Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita
di L’INDIPENDENTE (Enrica Perucchietti)

Per quasi ventiquattr’ore, i media hanno raccontato un attentato che non c’è mai stato. Un drone russo avrebbe tentato di abbattere l’aereo di Volodymyr Zelensky in partenza dalla Moldavia, spingendo l’Europa ancora più vicino allo scontro diretto con Mosca. Secondo le ricostruzioni, il presidente ucraino era «nel mirino», il jet era stato «sfiorato» e la tragedia evitata per un soffio. Poi, sono emersi i fatti: l’aereo era ancora a terra e il drone era precipitato 43 minuti prima del decollo, a circa 160 chilometri dall’aeroporto. Nessun contatto ravvicinato, tantomeno nessun attentato all’orizzonte. La notizia è così evaporata dalle prime pagine, senza rettifiche né scuse, ma la grande stampa, ormai in permanente assetto da terza guerra mondiale, aveva già raggiunto il proprio obiettivo: indicare Mosca come responsabile e alimentare un nuovo allarme.
La sera del 9 settembre, parlando da Slottsplassen con l’emittente pubblica norvegese NRK, il premier Jonas Gahr Støre ha affermato che l’aereo di Zelensky sarebbe stato «quasi colpito da un drone mentre stava per decollare» dalla Moldavia. Non ha precisato, però, né la traiettoria del drone né la sua distanza dal jet. Tanto è bastato: l’intervista è stata immediatamente rilanciata dalla stampa internazionale senza alcuna verifica. I fatti, però, raccontano un’altra storia. L’8 settembre due droni, identificati dalle autorità moldave come russi, erano entrati nello spazio aereo del Paese: uno aveva proseguito verso la Romania, mentre l’altro era precipitato intorno alle 17.15 in un campo nel distretto di Rîșcani, a circa 160 chilometri dall’aeroporto di Chișinău, provocando alcuni incendi, ma nessun ferito. Per precauzione, le autorità avevano chiuso temporaneamente lo spazio aereo, ritardando tre partenze e quattro arrivi, compreso il volo del presidente ucraino. Il portavoce del governo moldavo Dumitru Ciorici ha confermato che il jet, ancora fermo all’aeroporto durante l’allarme, è decollato soltanto alle 17.58, dopo la caduta del drone e la riapertura dello spazio aereo. Anche una fonte della presidenza ucraina interpellata dall’AFP ha definito «esagerata» l’ipotesi che Zelensky fosse stato in pericolo. L’aereo di Zelensky non ha rischiato in alcun modo di essere colpito: ha subito semplicemente un ritardo, come altri sei voli.
Mentre le autorità ricostruivano l’accaduto, la stampa italiana aveva già trasformato un ritardo precauzionale in un attentato russo. RaiRadio1 dopo aver riportato l’intervista di Jonas Gahr Støre, ha aggiunto che «Il ministro delle Finanze di Oslo ed ex segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, era presente quando Zelensky ha parlato del volo dalla Moldavia: “Ce ne ha parlato durante un incontro, non voglio entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo”». Passando ai quotidiani cartacei e online, il 10 settembre Repubblica apre la prima pagina con un titolo cubitale: Attentato a Zelensky. Sul sito scopriamo, inoltre, che il presidente trascorrerebbe una «vita blindata», in quanto sarebbe finito «nel mirino» dei russi fin «dalla prima notte», «inseguito da cecchini e 007». Nella ricostruzione di De Feo, il drone avrebbe «sfiorato il suo aereo» e si ipotizza perfino un «tentativo di distruggere il velivolo». Il Corriere della Sera rilancia Il jet di Zelensky sfiorato dal drone, «quasi colpito» e «ipotesi attentato». Soltanto in seguito, ricostruisce tempi e traiettorie, arrivando alla conclusione inevitabile: «Non c’è stato alcun attentato» e l’aereo di Zelensky non è stato sfiorato da alcun drone. La Stampa riesce, invece, a sostenere contemporaneamente che il drone abbia sfiorato il volo e che, secondo Kiev, Zelensky non abbia corso alcun pericolo. Il Foglio scrive inizialmente il 9 settembre che un drone «ha quasi colpito» l’aereo di Zelensky. Il giorno seguente, nonostante le smentite e la ricostruzione di tempi e distanze, rilancia la tesi: un drone sarebbe «probabilmente» arrivato in Moldavia «per attentare» al viaggio del presidente ucraino. Anche il Giornale oscilla tra la ricostruzione prudente e il richiamo al «mancato attentato» nell’edizione cartacea. Nel giro di poche ore, la smentita e l’allarme finiscono così per convivere nella stessa narrazione.
Quando il castello è crollato, per non pubblicare una rettifica, è cambiato soltanto il vocabolario: il drone non aveva più «sfiorato» l’aereo, ma lo aveva «minacciato». L’11 settembre Repubblica ha persino rilanciato la narrazione, descrivendo Zelensky come preda di un «safari umano» e il drone come quello che avrebbe «cercato di ucciderlo». L’attentato era stato smentito, ma nell’immaginario restava la scena più efficace: Putin che tenta di eliminare Zelensky nei cieli europei. È lo stesso copione visto nel settembre 2025 con il presunto jamming russo contro l’aereo di Ursula von der Leyen: un sabotaggio mai avvenuto attribuito a Mosca senza prove, poi utilizzato dalla Commissione UE per invocare più difesa e più sostegno all’Ucraina. Il meccanismo è collaudato: un episodio reale viene deformato e trasformato in un’aggressione deliberata. L’allarme conquista le prime pagine, la smentita sparisce dai “radar”, mentre l’opinione pubblica viene mantenuta in uno stato permanente di paura, pronta ad accettare il riarmo e un’escalation sempre più pericolosa.





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