Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
da INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ispezionano un drone frutto della coproduzione ucraino-tedesca (Photo credit: Michael Kappeler/dpa)
Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
Tale assetto si basava tuttavia su una contraddizione di fondo, ovvero su un dilemma strategico che in un precedente articolo avevo riassunto nella maniera seguente: prediligere una Ostpolitik che coniugasse le capacità produttive della Germania con le immense risorse della Russia, suscitando così il risentimento anglo-americano, oppure preferire una Westpolitik che avrebbe posto saldamente la potenza tedesca nell’alveo occidentale, privandola tuttavia della profondità strategica eurasiatica e relegandola al ruolo di ancella di Washington?
L’incapacità di risolvere tale dilemma ha portato Berlino a rinunciare al primo membro di questa equazione, che le garantiva prosperità economica.
La crisi energetica ha acuito un altro problema del modello industriale tedesco: l’incapacità di innovare di fronte alla sfida tecnologica lanciata dalla Cina.
I partiti tradizionali si sono ritrovati a difendere politiche le cui ripercussioni economiche si sono abbattute come una mannaia sul tenore di vita dei loro elettori.
La destra radicale di Alternative für Deutschland (AfD) sta divenendo il veicolo attraverso il quale un numero crescente di cittadini mette in discussione le disastrose scelte della classe di governo: la rinuncia al gas russo, il sostegno intransigente all’Ucraina senza alcuna disponibilità negoziale, il rifiuto di analizzare seriamente le ragioni all’origine del conflitto, i pesanti contraccolpi delle sanzioni sull’economia.
Disastro Merz
I rimedi proposti dal cancelliere Friedrich Merz, leader dei cristianodemocratici (CDU), si sono rivelati fallimentari. I tagli alla spesa sociale, le misure fiscali e le sue politiche contro il lavoro lo hanno reso il cancelliere più impopolare della storia recente della Germania.
L’emorragia di posti di lavoro prosegue inarrestabile. L’industria tedesca ne sta perdendo 15.000 al mese. La Volkswagen ha appena annunciato il taglio di altri 50.000 lavoratori, che dovrebbero arrivare a 100.000 entro il 2030.
Economisti e politici sproloquiano sulle molteplici ragioni della crisi, tralasciando sempre la principale, ovvero l’aumento vertiginoso dei prezzi energetici determinato dalla necessità di sostituire il gas russo con rifornimenti molto più costosi come l’LNG americano.
La guerra nel Golfo Persico ha ulteriormente aggravato la situazione. La Germania è in forte ritardo nel riempimento degli stoccaggi di gas e deve sperare in un inverno mite per scongiurare il blocco di diverse attività produttive.
Tsunami AfD
La gravità della crisi politica è emersa in maniera dirompente lo scorso 6 settembre allorché AfD ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni in Sassonia-Anhalt, stato dell’ex Germania Est, in un clima di collera diffusa nei confronti del governo Merz per i suoi attacchi allo stato sociale e la militarizzazione dell’economia.
AfD raccoglie consensi soprattutto nelle regioni dell’ex Germania Est, dove domina una forte sfiducia nell’élite politica ed economica della parte occidentale del paese, accusata di aver letteralmente compiuto una colonizzazione neoliberista dei länder orientali negli anni successivi alla riunificazione.
Con un’affluenza superiore al 77%, AfD ha conquistato circa il 44% dei voti, prendendo più del doppio delle preferenze ottenute alle consultazioni del 2021. Il partito della CDU ha invece visto crollare i propri consensi raggiungendo appena il 17%. Socialdemocratici e Verdi hanno ottenuto meno del 10%.
Sebbene la Sassonia-Anhalt sia uno stato di secondaria importanza, il risultato elettorale ha rappresentato un terremoto per l’establishment politico tedesco. Il 20 settembre sono previste altre elezioni, nello stato di Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino.
Muro contro muro?
Per l’élite politica tedesca, così come per quelle di altri paesi europei, le elezioni sono viste sempre meno come un meccanismo attraverso il quale i cittadini scelgono l’orientamento dei governi, e sempre più come un ostacolo da superare per restare al potere.
L’ascesa di AfD esprime la volontà di una porzione crescente dell’elettorato tedesco di ottenere qualcosa di radicalmente diverso da ciò che tutti i governi fin qui avvicendatisi al potere hanno saputo offrire.
Alla luce dei disastrosi risultati in Sassonia-Anhalt, la leadership di Merz appare dunque sempre più fragile. Ma, perfino se egli dovesse essere sostituito (cosa tutt’altro che scontata), è improbabile che l’establishment politico tedesco cambi le proprie scelte.
E’ invece possibile che si impegni in uno scontro diretto con AfD, cercando di ostacolarne l’ascesa con ogni mezzo (lecito e illecito) e aggravando così la crisi politico-istituzionale del paese.
Dal canto suo, qualora dovesse salire al potere, AfD rappresenterebbe un’incognita.
Con un programma economico di impianto neoliberista, ostile alla guerra ma di orientamento nazionalista, con al suo interno una forte corrente trumpiana che nutre spiccate simpatie per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, non è chiaro in quale direzione potrebbe muoversi il partito di fronte ai tentativi di ostracizzazione e/o cooptazione che certamente l’élite politica uscente compierebbe nei suoi confronti.
Colpisce tuttavia il cortocircuito logico che spinge molti sostenitori dell’establishment politico tedesco a puntare il dito contro AfD paventando un ritorno agli anni ’30 del secolo scorso e ad appoggiare allo stesso tempo la “democrazia” ucraina in maniera del tutto acritica malgrado il ruolo di primo piano giocato al suo interno da formazioni neonaziste come il movimento Azov.
L’illusorio rimedio del riarmo
Peraltro, gli orientamenti perseguiti in questi anni dall’élite politica tedesca non sono meno allarmanti dell’ascesa di AfD, non solo per le rovinose scelte economiche compiute, ma per la disinvoltura con cui essa sta spingendo il paese più importante dell’Unione Europea verso il riarmo, una crescente militarizzazione illusoriamente vista come rimedio al declino economico, e un possibile scontro armato con la Russia.
La Germania è ormai la retrovia dell’Ucraina nello scontro con Mosca, oltre a essere il principale finanziatore di Kiev. Come ho scritto in un precedente articolo, a metà aprile, per la prima volta il governo tedesco è entrato in una partnership strategica con il settore della difesa di un paese in guerra.
L’accordo apre la strada alla coproduzione di sistemi d’arma, droni con gittata fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, insieme a Kiev. Il governo tedesco cancella con un tratto di penna l’intero dibattito interno degli anni passati sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per colpire obiettivi in territorio russo.
A destare sconcerto è il fatto che nei circoli politici e strategici europei molti considerino ormai una guerra con la Russia non solo inevitabile, ma quasi “necessaria”.
Mathias Döpfner, uomo d’affari tedesco alla guida di Axel Springer, uno dei più grandi gruppi editoriali d’Europa, scrive dalle pagine della rivista conservatrice britannica The Spectator che “c’è ancora tempo per salvare l’Occidente”.
Al fine di preservare la “superiorità” occidentale, secondo Döpfner è necessario rispondere alla sfida lanciata da avversari come Russia, Cina e Iran.
Ben venga allora il riarmo tedesco. E’ di pochi giorni fa la notizia che la compagnia Auterion ha avviato la coproduzione di 5.000 droni a medio e lungo raggio (fino a 1.500 km) con il produttore ucraino Airlogix.
Mosca ha ammonito che i siti tedeschi che ospiteranno armi a lungo raggio diventeranno obiettivi militari legittimi se esse verranno rivolte contro la Russia.
Non si tratta solo di droni. A luglio Berlino ha annunciato l’acquisto di missili da crociera americani Tomahawk e di lanciatori Typhon. Con una gittata fino a 2.500 km i Tomahawk possono colpire dalla Germania gran parte del territorio russo a ovest del Volga.
Partnership strategica con Israele
Parte integrante del riarmo tedesco è una rafforzata collaborazione militare con Israele.
La Volkswagen venderà il proprio stabilimento di Osnabrück, nella Bassa Sassonia. Esso verrà impiegato per produrre componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome per conto dell’israeliana Rafael Advanced Defence Systems.
Incapace di competere con le auto elettriche cinesi, la compagnia tedesca ha deciso di riconvertire parte della propria produzione a uso militare. Una scelta che richiama alla memoria i tempi bui della seconda guerra mondiale, quando la Volkswagen fermò la produzione di automobili per fabbricare armi al servizio dello sforzo bellico nazista.
Lo scorso dicembre Berlino ha approvato un accordo del valore di oltre 3 miliardi di dollari per acquistare il sistema israeliano di difesa aerea Arrow 3. Sommato a un precedente contratto del valore di 3,5 miliardi rappresenta per Israele la più grande vendita di armi fino a questo momento.
La Germania ha anche testato recentemente un missile balistico israeliano (LORA) nel nord dell’Atlantico. Nel frattempo, il 1° settembre, il terzo sottomarino classe Dolphin II ha lasciato i cantieri navali di Kiel, in Germania, alla volta di Israele.
Fonti israeliane hanno riferito che il sottomarino opererà lontano dalle acque territoriali israeliane, un apparente riferimento a potenziali operazioni contro l’Iran.
Nel giugno 2025, durante la “guerra dei dodici giorni” seguita all’attacco israeliano all’Iran, Merz ringraziò Israele perché a suo dire stava “compiendo il lavoro sporco per conto dell’Europa”.
Nel 2012, Der Spiegel rivelò che Israele equipaggiava i sottomarini forniti dalla Germania con missili in grado di ospitare testate nucleari. Alti ufficiali della difesa tedesca in congedo affermarono di aver sempre presunto che questi mezzi subacquei fossero in grado di ospitare armi nucleari.
A seguito di un’interrogazione parlamentare, è emerso che complessivamente il governo tedesco ha approvato esportazioni di materiale bellico verso Israele per un valore di circa 930 milioni di dollari nella prima metà del 2026.
Una stridente contraddizione
Il rafforzamento della cooperazione militare fra Germania e Israele prosegue malgrado gli orrendi crimini commessi dalla forze israeliane a Gaza, la cui tragedia continua nell’indifferenza mondiale.
Esponenti del governo israeliano hanno annunciato la loro intenzione di portare a termine il progetto di pulizia etnica della Striscia. Tali annunci si accompagnano a dichiarazioni genocidarie come l’ultima del ministro della sicurezza interna Itamar Ben Gvir, il quale ha recentemente invocato l’uccisione quotidiana di 30-40 palestinesi.
Secondo Ben Gvir essi andrebbero uccisi anche se non pongono alcun pericolo immediato “perché non sono degni di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone”.
Nel condannare simili dichiarazioni come genocidarie il Lemkin Institute ha ricordato come il loro linguaggio sia direttamente paragonabile alla retorica nazista la quale impiegò l’espressione “Lebensunwertes Leben” (vita indegna di essere vissuta) per giustificare lo sterminio di milioni di persone.
Il Lemkin Institute ricorda come nel 1920 gli eugenisti tedeschi Alfred Hoche e Karl Binding pubblicarono un libro nel quale invocavano la “distruzione della vita indegna di essere vissuta”. Secondo loro, ciò si applicava a persone mentalmente o fisicamente disabili:
Dopo l’ascesa al potere del nazionalsocialismo questa giustificazione divenne un potente strumento ideologico che fu applicato a tutte le persone ritenute ‘razzialmente impure’ o ‘razzialmente inferiori’.
Ricordando le innumerevoli dichiarazioni di tenore palesemente genocidario pronunciate da Ben Gvir (come da molti altri esponenti israeliani), il Lemkin Institute conclude che il fatto che queste parole possano essere pronunciate pubblicamente da un ministro in carica è la prova del grottesco fallimento dell’umanità, in particolare delle potenze occidentali e di coloro che sono in grado di esercitare pressioni su Israele e di far rispettare i principi delle Convenzioni sul genocidio e delle Convenzioni di Ginevra.
Nel novero delle potenze occidentali figura certamente la Germania, alla luce degli stretti rapporti civili e militari intrattenuti con il governo israeliano.
L’indifferenza di Berlino (così come quella di altri governi europei, incluso quello italiano) di fronte alla catastrofe di Gaza appare ancor più stridente se posta accanto all’intransigente condanna morale con cui i governi tedeschi hanno stigmatizzato l’invasione russa dell’Ucraina.
Ma al di là dei giudizi di valore, la bellicosa politica tedesca risulta pericolosa per la sicurezza stessa della Germania poiché, malgrado la corsa al riarmo, Berlino e l’Europa sono del tutto impreparate, economicamente e militarmente, di fronte all’eventualità di una guerra su vasta scala.
FONTE: https://robertoiannuzzi.substack.com/p/una-germania-in-crisi-scivola-verso





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