Religioni dell’energia, energia delle religioni
da LA FIONDA (Antonio Cantaro)

Le più importanti crisi geopolitiche degli ultimi decenni hanno riguardato aree strategiche per la produzione e il transito di petrolio e gas. Dal Medio Oriente allo spazio euroasiatico, fino allo stretto di Hormuz, il controllo delle risorse e delle rotte energetiche continua ad essere uno dei principali fondamenti del potere delle nazioni e degli imperi. “Cultura della potenza” (Leone XIV) sostenuta da religioni senza trascendenza che hanno divinizzato estrattivismo fossile ed ’estrattivismo digitale. La narrazione su una presunta, ontologica, orizzontalità del mondo multipolare vorrebbe rassicurarci: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Le cose non sono affatto così semplici e lineari.
Lo sta sperimentando sul campo la Russia di Putin, e non solo la Russia. Basta seguire il filo che lega i contributi dell’ultimo numero di fuoricollana.it su Religioni dell’energia, energia delle religioni. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle rispettive sfere d’influenza e di sicurezza (quella energetica, in primo luogo) aspre e letali competizioni. Guerre senza fine e senza fondo (F. Losurdo, C’è speranza nei BRICS. Oltre l’ordine americano-centrico, https://fuoricollana.it/ce-speranza-nei-brics-oltre-lordine-americano-centrico/). Esemplare l’odierna forma della “guerra” e del “memorandun di intesa” tra Stati Uniti ed Iran. Multipolarismi asimmetrici, multipolarismi gerarchici. Multipolarismi alimentati da chi teme il declassamento, da chi non accetta di dimensionare il proprio potere. Non solo The Donald, il paranoico canettiano per eccellenza (A. Cantaro, The Donald, il paranoico che è in noi, in https://www.lafionda.org/2026/04/07/the-donald-il-paranoico-che-e-in-noi/). La crisi energetica degli scorsi anni e mesi non è solo una ripetizione di quella degli anni ’70. La vicenda israelo-americana-iraniana è più che un “semplice” conflitto mediorientale, è più che un preludio a un nuovo shock petrolifero. È parte di un ampio cambiamento negli equilibri di potere globali in cui sicurezza energetica e rivalità tra le potenze provano, senza successo, ad essere “governati” congiuntamente. L’energia (petrolio e dati) è diventata assai più di una merce a rischio, è una componente di una lotta spietata, a tutto campo, per il potere da parte di soggetti pubblici (gli Stati) e, sempre più, di soggetti privati (le bih tech). Nella totale e totalitaria indifferenza per gli umili, per i popoli (Magnifica Humanitas).
Russia. Il multipolarismo diseguale di Putin
Vladimir Putin ha costruito, scrive Vincent Ligorio, la propria pretesa di rango di potenza internazionale quasi interamente sull’energia e, segnatamente, sulla convinzione che grazie all’arma energetica, al controllo del petrolio e del gas, «Mosca vince comunque». Il dogma che le sanzioni europee «non funzionano» nella misura in cui la Russia può rivolgersi a comparatori asiatici e, per tale via, sopperire all’esaurimento dei rapporti con l’Europa. È vero – si osserva – che Mosca ha smentito in questi anni il trionfalismo atlantico («le sanzioni funzionano), ma è anche vero che ha pagato un prezzo altissimo al suo speculare fatalismo («Mosca vince comunque»). Putin si è consegnato ad un «un pugno di compratori asiatici che non controlla». Ha certamente reindirizzato la propria rendita (quella, oggi esaurita, che le veniva dall’ Europa) verso altri, ma al prezzo di consegnarsi ad un’altra corda. Un fatto con la F Maiuscola, largamente ignorato dalla geopolitica e dalla geoeconomia da tabloid.
Per vent’anni il gas è stato lo strumento di potenza per eccellenza del Cremlino (V. Ligorio, Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica). Non per il suo valore commerciale – modesto, rispetto al petrolio – ma per la sua geometria geopolitica: i gasdotti sono infrastrutture fisse, e una rete fissa crea dipendenza reciproca, dunque ricatto reciproco. Era questa la leva che Mosca riteneva decisiva quando, nell’autunno del 2022, ridusse deliberatamente le forniture all’Europa scommettendo che il freddo invernale avrebbe piegato il sostegno a Kiev. La scommessa è fallita: ha prodotto l’esito opposto. L’export via gasdotto verso l’Europa è crollato da circa 152 miliardi di metri cubi nel 2021 ad appena 18 nel 2025; le spedizioni di Gazprom sono precipitate di oltre il quaranta per cento nell’ultimo anno, ai minimi da decenni, e il colosso ha iscritto a bilancio le prime perdite in vent’anni[1]. Il punto politico è questo: la leva del gas non si è spuntata perché qualcuno l’abbia disinnescata, ma perché l’Europa ha pagato il costo dello svincolo, inflazione, recessione sfiorata e una volta pagato quel costo lo svincolo è diventato irreversibile. Un’arma di interruzione vale solo finché la minaccia di usarla resta credibile e reversibile. Esercitarla fino in fondo, come ha fatto Mosca, equivale a bruciarla. Il gas che fluiva verso ovest non può essere semplicemente dirottato altrove: i gasdotti seguono le loro direttrici e non sono piattaforme mobili tali da ridirezionare le risorse verso nuovi canali. Su questo fronte la Russia non ha riconfigurato nulla. Ha perso la propria scommessa.
Il petrolio – osserva Ligorio – è un’altra cosa. A differenza del gas, il greggio è fungibile: si carica su infrastrutture mobili – le petroliere – e si manda dove conviene. È questa flessibilità che ha consentito a Mosca l’operazione più riuscita della sua economia di guerra. I volumi esportati sono rimasti pressoché invariati, circa 238 milioni di tonnellate nel 2025, contro le 240 del 2024, mentre la geografia degli acquirenti si ribaltava completamente. Oggi circa l’80 per cento del greggio russo prende la via dell’Asia: a fine maggio 2026 la Cina assorbiva la metà delle esportazioni di greggio, l’India poco più di un terzo, la Turchia il sei, l’Ue un residuale cinque per cento. A reggere questo travaso è stata la costruzione di una flotta‑ombra che ha trasportato nell’aprile 2026 una quota record, oltre la metà, delle esportazioni russe[2]. Sarebbe però un errore concludere che le sanzioni siano un fallimento. Le misure americane contro Rosneft e Lukoil, che da sole coprono circa metà dell’export di greggio, hanno colpito quasi il settanta per cento dei volumi e spinto i grandi raffinatori indiani – Reliance, Bharat Petroleum – a sospendere gli acquisti diretti. Lo sconto degli Urals sul Brent si è allargato fino a oltre 23 dollari e gli introiti di bilancio del Cremlino sono caduti di oltre un quinto. La rendita resiste ma è diventata più fragile, più costosa da movimentare, più esposta alla decisione di pochi compratori. E qui sta il nodo: la Russia si è liberata della leva occidentale consegnandosi a un’altra dipendenza[3]. La Russia che credeva di sfuggire al rango di periferia dell’Occidente rischia di scoprirsi periferia energetica dell’Oriente, fornitrice di materie prime a sconto in cambio di manufatti (V. Ligorio, Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica).
L’America. Il multipolarismo gerarchico di Trump
Si è soliti descrivere il mondo che nasce dal declino americano come un mondo multipolare, orizzontale. La traiettoria energetica russa mostra esemplarmente che le cose non sono così lineari. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa necessariamente diventare più autonomi: può significare semplicemente cambiare centro. Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese, e la seconda è più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo e senza vie d’uscita. L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia aveva bisogno dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco. Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino. L’arma energetica russa, certo, non è stata spezzata. È stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva; oggi stringe una corda che la lega (V. Ligorio, Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica).
La narrazione sulla ontologica orizzontalità del mondo multipolare regge ancor meno quando si volga lo sguardoalle implicazioni dell’ordine della sicurezza energetica fondato sulla centralità dell’America. Una visione depositata nei suoi tratti essenziali nel National Security Strategy (NSS). Un documento contenente una netta riaffermazione della dottrina America First fondata sulla sovranità nazionale, sulla sicurezza delle frontiere, sulla reindustrializzazione del paese, sulla sua supremazia tecnologica, sulla competizione strategica con la Cina: obiettivi il cui raggiungimento è affidato al rafforzamento della capacità produttiva interna, all’indipendenza energetica, all’intelligenza artificiale, allo sviluppo delle tecnologie avanzate (F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico).
Questa impostazione riflette i vincoli strutturali con cui gli USA devono confrontarsi (debito federale, 40 trilioni di dollari); costo annuale degli interessi (oltre un trilione di dollari); declino trentennale dell’industria manifatturiera. Riflette la (collegata) convinzione che questi vincoli strutturali possano essere governati rafforzando quelli che restano i principali pilastri della potenza economica statunitense: il predominio finanziario internazionale, la leadership energetica basata sul petrolio e sul gas, il vantaggio tecnologico nei settori più avanzati dell’economia, quelli legati alle grandi corporation della Silicon Valley.
L’opzione dell’amministrazione americana per lo Stato fossile è assai meno improvvisata di come una pigra narrazione la dipinge. È scritta a chiare lettere nel NSS: «Ripristinare il primato energetico degli Stati Uniti (nel petrolio, nel gas, nel carbone e nel nucleare) e rilocalizzare sul territorio nazionale le componenti chiave necessarie per il sistema energetico rappresenta una priorità strategica assoluta. Energia abbondante e a basso costo consentirà di creare posti di lavoro ben retribuiti negli Stati Uniti, ridurre i costi per consumatori e imprese americane, favorire la reindustrializzazione e mantenere il vantaggio competitivo nelle tecnologie di frontiera, come l’intelligenza artificiale. L’espansione delle esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari, tutelando la capacità degli Stati Uniti di difendere il proprio territorio e, quando e dove necessario, di proiettare il proprio potere. Respingiamo le disastrose ideologie del “cambiamento climatico” e dello “Zero Netto” (Net Zero), che hanno arrecato gravi danni all’Europa, minacciano gli Stati Uniti e finiscono per sovvenzionare i nostri avversari».
L’assetto del mondo prefigurato in questa strategia – il ‘manifesto’ del multipolarismo gerarchico – presenta costi e contraddizioni crescenti. Da un lato, tende a rafforzare una visione della sicurezza nazionale fortemente legata al controllo delle risorse energetiche e delle principali rotte commerciali globali, alimentando una crescente militarizzazione delle relazioni internazionali. Dall’altro, sottovaluta la più grande sfida collettiva del XXI secolo: la crisi climatica. Cosa che il competitor emergente, la Cina, dell’odierno mondo multipolare è ben lungi dal fare (V. Comito, Recenti tendenze dell’energia e del clima a livello mondiale).
Il multilateralismo egemonico della Cina
Nella NSS non si fa cenno alle energie rinnovabili come il solare, l’eolico e le tecnologie ad esse collegate. Inoltre, si nega che i combustibili fossili causino il cambiamento climatico. Di tutto altro tenore è il XV Piano Quinquennale cinese (2026–2030), una vera e propria guida per l’industria, la ricerca, la tecnologia, l’energia, la sicurezza nazionale e lo sviluppo sociale. I suoi pilastri principali sono quattro.
Il primo è l’autosufficienza tecnologica, lo sviluppo di semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e tecnologie quantistiche con riduzione della dipendenza dalle tecnologie occidentali (in primis statunitensi). Il secondo è il rafforzamento della manifattura avanzata con la trasformazione della Cina da “fabbrica del mondo” a leader nelle produzioni ad alto valore aggiunto ed il sostegno a settori strategici batterie, veicoli elettrici, aerospazio e automazione industriale. Il terzo è la crescita guidata dall’innovazione: aumento della spesa in ricerca e sviluppo (R&S) di oltre il 7% annuo per arrivare al 3% di spesa in R&S rispetto al PIL nel 2030 e un rafforzamento della ricerca di base e delle università. Il quarto pilastro è la sicurezza economica ed energetica: rafforzamento delle catene di approvvigionamento; sicurezza alimentare ed energetica; riduzione delle vulnerabilità nei confronti dell’estero.
Modernizzazione socialista. Modernizzazione basata su innovazione tecnologica, autonomia industriale e rafforzamento della potenza nazionale. Con due punti qualificanti. Il primo è uno Sviluppo di alta qualità, che punta a sostenere la crescita economica attraverso le nuove forze produttive. Il fotovoltaico, i veicoli elettrici e i sistemi di accumulo energetico basati su batterie. Il secondo punto è lo Sviluppo verde, la riduzione entro il 2030 del 17% l’intensità delle emissioni di CO₂, l’aumento al 30% la quota delle energie rinnovabili nel mix energetico, la realizzazione di 100 parchi industriali a emissioni nette zero. Il piano prevede, inoltre, il rafforzamento dei sistemi di gestione del carbonio, con una riduzione del 10% dell’intensità energetica per unità di PIL, il consolidamento del mercato nazionale delle emissioni, l’introduzione di standard sempre più rigorosi per le quote di carbonio, l’elettrificazione dei trasporti e alla diffusione di veicoli e navi alimentati con combustibili a basse emissioni, la tutela delle risorse naturali, la promozione di stili di vita sostenibili, la costruzione di una rete idrica nazionale finalizzata a migliorare la resilienza del paese ai cambiamenti climatici F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico).
La transizione energetica cinese non guarda soltanto alla riduzione delle emissioni ma anche al controllo delle tecnologie che produrranno l’energia del futuro: pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, sistemi di accumulo e reti intelligenti. Un terreno in cui si gioca una parte fondamentale della rivalità tra Usa e Cina e in cui i cinesi hanno acquisito un vantaggio in termini di ricerca e innovazioni (brevetti) che diventa ogni giorno più grande. Negli ultimi 15 anni il fotovoltaico ha conosciuto una crescita straordinaria a livello globale, ma nessun paese ha registrato un’espansione paragonabile a quella cinese[4].
Lo sviluppo del solare non è solo una questione climatica o tecnologica ma geopolitica. La diffusione delle energie rinnovabili introduce potenzialmente una novità storica. A differenza dei combustibili fossili, concentrati in poche regioni del pianeta, l’energia solare può essere prodotta quasi ovunque. Per molti decenni il sogno degli scienziati nucleari è stato quello di rendere disponibile un’energia abbondante e accessibile a tutta l’umanità. Quella promessa sembra oggi avvicinarsi non attraverso il nucleare, in cui si attarda oggi il governo italiano[5] , ma grazie al fotovoltaico, una tecnologia installabile rapidamente, su vasta scala e con costi in continua diminuzione. Nel nuovo sistema energetico il fattore decisivo non sarà più il controllo dei giacimenti di petrolio e gas, ma delle filiere industriali che rendono possibile la produzione di energia: pannelli, batterie, sistemi di accumulo, reti elettriche e materiali critici. È in questo contesto che la posizione della Cina appare particolarmente significativa. Pechino controlla gran parte della filiera del fotovoltaico, dalla raffinazione del polisilicio alla produzione di wafer, celle e moduli. Circa l’80% dei pannelli installati nel mondo è oggi prodotto in Cina. La Cina non sta semplicemente costruendo più impianti degli altri paesi: la Cina sta costruendo l’infrastruttura industriale globale della transizione energetica.
La divergenza tra USA e Cina riflette due strategie profondamente diverse. Washington ha costruito la propria potenza energetica sul controllo delle risorse fossili, sul sistema del petrodollaro e, più recentemente, sulla crescita della produzione interna di petrolio e gas. Pechino ha puntato sulla costruzione di filiere industriali integrate nelle tecnologie della transizione energetica, sostenute da una pianificazione e da investimenti su larga scala. Oggi la Cina non è soltanto il maggiore installatore di capacità solare, ma il principale artefice della transizione energetica globale. D’altra parte, la strategia statunitense degli ultimi decenni, culminata nelle tensioni che attraversano oggi il Medio Oriente, si inserisce nel tentativo di preservare un ordine internazionale centrato sulla potenza americana e sul contenimento della Cina.
Il controllo delle principali rotte commerciali e delle aree energetiche strategiche continua a rappresentare un elemento centrale di questa competizione (F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico). Una competizione che mentre gli Stati Uniti, Stato fossile, conducono sulla base del paradigma del multipolarismo gerarchico, la Cina, Stato elettrico, conduce affidandosi ad un multilateralismo egemonico. Un multilateralismo trasformativo che prova a mediare interessi nazionali divergenti sulla base di istituzioni e procedure improntate a relazioni di reciprocità, nel presupposto che la cooperazione, a partire da quella con i paesi del Sud globale, è quella più atta a garantire sicurezza (anche energetica) e sviluppo.
Obiettivi “sistemici” delle guerre di Trump e di Netanyahu
È sulla base della ‘vocazione’ degli Usa come Stato fossile e del multipolarismo gerarchico come paradigma delle relazioni internazionali che Trump ha affrontato il conflitto con l’Iran. Come chiaramente emerge dall’iniziale, triplice e ardito obiettivo, con cui è “entrato in guerra”: a) indebolire le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran per rafforzare il dominio regionale di Israele; b) mantenere il controllo strategico di Washington sui flussi energetici globali; c) evitare che il mondo musulmano cada sotto la crescente influenza cinese (https://www.populismstudies.org/power-transition-in-the-middle-east-the-intersection-of-us-global-rivalries-and-israels-regional ambitions/). Nel presupposto, messo nero su bianco da un recente rapporto britannico, che energia, guerra, diplomazia sono sempre più ambiti “politici” da gestire strategicamente (https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/cbp-10521/). Una dinamica di potere che allontana il mondo dalle “regole” dell’ordine internazionale del secondo dopoguerra a vantaggio di un sistema più frammentato e popolato da coalizioni selettive e a legittimità variabile di cui l’attacco israelo-americano è l’ultimo e più compiuto emblema. Non a caso, iniziato e proseguito senza giustificazione legale e risoluzione ONU che indicasse che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente[6].
Il tema principale per Trump non è tanto la scarsità (relativa) delle fonti, ma il modo in cui il conflitto è inquadrato e “limitato”. La “guerra” e la “pace” vanno gestite, per Trump, all’interno di un più ampio cambiamento dell’ordine globale. La forza va usata, ma “cum iudicio”. L’escalation tollerata, ma entro certi limiti. La legittimità non deve essere universale, ma costruita gradualmente attraverso alleanze temporanee e sforzi ‘diplomatici’ mirati. L’energia fossile e digitale è più di una semplice merce a rischio, ma una componente di una lotta per il potere che vede coinvolte potenze grandi, medie e piccole.
Con interessi non sempre del tutto convergenti. Mentre il primato degli USA si fa sempre più contestato e il Medio Oriente si riorganizza in base a dinamiche politiche interconnesse in materia di energia, sicurezza e corridoi strategici, Israele persegue una duplice strategia di espansione, basata sia sulla collaborazione che sulla coercizione. Sul fronte della deterrenza, la sua posizione aggressiva in materia di guerra riflette i suoi calcoli di “sicurezza”. Le capacità missilistiche iraniane, le reti di alleati e i progressi nucleari sono rappresentate come minacce virtualmente esistenziali. La loro virtualità non rende, tuttavia, la “narrazione” prudente. Tutt’altro. Una volta che un regime ostile è definito come una minaccia strategica totale, la soglia per l’adozione di misure straordinarie si abbassa: uso della forza preventiva, attacchi per indebolire i regimi ostili, militarizzazione regionale, creazione di spregiudicate coalizioni esterne. Ed è in questo contesto che Israele utilizza azioni militari punitive contro Iran, Siria, Hamas e gruppi armati alleati per indebolire gli avversari, ripristinare la deterrenza ed espandere il proprio spazio di manovra. Più che come un piccolo Stato assediato, Israele si comporta come un’aspirante potenza regionale che vuole assicurarsi il dominio nell’area (“un posto a tavola”) prima che l’emergente (dis)ordine multipolare diventi meno accomodante. L’attuale scenario del conflitto va, insomma, al di là degli esiti immediati sul campo di battaglia, ma riguarda la definizione del futuro panorama geopolitico e geo-economico del Mediterraneo orientale e del più ampio Medio Oriente (https://www.populismstudies.org/power-transition-in-the-middle-east-the-intersection-of-us-global-rivalries-and-israels-regional ambitions/)[7].
. Non tutti gli attori che si avvicinano a Israele vanno considerati parte tout court di un blocco apertamente filo-israeliano. Gli interessi dell’Arabia Saudita coincidono pragmaticamente con quelli di Israele su temi quali il contenimento dell’Iran, la protezione delle forniture energetiche e il mantenimento di un equilibrio regionale favorevole. Non si tratta di vere e proprie alleanze, ma dimostrano che Israele opera in un contesto in cui ex o potenziali avversari sono sempre più coinvolti in modelli di coordinamento, de-conflict o accomodamento selettivo. Israele sta, cioè, cercando di dar vita a un ordine regionale gerarchico, costruendo reti laddove possibile, gestendo i nemici laddove necessario e utilizzando sia la cooperazione che la forza per espandere la sfera d’azione in cui può agire come potenza dominante.
Le monarchie del Golfo. Il linguaggio della sopravvivenza?
Agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo Huntington sosteneva che i conflitti post-Guerra Fredda avrebbero seguito sempre più linee di faglia culturali e religiose (S.P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 2000). La strategia attuale di Washington e dei suoi alleati regionali, non è, tuttavia, quella di abbracciare apertamente tale scontro, ma di strumentalizzarne selettivamente la logica e contenerne le conseguenze. Trump e, più difficile dire, Netanyahu non desiderano che la guerra e il conflitto contro l’Iran degenerino in uno scontro di civiltà che spingerebbe le società a maggioranza musulmana verso la Cina. Iran, Hamas, Hezbollah, vengono presentati come minacce securitizzate e contenibili, mentre le monarchie del Golfo e gli altri Stati a maggioranza musulmana vengono coinvolti attraverso la diplomazia dei donatori e una gestione calibrata delle alleanze. Combattere un avversario senza che la guerra consolidi un’identità politica anti-occidentale nel mondo musulmano.
Non mancano frizioni e contraddizioni. Gran parte del quadro diplomatico si propone di circoscrivere i conflitti alla più ristretta questione della sicurezza, sottolineando, ad esempio. come il Board of Peace si basi in larga misura sulla partecipazione dei Paesi arabi del Golfo e dell’Asia centrale (https://www.cfr.org/articles/guide-trumps-twenty-point-gaza-peace-deal). Al contrario, l’Ufficio dell’ONU per i diritti umani critica questa impostazione, ritenendola incompatibile con un approccio riparativo basato sui diritti umani per la ricostruzione (https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/un-experts-condemn-board-peace-call-reparative-rights-based-approach). E, tuttavia, benché la struttura sia tutt’altro che eticamente e politicamente convincente, palese è l’intento di farla agire come un meccanismo di compartimentalizzazione: alcuni attori vengono isolati come minacce da disarmare o neutralizzare, altri vengono mantenuti all’interno di un quadro di cooperazione per la ricostruzione e la stabilizzazione geopolitica.
La risposta regionale conferma il prevalere di elementi fluidità e di contraddittorietà. Nella loro dichiarazione congiunta GCC-UE, i ministri del Golfo e dell’Europa hanno condannato gli attacchi iraniani contro gli Stati del GCC, hanno sottolineato che i territori del GCC non sono stati utilizzati per lanciare attacchi contro l’Iran, hanno invocato la legittima difesa e hanno evidenziato l’importanza di proteggere le rotte marittime, le catene di approvvigionamento e la stabilità del mercato energetico (https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/03/05/joint-statement-by-gcc-eu-ministers-meeting-on-recent-developments-in-the-middle-east-iran-). Le monarchie del Golfo sono strette tra l’escalation iraniana e l’avventatezza degli Stati Uniti e la loro principale preoccupazione è la salvaguardia dei loro fragili sistemi economici e di sicurezza.
Non è un unico Fronte anti-occidentale, non è il linguaggio di un blocco di civiltà unificato, è, probabilmente, il linguaggio della sopravvivenza del regime. La condanna da parte dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI) degli attacchi israeliani contro l’Iran coesiste con reazioni ufficiali del Golfo contenute e ambivalenti, mentre i reportage dell’Associated Press sottolineano la rabbia delle élite nei confronti degli Usa per aver esposto gli Stati del Golfo a ritorsioni senza sufficiente preavviso o protezione. Come è scritto in una dichiarazione congiunta del Consiglio europeo, ciò che emerge è una frammentazione del blocco (https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/03/05/joint-statement-by-gcc-eu-ministers-meeting-on-recent-developments-in-the-middle-east-iran-s-attacks-against-gcc-states/). Le monarchie del Golfo non sono partecipanti a pieno titolo a una crociata anti-iraniana. Sono attori difensivi che cercano di preservare credibilità commerciale, ordine interno e sicurezza esterna in una guerra che non hanno voluto. Cercano di prevenire il collasso regionale senza avallare pienamente la logica “strategica” che ha generato la crisi.
La guerra iraniana. Gli effetti non previsti del multipolarismo gerarchico
L’odierno dibattito sull’accordo Stati Uniti-Iran si sta consumando sulla domanda sbagliata: chi ha vinto? La domanda è comprensibile, perché la guerra ha prodotto immagini potenti di distruzione militare iraniana e di regime sopravvissuto, e la tensione tra questi due fatti invita a cercare un verdetto. Ma il verdetto è una trappola, perché oscura la domanda che conta: qual è la struttura che emerge dal conflitto. Si tratta di mutamenti che il memorandum di intesa registra più che produrre, e che resteranno indipendentemente da ciò che accadrà nella finestra negoziale delle prossime settimane (G. Percannella, L’Iran, Hormuz e gli scenari che cambiano. Quel che resta dopo il conflitto, in https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/22/news/liran-hormuz-e-gli-scenari-che-cambiano-quel-che-resta-dopo-il-conflitto–400959).
All’inizio dell’operazione militare statunitense (Furia epica) e di quella israeliana (Il ruggito del Leone) contro l’Iran, acuti osservatori avevano evidenziato come l’Iran costituisse il perno su cui ruota il destino dell’Eurasia multipolare. Per Pechino (e Mosca) il bastione che impedisce all’egemonia marittima euro-atlantica di chiudere il cerchio attorno al supercontinente, il nodo vivo del corridoio Nord-Sud e della Nuova Via della Seta. E per chi bombardava l’Iran, un tentativo di chirurgia geopolitica volto ad asportare questo perno.
Coloro, tuttavia, che bombardavano, stavano sottovalutando la capacità iraniana di trasformare il trauma in risorsa identitaria. Nello sciismo il martirio non è una sconfitta, ma un atto di fecondazione storica, una teologia del differimento che converte la perdita in riscatto futuro. Ogni esplosione rischia di risvegliare un nazionalismo metafisico ancor più cupo e compatto, una tecnocrazia del sacro: una forma di governo in cui la legittimazione religiosa, progressivamente svuotata dei suoi contenuti dogmatici più esposti alla critica, si converte in un dispositivo di mobilitazione collettiva al servizio di uno Stato tecnico-militare. Non più un clero che governa in nome di Dio, ma un’élite tecnocratica che usa la grammatica del sacro – il martirio, la persecuzione, l’attesa escatologica – come architettura del consenso e collante identitario. È uno sciismo senza teologia, la teologia ridotta a ingegneria sociale, la cui efficacia non dipende più dalla fede dei governanti ma dalla sua capacità di strutturare l’esperienza collettiva del nemico e del sacrificio. Un’eventualità che potrebbe, si osservava, rilevarsi più duratura della Repubblica Islamica: un autoritarismo che fa a meno del sacro come contenuto ma lo conserva come forma. Un Iran moltiplicatore di instabilità la cui distruzione parziale genera esternalità che ridisegnano l’intero sistema. Lo Stretto di Hormuz nelle mani di un Iran integro che vende idrocarburi è un corridoio commerciale; nelle mani di un Iran ferito, sanzionato, diventa l’unica leva rimasta, l’arma di chi non ha più nulla da perdere sul piano economico ma può ancora trasformare la propria agonia in crisi energetica globale. In larga misura, è proprio andata così (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/06/22/le-regime-iranien-a-t-il-toujours-besoin-de-faire-la-guerre-a-lamerique/).
C’è poi, si aggiungeva, la questione nucleare, ineludibile perché rappresenta la soglia oltre la quale tutti i ragionamenti sulla “resilienza” diventano secondari. L’Iran ha osservato attentamente i destini di Iraq, Libia e Ucraina: la bomba è una polizza assicurativa contro la sovversione del regime. L’attacco israelo-americano, lungi dal ritardare questa logica potrebbe – si profetizzava – rappresentarne l’accelerazione. Un Iran che sopravvive all’urto senza avere la bomba impara che deve averla; un Iran che nel tentativo di ottenerla viene ulteriormente colpito impara che deve ottenerla prima e in fretta. Questa spirale è la struttura elementare della deterrenza applicata a un attore che ha già dimostrato di sapere attendere decenni per conseguire i propri obiettivi strategici. Il paradosso finale della campagna aerea è, si aggiungeva, che essa potrebbe produrre esattamente il risultato che dichiara di voler impedire (https://www.sinistrainrete.info/estero/32491-antonio-martone-l-iran-preso-sul-serio.html). E, anche da questo punto di vista, l’andamento delle trattative tra Usa e Iran suggerisce che trattasi di uno scenario tutt’altro che peregrino, indipendentemente da ciò che accadrà nella finestra negoziale dei prossimi mesi.
L’odierna vicenda iraniana è il simbolo e l’incarnazione dei limiti del multipolarismo gerarchico. La paranoia distruttiva di coloro che (Israele e Usa, nel “caso” di specie) detengono una spettacolare superiorità degli armamenti (spinta, grazie all’uso di algoritmi, a estremi futuristici) non è sufficiente a vincere né la “guerra” né la “pace”, non è sufficiente a fare accettare l’asimmetria di potere tecnologico-finanziario tra i contendenti come nomos di un ordine internazionale e regionale stabile e duraturo (A. Cantaro, Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah in https://www.lafionda.org/2026/03/15/il-benpensante-il-giocatore-e-layatollah/). Come mostrano i mutamenti in atto che riguardano lo status dello Stretto di Hormuz, la natura del regime iraniano e l’architettura di sicurezza regionale. Non sono fenomeni che procedono in parallelo: si rinforzano reciprocamente in un sistema in cui nessun attore può invertire unilateralmente perché ciascuno è condizione degli altri.
L’istituzione più trascurata nel dibattito è la Persian Gulf Strait Authority (PSGA), l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, creata dall’Iran a maggio 2026 mentre i negoziati erano in corso. Non si tratta di un comitato militare provvisorio né di una misura emergenziale: è un ente permanente, con struttura burocratica propria, con competenza dichiarata su una zona marittima che l’Iran ha unilateralmente definito espandendo i propri limiti territoriali fino a sovrapporsi con le acque omanite ed emiratine. L’autorità ha emesso circolari operative: registrazione obbligatoria con quarantotto ore di anticipo per il transito, categorizzazione delle navi per nazionalità e bandiera, sistema di tariffe per “servizi di sicurezza, ambientali e assicurativi” sospese per sessanta giorni in ottemperanza al memorandum. Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha guidato i negoziati iraniani, ha dichiarato che “lo Stretto non tornerà mai alle condizioni precedenti”. Trump su Truth Social ha risposto che non ci saranno pedaggi per sessanta giorni né dopo, “a meno che non siano imposti dagli Stati Uniti d’America”. Le due affermazioni descrivono realtà incompatibili, e il testo del memorandum dà ragione a Teheran: il punto cinque impegna l’Iran al transito gratuito per sessanta giorni, lasciando aperta la questione della gestione post scadenza a un negoziato tra Iran, Oman e “altri stati costieri del Golfo”.
Cruciale è la distinzione tra Hormuz come arma di crisi e Hormuz come infrastruttura di potenza permanente. Usato come arma di crisi, lo Stretto funziona per interruzione: si chiude, crea emergenza, riapre come concessione. È un ciclo che esaurisce la sua efficacia con l’uso ripetuto, perché i mercati e gli attori regionali si adattano, cercano rotte alternative, costruiscono infrastrutture di aggiramento. L’andamento reale della guerra ha, tuttavia, mostrato i limiti della superiorità gerarchica israelo-statunitense: l’Iran ha chiuso, ha tenuto la chiusura, e ne ha pagato i costi accettandoli come variabile strategica. Il dividendo strategico è stato la prova che la chiusura è operativamente e militarmente sostenibile anche con capacità convenzionali ridotte.
Usato come infrastruttura di potenza permanente, lo Stretto funziona per regolazione: non si chiude, si amministra. Si definisce chi può transitare, a quali condizioni, con quali costi. Si crea un sistema di precedenze che distingue gli alleati dagli avversari, i pagatori dai non pagatori, i tonnellaggi ammessi da quelli esclusi. La PGSA è la struttura amministrativa che permette di gestire Hormuz senza chiuderlo, traendo rendita politica ed economica dall’apertura invece che dalla chiusura. Un paradosso quanto mai istruttivo: se l’Iran tenta di monetizzare il passaggio, distrugge il valore strategico della minaccia di chiusura, che dipende dalla credibilità della minaccia stessa. Se invece rinuncia a monetizzare, cede la fonte di reddito permanente che la guerra gli ha consegnato. La tensione tra i due obiettivi non è risolvibile e probabilmente produrrà attriti nei negoziati molto prima che il dossier nucleare entri nel vivo.
La trasformazione interna del regime iraniano è il fenomeno più sottovalutato dell’intera vicenda. La lettura prevalente la presenta come un indebolimento: il regime ha perso la leadership, ha subito danni enormi, ha accettato un accordo che il suo Leader non voleva. Questa lettura confonde la forma con la sostanza. Ciò che è accaduto è una redistribuzione del potere all’interno del sistema, con il baricentro che si sposta dal sistema teocratico-ideologico dei chierici al sistema militare-tecnocratico dei pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Un “compromesso nazionalista-tecnocratico” in cui la legittimità dello stato non poggia più sull’ideologia islamica ma sulla capacità di difendere e ricostruire il paese (G. Percannella, L’Iran, Hormuz e gli scenari che cambiano. Quel che resta dopo il conflitto, in https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/22/news/liran-hormuz-e-gli-scenari-che-cambiano-quel-che-resta-dopo-il-conflitto–400959).
I segnali convergono: i media di stato normalizzano immagini di donne con e senza hijab fianco a fianco, presentano l’identità iraniana come culturale prima che religiosa e dalle testimonianze raccolte emerge che il simbolo politico dominante tra i giovani non è più l’iconografia religiosa ma la sagoma geografica dell’Iran. Il criterio di lealtà politica si è spostato: non più “sei sufficientemente islamico?” ma “sei sufficientemente iraniano?” (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/06/19/en-iran-un-changement-de-regime-a-eu-lieu/).Un regime teocratico-ideologico è prevedibile perché le sue scelte sono vincolate dalla coerenza rivoluzionaria. Un regime nazionalista-pragmatico guidato dai militari non ha questi vincoli: può fare accordi che il precedente non avrebbe potuto fare, adattare le proprie posizioni in funzione dell’efficacia strategica invece che della coerenza ideologica. Questo allarga il ventaglio di comportamenti possibili e rende lo strumento sanzionatorio più difficile da calibrare.
Ghalibaf, il negoziatore principale, è lo stesso che nel 1999 minacciò un colpo di stato militare se i manifestanti studenteschi non fossero stati massacrati. Che oggi si presenti come “comandante economico post guerra” aperto al mondo non è una contraddizione: sono gli stessi obiettivi di potere, perseguiti con strumenti adeguati al momento. I 156 giustiziati dal 28 febbraio al 20 giugno non sono una variabile collaterale: sono la misura concreta di ciò che il nuovo contratto sociale dei pasdaran significa per chi dissente. Un accordo che stabilizza il regime senza toccare il suo sistema di controllo interno consegna ai pasdaran le risorse economiche della ripresa, l’apertura internazionale conseguente alla revoca delle sanzioni e la narrazione della vittoria militare, prima che qualsiasi processo di liberalizzazione, anche parziale e strumentale, possa sviluppare una dinamica propria.
Il terzo cambiamento strutturale è quello con le implicazioni più ampie. Il sistema regionale mediorientale si sta consolidando in due coalizioni rivali. La coalizione abramitica, così chiamata dagli Accordi di Abramo del 2020 e ancorata su Israele ed Emirati Arabi, punta sul confronto con Teheran. La coalizione islamica, guidata dall’Arabia Saudita con Turchia, Pakistan ed Egitto, cerca un equilibrio attraverso deterrenza collettiva e possibile accomodamento. Le due si sovrappongono su energia e difesa missilistica, ma divergono sulle questioni che determineranno l’ordine regionale del prossimo decennio. Per quarant’anni il sistema aveva funzionato su una premessa implicita: gli Stati Uniti come garante esterno, con la volontà di intervenire militarmente per prevenire qualsiasi attore dal raggiungere una posizione egemonica. Quella premessa è stata testata dalla guerra e ha prodotto un risultato ambivalente che nessuno degli attori regionali può interpretare come una garanzia per il futuro[8].
La Cina è il beneficiario principale di questa frammentazione, non perché voglia assumere il ruolo americano ma perché in un sistema in cui tutti cercano bilanciamento tra Washington e altri poli, Pechino appare come la potenza più prevedibile e meno soggetta a oscillazioni politiche interne. Coerentemente con il paradigma del multilateralismo trasformativo ed egemonico. Alla Xi Jinping, alla Lula da Silva (A. Cantaro, “Aree interne” e “sviluppo sostenibile”, https://www.ipof.it/wp-content/uploads/2026/03/02_IPOF-1-26-Cantaro.pdf).
Leone XIV. L’energia delle religioni
Leone XIV va oltre, e non solo per l’espressa condanna della guerra e l’accorato appello ad un ordine mondiale formalmente e materialmente multilaterale. Nella sua densa – politica, spirituale – prima enciclica, Magnifica Humanitas (con sottotitolo che vale il prezzo del biglietto: “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”) il Papa sottolinea il parallelismo tra le sfide della rivoluzione industriale [9] e le sfide dell’era digitale.
Pur concentrandosi sulle res novae del digitale (IA, robotica, potere computazionale), Leone XIV radica l’odierna deriva tecno-capitalista (il rischio tecnocratico di Papa Francesco) nella “vecchia” idolatria della materia: «l’illusione di una potenza illimitata, nata dalla sottomissione cieca delle risorse della Terra, ha abituato l’uomo a un culto dell’estrattivismo, dove la creazione non è più un giardino da custodire, ma un idolo di pietra e fumo da sacrificare sull’altare del profitto immediato». Il Papa, così, colpisce al cuore la “teologia del petrolio e della crescita infinita”, sottolineando come la reificazione della natura porti inevitabilmente alla reificazione dell’uomo: «siamo passati dall’idolatria delle mani all’idolatria dei flussi invisibili. Il dato rischia di diventare il nuovo vitello d’oro, un’entità onnisciente a cui l’umanità delega la propria capacità di giudizio, sacrificando sull’altare dell’efficienza algoritmica la libertà dello spirito e il mistero della coscienza umana».
Un’inequivocabile decostruzione politico-teologica delle fedi dell’efficienza e del profitto, di sistemi tecno-economici che hanno assunto per il Pontefice forme di vero e proprio culto pagano. La religione dell’estrattivismo fossile (estrazione e combustione a fini di profitto di risorse non rinnovabili): divinizzazione della materia prima, culto della crescita illimitata, sottomissione della natura che promette l’autosufficienza dell’uomo ma produce distruzione ambientale e disuguaglianza sociale. La religione dell’estrattivismo digitale (estrazione di dati immateriali e trasformazione dell’esperienza umana in valore economico): sacralizzazione dei dati e dell’Intelligenza Artificiale in cui il flusso algoritmico diventa una nuova divinità onnisciente a cui l’uomo offre in sacrificio libertà, privacy e pensiero critico, delegando le proprie scelte a una razionalità puramente tecnica, ad un oracolo insindacabile.
Entrambe queste fedi secolarizzate condividono lo stesso dogma, l’idolatria del potere tecnico. A queste “culture della potenza” l’enciclica non oppone un rifiuto della modernità, ma una forza alternativa e superiore, una energia della religione, una energia profetica che sposta l’asse dal “poter fare” (tecnica) al “dover fare” (bene comune). Un umanesimo militante che non fugge dalla tecnologia ma chiede che questa sia governata dal criterio supremo della dignità della persona. Un umanesimo politico che si traduce non solo in una denuncia della tecnocrazia e in una netta presa di distanza dal post umanesimo e del transumanesimo (l’umano sia come problema tecnico da correggere), ma in precise linee d’azione istituzionali e sociali. La regolazione è necessaria, ma non basta: bisogna chiedere chi controlla infrastrutture, dati, cloud, modelli, ranking, accesso ai mercati e capacità computazionale. La questione dell’intelligenza artificiale non è solo etica del prodotto, ma governance del potere.
Il Papa guarda alle Big Tech come nuovi soggetti politici, anche quando formalmente restano imprese. I sistemi digitali assumono il volto di chi li costruisce e li finanzia. L’enciclica chiede di guardare a dataset, metriche, obiettivi di ottimizzazione, UX, policy, distribuzione degli utili, filiera e possibilità di ricorso. Non basta dire che l’algoritmo “funziona”. Va chiesto che cosa ottimizza, chi avvantaggia, chi penalizza e a chi risponde quando sbaglia. Magnifica Humanitas chiede strumenti molto concreti: audit indipendenti, trasparenza algoritmica, accesso equo ai dati, tracciabilità delle decisioni, supervisione umana effettiva, possibilità di contestare decisioni automatizzate, vigilanza pubblica e regole internazionali. E, ovviamente, nessun algoritmo può trasformare la guerra in una decisione moralmente automatizzabile.
- Algoretica Internazionale e “Disarmo dell’IA“. Leone XIV chiede esplicitamente di sottrarre lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale alla logica dei monopoli privati e della corsa agli armamenti. Da qui la proposta di un trattato internazionale vincolante che imponga criteri etici fin dalla progettazione dei sistemi (ethics by design).
- Trasparenza algoritmica e responsabilità: Si esige il principio della “responsabilità tracciabile”. Nessuna decisione che impatti sulla vita, sul lavoro o sulla salute delle persone (punteggi di credito, sistemi di assunzione, e così via) può essere delegata interamente a una scatola nera algoritmica: deve esserci sempre una supervisione umana (human-in-the-loop).
- Spezzare i Monopoli dei Dati. Come Leone XIII difese i lavoratori dallo strapotere dei capitalisti industriali, Leone XIV chiede politiche antitrust globali contro i colossi tecnologici. I dati collettivi devono essere considerati bene dell’umanità e non proprietà esclusiva di poche corporazioni transnazionali.
- Sindacalismo Digitale e centralità del lavoro. Il Pontefice sollecita le comunità a organizzarsi per tutelare i lavoratori della gig economy e coloro che vengono marginalizzati dall’automazione, ricordando che il lavoro umano genera dignità e relazioni, cose che nessuna macchina può replicare.
Né improvvisazione, né casualità. Il Papa, al pari di quanto fa la Cina dal suo punto di vista, chiede di aggiornare le categorie sociali senza limitarsi a ripetere risposte nate in altre epoche. L’IA non è una tecnologia tra le altre. È un’infrastruttura sociale che modifica rapporti di potere, lavoro, conoscenza e immaginario collettivo. La comunicazione non è solo trasmissione di dati: costruisce immaginario, desideri e decisioni politiche. Per l’enciclica il problema delle piattaforme non è soltanto la disinformazione falsa, ma la capacità strutturale di modellare attenzione, emozioni e percezione del reale. Il potere tecnologico oggi è in larga parte privato, transnazionale e spesso più rapido degli Stati. Per questa ragione l’enciclica entra nel dibattito su scuola, dispositivi, IA generativa e minori. Non propone solo divieti: chiede adulti formati, alleanza educativa, capacità di usare e anche di non usare l’IA, protezione da modelli commerciali che monetizzano tempo, attenzione e fragilità. il Papa non riduce il tema a smartphone sì/no. Il punto è chi educa alla libertà quando piattaforme e chatbot rendono la risposta immediata più facile della domanda critica. D’altra parte, l’automazione può liberare da mansioni gravose, ripetitive o pericolose, ma non può essere usata per sacrificare sistematicamente lavoratori in nome della produttività. Servono tutela dell’occupazione, riqualificazione reale, partecipazione dei lavoratori e valutazione della qualità del lavoro, non solo dei margini. Per Leone XIV il problema dell’IA nel lavoro non è soltanto quanti posti spariscono, ma che tipo di società nasce se il lavoro resta a pochi e gli altri vengono compensati senza partecipare alla costruzione comune. L’economia digitale non è immateriale, dipende da lavoro invisibile, estrazione di materie prime, sfruttamento di vulnerabilità psicologiche. Dietro la semplicità dell’interfaccia e la risposta istantanea dell’IA ci sono costi sociali, ambientali e lavorativi che il mercato tende a nascondere.
Magnifica Humanitas è lo sviluppo e l’approdo di un pensiero che rivendica il primato dell’umanità su tutto il resto e dove è forte il richiamo alla fallace costruzione della torre di Babele (tecnica come potere uniforme, centralizzato, autosufficiente, capace di trasformare la persona in dato, prestazione o mezzo) e all’umiltà della Gerusalemme (ricostruzione comune, responsabilità distribuita, pluralismo, cura delle fragilità, istituzioni capaci di governare l’innovazione e la partecipazione dei soggetti colpiti). Così la Scrittura non è più solo liturgia, lettera morta, ma bussola di orientamento nel cammino della convivenza (M. Savelli, Magnifica Humanitas. O dell’energia della religione, in https://fuoricollana.it/magnifica-humanitas-o-dellenergia-della-religione/).
The Donald, paranoico per eccellenza ma certamente non stupido, ha ben compreso, prima della pubblicazione dell’Enciclica, chi è e cosa vuole il Papa americano. Leone XIV è, dal suo punto di vista, il prodotto di una bestemmia: la comprensione dell’uomo alla luce del Verbo incarnato. L’Incarnazione che impedisce di ridurre la persona a prestazione, dato, funzione o progetto di auto-potenziamento. La carne assunta da Cristo quale misura della dignità umana: fragile, relazionale, libera, chiamata alla comunione e non sostituibile da alcun sistema di calcolo. La persona non vale per produttività, intelligenza, salute, efficienza o riconoscimento sociale.
Insomma: la storia dal punto di vista degli umili, non dei potenti(A. Cantaro, Amato Popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie contemporanee, Roma, bordeaux, 2025). Se Cristo non è solo modello morale, ma rivelazione dell’uomo all’uomo, se Dio assume la carne, allora corpo, limite, vulnerabilità e relazione non sono ostacoli da superare tecnicamente. Sono il luogo in cui l’umano viene salvato e portato a pienezza.
È il cattolicesimo, quello di oggi. È indiscutibilmente un fatto che con Papa Francesco e con l’attuale Papa il cattolicesimo è uno dei più forti contropoteri che si oppongono al capitalismo di rapina e alle sue derive paranoiche (L. Alfieri, Religioni, guerre, energia. Una miscela esplosiva). Non sarà, anche, perché non esita ad anteporre le giuste domande alle cattive sintesi? È scritto in un passaggio di Magnifica Humanitas «La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande, che solo nella durata porta frutto». ‘Criticare’ “l’intelligenza artificiale” affinché “l’intelligenza naturale” intenda.
[1]La fine del transito attraverso l’Ucraina, il 1° gennaio 2025, ha chiuso l’ultimo grande corridoio terrestre: resta solo TurkStream, sotto il Mar Nero, che alimenta Ungheria, Slovacchia e Serbia con una frazione dei volumi di un tempo. E l’Unione europea ha trasformato lo svincolo in obbligo giuridico: il regolamento entrato in vigore il 3 febbraio 2026 impone la verifica dell’origine del gas e chiude la scappatoia della ri‑esportazione via Turchia, sancendo l’uscita programmata da ogni importazione russa.
[2] Il numero di navi è salito da poco più di duecento a inizio 2025 a quasi trecento un anno dopo. È un’infrastruttura di evasione che ha reso il price cap del G7 largamente inefficace: il tetto, abbassato a 44,1 dollari al barile dal 1° febbraio 2026, ha morso solo gli Urals e solo per brevi tratti, mentre il greggio ESPO, strutturalmente orientato verso il Pacifico, ha continuato a scambiarsi ben sopra il limite.
[3] Nessun episodio illustra meglio la natura di questa dipendenza del gasdotto Power of Siberia 2. Il progetto che dovrebbe sostituire il mercato europeo perduto con quello cinese, portando 50 miliardi di metri cubi l’anno dalla penisola di Jamal alla Cina attraverso la Mongolia. Da vent’anni Mosca annuncia che l’accordo è imminente. Da vent’anni Pechino tace. Il copione si è ripetuto puntualmente al vertice del 20 maggio 2026: quarantadue documenti firmati, ma non quello che contava. La portavoce del Cremlino ha parlato di «intesa sui parametri principali», formula diplomatica che traduce in russo l’assenza di un accordo sul prezzo. Nessun contratto vincolante, nessun calendario. La ragione è istruttiva. La Cina non ha fretta, la Russia sì, e in una trattativa è chi ha fretta a perdere. Pechino chiede di pagare il gas a un prezzo vicino a quello interno russo, attorno ai 120‑130 dollari per mille metri cubi, con impegni minimi di ritiro; Mosca, che avrebbe bisogno di prezzi europei per ammortizzare i 13 miliardi di costruzione, non può accettare. Il risultato è uno stallo in cui il più debole è costretto a inseguire. Persino la guerra attorno allo stretto di Hormuz che ha colpito metà delle importazioni petrolifere cinesi e un terzo del suo GNL, non è bastata a smuovere Pechino. Se uno shock di quella portata non ha rafforzato la posizione russa al tavolo, è difficile immaginare un altro scenario tale da garantirle un vantaggio competitivo. C’è di più, e riguarda il tempo. Anche se l’accordo si firmasse domani, il gasdotto richiederebbe un decennio per entrare in funzione. Ma nel frattempo la Cina si sta elettrificando a velocità tale che le proprie compagnie statali prevedono il picco della domanda di gas prima del completamento dell’opera: nel 2024 le rinnovabili coprivano già il 55 per cento della capacità elettrica installata cinese, il gas appena il 4. La finestra che la Russia spera di tenere aperta è quella che il suo principale cliente sta deliberatamente chiudendo. Un paradosso: la transizione energetica cinese – la stessa che l’Occidente fatica a portare avanti – è ciò che indebolisce strutturalmente il potere di mercato di Mosca.
[4] Da una capacità quasi irrilevante all’inizio degli anni 2010, la Cina è arrivata oggi a circa 1.000 gigawatt installati, oltre tre volte la capacità dell’Unione Europea e quasi cinque volte quella degli Stati Uniti. La capacità solare installata in Cina produce una quantità di elettricità pari a circa il 15–17% della generazione nazionale. Se questa elettricità sostituisce la produzione da carbone, le emissioni evitate possono raggiungere 1,2–1,5 gigatonnellate di CO₂ all’anno, un valore comparabile alle emissioni complessive di un grande paese industrializzato.
[5] Si vedano i sinergici e motivati contributi di Salvatore Bianco (“Il rilancio del nucleare tra potere e propaganda” e di Federico Butera (“Nucleare, no grazie”).
[6] Da tempo Israele si muove fuori da qualsivoglia quadro di legittimità. La Corte Internazionale di Giustizia (https://www.icj-cij.org/index.php/home) ha stabilito che la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati è illegale e ripetuti rapporti Onu, redatti ai sensi della Risoluzione 2334 (https://www.un.org/unispal/document/implementation-of-security-council-resolution-2334-2016-report-of-the-secretary-general/), documentano l’espansione degli insediamenti.
[7] L’aspetto di partenariato di questa strategia è particolarmente evidente nel Mediterraneo orientale. Il quadro trilaterale di Israele con Grecia e Cipro si è evoluto ben oltre la diplomazia ad hoc, trasformandosi in un quadro istituzionalizzato per la sicurezza, il coordinamento marittimo, la cooperazione energetica, la connettività e il partenariato tecnologico, escludendo nettamente la Turchia. La dichiarazione congiunta del dicembre 2025 ha espressamente collegato questa cooperazione allo sviluppo del gas naturale, agli interconnettori elettrici, alla sicurezza energetica, al Great Sea Interconnector e al Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC). L’asse emergente è supportato da concreti legami di difesa: la Grecia ha approvato l’acquisto di sistemi missilistici israeliani PULS e deliberato piani per rafforzare le esercitazioni congiunte tra Grecia, Israele e Cipro nel Mediterraneo orientale. Allo stesso tempo, Egitto, Grecia e Cipro hanno consolidato il proprio formato trilaterale incentrato sulla sicurezza marittima, le infrastrutture del gas naturale, la diversificazione energetica e la delimitazione basata sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Il quadro più ampio che collega Egitto, Grecia, Cipro e Israele è l’East Mediterranean Gas Forum (https://emgf.org/pages/about/overview.aspx) che istituzionalizza la cooperazione regionale sul gas e utilizza l’energia come strumento di unità politica. Questi accordi vanno oltre la tipica diplomazia bilaterale o trilaterale e intendono costituire la spina dorsale di un ordine emergente nel Mediterraneo orientale, con Israele che svolge un ruolo sempre più centrale nel quadro di un’ampia visione geoeconomica che si estende dal Mar Caspio, nella regione del Caucaso-Asia centrale, fino all’India e all’Europa. Nel suo discorso alla Knesset del febbraio 2026, il Primo Ministro Narendra Modi ha descritto India e Israele come accomunati da “antichi legami di civiltà” (https://www.mea.gov.in/press-releases?dtl%2F40822%2FPrime+Minister+addresses+the+Israeli+Parliament++Knesset+February+25+2026=) e ha auspicato una cooperazione più profonda attraverso l’IMEC e l’I2U2, conferendo alla relazione una profondità geopolitica che va oltre semplici legami di difesa. Le partnership di Israele non si limitano più ai paesi confinanti ma sono sempre più legate a progetti di corridoio più ampi, piattaforme tecnologiche e allineamenti indo-mediorientali. Tale relazione si fonda sulla logica geopolitica del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), una rotta multimodale proposta che collega l’India all’Europa attraverso Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele, con componenti marittime, ferroviarie, energetiche e digitali che convergono sul principale punto di accesso israeliano al Mediterraneo, escludendo ancora una volta la Turchia. Promosso dai suoi sostenitori come un’alternativa più rapida alle rotte esistenti, e come parte di un più ampio sforzo per bilanciare la Belt and Road Initiative (BRI) cinese, l’IMEC contribuisce a spiegare perché i legami tra India e Israele si estendono ora oltre la cooperazione bilaterale, entrando a far parte dell’architettura strategica di un emergente ordine indo-mediterraneo.
[8] Naturalmente le ultime considerazioni svolte in testo valgono a patto che la “guerra” di The Donald non “evolva” in distruzione assoluta della Repubblica islamica. Se dovesse evolvere in questa “forma” si aprono probabilmente tre scenari dagli esiti quantomai imprevedibili. Il primo è la frammentazione etnica: se il conflitto prolungato dovesse alimentare le forze centrifughe curde, beluche o azere fino alla disgregazione del tessuto statale, la vena carsica non riemergerebbe, si disperderebbe in rivoli. Il secondo è la distruzione della classe tecnica: campagne aeree mirate sulle infrastrutture universitarie e industriali potrebbero produrre una fuga di cervelli irreversibile, privando il sistema della sua capacità rigenerativa interna. Il terzo è l’ulteriore erosione della narrativa del martirio: se una generazione sufficientemente ampia, stanca di essere combustibile di una storia che non la rappresenta, rifiutasse il contratto simbolico su cui si fonda la tecnocrazia del sacro, il sistema perderebbe una risorsa ancora preziosa. Uno scenario che non si può escludere nel medio periodo. Oggi l’etica del martirio e del sacrificio di sé (l’escatologia sciita rivoluzionaria) è nella società iraniana, soprattutto tra le nuove generazioni, recessiva, come mostrano gli ultimi tre movimenti di protesta – quelli contro la corruzione e l’alto costo della vita nel 2017-2018 e nel 2019 -2020, il movimento Women’s Life Freedom e quello del gennaio 2026 – largamente centrati su libertà concrete, sulla “vita quotidiana”, sulla “gioia di vivere” (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/03/iran-khamenei-dernier-martyr/).
[9] La storica enciclica Rerum Novarum del 1891 in cui Leone XIII definisce la Chiesa come “motore” morale e sociale e non solo come dispensatrice di vita eterna.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/06/30/religioni-dellenergia-energia-delle-religioni/





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