Un conflitto a ondate
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Filippo Bovo)

Tolti casi di conflittualità radicata e continuata, come in Libano e Yemen, nel resto del Medio Oriente la tendenza è di un conflitto ad ondate intervallate da momentanei sipari di precaria “tranquillità”. In apparenza, è il nodo del blocco/sblocco di Hormuz a costituire l’epicentro di questa guerra a singhiozzo; ma anche altri elementi, che ne sono fortemente dipendenti o correlati (come le quotazioni internazionali del greggio e il rendimento dei titoli di Stato USA, a cui Washington tenta di porre rimedio continuando a svuotare le proprie riserve strategiche d’idrocarburi mentre la sfida di salvare lo yen si fa sempre più remota) vi recitano una parte, in una realtà che appare molto più estesa e strutturata di un “semplice” scontro per il controllo di uno stretto marittimo comunque strategico per gli equilibri geoeconomici del pianeta. E’ un conflitto dove non si giocano dunque solo le sorti del pianeta in senso economico (e non solo dei paesi più ricchi, ma anche dei più poveri, più esposti ai contraccolpi della crisi e con un percorso di sviluppo in molti casi ancora piuttosto “cagionevole”) ma anche di coloro che, sul dominio politico e militare del Medio Oriente, avevano fondato la loro supremazia globale.
Gli USA, col loro primo rappresentante locale, Israele, e nel complesso l’intero club G7 (tra di loro, chi di più e chi di meno; ma in generale, per tutti quanti, ormai sembra sempre più quel che è da perdere di quel che è da guadagnare), si stanno giocando da tempo il loro ruolo nella regione, con danni che aumentano di giorno in giorno: non solo materiali, ma politici, da intendersi come perdita d’influenza e prestigio sia nella regione che a livello internazionale. Stiamo letteralmente assistendo, in diretta, al tramonto di un “sistema imperiale” (tra impero, alleati e clienti) che sin qui ha cercato, puntellandolo, di salvaguardare almeno nelle apparenze il suo per la verità sempre più contestato ed instabile ordine unipolare.
Un ordine contestato ed instabile, ma fin qui ufficialmente riconosciuto come primo e più potente dinanzi alle alternative altrui: ora, quell’ufficialità sta sfumando come una trasmissione televisiva col finale fuori tempo massimo.
Non c’è da meravigliarsi se, per nascondere questo enorme “scandalo” del vecchio ordine di potere che tramonta, i nostri media preferiscano mandare in onda i balletti, come quando cadeva un certo regime: ed in effetti le nostre TV di tutto parlano fuorché di questo, come d’altronde non parlano neppure di tanti altri colpi subiti ancora (in Ucraina, per esempio; e che dire delle proteste a Taiwan, contro il governo del DPP, le sue politiche contro Pechino e la crisi giunta a livelli non più tollerati dalla popolazione; o in Sud Corea, contro la partecipazione di Seul ai “pattugliamenti” USA in Medio Oriente, e così via). Meglio evitare che il grosso delle persone si facciano certe strane domande.
Tuttavia, come già anticipato, i problemi continuano a restare sul tavolo; stanotte, ad esempio, abbiamo visto riaccendersi proprio quella conflittualità ad ondate di cui parlavamo prima. Le forze USA hanno attaccato cinque petroliere iraniane, dall’isola di Kharg al Golfo dell’Oman: Kaviz, Charminar, Horizon, Riesco e Derya i loro nomi. Siamo ormai abituati a vedere una pronta reazione iraniana a questi attacchi, e soprattutto in una misura crescente: laddove in precedenza Teheran rispondeva “limitando” i suoi attacchi, adesso la tendenza è invece a rispondere alla pari, così da trasformare la difesa ad ogni attacco subito in un’offesa di potenza ben superiore, fino al punto da costringere il nemico ad un ritiro (o fuga) dall’area come unica sua via a quel punto praticabile. Questa tendenza ad escalare non farà che crescere di volta in volta, finché gli USA non si vedranno costretti a fuggire lasciandosi alle spalle una regione impraticabile per ogni loro prospettiva di permanenza a breve e a medio periodo. Si va ben oltre la semplice “debasificazione”, il radere al suolo base per base, struttura per struttura, e così via.
Il caso giordano ne è prova: colpire le basi di Al Azraq e Muwaffaq Salti con un pesante attacco missilistico, danneggiando hangar di manutenzione, preparazione e schieramento di F-35, F-16 e F-15, si traduce nel portare avanti la demolizione, fino ad una sopraggiunta inutilizzabilità, delle basi su cui Washington può ancora contare nella regione. E’ un messaggio anche per Israele, che infatti per il momento preferisce concentrarsi soprattutto sul Libano, mentre da maggio cerca di non avvicinarsi troppo a Teheran: se decine di missili possono cadere sulla sola Giordania, che è il suo ultimo anello difensivo presieduto dagli USA, non è difficile immaginare cosa può toccargli quando sarà il suo turno. Non a caso, ormai non si parla più tanto della probabilità o meno che un conflitto tra Israele ed Iran possa scoppiare, quanto semmai di quando.
Ma, prima di giungere a ciò, l’azione di Teheran mira a concentrarsi soprattutto sull’aggressore principale, gli USA, come dimostrato, oltre che dalle basi, anche dalla flotta militare: portaerei per prime, oggi costrette a stare a 400 km da Hormuz. Ciò non toglie che due navi militari americane, otto petroliere ed altri dieci che tentavano d’entrare ad Hormuz siano state colpite dall’IRGC, così ribadendo il controllo iraniano sullo Stretto. Un aspetto ancor più evidenziato dall’intercettazione del sottomarino senza equipaggio (UUV) USA fermato nelle acque dello Stretto: una grave perdita per la Marina militare americana, anche perché, a questo punto, non è difficile immaginarsi che le sue tecnologie saranno attentamente studiate da tanti, e non solo dagli iraniani. Oltre agli USA, infatti, quell’UUV è tra le dotazioni militari di Australia e Taiwan, con l’UK come altro prossimo candidato ad acquistarlo. Ovvero da tre realtà che, nel Pacifico, cooperano con Washington nel “contenimento armato” di Pechino, e non solo (si pensi allo “stipendificio” AUKUS, giusto per fare un nome).
#TGP #Usa #Iran
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