili a guardare diventa un’immagine che riassume l’approccio che stiamo proponendo a questi luoghi. Si pretende con la forza che le persone vivano in quel vuoto, che ci rimangano incastrate dentro senza protestare e senza dare di matto, accettando passivamente che nel frattempo lo Stato si occupi di altro, che preferisca reprimere piuttosto che offrire.
Noi abbiamo paura per i nostri figli. Hanno lasciato il corpo di Abderrahim sulla strada scoperto, massacrato, per ore. I nostri figli hanno visto. Sanno che domani possono essere loro, Questa violenza lo sappiamo può succedere anche agli italiani, in questa violenza siamo tutti uguali.
Uno Stato vigliacco, come quello italiano, che lascia i suoi rappresentanti spesso soli in questi vuoti sociali, in questi luoghi di sofferenza, a gestire problemi al di fuori della loro portata; gli stessi poliziotti e sanitari (senza voler assolvere le responsabilità individuali nei singoli accadimenti) oggi sono solo un esempio di chi viene chiamato a gestire questo disastro sociale non avendo gli strumenti per modificare o affrontare il problema, e, come nel caso di Fakir, entrambi hanno incarnato la parte violenta che reprime l’allarme sociale e la parte passiva che osserva immobile il compiersi del disastro.
Ci chiedono di separare la morte dal contesto che l’ha resa possibile. Ma noi rifiutiamo questa narrazione.
Per questo, convinti che bisogna guardare alla morte di Adberrahim Fakir a partire dallo scontro che si è determinato tra quella vita e il potere, può essere utile considerarlo non come un evento brutale e isolato, una tragedia connessa in via eccezionale a quel giorno e quelle persone, ma come l’epifenomeno del circuito di esclusione e violenza che si sta mettendo in atto nelle periferie e nei luoghi a margine delle città. Gli interpreti possono essere a Bologna, come a Torino o Ferrara, ma la sceneggiatura resta la medesima, una cultura dove l’ordine è prioritario ad ogni costo ed ogni devianza, sofferenza psichica, marginalità sociale, divengono colpe individuali, quasi aggravanti anziché fragilità.
In questo paese per essere immigrato devi essere molto forte, mentalmente molto forte. Perché ogni giorno devi rimanere in piedi e presente a te stesso quando sei sfruttato, nessuno ti affitta casa, quando se protesti per i tuoi diritti ti dicono “tornate a casa vostra”, quando ti trattano male e senza rispetto in ogni ufficio, ogni volta che devi fare una pratica per i tuoi documenti, quando sei cresciuto qui, quando i tuoi figli sono cresciuti qui ma qui davvero non esisti mai e tutti gridano remigrazione. È per questo che ci vedete urlare in strada, l’immigrazione ti manda fuori di testa.
A questo si aggancia, nelle periferie, il sentimento di indignazione, sfiducia, rabbia, con declinazioni spesso distruttive, che mettono nella condizione di dover lottare e combattere contro il sistema per i propri diritti “costi quel che costi”. Individualmente, in gruppo, con rabbia e rancore.
Così la rabbia di chi si sente ai margini assume linguaggi e comportamenti ancora più radicali e definitivi, fino al punto in cui la vita delle persone perde valore o ancora peggio si arriva alla convinzione che alcune vite siano meno importanti di altre (che sia un poliziotto o un migrante a morire).
Eppure, mentre questa spinta ad emarginare (che trova la sua espressione plastica nella reiterazione di Decreti sicurezza ormai più a destra delle previsioni del Codice penale fascista) si confronta con la rabbia degli emarginati, noi possiamo prenderci lo spazio per gettare un seme di ricostruzione e rivitalizzazione dei rapporti sociali, anziché unirci a chi ne constata la fragilità. Se vogliamo curare e proteggere i nostri territori dai vortici della violenza allora dobbiamo ricominciare ad abitare quei luoghi, quelle periferie, a creare relazioni sia dentro le istituzioni che negli spazi comuni. Rifiutando esplicitamente il predominio di pensieri di deriva e miseria.
Anche dove le istituzioni mancano o falliscono resta un compito, una responsabilità collettiva ma ineludibile, a salvaguardare i nostri spazi di democrazia, chiedere non di alimentare l’idea dell’ordine che precede la cura, ma rovesciare quel punto di vista, prendendoci cura delle persone, dei luoghi, delle relazioni. Domandando servizi anziché divise, occasioni di cultura, luoghi di vita attraversabili, talvolta semplicemente un ascolto paziente e tempi lunghi.
Certo la ricostruzione dei legami sociali talvolta assomiglia ad un rammendo infinito, ma, se non vogliamo dismettere l’idea stessa di Democrazia, non possiamo dimenticare che lo stato non è solo quello delle istituzioni ma è anche quello fatto da tutto il resto della popolazione che mantiene quella che è una responsabilità collettiva e un potere attivo di ciascuno, singoli e gruppi, nel presenziare e arricchire i luoghi di vita e le culture che li attraversano.
L’errore, la colpa non è solo dei poliziotti, la colpa è anche nostra, che noi stiamo zitti davanti a queste cose qua, quando noi tutti dobbiamo parlare prima che succedano queste cose qua. Come dice il fratello dobbiamo essere uniti perché questa è una cosa che poteva succedere a tuo cugino, a tua cugina, a tuo fratello, al tuo vicino, al tuo amico. Abderrahim, era parte della comunità musulmana, specialmente quella marocchina, conosciamo molto bene la famiglia, sono cresciuti insieme a noi, sono tra i primi immigrati arrivati a Bologna e noi tutti come immigrati ci conosciamo, tutte le famiglie, perché non abbiamo parenti qui e i nostri parenti sono casa sua, casa sua, casa sua e se io vado a casa loro, loro mi conoscono perché siamo cresciuti insieme, se io ho bisogno vado a casa loro, loro mi aiutano. In questo modo riusciamo noi a sopravvivere in Italia, i nostri parenti siamo noi tra di noi.
Tutti i movimenti, tutti i sindacati devono lottare veramente per ottenere il diritto dei lavoratori, il diritto della dignità dell’essere lavoratore, ma anche di essere portatore di civiltà e di cultura prima di essere un elemento per la macchina, per la catena della produzione di questo paese. Stiamo invecchiando in questo paese, i nostri figli stanno crescendo qua, non possiamo accettare che accada con un evento del genere. Grazie a chi ha documentato, se non ci fosse stato il video ci avrebbero detto come hanno provato a farlo “l’abbiamo trovato morto”, cazzo!





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