L’Ucraina e nove paesi europei annunciano uno scudo antimissile e altre notizie interessanti
di LIMES (Mirko Mussetti)

Europa – Ucraina
L’Ucraina e altri nove paesi dell’Europa occidentale riuniti a Parigi hanno annunciato la formazione di una coalizione per proteggere il Vecchio Continente dai missili balistici, grazie all’esperienza maturata da Kiev nel fronteggiare l’invasione russa su vasta scala: “L’obiettivo è costruire una capacità di difesa missilistica balistica condivisa”. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i leader di Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Spagna e Italia hanno riconosciuto la maggiore difficoltà nell’intercettare i missili balistici di produzione russa rispetto ai missili da crociera o alle munizioni circuitanti (droni a schianto). La dichiarazione congiunta non specifica però una tempistica per la produzione su larga scala dei sistemi di difesa a più basso costo, sebbene il capo di Stato ucraino ne abbia auspicato l’avvio entro 12 mesi.
Per approfondire: L’Ucraina è e sarà l’armeria d’Europa
USA vs Iran
L’Iran ha colpito con missili balistici una base aerea degli Stati Uniti in Giordania, mentre i pasdaran hanno invitato il regno di Abdallah II a smantellare le installazioni americane: “Sapete benissimo che non nutriamo alcuna inimicizia nei confronti del vostro paese, ma addirittura vi amiamo in quanto popolo nobile che comprende il dolore e l’oppressione del popolo palestinese più di qualsiasi altra nazione”. Il bombardamento persiano della base a stelle e strisce è avvenuto in risposta alle cinque ore di attacchi statunitensi contro diverse città della Repubblica Islamica, attuati per la terza notte consecutiva su ordine del presidente Donald Trump. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che Teheran resta il guardiano dello Stretto di Hormuz e lo rimarrà “per sempre”.
Per approfondire: L’America ha perso il Medio Oriente

Huthi vs Arabia Saudita
Gli huthi dello Yemen hanno lanciato diversi missili contro i territori meridionali dell’Arabia Saudita in risposta al bombardamento di un aeroporto sotto il loro controllo, infrangendo così una tregua durata quattro anni. Il gruppo paramilitare filo-iraniano ha preso di mira l’aeroporto internazionale di Abha. Un più vasto conflitto tra gli huthi e Riyad potrebbe complicare ulteriormente l’export di idrocarburi dal Golfo Persico/Arabico.
Per approfondire: Il dilemma degli ḥūṯī

UE – Israele
I ministri degli Esteri dell’Unione Europea riuniti a Bruxelles non hanno raggiunto un accordo per imporre sanzioni commerciali contro gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania. I Ventisette hanno discusso tre opzioni senza ottenere una chiara maggioranza su nessuna delle tre proposte: un sistema di licenze di importazione, dazi proibitivi o un divieto di commercio. L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Kaja Kallas ha reso noto che il divieto commerciale ha ricevuto il maggior sostegno, ma senza raggiungere il numero critico.
Per approfondire: Il cappio sulla Cisgiordania

Ungheria
Il parlamento monocamerale dell’Ungheria ha approvato con 139 voti favorevoli, 6 contrari e 54 assenti un emendamento costituzionale che pone immediatamente fine al mandato del capo dello Stato Tamás Sulyok, ritenuto politicamente vicino all’ex premier euroscettico Viktor Orbán. I partiti di opposizione – tra cui Fidesz – hanno boicottato la votazione denunciando lo smantellamento delle principali garanzie democratiche. Il primo ministro Péter Magyar, che per 22 anni (2002-24) ha militato in Fidesz al fianco di Orbán, ha annunciato che Sulyok ha soli cinque giorni di tempo per firmare l’emendamento. In caso contrario, il partito di governo Tisza – forte della sua maggioranza parlamentare assoluta e qualificata – avvierà immediatamente e unilateralmente una procedura di impeachment nei suoi confronti. L’esecutivo di Budapest si è rifiutato di attendere il parere della Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, atteso per ottobre. L’emendamento introduce anche l’obbligo di pensionamento a 70 anni per i giudici costituzionali, ponendo così fine al mandato del presidente della Corte costituzionale Péter Polt e di altri tre giudici.
Per approfondire: Grande Ungheria, non Ungheria Grande





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