Ucraina: Odessa nel mirino e una possibile svolta nella guerra
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Roberto Iannuzzi)

L’offensiva ucraina nel Mar d’Azov ha fornito a Mosca la giustificazione per colpire il sistema ucraino di esportazione del grano nella regione di Odessa, mentre Kiev perde terreno in Donbass.
Tra i principali sviluppi forse destinati a cambiare il volto del conflitto ucraino vi è la serie di attacchi lanciati sia da Kiev che da Mosca contro i porti e la rete di navigazione commerciale dell’avversario nel Mar Nero.
L’offensiva di gran lunga più dura è quella che le forze russe hanno sferrato in prossimità del porto di Odessa e dei vicini scali portuali di Yuzhny, Chornomorsk e Nikolayev.
A causa delle operazioni militari russe con droni, la capacità di stoccaggio del porto di Odessa si è ridotta di un terzo, secondo fonti citate dal Financial Times, mentre gli armatori rifiutano di mandare le loro navi nella regione per paura che vengano colpite.
Gli attacchi alle navi, e la distruzione sistematica di ponti ferroviari e snodi autostradali nella parte occidentale dell’oblast di Odessa, paiono una manovra russa per isolare la città dal resto dell’Ucraina, creando le condizioni per un completo blocco terrestre e marittimo del porto più importante del paese.
Il Financial Times lamenta che l’offensiva russa minaccia “una delle rotte di esportazione di cereali più importanti al mondo, la quale rappresenta anche una fonte vitale di entrate per l’Ucraina”.
Kiev registra già un enorme disavanzo di conto corrente, dovendo importare molto più di quanto riesce a esportare. Il bilancio dello stato ucraino è quasi interamente sostenuto dai governi occidentali.
Gli esportatori ucraini stanno valutando la possibilità di dirottare parte delle esportazioni di grano sui porti del Danubio per poi inoltrarle verso il porto di Costanza, sulla costa rumena del Mar Nero.
Ma ciò richiederebbe infrastrutture che al momento non ci sono, e non eliminerebbe il rischio dei bombardamenti russi.
Kiev prevedeva di esportare circa 43 milioni di tonnellate di grano per la stagione 2026/27, una quantità destinata a ridursi notevolmente.
2022: accordo sul grano
Malgrado il conflitto, l’Ucraina resta uno dei principali esportatori di cereali a livello globale. Il primo esportatore mondiale è però di gran lunga la Russia, coprendo circa il 20% delle esportazioni del pianeta, con una produzione che nel 2025 ha superato gli 85 milioni di tonnellate.
Nel 2022, per assicurare l’esportazione del grano ucraino da Odessa e dai porti limitrofi, Europa e Stati Uniti esercitarono enormi pressioni sulla Russia affinché giungesse a un accordo.
Mosca sosteneva di non aver mai bloccato le esportazioni ucraine di cereali con le sue navi da guerra, le quali invece avevano il compito di impedire la consegna di armi via mare all’Ucraina.
L’insistenza occidentale era ufficialmente motivata dalla necessità di assicurare gli approvvigionamenti ai paesi più bisognosi.
Nel luglio 2022 venne stipulato un accordo sul grano che garantiva le esportazioni ucraine in cambio della promessa europea di eliminare le sanzioni che impedivano ai russi di esportare fertilizzanti (di cui Mosca è uno dei principali produttori mondiali).
L’esportazione dei fertilizzanti russi avrebbe a sua volta avvantaggiato i paesi più poveri, ma evidentemente non era questo l’obiettivo principale dell’accordo voluto dall’Occidente.
Gli europei non onorarono mai la loro parte dell’intesa. Le sanzioni non furono abrogate.
Nel periodo di implementazione dell’accordo, il grano ucraino fu inviato perlopiù a paesi a reddito medio-alto, e solo in piccola parte ai paesi più indigenti.
I russi, inoltre, accusarono Kiev di aver sfruttato il corridoio del grano per colpire il ponte di Kerch che unisce la Crimea alla Russia, e per attaccare la base navale di Sebastopoli (anch’essa in Crimea).
Per queste ragioni, circa un anno dopo la firma, Mosca annunciò la sospensione dell’accordo. Tuttavia, a causa delle pressioni dei paesi del sud del mondo (con cui i russi sono generalmente in buoni rapporti), l’esportazione del grano ucraino sostanzialmente continuò ad essere tollerata da Mosca.
Kiev altera lo status quo
Sono state le forze armate ucraine, però, a cambiare recentemente la situazione con un’operazione che paradossalmente si è rivelata controproducente per Kiev.
A partire da inizio luglio, esse hanno lanciato un’offensiva coordinata di notevole intensità contro obiettivi russi nel Mar d’Azov.
Pensata come “espansione” della campagna condotta contro l’autostrada R-280 che i russi utilizzano per rifornire la Crimea, tale offensiva ha preso di mira non solo la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere russe, ma la flotta commerciale russa nel suo complesso.
Come ha scritto Glen Howard, ex presidente della Jamestown Foundation, “la campagna di Azov ha preso di mira ogni tipo di imbarcazione, dalle petroliere della flotta ombra e dalle navi da carico secco ai rimorchiatori, ai traghetti e alle draghe”.
Droni ucraini hanno anche colpito le infrastrutture del porto di Taganrog che si affaccia sul lembo nordorientale del Mar d’Azov, costringendo le autorità russe a sospendere il traffico commerciale nel canale Don-Azov.
Quest’ultimo fa parte del sistema integrato di canali del Volga che collega il Mar Nero al Caspio e giunge fino al Baltico.
Come ha scritto Howard, attraverso i porti russi del Mar d’Azov passa il 25% (un quarto) delle esportazioni totali di grano e cereali della Russia a livello globale. “Il porto di Taganrog funge da snodo cruciale di transito fluviale-marittimo per i raccolti russi provenienti dalle principali regioni agricole di Rostov e del Volga”.
Howard ha lodato le operazioni militari ucraine nel Mar d’Azov, sebbene ostacolino “il flusso di milioni di tonnellate di cereali russi destinati ai mercati occidentali e mediterranei, in particolare all’Africa”.
Come ho mostrato nell’articolo della scorsa settimana, le operazioni ucraine con droni contro obiettivi russi avvengono invariabilmente grazie al supporto dei servizi di intelligence occidentali, americani e britannici in primo luogo.
Dunque non solo l’attacco ucraino alle infrastrutture russe per l’esportazione del grano non ha suscitato reazioni da parte dell’Occidente, che si era invece profondamente interessato all’accordo sul grano del 2022, ma probabilmente è stato supportato dall’intelligence occidentale.
Tale attacco ha però fornito a Mosca la perfetta giustificazione per colpire il sistema di esportazione dei cereali ucraini attraverso Odessa e i porti limitrofi.
Indifferenza per le conseguenze
La campagna militare russa contro i porti della regione di Odessa prosegue ormai da circa due settimane, e ha imposto un blocco di fatto al traffico navale.
I dati del traffico ferroviario indicano che anche il trasporto di grano su rotaia verso i porti della regione di Odessa è calato dell’11 % nella sola settimana dal 2 all’8 luglio.
Oltre a colpire i porti, la Russia sta bombardando le infrastrutture ferroviarie. A ciò si aggiunge il problema della carenza di manodopera causato dalle elevate percentuali di arruolamento nell’esercito di Kiev.
Malgrado il disinteresse dei media occidentali, il coinvolgimento nel conflitto delle esportazioni di cereali sia russe che ucraine avviene in una fase di aumento dei prezzi dei generi alimentari a livello globale, sull’onda dello shock energetico prodotto dalla crisi nel Golfo Persico.
Tale crisi potrebbe determinare un’emergenza alimentare ben più grave di quella che favorì l’accordo sul grano del 2022.
La chiusura di Hormuz è infatti destinata anche a provocare carenza di fertilizzanti, una quota rilevante dei quali proveniva dal Golfo. Ma ciò non ha suscitato in Occidente il polverone mediatico che nel 2022 aveva preceduto l’accordo sul grano con la Russia.
Kiev perde terreno
Nel frattempo, malgrado l’euforia che fino a poche settimane fa si avvertiva sui giornali occidentali riguardo a un presunto punto di svolta nel conflitto a vantaggio di Kiev, la situazione militare dell’Ucraina si sta deteriorando non solo nella regione di Odessa, ma a livello complessivo.
Sebbene l’Ucraina abbia intensificato gli attacchi a raffinerie e depositi di carburante in territorio russo, le forze armate di Mosca continuano ad avanzare in Donbass. La caduta di Konstantinovka, negata dagli ucraini e taciuta dai media occidentali, apre ai russi la strada verso le altre città della cintura fortificata a difesa della regione.
Essendo anche Lyman sul punto di cadere, di fronte all’avanzata russa resteranno Druzhkivka, e i due centri principali di Kramatorsk e Sloviansk. Le forze russe sono ormai a pochi chilometri da entrambe le città.
La caduta della cintura fortificata del Donbass aprirebbe alle forze di Mosca un varco attraverso pianure scarsamente urbanizzate verso città chiave come Dnipro e Kiev. In altri settori del fronte, i russi operano a non più di 10 km da Sumy, Kharkiv e Zaporizhzhia.
Nel frattempo la Russia sta intensificando i propri attacchi missilistici, in particolare sulla capitale Kiev. Gli attacchi sulla città sono i più intensi dall’inizio della guerra, e stanno diventando sempre più distruttivi.
Gli obiettivi includono infrastrutture chiave della logistica, dell’industria bellica e aerospaziale, e del settore energetico. La difesa aerea ucraina non sembra più in grado di contrastare in alcun modo queste offensive.
Faide interne e inasprimento del conflitto
La difficoltà nel difendere Kiev e nel contrastare l’avanzata russa al fronte è all’origine della crisi politica che in pochi giorni ha visto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky destituire dapprima il ministro della difesa Mykhailo Fedorov, e poi, nel tentativo di contenere le proteste scoppiate nel paese, il comandante dell’esercito e avversario di Fedorov, Oleksandr Syrsky.
All’origine del dissidio vi sono due opposte visioni sulla gestione della guerra.
Il trentacinquenne Fedorov è un fautore dell’innovazione tecnologica in campo militare, dai droni ai robot, è uomo vicino all’Occidente e ad aziende della Big Tech americana come Palantir, ed è il promotore degli attacchi in profondità in territorio russo.
Syrsky è un generale della vecchia guardia, formatosi alla scuola sovietica, sostenitore della perdurante rilevanza della guerra d’artiglieria e portavoce delle necessità dei soldati ucraini al fronte.
Il nocciolo dello scontro risiede nell’insufficienza delle risorse da destinare all’esercito.
Gli attacchi con droni in territorio russo promossi da Fedorov e dai paesi occidentali sottraggono finanziamenti e materiale prezioso agli stremati e male armati soldati che devono contrastare la sempre più soverchiante avanzata russa in Donbass e in altri punti del fronte.
Kiev è dunque in crescente difficoltà, da un punto di vista militare, economico e politico.
Mosca, dopo aver perso fiducia nel processo negoziale proposto dagli Stati Uniti in occasione dell’incontro fra il presidente Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin in Alaska, sembra più incline a risolvere militarmente il conflitto intensificando i bombardamenti e l’offensiva delle proprie forze sul terreno.
Ma i sostenitori occidentali, ed in particolare europei, di Kiev non intendono rassegnarsi alla sconfitta né aprire un negoziato con Mosca, come ribadito al G7 dello scorso giugno.
Ed è probabile che risponderanno all’escalation russa rafforzando il sostegno all’Ucraina, in particolare attraverso una sempre più stretta integrazione dell’industria bellica europea con quella di Kiev.
Inevitabilmente, tale integrazione rende sempre più gli europei parte cobelligerante nel conflitto.
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Fonte: https://robertoiannuzzi.substack.com/p/ucraina-odessa-nel-mirino-e-una-possibile
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