Mearsheimer ad Atene: il realismo come ritorno della storia
di LA FIONDA (Giuseppe Gagliano)

Quando la teoria torna a essere strumento del potere
John Mearsheimer riparte da una verità spesso dimenticata: nessuna politica estera nasce nel vuoto. Anche i governi che si dicono pragmatici, anche i leader che disprezzano gli intellettuali, anche le cancellerie che rivendicano il primato dei fatti, agiscono sempre dentro una visione del mondo. La chiamino dottrina, istinto, interesse nazionale o buon senso, resta una teoria. E una teoria sbagliata produce quasi sempre una politica sbagliata.
È qui che Mearsheimer colloca il fallimento strategico dell’Occidente dopo la guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno creduto che l’espansione del mercato, l’allargamento delle istituzioni liberali e la diffusione della democrazia avrebbero addomesticato la competizione tra le grandi potenze. Hanno pensato che la Cina, arricchendosi, sarebbe diventata un attore responsabile; che la Russia avrebbe accettato l’avanzata della NATO; che l’Europa potesse vivere di prosperità senza occuparsi fino in fondo della propria sicurezza; che il Medio Oriente potesse essere riplasmato con guerre, pressioni e cambi di regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non è finita, è tornata.
Il realismo contro la religione liberale
Il realismo di Mearsheimer è duro perché parte da una constatazione elementare: il sistema internazionale non ha un governo superiore agli Stati. Non esiste un tribunale ultimo capace di garantire la sopravvivenza delle nazioni. Ogni Stato sa che gli altri possiedono capacità offensive, che le intenzioni possono cambiare, che le promesse valgono finché conviene rispettarle. Da qui nasce il primato della sicurezza.
Il liberalismo internazionale, invece, ha costruito le proprie illusioni su tre pilastri: interdipendenza economica, pace democratica e istituzioni multilaterali. Tutti strumenti utili, ma non decisivi quando in gioco vi sono potenza, territorio, sopravvivenza e sfere d’influenza. Gli scambi commerciali non cancellano la paura. Le istituzioni non eliminano l’anarchia internazionale. La democrazia non impedisce agli Stati di perseguire interessi di potenza.
L’errore americano sulla Cina nasce da questa cecità. Washington ha favorito l’integrazione di Pechino nell’economia mondiale pensando di trasformarla. In realtà ha contribuito a rafforzarla. La ricchezza cinese è diventata industria, tecnologia, marina militare, missili, intelligenza artificiale, capacità spaziali, controllo delle catene produttive. Non poteva andare diversamente: ogni grande potenza trasforma la prosperità in forza.
La Cina e il grande errore americano
Per Mearsheimer, gli Stati Uniti hanno commesso un errore strategico storico: hanno aiutato il proprio principale rivale futuro a diventare abbastanza forte da sfidarli. Non perché la Cina fosse comunista, ma perché ogni grande potenza, una volta raggiunta una certa massa critica, cerca di dominare la propria regione e di ridurre la presenza delle potenze esterne.
Pechino non può accettare all’infinito basi, flotte, alleanze e sistemi militari americani lungo le proprie coste. Dal punto di vista cinese, l’Asia orientale è ciò che l’emisfero occidentale rappresenta per gli Stati Uniti: lo spazio vitale della sicurezza nazionale. La Cina vuole essere sicura nel Mar Cinese Meridionale, nello Stretto di Taiwan, nei rapporti con Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia. E per esserlo deve limitare il potere americano nella regione.
Qui ritorna la memoria del “secolo dell’umiliazione”. Una Cina debole fu penetrata, divisa e subordinata da potenze straniere. Una Cina forte non vuole più vivere in quella condizione. Taiwan non è dunque solo un simbolo nazionale. È una questione strategica. Finché l’isola resta fuori dal controllo di Pechino e dentro l’architettura di contenimento americana, la Cina continuerà a percepire una vulnerabilità essenziale nel proprio dispositivo di sicurezza.
Ucraina e NATO: la Dottrina Monroe vista da Mosca
La stessa logica si applica alla Russia. Mearsheimer non assolve Mosca, non costruisce una giustificazione morale, ma propone una spiegazione strategica. Se gli Stati Uniti non accetterebbero truppe russe o cinesi in Messico, a Cuba o in Canada, perché la Russia avrebbe dovuto accettare l’espansione della NATO fino all’Ucraina?
George Kennan e altri realisti lo avevano previsto: l’allargamento atlantico avrebbe prima o poi prodotto una reazione russa. L’Ucraina, per Mosca, non è un Paese qualsiasi. È profondità strategica, frontiera storica, spazio militare, memoria imperiale, cerniera geopolitica tra Russia ed Europa. Portarla dentro l’orbita occidentale significava alterare l’equilibrio di sicurezza russo.
Il realismo ragiona così: quando una grande potenza percepisce una minaccia nel proprio spazio vitale, reagisce. Non importa se il linguaggio usato sia giuridico, morale o ideologico. Sotto la superficie restano le categorie classiche della potenza: confini, profondità, alleanze, basi, missili, equilibrio militare.
Sicurezza contro prosperità
Il contrasto decisivo tra liberalismo e realismo sta qui. I liberali credono che la prosperità condivisa riduca l’incentivo alla guerra. I realisti rispondono che, quando prosperità e sicurezza entrano in conflitto, vince quasi sempre la sicurezza.
Il 1914 resta l’esempio più istruttivo. L’Europa era profondamente interdipendente, eppure precipitò nella guerra. Perché la Germania temeva che il tempo lavorasse contro di lei. Quando uno Stato crede che il futuro gli sarà ostile, può decidere di agire prima che il rapporto di forza peggiori. È la logica tragica della guerra preventiva, che Mearsheimer applica anche alla crisi ucraina.
Questa è una lezione scomoda per l’Europa contemporanea, cresciuta nell’idea che mercato, diritto e istituzioni fossero sufficienti a neutralizzare il conflitto. Ma la geoeconomia ha ormai divorato l’economia pura. Semiconduttori, energia, dati, reti digitali, intelligenza artificiale, materie prime, cavi sottomarini, porti, tecnologie militari: tutto è tornato dentro la competizione strategica.
La geoeconomia come campo di battaglia
Dal 1991 in poi l’Occidente ha vissuto il momento unipolare come una pausa dalla storia. La globalizzazione sembrava un processo tecnico, quasi naturale. Le catene del valore venivano costruite secondo criteri di efficienza, costo e profitto. Ma dal momento in cui il sistema è tornato multipolare, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati in una competizione aperta, l’economia ha smesso di essere neutrale.
Oggi una fabbrica di semiconduttori è un’infrastruttura strategica. Un gasdotto è un’arma politica. Una piattaforma digitale è uno strumento d’influenza. Una batteria, un porto, una rete di telecomunicazioni, un satellite o un giacimento di terre rare diventano parte della sicurezza nazionale.
Gli economisti guardano alla crescita. I realisti guardano alla sopravvivenza. Nel mondo attuale queste due logiche non coincidono più. E quando divergono, gli Stati scelgono la sicurezza anche a costo di sacrificare efficienza, commercio e profitto.
L’Europa sotto l’ombrello americano
Una delle tesi più taglienti riguarda l’Europa. Mearsheimer ricorda che la pace europea del secondo dopoguerra non è nata soltanto dall’integrazione comunitaria. È nata prima di tutto dalla presenza americana. Gli Stati Uniti hanno congelato le rivalità tra Germania, Francia e Regno Unito, hanno garantito la sicurezza del continente e hanno permesso all’Europa occidentale di occuparsi della prosperità senza affrontare fino in fondo la questione della potenza.
L’Unione Europea ha prosperato perché qualcun altro garantiva l’ordine militare. Prima la NATO, poi il mercato comune. Prima la sopravvivenza, poi l’economia. Questa dipendenza, tollerabile durante la guerra fredda e comoda nel momento unipolare, diventa oggi un problema strategico. Se Washington concentra le sue energie sulla Cina, l’Europa scopre di non avere né una vera difesa comune né una sovranità strategica compiuta.
Droni, intelligenza artificiale e permanenza della potenza
Sul tema tecnologico, Mearsheimer evita facili entusiasmi. I droni, l’intelligenza artificiale, le reti digitali e le nuove armi cambiano il modo di combattere, ma non cambiano la struttura profonda della politica internazionale. Le piccole potenze possono resistere meglio, colpire più lontano, rendere più costosa l’aggressione. Ma la gerarchia del sistema resta dominata dalle grandi potenze.
Dal XIX secolo in poi, l’unica tecnologia che ha davvero trasformato il rapporto tra grandi Stati è l’arma nucleare. Il nucleare ha imposto cautela, ha limitato lo scontro diretto, ha reso impensabile la guerra totale tra superpotenze. Tutto il resto modifica tattiche, tempi, costi e strumenti, ma non cancella il dato fondamentale: gli Stati cercano potere perché temono per la propria sicurezza.
Trump, l’America e la dispersione strategica
Interessante è anche il giudizio sulla politica americana recente. Alcuni documenti strategici dell’amministrazione Trump sembrano avvicinarsi alla logica realista: priorità alla Cina, centralità dell’emisfero occidentale, uso degli alleati asiatici, contenimento selettivo. Ma Mearsheimer distingue tra scrivere una strategia e applicarla davvero.
Gli Stati Uniti, anche quando individuano il rivale principale, tendono a disperdere energie in guerre secondarie, cambi di regime, campagne ideologiche, interventi inutili. Vietnam, Afghanistan, Iraq, Iran, Cuba, Venezuela: il catalogo degli errori è lungo. Per un realista, una grande potenza dovrebbe concentrare le risorse sull’avversario decisivo e non consumarsi in periferie strategiche.
Il ritorno tragico del mondo reale
La conclusione è amara ma lucida. Il mondo non è entrato in un’età post-geopolitica. Ha solo vissuto una breve parentesi in cui l’Occidente ha confuso la propria supremazia con una legge universale. Ora la competizione tra grandi potenze è tornata al centro: Stati Uniti contro Cina, Russia contro NATO, Europa alla ricerca di una sicurezza che non possiede, Medio Oriente attraversato da rivalità regionali e potenze esterne.
Il realismo non consola. Non promette pace perpetua, non crede nella redenzione attraverso il mercato, non immagina che il diritto internazionale possa sostituire il rapporto di forza. Ma proprio per questo resta indispensabile. Non perché renda il mondo migliore, ma perché aiuta a non fraintenderlo.
Mearsheimer ad Atene non invita ad amare la politica di potenza. Invita a riconoscerla. La Cina sfida gli Stati Uniti perché una grande potenza emergente non accetta subordinazioni regionali. La Russia reagisce all’allargamento della NATO perché vede nell’Ucraina un punto decisivo della propria sicurezza. L’Europa dipende ancora dall’America perché ha costruito prosperità senza costruire potenza. La globalizzazione diventa guerra economica perché, quando la sicurezza entra in scena, il mercato smette di essere un luogo neutrale e torna a essere un campo di battaglia.
La storia, insomma, non era finita. Era solo stata rimossa. E il realismo, con il suo linguaggio severo, torna oggi a ricordare che le nazioni non vivono di intenzioni dichiarate, ma di potere, paura, interessi e capacità.
FONTE:https://www.lafionda.org/2026/06/09/mearsheimer-ad-atene-il-realismo-come-ritorno-della-storia/





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