Letterine e mozioni congiunte. Le parti in commedia
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

L’eco delle ramanzine democratiche dal palco di Reggio Emilia non si era neanche dispersa, che puntuale arriva la lettera di affiliazione al regno della tranquillità. Elly non ha perso tempo: il giovanilismo manageriale pretende il saper lavorare in gruppo, vuole spirito collaborativo e giovialità a denti stretti. Sì, certo, lo spartito richiede tal volta di alzare un po’ la voce, di affiliare qualche compita ragazza dall’aria sacerdotale per gridare qualche astratta enunciazione di principio, ma in fondo cosa c’è di meglio se non difendere quell’involucro sacro chiamato Seconda Repubblica?
E allora Giorgia, i fascisti, l’occupazione delle destre, in un lampo tutto si può nobilitare agli occhi della società civile. Il sistema guidato dal Quirinale merita una lettera di collaborazione su energia e ambiente. Il sistema Mattarella è piuttosto assertivo in periodo di guerra. I mercati, le Agenzie, i Servizi, le Commissioni, dovranno vivere fidandosi del Paese, di questo Paese sempre così allineato, sempre così fedele fino all’autoflagellazione. Elly ormai è la voce ventriloqua del prodismo, dell’ulivismo di vecchia fattura, della dotta, dozzinale, paffuta Bologna. La città dove si concepì il Partito/Ditta, dove il neoliberalismo ha convissuto in corrispondenza di amorosi sensi con lo spirito cooperativo.
Il Quirinale chiude lo scrigno del Palazzo e suggerisce una mozione congiunta alle opposizioni più telegeniche, le sole che possono presidiare con presentabilità i dibattiti. Superare l’unanimità in sede europea. Questa la richiesta da recapitare a Bruxelles. Non di certo per superare a maggioranza i Trattati anticostituzionali che ci impongono, da soli trentacinque anni, l’incubo europeo con la scure dell’austerità e della precarietà esistenziale. Quelli non si toccano perché sono l’avamposto della civiltà internazionale. No, si cerca la maggioranza semplice per scegliere la guerra con meno ostacoli, con meno grane. Ancora risuona nel Paese il ronzio fastidioso dei reprobi che straparlano di pace, di diplomazia, di dialogo. Non sono bastate le liste di proscrizione stilate degli amici giornalisti.
Il Parlamento, un tempo fulcro vitale dell’indirizzo politico, oggi è un circo assordante pieno di cicaleccio promozionale. Un “bivacco di manipoli” sicuramente meno sguaiato di allora, ma egualmente losco. Questi agglomerati improvvisati, che inopinatamente vengono definiti partiti, studiano offerte di mercato, settori di marketing per imprigionare la democrazia, per immiserire la dialettica, per semplificare i linguaggi, i ragionamenti e ridurre lo spettro delle possibilità. La politica si riduce alla misurazione dell’audience, dei like per poi servire meglio le consorterie capitaliste che disciplinano l’autonomia improvvisata dei teatranti.
Le filastrocche vanno imparate a memoria e oggi la sceneggiatura non suggerisce alzate di testa. Chi fantasticava su grandi manovre di pressione dall’interno per influenzare le conversazioni di regime ha sbagliato momento storico, conosce poco i reticolati dell’oppressione contemporanea. Il guinzaglio è tenuto sempre lungo, tanto da poter sviluppare elucubrazioni su un futuro dove la giustizia proletaria trionfi orgogliosa. Ma all’improvviso la stretta soffoca il collo degli ottimisti, viene serrata con rabbia e determinazione.
La guerra è il nostro cupo e asfissiante destino. Le letterine e le mozioni servono da monito. Chiunque vorrà presenziare Palazzo Chigi per cinque anni in prima serata televisiva dovrà sottostare a un copione già scritto. Il casting per le parti in commedia è quasi pronto. Che inizi lo spettacolo.
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