Il pallone è mio. Lo sport ai tempi dell’etica capitalista.
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

Quando il mondo era diviso in blocchi ideologici, la Fifa, e con lei il Comitato Olimpico Internazionale, si presentavano come proiezioni in miniatura dell’Onu. Al loro interno convivevano i fasti translucidi dello sport a stelle e strisce, la magniloquenza della tradizione consuetudinaria anglosassone, una certa approssimazione semiprofessionistica dei latini, le gesta robotiche, da marcia in parata, degli atleti socialisti e l’entusiasmo anoressico dei paesi in via di sviluppo. Questa composizione variegata di stili, di mentalità, di allenamenti erano governati da un minuzioso principio democratico.
Lo sport manteneva lo stesso equilibrio della politica internazionale. La deterrenza funzionava da freno sia per l’uso della Bomba sia per la smaccata protervia del più forte. Le regole erano uguali per tutti, impossibile derogare. A turno qualcuno boicottava le Olimpiadi, ma queste erano comunque valide, tanto da comporre gli almanacchi. Tutti potevano vincere, tutti retrocedere, ogni piccolo paese poteva immaginare la serie A. Non si chiamava meritocrazia, si preferiva usare il termine democrazia.
Da quando però l’etica imprenditoriale ha preso il sopravvento, i più forti economicamente, i più potenti politicamente hanno potuto fregiarsi di un argomento moraleggiante. Chi è più ricco, chi è più influente merita di vincere sempre, di non avere sorprese, merita di riscrivere le regole, quando serve. Perché è più capace. Le organizzazioni dello sport internazionale sono modellate per compiacere i più forti.
Così, nel basket, la maggiore competizione europea è a inviti, tanto che anche Dubai può cambiare magicamente continente. Nel calcio i vincoli del fair play finanziario impongono di misurare gli investimenti con il proprio bacino d’utenza. Per cui mai nessuna provincia potrà scalzare una grande metropoli. E infine una squalifica può essere cancellata se l’atleta è statunitense. Gli Usa vanno ringraziati, sempre e comunque. Gli indizi di questo mutamento culturale erano da tempo gravi, precisi e concordanti.
Il Qatar ha potuto ospitare un mondiale sui corpi di 1.200 operai; i russi, per competere, devono rinunciare al proprio nome mentre Israele, con il suo Stato terrorista, partecipa impunita e festante ai gran galà dello sport. Figuriamoci quanto può disturbare un piccolo favore al paese che ha inventato la democrazia mentre uccideva i nativi e schiavizzava gli africani. Trattasi di un piccolo omaggio a chi si impone nel mondo perché lo merita. Per un popolo che deve poter cantare il suo feroce e scorrevole country. “Take me home, country roads”.
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