“Gli ibridi connubi”: l’opera di Gotor interroga la nostra Repubblica
di LA FIONDA (Giovanni Peduto)

I tumultuosi anni Settanta, la strategia della tensione, sono spesso affidati alla malferma obiettività della memoria, costellata di cesure, rimozioni, razionalizzazioni. Non sorprende, dunque, la facilità con cui questo patrimonio storico si presti a politicizzazioni e fraintendimenti. Serviva, già da tempo, un diverso sguardo, uno sguardo scientifico, attento e in grado di mettere in tensione tra di loro i documenti, le fonti, le sentenze, le testimonianze.
Serviva, parafrasando Marc Bloch, un orco che si mettesse in cerca delle reali tracce umane di quella stagione in mezzo al miasma del chiacchiericcio e della strumentalizzazione partitica: lo storico. L’indubbio merito di Miguel Gotor è di aver affrontato nei suoi ultimi e pregiati lavori i famigerati anni della strategia della tensione, cercando di dissodare il campo del dibattito dai sensazionalismi dei dietrologi e, dall’altra parte, dalle razionalizzazioni banalizzanti e a buon mercato di chi è convinto che la verità su quel periodo sia stata detta[1].
D’altronde, vengono le vertigini dinanzi al solo elenco delle stragi (limitandosi alle più note) che hanno insidiato la Prima Repubblica: si inizia con Portella della Ginestra mel 1947, battesimo di piombo dell’Italia democratica, passiamo poi per Piazza Fontana del 1969, Gioia Tauro nel 1970, Peteano nel 1972, l’attentato alla Questura di Milano del 1973, Piazza della Loggia e la strage del treno Italicus nel 1974, la strage di Bologna e quella di Ustica del 1980. Possiamo aggiungere all’elenco anche le stragi del ’92-’93: Capaci, via d’Amelio, la strage di via dei Georgofili a Firenze e di via Palestro a Milano. Una lunga e ininterrotta scia di sangue, a cui non abbiamo allegato le azioni di guerriglia, i tentativi di colpo di Stato (il Golpe Borghese, il Piano Solo, il Golpe Bianco) i sequestri e gli omicidi (quello più noto di Aldo Moro nel 1978), i cosiddetti “cadaveri eccellenti”. ‹‹Secondo alcune stime – scrive Gotor – si calcola che la strategia della tensione, tra il 1969 e il 1982, abbia complessivamente provocato 351 morti e 1119 vittime (tra defunti e feriti), il 68 per cento delle quali (758) imputabili alla destra neofascista. Delle 360 vittime del terrorismo di sinistra, il 53 per cento (191) si deve all’azione delle sole Brigate Rosse››[2] Si fa quasi fatica a credere che tutto questo sia accaduto in Italia: l’elenco fa pensare più ad una guerra civile in uno Stato sudamericano.
Gotor riesce nella mirabile impresa di offrire profondità di campo nella lettura di questi fenomeni, altrimenti relegati alla mera cronachistica giornalistica e processuale, legando il particolare al generale, il locale al lontano, indagando sempre il contesto e i rapporti di forza oltre ad analizzare i documenti processuali, affinché il lettore possa sviluppare una coscienza prospettica, di lungo raggio, di quegli anni tormentati. Da vicino nessuno normale, ma da lontano, forse, è ancora peggio.
Occorre partire da un fatto storico ineludibile: la fine della Seconda Guerra Mondiale non implicò in Italia la cancellazione della profonda cultura fascista che aveva innervato sia le classi popolari sia, soprattutto, le classi dirigenti. Pur estromesse di fatto dalla vita pubblica repubblicana, essendosi quest’ultima fondata sul rigetto della cultura fascista, l’estrema destra iniziò a “confinarsi” in spazi lontani dai riflettori pubblici, mentre si assisteva invece all’ascesa di consensi del più grande e forte partito comunista d’Europa. Scrive Gotor: ‹‹Nel corso della Guerra Fredda, due fattori obiettivi condizionarono la sovranità del Paese: da un lato, la presenza di un’anima reazionaria profonda, nostalgica di Mussolini e del Ventennio, che pure non trovava completa ed esclusiva espressione politica e parlamentare negli eredi del fascismo; dall’altro lato, la forza, obiettivamente destabilizzante sul piano delle relazioni internazionali, del più grande Partito comunista dell’Europa occidentale. Da ciò derivò un dato politico realistico […] ossia il contrasto e la contesa esistente tra una Costituzione formale antifascista e una Costituzione materiale anticomunista››[3]. Se da un lato, la Carta costituzionale sanciva formalmente il rigetto della cultura fascista, dall’altro lato, quest’ultima era ancora ben radicata in diversi strati della popolazione italiana. Essendo ostracizzata dalla vita politica pubblica, la nuova cultura neofascista si rifugiò in ambienti elitari, talvolta massonici, e nelle segrete stanze del potere italiano, fino ai vertici delle strutture di intelligence.
Si tratta di un fatto storico molto importante, ben rimarcato dalla testimonianza di Gianadelio Maletti, capo del Reparto D del SID, condannato per la strage di Piazza Fontana, il quale imputò all’ambiguità della classe politica ‹‹La vera responsabilità politica della strategia della tensione››, in quanto mancava ‹‹una guida politica che dicesse di fare una cosa piuttosto che un’altra, che c’era una Costituzione da rispettare e un’eversione da combattere››[4]. Mancava cioè un ethos repubblicano condiviso.
A quest’ambiguità costitutiva occorre aggiungere la cruciale posizione geopolitica occupata dall’Italia in quel frangente storico, al crocevia di imponenti interessi strategici tra i blocchi occidentale e orientale e tra quelli atlantici e mediterranei: punto di cerniera tra l’Ovest e l’Est, il Nord e il Sud. Gli americani temevano la crescita continua del consenso comunista all’interno della penisola e dovevano fare di tutto perché questa minaccia non acquistasse rilievo istituzionale. Al contempo, i sovietici non potevano lasciare la penisola in mano agli americani e dovevano, in qualche modo, influenzarne l’evoluzione. A tal riguardo, fa pensare il fatto che sia la stessa tipologia di arma che uccise Aldo Moro sia i protagonisti del sequestro siano stati trovati e arrestati a casa di Giorgio Conforti, accertata figura al servizio del KGB. Gli anni ’70 sono tuttavia anche gli anni della crisi petrolifera, della recrudescenza del conflitto israelo-palestinese e l’Italia, a causa delle sue debolezze strutturali, è costretta a tentare nuove strategie geopolitiche per salvarsi sia dalla crisi sia da ulteriori spargimenti di sangue dovuti all’ostilità tra ebrei e palestinesi. Oggi sappiamo dopo la desecretazione del 2014 – e Gotor lo analizza approfonditamente – che Moro stipulò un accordo con la controparte palestinese, il cosiddetto lodo d’intelligence, affinché il fronte armato palestinese non progettasse attentati e stragi sul suolo nazionale. Contemporaneamente, il governo italiano avviò trattative e accordi con la Libia di Gheddafi per tentare di uscire dalla pesante crisi economica: nel 1974, Rumor ottenne un accordo sul petrolio libico a prezzo calmierato e, nel 1976, Tripoli comprò addirittura il 10% della FIAT, entrando nel suo consiglio di amministrazione.
Visti i tanti attori coinvolti, Gotor scrive molto lucidamente: ‹‹Davanti alla complessità di eventi così tragici, in cui la conflittualità est-ovest, determinata dalla Guerra fredda, deve essere incrociata con le tensioni Nord-Sud, scaturite dal conflitto mediorientale nell’area mediterranea, sarebbe davvero semplicistico ritenere che la cosiddetta strategia della tensione abbia avuto una regia unica sul piano internazionale. No, essa si configurò come una tecnica di azione condivisa ma l’attacco avvenne in modo concentrico e diffuso, dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, a Israele, alla Palestina, alla Libia, perché in tanti s’impegnarono in quegli anni a mantenere l’Italia in una posizione subalterna e passiva oppure cercarono di lucrare una propria parte di vantaggio, anche piccolo, nel gioco grande del potere mondiale››[5].
Sarebbe un errore, tuttavia, dedurre da una tale commistione di interessi la tesi dell’eterodirezione radicale degli apparati statali e governativi italiani, caratterizzati da un insormontabile sovranità limitata. Al contrario, ‹‹il vincolo esterno non può essere considerato un grimaldello interpretativo automatico per spiegare tutto, come se le scelte dei singoli attori politici italiani di quegli anni si fossero svolte sotto una luce deterministica, dando vita a gesta nobili ma vane di un dramma dal finale già scritto››[6]. Infatti, il sistema politico italiano fu parte attiva e non solo passiva nello scacchiere delle relazioni internazionali. La stessa politica del compromesso storico ne è un fulgido esempio: Moro voleva stabilizzare il fronte interno, garantendo governabilità allo Stato italiano, messo alle strette da una congiuntura economica e geopolitica straordinaria. Lo statista scriveva infatti: ‹‹La realtà della situazione obbliga a non ignorarsi e a non paralizzarsi, provocando con ciò la paralisi, e forse peggio, dell’Italia››[7].
È all’interno di questo scenario policentrico e polifonico che bisogna contestualizzare la strategia della tensione: non si trattò di crimini di Stato, ma di una parte dello Stato profondo, una sorta di anti-Stato, affiliato ad ambienti eversivi neofascisti, pesantemente infiltrati e rispondenti a loro volta a catene di comando massoniche e/o di servizi segreti stranieri. La convergenza tra apparati di intelligence e la galassia neofascista è un fatto storico oggettivo, accertato da diverse sentenze definitive, come quella di Piazza Fontana, che nel 2005 condannava esponenti del SID per depistaggio. Il pentito neofascista Vinciguerra, coinvolto nella strage di Peteano dichiarò: ‹‹Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice organizzativa […] Le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni […] Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al centro studi Ordine nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano››[8].
Dal 1969 al 1974, si consumò per Gotor la prima fase della strategia con lo ‹‹scopo di preparare un clima di paura e d’instabilità politica in grado di favorire un colpo di Stato militare, sull’esempio dei colonnelli in Grecia nel 1967››[9]. Questa fase: ‹‹vide una compromissione in particolare dei servizi militari statunitensi di stanza nel Triveneto (il Cic) e una disponibilità dei vertici dei servizi segreti militari (Sid) e dell’Ufficio affari riservati (Uar) a coprire gli effettivi autori delle stragi››[10]. Nel 1974, invece, iniziò la seconda fase della strategia: destabilizzare la società civile per stabilizzare l’ordine politico. Si voleva evitare a tutti i costi l’entrata nell’esecutivo del Partito Comunista, ancorando l’Italia ad una posizione stabilmente centrista con ‹‹lo scopo di utilizzare lo stragismo in senso centrista e di stabilizzazione del potere interno, con l’obiettivo di mantenere lo status quo››[11].
È seguendo questo canovaccio interpretativo che Gotor approda inevitabilmente allo studio approfondito dell’omicidio di Piersanti Matarella. Si trattò infatti di un omicidio che manifestò in maniera icastica la commistione di interessi criminali e occulti dell’Anti-Stato: Mattarella era considerato infatti il “Moro siciliano” e, prima del suo maestro, aveva già dato il via in Sicilia ad un’amministrazione con il Partito comunista e, quasi sicuramente, si sarebbe candidato a condurre il Partito a livello nazionale. Al contempo, però, il suo operato amministrativo infastidiva le tasche della malavita organizzata, la quale in quegli anni aveva riversato ingenti capitali nel settore edilizio. Mattarella, pertanto, toccò all’unisono gli interessi dei molti componenti del fronte dell’Anti-Stato: era inviso a livello internazionale, ma anche e soprattutto a livello nazionale e locale. I magistrati Loris D’Ambrosio e Giovanni Falcone compresero ben presto la complessità del delitto: il primo affermò che non si trattava di un delitto mafioso, bensì dì un delitto di politica mafiosa; il secondo, invece, comprese l’esistenza di una galassia dell’eversione nera, fuori e al di dentro degli apparati istituzionali, legata ad ambienti massoni e mafiosi, responsabili dell’omicidio Mattarella.
Sentito il 3 novembre 1988 in Commissione Antimafia, Falcone allargò il tiro: si disse convinto, infatti, che quel mondo reazionario e massonico appena emerso dalle indagini inducesse ‹‹a rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani››[12]. Seguendo il commento di Gotor al riguardo: ‹‹È facile supporre che il magistrato […] pensava a una serie di eventi dalla strage di Portella della Ginestra […] dal mortale attentato subito nel 1962 dal petroliere Enrico Mattei sino all’assassinio nel 1970 del giornalista Mauro De Mauro e alla partecipazione attiva della mafia al tentativo di golpe del “Principe nero” Junio Valerio Borghese […] ma anche ad accadimenti più recente come la bomba di Bologna. […] Tutte vicende in cui, a suo giudizio, si erano verificati quegli “ibridi connubi” nei rapporti tra politica romana, neofascisti e mafia che avevano determinato relazioni “con centri di poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato che hanno la responsabilità di avere tentato di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di avere ispirato crimini efferati”››[13]. Falcone fu poi trucidato pochi anni dopo, ma il dilemma storico degli ibridi connubi resta ancora fatalmente aperto e drammatico, non solo per una questione di verità storica e di giustizia, che già sarebbero oltremodo sufficienti, ma anche considerando il fatto che l’attuale classe dirigente italiana ha comprovati legami con quella galassia neofascista di cui parlava Falcone. Nel 2007, Ignazio La Russa presenziò i funerali di Nico Azzi, noto alle cronache per aver tentato il 7 aprile 1973 di far saltare in aria il treno Torino-Roma[14]. Nel 2012, la presidente Giorgia Meloni esprimeva ammirazione per Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo. La presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, è stata fotografata con Luigi Ciavardini, condannato in maniera definitiva per la strage di Bologna.
I libri di storia su quel periodo complicato sono, dunque, assolutamente necessari per la salute della nostra Repubblica e la interrogano in maniera profonda: la verità storica di quel periodo è materiale ancora incandescente, con cui bisogna fare i conti, per la verità sul nostro passato e, soprattutto, per il nostro futuro. Speriamo che Gotor continui proficuamente i suoi studi.
[1] Segnaliamo a tal riguardo: Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (2011), La passione non è finita (2013) che raccoglie gli scritti di Enrico Berlinguer, L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon (2019); Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve (2022), con cui ha vinto il Premio Capalbio per la saggistica nel 2023. Nel 2025 ha pubblicato L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna 1979-1980.
[2] M. Gotor, Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve (1966-1982), Einaudi, Torino 2024, p. 157.
[3] Ivi, p. 108.
[4] Ibid.
[5] Ivi, p. 128.
[6] Ivi, p. 244.
[7] Ivi, p. 253.
[8] Ivi, p. 111.
[9] Ivi, p. 156.
[10] Ivi, p. 78.
[11] Ivi, p. 157.
[12] Id., L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980), Einaudi, Torino 2025, p. 53.
[13] Ibid.
[14] Cfr. Id., Generazione Settanta, op. cit., p. 112.





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