Il lavoro prima di tutto
da LA FIONDA (Michelangelo Ingrassia)

Pubblichiamo, per gentile concessione della Fondazione Argentina Altobelli Ets che ne ha curato l’edizione, un estratto del libro di Michelangelo Ingrassia: «È possibile non ricordare? Dalla strage del Frejus (1871) alla campagna Uil “zero morti sul lavoro” (2021)», che ricostruisce centocinquanta anni e oltre di storia sindacale, culturale e politica della salute e sicurezza sul lavoro.
Quel passato che non vuole passare nella storia della salute e sicurezza sul lavoro
Al termine di questa certamente non esaustiva esplorazione attraverso la lunga storia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sorge obbligata una domanda: perché ancora oggi lavoratrici e lavoratori continuano a morire, infortunarsi e ammalarsi sul lavoro o a causa del lavoro? Una domanda che contiene in sé le altre già poste introducendo i percorsi fin qui compiuti: e se non fosse solo un problema di scarsa prevenzione? Quale modello di salute e sicurezza stiamo lasciando, così facendo, alle generazioni future di lavoratrici e lavoratori? Eppure, quelli qui ripercorsi, sono stati centocinquanta anni di morti infortuni e malattie professionali, in cui però non sono mancate le lotte e le conquiste, l’evoluzione tecnologica e normativa; allora perché si continua a morire?
Avendo ripercorso questi centocinquanta anni di salute e sicurezza sul lavoro adottando il metodo dell’osservazione storica, la risposta in queste pagine non può che ricercarsi in ambito storico; e in particolare in quelle reiterazioni storiche affiorate nel corso dell’esplorazione e di cui si è già detto. Esse dimostrano che evidentemente, come in altri casi storici, anche in questo caso c’è un passato che non vuole passare. Occorre a questo punto tentare di evidenziare in che cosa consista questo passato che non vuole passare.
Il primo elemento da considerare è l’elusione normativa, comparsa in questi centocinquanta anni in varie forme: manomissione di macchine, aggiramento delle norme e da ultimo:
La privatizzazione di settori un tempo pubblici, il rinvio perenne ad appalti e subappalti ha fatto venir meno l’attenzione verso le modalità del lavoro e la richiesta di una vita dignitosa (lavoriamo per vivere e non viviamo per lavorare riprendendo un vecchio slogan operaio). Si sono moltiplicati testi di legge improntati a una filosofia di fondo alquanto opinabile: la cosiddetta filiera della sicurezza, che poi con le privatizzazioni è approdata a uno scaricabarile di responsabilità, competenze e ruoli che ha allentato l’attenzione generale verso la sicurezza e la salute, facendo credere che le cause più rilevanti siano errori umani o eventi ineluttabili. Opinabile è la stessa nozione di morti bianche per non parlare di morti per il profitto. Sul lavoratore precario si investe di meno in formazione, e quindi anche in quella antinfortunistica, il precario è più facilmente ricattabile e quindi con minore possibilità di opporsi a modalità lavorative non a norma di sicurezza, il lavoratore di un servizio esternalizzato non sa se prendersela con il proprio datore di lavoro o con la stazione appaltante per la nocività o l’assenza di sicurezza del luogo di lavoro e così via. Gli stessi ispettori alla sicurezza sono stati ridotti al lumicino[1].
Doverosa, di fronte al sistema dell’elusione, spesso mascherata da negligenza del lavoratore, la richiesta dell’istituzione del reato d’omicidio sul lavoro e di una Procura Speciale ma le proposte di legge in materia, pure depositate in Parlamento, rimangono nel dimenticatoio come già accaduto in altri momenti storici e per altri disegni di legge sulla salute e sicurezza sul lavoro.
L’elusione normativa, tuttavia, non riguarda solo le imprese. Come definire, infatti, a diciassette anni dalla sua entrata in vigore, la mancata emanazione dei decreti attuativi previsti dal Testo Unico 2008? Come definire la cronica mancanza di un sistema ispettivo efficace ed organizzato?
La questione dei controlli e della lotta all’elusione richiama altri due problemi persistenti. Il primo è quello del controllo sulla formazione, connesso al rischio che gli enti certificatori:
potrebbero diventare strumento delle associazioni datoriali proprio per allentare i controlli, un po’ come avviene per quelle aziende inquinanti che acquistano titoli e partecipazioni in imprese green per acquistare crediti dietro a cui celarsi. E ricordiamo poi la diffusa tendenza ad acquisire, previo pagamento, certificazioni di varia natura, una prassi consolidata dalle logiche di mercato[2].
Il problema dei controlli anche sulla formazione è stato segnalato pure dall’associazionismo medico:
il difetto principale che rileviamo nei provvedimenti in materia è la mancata attuazione della introduzione di modalità chiare sulla verifica dei requisiti dei soggetti formatori. Troppi attestati rilasciati senza corsi o da parte di soggetti senza una idonea qualifica professionale. Troppi sindacati“improvvisati” o altri soggetti che, senza alcun requisito, sono riconosciuti “ope legis” quali “soggetti formatori”[3].
L’altro problema riguarda l’Inail, che da ente assicuratore controlla se stesso, in autonomia, quando deve riconoscere l’infortunio o la malattia professionale; le due funzioni: del riconoscimento e del risarcimento, andrebbero finalmente separate.
Un secondo elemento da considerare è culturale e riguarda la comunicazione pubblica attraverso i mass media, che si può così sintetizzare e sottolineare:
Per affrontare seriamente il drammatico ed angosciante problema delle morti sul lavoro bisognerebbe raccontare quelle vite spezzate, rendere veramente protagoniste le vittime, rendergli giustizia almeno facendone memoria. Dovrebbero farlo le televisioni, in prima serata: basterebbe essere veramente servizio pubblico, rinunciare a qualcuna di quelle insulse, bolse trasmissioni che riempiono i palinsesti e fanno audience. Che share avrebbe una trasmissione così? Suppongo basso. Ma almeno comincerebbe a scavare nel problema, a mostrare che i morti sul lavoro non sono numeri, ma persone[4].
Un terzo elemento da considerare riguarda la rappresentanza degli interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori. Oggi nelle imprese circolano:
personaggi come i consulenti imprenditoriali, gli esperti di soluzione dei conflitti, e quelli per la gestione della salute. Non bisogna polemizzare contro le consulenze sensate, poiché in molti casi la supervisione è necessaria. Da un punto di vista professionale ed etico è tuttavia problematico quando la supervisione […] viene introdotta per sostituire le necessarie e urgenti valutazioni dei pericoli e delle misure che bisognerebbe introdurre per rendere l’organizzazione del lavoro dignitosa[5].
Di fronte a questo apparato di consulenze e consulenti pagati dai datori di lavoro, la rappresentanza dei lavoratori è debole, non ha poteri e la sola funzione della consultazione risulta fiacca e inefficace.
L’elemento della rappresentanza richiama l’altro, decisivo, della prevenzione e dell’organizzazione del lavoro. Sotto questo profilo, la prevenzione nei luoghi di lavoro non è più sufficiente se non si agisce anche sul fronte della prevenzione nei processi di lavoro, a fronte di un mercato del lavoro sempre più flessibile e di una flessibilità depotenziata delle originarie garanzie per i lavoratori da parte di una normativa che, nel corso degli anni Duemila, tradendo i patti firmati con il Sindacato confederale, ha sempre più precarizzato la flessibilità. Come è stato di recente osservato, infatti, occorre oggi:
intervenire sull’organizzazione dei processi di lavoro, al fine di costruire dei sistemi di tutele coesi, inclusivi e partecipativi, considerando che è sempre più necessario agire non solo per la “tutela nei luoghi di lavoro” ma per la “tutela nei processi di lavoro” che riguarda i diversi contesti aziendali e territoriali in cui essi si svolgono, le diverse fasi in cui essi si sviluppano, così come i diversi lavoratori che coinvolgono anche considerando le diverse tipologie contrattuali con cui essi sono assunti[6].
La prevenzione, insomma, va pianificata integrandovi l’organizzazione del lavoro. È questo un elemento da considerare tenendo conto che, in materia di prevenzione, operano e si distinguono tre differenti modelli: la prevenzione primaria, che si propone di eliminare i rischi all’origine; la prevenzione secondaria, che si prefigge di proteggere i lavoratori aiutandoli ad affrontare l’esposizione ai rischi gestendoli; la prevenzione terziaria, che agisce per ridurre i danni dovuti ai rischi che non si sono evitati. Uno studio del Sindacato europeo ha da tempo evidenziato che la prevenzione primaria è perennemente disattesa e che occorre «ristabilire l’equilibrio fra le tre forme di prevenzione a vantaggio della prevenzione primaria»[7]. A tal proposito è stato rilevato che in Italia,
il “testo unico” ora vigente disattende interamente i principi della “direttiva quadro” europea: la prevenzione primaria appare totalmente rimossa, così come appaiono rimossi i suoi caratteri di prevenzione generale, programmata, integrata nella concezione delle situazioni di lavoro. Non v’è più traccia, conseguentemente, dell’obbligo di analisi del lavoro. In luogo della prevenzione il d. lgs. 81/2008 prescrive la “gestione dei rischi”, parla esclusivamente di “rischi presenti” invece che di misure per evitare i rischi o rimuoverli alla fonte. La valutazione dei rischi indicata dalla direttiva europea era stata accolta dal d.lgs. 626/94 con l’obbligo di specificare i criteri adottati, intesi allora come criteri oggettivi, scientificamente fondati, mentre il decreto del 2008, modificato dal d.lgs.106/2009, prescrive che “la scelta dei criteri è rimessa al datore di lavoro”. Ogni oggettività è perduta: il datore di lavoro può attestare la validità della propria valutazione. Peraltro le norme attuali indicano a più riprese “procedure standardizzate”, “buone prassi” e “linee guida”, “modelli di gestione”, cioè ancora soluzioni procedurali, la cui adozione induce a ritenere assolti gli obblighi di legge, nonché addirittura autocertificazioni. Il d.lgs. 81/2008 non incorpora le disposizioni dell’abrogato d.lgs. 626/94, come spesso è asserito, e non rispetta la normativa comunitaria, come dichiara all’art. 1. Si può anche dubitare della sua conformità al dettato costituzionale[8].
Queste considerazioni sulla prevenzione primaria smascherano una volta per tutte la retorica del “più prevenzione” declamata a ogni morte e strage di lavoratori sul lavoro. A quale modello di prevenzione ci si riferisce, infatti, quando si chiede “più prevenzione”? A quello in atto vigente, ossia il modello prevenzionale di livello secondario e terziario, che non ha il compito di eliminare i rischi all’origine e che non ha nulla a che vedere con la prevenzione primaria, che più correttamente dovrebbe definirsi “protezione”. Oggi, dunque, non è il modello vigente di prevenzione che manca bensì la protezione, garantita unicamente dal cosiddetto modello di prevenzione primaria.
Occorre chiedersi, giunti a questo punto, per quale motivo la prevenzione primaria sia ancora oggi “totalmente rimossa”. Qui si entra nella questione storica del passato che non vuole passare nella storia della salute e sicurezza sul lavoro. La prevenzione primaria, ossia la protezione, richiede infatti di intervenire sull’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi adeguando il lavoro (con i suoi ritmi, tempi, attrezzi, macchine, tecniche di lavorazione e produzione, postazione, certezza dei diritti, congruità della retribuzione, stabilità) all’essere umano con la partecipazione attiva dei lavoratori. In questo senso, dunque, «è necessario aumentare la partecipazione dei lavoratori alla gestione del sistema di sicurezza ma anche alla definizione dell’organizzazione del lavoro e del processo stesso di lavoro»[9]. La piena partecipazione, infatti, non può limitarsi alla consultazione: i lavoratori e i loro rappresentanti dovrebbero anche essere coinvolti nei processi decisionali e di controllo.
Nella storia della salute e sicurezza sul lavoro, tale richiesta è stata incessantemente proposta dalle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori; ed è stata costantemente respinta dai datori di lavoro. Il motivo è terribilmente semplice: l’organizzazione del lavoro è prerogativa del datore di lavoro e tale prerogativa di potere il datore di lavoro non intende condividerla con i lavoratori.
In questi centocinquanta anni di storia, insomma:
se non si possono negare i miglioramenti intervenuti sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro e i progressi fatti in campo legislativo, va detto però che sono stati unicamente frutto della lotta dei lavoratori. La struttura e il funzionamento di fondo del sistema economico e di produzione continuano invece a riprodurre gli stessi rapporti di lavoro[10].
Il passato che non vuole passare, nella storia della salute e sicurezza sul lavoro, sta qui: nella mancata trasformazione dell’organizzazione del lavoro dal punto di vista dei lavoratori, continuamente sollecitata dal Sindacato. Una volta soltanto, in questi centocinquanta anni, il Sindacato è stato sul punto di traguardare l’obiettivo. Fu quando si sviluppò quel movimento di lavoratori, medici e tecnici militanti, delegati sindacali, che dentro e fuori i luoghi di lavoro elaborarono azioni e rivendicazioni che riuscirono a intaccare la prerogativa imprenditoriale di organizzare il lavoro. La storia dimostra che:
quella breve, ma ricca esperienza di contrattazione dell’ambiente di lavoro che coinvolse migliaia di lavoratori tra l’autunno caldo e i primi anni Settanta, oltre a ridurre sensibilmente la nocività nelle fabbriche, costituì uno dei momenti più significativi di partecipazione collettiva a una diversa progettazione dell’organizzazione del lavoro. La stessa centralità assunta dal momento progettuale e dal tema della partecipazione intelligente nelle tecnologie a base informatica e nelle nuove concezioni dell’organizzazione del lavoro pone quella stagione di lotte sotto una luce nuova, mettendo in evidenza le potenzialità proprio sul versante della progettazione partecipata[11].
Se per raggiungere zero lavoratori morti è necessario partire da zero rischi sul lavoro, allora diventa indispensabile sfruttare le potenzialità di quel momento storico. Di quella storia è rimasto oggi l’art. 9 dello Statuto dei lavoratori. Occorre sfruttare al massimo i diritti garantiti da questo articolo. Bisogna:
tornare nelle aziende e ripartire […] dalle indagini sulla soggettività operaia in merito ai rischi esistenti, per tornare a contrattare tutta l’organizzazione del lavoro andando a decidere come si lavora, con quale sicurezza, con quanti organici, con quali orari, per cosa si lavora, con quali investimenti[12].
Replicare con i mezzi, le risorse e la consapevolezza di oggi quell’esperienza storica, mobilitando medici, tecnici, psicologi del lavoro e rappresentanti sindacali, può essere decisivo per trasformare l’attuale modello di organizzazione del lavoro in una organizzazione del lavoro finalmente adeguata ai lavoratori, partecipata e gestita dai lavoratori, garante dei diritti alla salute e sicurezza dei lavoratori e non subordinata alla realizzazione del profitto. Occorre, insomma, dislocare la battaglia anche sul piano scientifico, contrapponendo a una ricerca scientifica in materia finanziata dalle imprese, una ricerca scientifica elaborata dal Sindacato.
Questi centocinquanta anni di storia della salute e sicurezza sul lavoro testimoniano che tutti quei fattori che modellano l’attuale regime di produzione (catena di appalti e subappalti, intensificazione del lavoro, precarizzazione dei rapporti di lavoro) sono ingranaggi di un sistema che concentra la ricchezza in mano a pochi mentre scarica i rischi su chi deve vendere la propria forza-lavoro per poter vivere. È questo sistema che occorre trasformare; e si può trasformare facendo rivivere il vigente art. 9 dello Statuto dei lavoratori e recuperando – nell’ambito della campagna zero morti sul lavoro – le esperienze storiche delle già ricordate “rivoluzione copernicana” sindacale degli anni Settanta, della Conferenza unitaria di Rimini e del Centro Ricerche e Documentazione Rischi e Danni da Lavoro istituito da CGIL CISL UIL.
È noto l’aforisma di Antonio Gramsci che recita: “la storia insegna ma non ha scolari”. I centocinquanta anni di storia della salute e sicurezza qui raccontati, dimostrano anche che questa lunga storia, i suoi scolari li ha: generazioni di lavoratrici, lavoratori, sindacalisti che hanno lottato senza soste, ragionando e agendo al presente ma pensando sempre al futuro. Ed è una storia e una lotta che infatti continua.
[1] F. Giusti, op. cit.
[2] F. Giusti, Se l’agenda governativa risponde solo ai dettami datoriali, «La Fionda», 1 agosto 2024
[3] M. Caldiroli (a cura di), Il decalogo AIAS per la sicurezza sul lavoro, qualche pregio ma troppi difetti, «Medicina Democratica», 1 novembre 2022
[4] G. Inserra, Morti sul lavoro. Storie, non numeri, «Lettere Meridiane», 26 ottobre 2022
[5] W. Hien, op. cit.
[6] D. Di Nunzio, op. cit.
[7] Confederazione europea dei sindacati, Salute, sicurezza e prevenzione dei rischi. Verso una migliore informazione, consultazione e partecipazione nelle imprese, Bruxelles 2013, p. 56
[8] B. Maggi, op. cit., p. 3
[9] D. Di Nunzio, op. cit.
[10] C. Tomeo, op. cit.
[11] M. L. Righi, op. cit.
[12] U. Franchi, op. cit.





Commenti recenti